Rivista Internazionale n° 20

Conflitti imperialisti. Trionfo del "ciascuno per sé" e crisi della leadership americana

Dopo i bombardamenti israeliani nel sud Libano della scorsa primavera le tensioni interimperialiste in Medio Oriente sono andate crescendo Ancora una volta tutti i discorsi dei difensori della borghesia sull’avvento di una pretesa “era di pace” in questa regione che è una delle principali polveriere imperialiste del pianeta vengono smentite. Questa zona, che per quaranta anni è stata un obiettivo di primo piano per i due vecchi blocchi, è oggi al centro della lotta accanita tra le grandi potenze imperialiste che compongono l’ex blocco occidentale. Dietro questo rinnovarsi delle tensioni imperialiste c’è fondamentalmente la crescente contestazione verso la prima potenza mondiale in una delle sue principali riserve di caccia, contestazione che guadagna anche i suoi alleati e luogotenenti più vicini.

La prima potenza mondiale contestata nel suo feudo

La politica dei muscoli messa in piedi dagli Stati Uniti negli ultimi anni per rafforzare la loro dominazione su tutto il Medio Oriente e tenerne fuori tutti i loro rivali, ha conosciuto una vera mazzata con l’arrivo al potere di Netanyhau in Israele, e questo mentre Washington non aveva nascosto un forte appoggio al candidato laburista, Simon Peres. Le conseguenze di questo fallimento elettorale non hanno tardato a farsi sentire. Contrariamente a Peres che controllava solidamente il partito laburista, Netanyhau non riesce a fare altrettanto con il suo, il Likud. Netanyhau è sottomesso alla pressione delle frazioni più dure e arcaiche del Likud il cui capofila è Ariel Sharon, colui che aveva violentemente denunciato le ingerenze americane nelle elezioni israeliane, ingerenze che, secondo lui, riducevano Israele “al rango di una semplice repubblica delle banane”. Egli affermava così apertamente la volontà di certi settori della borghesia israeliana di avere una maggiore autonomia rispetto alla pesante tutela americana. Queste frazioni spingono oggi alla politica del “tanto peggio tanto meglio” rimettendo in causa l’insieme del “processo di pace” imposto dal grande padrino americano attraverso l’accordo del tandem Rabin-Peres sia rispetto ai palestinesi (nuovi insediamenti di coloni che erano stati sospesi dal governo laburista vengono ora ripresi) che rispetto alla Siria sulla questione del Golan. Sono state ancora queste frazioni che hanno fatto di tutto per ritardare l’incontro, previsto da lunga data, tra Arafat e Netanyhau e che, quando infine questo ha avuto luogo, si sono attivate per svuotarlo di ogni contenuto.

Questa politica non può non mettere in difficoltà l’uomo degli Stati Uniti, Arafat, al punto che quest’ultimo non potrà mantenere a lungo il controllo delle sue truppe se non alzando nettamente il tono (come ha cominciato già a fare) e avviarsi così verso un nuovo stato di belligeranza con Israele.

Allo stesso modo, tutti gli sforzi impiegati dagli Stati Uniti, alternando il bastone e la carota, per far sì che la Siria accettasse di partecipare al loro “piano di pace”, sforzi che cominciavano a dare i loro frutti, si trovano oggi rimessi in causa per la nuova intransigenza israeliana.

L’arrivo al potere del Likud ha avuto conseguenze anche sull’altro grande alleato degli Stati uniti nella regione, sul paese che, dopo Israele, è il principale beneficiario dell’aiuto americano in Medio Oriente, cioè l’Egitto; e ciò mentre già questo stato chiave del “mondo arabo” è, da un po’ di tempo, oggetto di tentativi di aggancio da parte dei rivali europei della prima potenza mondiale. Dall’invasione israeliana del Sud Libano, l’Egitto tende a demarcarsi sempre più dalla politica americana rafforzando i suoi legami con la Francia e la Germania e denunciando sempre più violentemente la nuova politica di Israele a cui è tuttavia legato da un accordo di pace.

Ma quello che è senza dubbio uno dei sintomi più spettacolari del nuovo dato imperialista che è sul punto di crearsi nella regione, è l’evoluzione della politica dello Stato Saudita (quello che servì da quartier generale all’esercito americano durante la guerra del Golfo) rispetto al suo tutore americano. Quali che siano i veri mandanti, l’attentato compiuto a Dahran contro le truppe USA mirava direttamente alla presenza militare americana ed esprimeva già un netto indebolimento della presa della prima potenza mondiale in una delle sue principali roccaforti in Medio Oriente. Ma se si aggiunge a questo l’accoglienza particolarmente calorosa riservata alla visita di Chirac, capo di uno stato che è in prima fila nella contestazione della leadership americana, si misura tutta l’importanza dell’indebolimento delle posizioni americane in quello che era, ancora poco tempo fa, uno Stato sottomesso mani e piedi ai diktat di Washington. Manifestamente, la pesante dominazione dello “zio Sam” è sempre più mal sopportata da certe frazioni della classe dominante saudita che cercano, avvicinandosi a certi paesi europei, di staccarsene un po’. Che il principe Abdallah, successore designato al trono, sia alla testa di queste frazioni mostra la forza della tendenza antiamericana che è sul punto di svilupparsi.

Che alleati così sottomessi e dipendenti dagli Stati Uniti, come Israele e Arabia Saudita, possano manifestare delle reticenze a seguire in tutti i punti i diktat dello “zio Sam”, che essi non esitino a tessere relazioni più strette con i principali contestatari dell’”ordine americano”, significa chiaramente che i rapporti di forza interimperialisti in quello che era ancora poco tempo fa un terreno di caccia esclusivo della principale potenza mondiale conoscono una modificazione importante.

Nel 1995 gli Stati Uniti erano confrontati a una situazione difficile nella ex-Jugoslavia, in compenso però regnavano da padroni assoluti sul Medio oriente. Essi erano riusciti in effetti, grazie alla guerra del Golfo, a cacciare totalmente dalla regione le potenze europee. La Francia vedeva la sua presenza in Libano ridotta a niente e perdeva allo stesso tempo la sua influenza in Iraq. Quanto alla Gran Bretagna, essa non veniva per niente ricompensata della sua fedeltà e della sua partecipazione attiva durante la guerra del Golfo nel momento in cui Washington non le concedeva che qualche irrisoria briciola della ricostruzione del Kuwait. Al momento dei negoziati israelo-palestinesi l’Europa si è vista offrire un misero strapuntino, mentre gli Stati Uniti giocavano il ruolo di direttore d’orchestra avendo in mano loro tutte le carte del gioco. Questa situazione si è globalmente protratta fino allo show di Clinton al summit di Sharm El Sceik sul terrorismo. Ma, in seguito, l’Europa è riuscita a fare una nuova sortita nella regione, prima con discrezione, poi sempre più apertamente e fortemente, profittando del fiasco della operazione israeliana nel Sud-Libano della primavera scorsa e sfruttando con abilità le difficoltà della prima potenza mondiale.

Quest’ultima, in effetti, incontrava sempre più ostacoli nel fare pressione non solo sui più tradizionali avversari dell’”ordine americano”, come la Siria, ma anche su alcuni dei suoi più solidi alleati, come per esempio l’Arabia Saudita, e questo in una riserva di caccia come il Medio Oriente così essenziale per il mantenimento della leadership della superpotenza americana, un sintomo chiaro delle serie difficoltà incontrata da quest’ultima per mantenere il proprio primato sull’arena imperialista mondiale.

La leadership degli USA malmenata sulla scena mondiale

Il rovescio subito in Medio Oriente dal gendarme americano deve tanto più essere sottolineato in quanto avviene solo qualche mese dopo la vittoriosa controffensiva che essi erano riusciti a condurre nella ex-Jugoslavia. Offensiva che era finalizzata innanzitutto a rimettere al passo i suoi ex-alleati europei che erano passati alla ribellione aperta. Nel numero 85 della Révue Internationale pur sottolineando il notevole passo indietro imposto al tandem franco-britannico in questa occasione, mettevamo allo stesso tempo in evidenza i limiti di questo successo americano, giacchè le borghesie europee, costrette ad indietreggiare nella ex-Jugoslavia, avrebbero cercato un altro terreno per dare una risposta all’imperialismo americano. Questa previsione si è ampiamente verificata. con gli avvenimenti degli ultimi mesi in Medio Oriente. Se gli Stati Uniti conservano globalmente il controllo della situazione nella ex-Jugoslavia - ma anche laggiù essi devono sempre confrontarsi alle manovre sottobanco degli europei - attualmente si vede che il dominio che essi esercitano in Medio Oriente, finora senza ostacoli, è sempre più rimesso in causa.

Ma non è solo in Medio Oriente che la prima potenza mondiale è confrontata con la contestazione alla sua leadership, e le sue difficoltà non si limitano a questa zona del mondo. Nel terribile scontro che coinvolge in particolare le grandi potenze imperialiste, scontro che è la principale manifestazione di un sistema moribondo, è praticamente sull’insieme del pianeta che gli USA sono confrontati a tentativi più o meno aperti di rimessa in discussione della loro leadership.

Nel Maghreb, i tentativi americani per sloggiare l’imperialismo francese, o almeno per diminuirne fortemente l’influenza, si scontrano con serie difficoltà e volgono per il momento verso il fallimento. In Algeria, il movimento islamico, largamente utilizzato dagli Stati uniti per destabilizzare e portare colpi duri al regime al potere e all’imperialismo francese, è in crisi aperta. I recenti attentati del GIA vanno considerati più come atti di disperazione di un movimento sul punto di scoppiare che la manifestazione di una forza reale. Il fatto che il principale finanziatore delle frazioni islamiche, l’Arabia Saudita, sia sempre più reticente a continuare a finanziarle, indebolisce allo stesso tempo i mezzi di pressione americani. Se in Algeria la situazione è lungi dall’essere stabilizzata, la frazione che è al potere grazie all’appoggio dell’esercito e del padrino francese ha nettamente rafforzato le sue posizioni dopo la rielezione del sinistro Zerual. Allo stesso tempo la Francia è riuscita a serrare i suoi legami con la Tunisia e il Marocco, laddove quest’ultimo era stato negli ultimi anni particolarmente sensibile al canto delle sirene americane.

Nell’Africa nera, dopo il successo che sono arrivati a raggiungere in Ruanda, attraverso la cacciata della cricca legata alla Francia, gli Stati Uniti sono oggi confrontati a una situazione molto più difficile. Se l’imperialismo francese ha rafforzato la sua credibilità intervenendo in maniera muscolosa in Centroafrica, gli Stati Uniti, al contrario, hanno subito un rovescio in Liberia, dove sono stati costretti ad abbandonare i loro protetti. Così hanno tentato di riprendere l’iniziativa in Burundi, cercando di ripetere quello che era riuscito loro in Ruanda; ma anche qui si sono scontrati con una vigorosa risposta della Francia che ha fomentato, con l’appoggio del Belgio, il colpo di stato del maggiore Bouyaya, rendendo impotente la “forza di interposizione africana” che gli Stati Uniti cercavano di mettere sotto il loro controllo.

Bisogna sottolineare che questi successi dell’imperialismo francese - che poco tempo fa era messo alle corde dalla pressione americana - sono dovuti per una buona parte alla sua stretta collaborazione con l’altra vecchia grande potenza coloniale africana che è la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti non solo hanno perso l’appoggio di quest’ultima, ma se la ritrovano oggi contro.

Per quanto riguarda un altro punto importante della battaglia che si svolge tra le grandi potenze europee e la prima potenza mondiale, cioè la Turchia, anche qui gli USA sono in difficoltà. Questo stato ha una importanza strategica al crocevia tra l’Europa, il Caucaso e il Medio Oriente. La Turchia è un alleato storico della Germania ma ha dei solidi legami anche con gli Stati Uniti, in particolare attraverso il suo esercito che è stato largamente formato da questi ultimi quando esisteva il blocco americano. Per Washington far scivolare la Turchia nel suo campo ed allontanarla da Bonn rappresenterebbe una vittoria particolarmente importante. Se la recente alleanza militare tra la Turchia e Israele può sembrare corrispondere agli interessi americani, gli orientamenti del nuovo governo turco - cioè una coalizione tra gli islamici e l’ex primo ministro Ciller - marcano al contrario una netta presa di distanze con la politica americana. Non solo la Turchia continua a sostenere la ribellione cecena contro la Russia, alleata degli Stati Uniti, cosa che fa il gioco della Germania (1), ma essa ha anche appena assestato un pugno in faccia a Washington firmando importanti accordi con due stati particolarmente esposti alla ostilità americana: l’Iran e l’Irak!

In Asia, la leadership americana è altrettanto ostacolata. La Cina non si lascia sfuggire una occasione per affermare le sue proprie prerogative imperialiste anche se queste sono antagoniste a quelle degli Stati Uniti; allo stesso tempo anche il Giappone manifesta velleità crescenti di una più grande autonomia rispetto a Washington. A intervalli regolari si rinnovano manifestazioni contro la presenza di basi americane e il governo giapponese dichiara di voler stringere relazioni politiche più forti con l’Europa. Un paese come la Tailandia, che era un vero bastione dell’imperialismo americano, tende anche esso a prendere le sue distanze cessando di sostenere i Kkhmer rossi che erano i mercenari degli Stati Uniti, facilitando così allo stesso tempo i tentativi della Francia di ritrovare una influenza in Cambogia.

Molto significative ancora di una leadership contestata sono le incursioni che fanno oggi europei e giapponesi in quella che è la riserva di caccia per eccellenza degli Stati Uniti: il retrocasa sudamericano. Anche se queste incursioni non mettono fondamentalmente in pericolo gli interessi americani in questa zona e non possono essere messe sullo stesso piano delle manovre di destabilizzazione, spesso riuscite, che sono condotte in altre regioni del mondo contro di essi, tuttavia è significativo che questo santuario degli Stati Uniti, finora inviolato, sia a sua volta l’oggetto di mire dei suoi concorrenti imperialisti. Ciò marca una rottura storica nel dominio assoluto che la prima potenza mondiale esercitava sull’America Latina dopo la messa in atto della “Dottrina Monroe”. Mentre l’accordo Nafta, al di là degli aspetti economici, mirava prima di tutto a tenere fermamente raccolto sotto la tutela di Washington l’insieme del continente americano, paesi come il Messico, il Perù o la Colombia, a cui bisogna aggiungere il Canada, non esitano più a contestare certe decisioni degli Stati Uniti contrarie ai loro interessi. Recentemente il Messico è riuscito a trascinare praticamente tutti gli stati sudamericani in una crociata contro la legge Helms-Burton promulgata dagli Stati Uniti per rafforzare l’embargo economico contro Cuba e sanzionare ogni impresa che rompesse questo embargo. L’Europa e il Giappone hanno subito sfruttato queste tensioni dovute alla pesante penalizzazione causata da questa legge e che gravava  su numerosi stati dell’America Latina. L’eccellente accoglienza riservata al presidente colombiano Samper durante il suo viaggio in Europa, laddove gli Stati Uniti fanno di tutto per buttarlo giù, illustrano bene questa situazione. Così il quotidiano francese Le Monde scrive nel suo numero del 4 settembre ‘96: “Mentre finora gli stati Uniti ignoravano assolutamente il Gruppo di Rio (associazione che raggruppa quasi tutti i paesi del sud del continente) la presenza a Cochabamba (luogo di riunione del gruppo) di miss Albright, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, è particolarmente significativa. Secondo certi osservatori, è il dialogo politico istaurato tra i paesi del Gruppo di Rio con l’Unione europea, e in seguito anche con il Giappone, che spiega il cambiamento di atteggiamento degli Stati Uniti....

Sparizione dei blocchi imperialisti, trionfo del “ciascuno per sè”

Come spiegare questo indebolimento della superpotenza americana e la rimessa in questione della sua leadership quando essa resta ancora la prima potenza economica del pianeta e, ancor più importante, dispone di una superiorità militare assoluta su tutti i suoi rivali imperialisti?

A differenza dell’URSS, gli Stati Uniti non sono crollati al momento della sparizione dei blocchi che avevano infestato il pianeta dopo gli accordi di Yalta. Ma questa nuova situazione ha nondimeno toccato la sola superpotenza mondiale restante. Nella “Risoluzione sulla situazione internazionale” del 12° congresso di Révolution Internationale, pubblicata in Rivoluzione Internazionale n. 96, nel sottolineare che il ritorno in forze degli Stati Uniti seguito al loro successo in Jugoslavia non significava per niente che essi avessero definitivamente superato le minacce gravanti sulla loro leadership, scrivevamo: “Queste minacce provengono fondamentalmente dalla tendenza al ‘ciascuno per sè’, dal fatto che manca oggi ciò che costituisce la condizione principale per una reale solidità e perennità delle alleanze tra stati borghesi nell’arena imperialista:l’esistenza di un nemico comune che minacci la loro sicurezza. Le diverse potenze dell’ex blocco occidentale possono anche sottomettersi, di volta in volta, ai diktat di Washington, ma per loro è fuori questione il mantenimento di una qualunque fedeltà duratura. Al contrario, ogni occasione è buona per sabotare, quando è possibile, gli orientamenti e le disposizioni imposte dagli Stati Uniti.

L’insieme dei colpi portati questi ultimi mesi alla leadership di Washington si iscrive pienamente in questo quadro, l’assenza di un nemico comune fa sì che le manifestazioni di forza americane vedono la loro efficacia ridursi sempre più. Così la “Tempesta nel deserto”, malgrado i considerevoli mezzi politici, diplomatici e militari messi in campo dagli Stati Uniti per imporre il loro “nuovo ordine”, non è riuscita a frenare le velleità di indipendenza degli “alleati” degli Stati Uniti se non per un anno. Lo scoppio della guerra in Jugoslavia nel 1992 segnava, in effetti, il fallimento dell’”ordine americano”. Ed anche il successo riportato dagli Stati Uniti alla fine del 1995 in Jugoslavia non ha potuto impedire che la ribellione si estendesse a partire dalla primavera 1996! In una certa maniera, più gli USA fanno mostra della loro forza, più essi tendono a rinforzare la determinazione dei contestatori dell’”ordine americano”, che trascinano nella loro scia altri Stati fino ad allora docili ai diktat provenienti da Washington.

Così, quando Clinton vuole trascinare l’Europa in una crociata contro l’Iran in nome dell’antiterrorismo, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania gli rispondono come se non avessero sentito. Ancora, le pretese di Clinton di punire gli Stati che commerciano con Cuba, l’Iran o la Libia non hanno avuto come risultato che, come abbiamo visto fino in America Latina, una levata di scudi contro gli Stati Uniti. Questo atteggiamento aggressivo ha una incidenza anche su un paese dell’importanza dell’Italia, il cui cuore oscilla tra gli Stati Uniti e l’Europa. Le sanzioni inflitte a grandi imprese italiane per le loro strette relazioni con la Libia non possono che rafforzare le tendenze pro-europee della borghesia italiana.

Questa situazione traduce il vicolo cieco in cui si trova la prima potenza mondiale:

- o essa non fa niente, rinuncia ad utilizzare la forza (che è il suo solo mezzo di pressione oggi), il che significherebbe lasciare il campo libero ai suoi concorrenti,

- o essa cerca di affermare la sua superiorità per imporsi come gendarme del mondo con una politica aggressiva (cosa che tende a fare sempre più) e ciò le si rivolge immediatamente contro isolandola ancora di più e rafforzando l’ostilità antiamericana un po’ dappertutto nel mondo.

Tuttavia, conformemente alla irrazionalità di fondo dei rapporti interimperialisti nella fase di decadenza del sistema capitalistico, caratteristica accentuata nella fase attuale di decomposizione accelerata, gli Stati uniti non possono che usare la forza per tentare di preservare il loro statuto sull’arena imperialista. Per questo li si vede sempre più ricorrere alla guerra commerciale, che non è più solamente l’espressione della feroce concorrenza economica che lacera un mondo capitalista infognato nell’inferno senza fine della sua crisi, ma anche un’arma per difendere le sue prerogative imperialiste di fronte a tutti quelli che contestano la loro leadership. Ma di fronte a una contestazione di una tale ampiezza la guerra commerciale non può bastare, e la prima potenza del mondo è costretta a fare di nuovo parlare le armi come nel suo intervento di questa estate in Irak.

Lanciando diverse dozzine di missili di crociera su Baghdad, in risposta all’incursione delle truppe di Saddam Hus sein in Kurdistan, gli Stati Uniti mostrano la loro determinazione a difendere le loro posizioni in Medio Oriente e più in generale a ricordare che essi intendono preservare la loro leadership nel mondo. Ma i limiti di questa nuova dimostrazione di forza si mostrano subito:

- a livello dei mezzi messi in opera, che non sono che una pallida replica di quelli della “Tempesta nel deserto”;

- ma anche attraverso il fatto che questa nuova “punizione” che gli Stati Uniti cercano di infliggere all’Irak non beneficia che di pochi appoggi nella regione e nel mondo.

Il governo turco ha rifiutato l’utilizzo delle forze degli Stati Uniti basati nel suo paese, mentre l’Arabia Saudita non ha permesso che gli aerei americani decollassero dal suo territorio per andare a bombardare l’Irak ed ha anche fatto appello a Washington perchè sospendesse la sua azione. I paesi arabi nella loro maggioranza hanno criticato apertamente questo intervento militare. Mosca e Pechino hanno apertamente condannato l’iniziativa americana mentre la Francia, seguita dalla Spagna e dall’Italia, ha nettamente marcato la sua disapprovazione. Si vede a qual punto si è lontani dall’unanimità che gli Stati uniti erano riusciti ad imporre al momento della guerra del Golfo. Una tale situazione è rivelatrice dell’indebolimento subito dalla leadership americana dopo questa epoca. La borghesia americana avrebbe, senza dubbio, auspicato di fare una dimostrazione di forza molto più clamorosa; e non solo in Irak, ma anche, per esempio, contro il regime al potere in Iran. Ma in mancanza di un sostegno e di punti di appoggio sufficienti, anche nella regione, essa è stata costretta a far parlare le armi a un tono minore e con un impatto forzatamente ridotto.

Se questa operazione in Irak è di portata limitata, non si deve tuttavia sottostimare i benefici che gli Stati Uniti ne tirano. A parte la riaffermazione a poco prezzo della loro superiorità assoluta sul piano militare, in particolare in questa loro riserva di caccia che è il Medio Oriente, essi sono riusciti innanzitutto a seminare la divisione tra i loro principali rivali d’Europa. Questi erano riusciti ancora recentemente ad opporre un fronte comune contro Clinton e i suoi diktat riguardo la politica da condurre rispetto a Iran, Libia o Cuba. Che la Gran Bretagna si allinei all’intervento condotto in Irak, al punto che Major “saluta il coraggio degli Stati Uniti”, che la Germania sembri condividere questa posizione, mentre Parigi, sostenuta da Roma e Madrid, contesta la fondatezza di questi bombardamenti, è in tutta evidenza un bel sasso lanciato nel mare dell’Unione europea! Che Bonn e Parigi non siano, ancora una volta, sulla stessa lunghezza d’onda non è una novità. Dalla guerra in Jugoslavia la Francia e la Gran Bretagna non hanno smesso di rafforzare la loro cooperazione (essi hanno firmato ultimamente un accordo militare di grande importante, a cui si è associata la Germania, per la costruzione comune di missili di crociera). Attraverso questo progetto Londra esprimeva, in maniera non si può più chiara, la sua volontà di rompere con una lunga tradizione di cooperazione e di dipendenza militare di fronte a Washington. Allora il sostegno di Londra all’intervento americano in Irak significa che la “perfida Albione” ha infine ceduto alle molteplici pressioni esercitate dagli Stati Uniti per ricondurla nel loro campo e che si prepara a ridiventare il fedele luogotenente dello “zio Sam”? No, perchè questo appoggio non rappresenta un atto di allineamento al padrino d’oltre Atlantico, ma la difesa di interessi particolari dell’imperialismo inglese in Medio Oriente e in particolare in Irak. Dopo essere stato un protettorato britannico, questo paese è progressivamente sfuggito all’influenza di Londra , in particolare dopo l’arrivo al potere di Saddam Hussein. Viceversa la Francia vi ha acquistato solide posizioni; posizioni che si sono ridotte notevolmente dopo la guerra del Golfo ma che la Francia sta riconquistando grazie all’indebolimento della leadership USA in Medio Oriente. In queste condizioni la sola speranza per la gran Bretagna di ritrovare una influenza in questa zona risiede nel rovesciamento del macellaio di Bagdad. E’ questa anche la ragione per cui Londra si è trovata sulla stessa linea dura di Washington riguardo le risoluzioni dell’ONU concernenti l’Irak, mente Parigi, al contrario, non ha smesso di chiedere un addolcimento dell’embargo all’IraK imposto dal gendarme americano.

Se il “ciascuno per sè” è la tendenza generale che insidia la leadership americana, essa insidia anche i suoi contestatori e rende fragili tutte le alleanze imperialiste che, quale che sia la loro relativa solidità, all’immagine di quella tra Londra e Parigi, sono molto più a geometria variabile di quelle che prevalevano all’epoca in cui la presenza di un nemico comune permetteva l’esistenza dei blocchi. Gli Stati uniti, anche se sono le principali vittime di questa nuova situazione storica generata dalla decomposizione del sistema, non possono che cercare di sfruttare a loro vantaggio il “ciascuno per sè” che regge l’insieme dei rapporti interimperialisti. Essi lo hanno già fatto nella ex-Jugoslavia non esitando a istaurare un’alleanza tattica con il loro rivale più pericoloso, la Germania, e tentano oggi la stessa manovra rispetto al tandem franco-britannico. Nonostante i suoi limiti, il colpo così portato alla “unità” franco-britannica rappresenta un successo innegabile per Clinton e la classe politica americana non si è sbagliata nell’apportare un sostegno unanime all’operazione in Irak.

Tuttavia questo successo americano ha una portata molto limitata e non può veramente impedire lo sviluppo del “ciascuno per sè” che mina in profondità la leadership della prima potenza mondiale, nè risolvere il vicolo cieco in cui si ritrovano gli Stati Uniti. In un certo senso, anche se gli Stati Uniti conservano, grazie alla loro potenza economica e finanziaria, una forza che il leader dell’ex-blocco dell’Est non ha mai avuto, si può tuttavia fare un parallelo tra l’attuale situazione degli Stati Uniti e quella della defunta URSS ai tempi del blocco dell’est.

Come essa, fondamentalmente gli USA non dispongono, per preservare la loro dominazione, che dell’uso ripetuto della forza bruta e questo esprime sempre una debolezza storica.

Questa esacerbazione del “ciascuno per sè” e il vicolo cieco in cui si trova il “gendarme del mondo” non fanno che tradurre il vicolo cieco del modo di produzione capitalistico. In questo quadro le tensioni imperialiste tra le grandi potenze non possono che andare crescendo, portare la distruzione e la morte su zone sempre più estese del pianeta e aggravare ancora l’incredibile caos che è già la norma di continenti interi.

Una sola forza è capace di opporsi a questa sinistra estensione della barbarie, sviluppando le sue lotte e rimettendo in causa il sistema capitalistico mondiale fino alle sue fondamenta: il proletariato.

                                   RN, 9 settembre 1996

1) La Germania è costretta alla prudenza a causa del pericolo costituito dalla propagazione dell’incredibile caos russo, ma il fatto che la Polonia e la ex Cecoslovacchia siano più “stabili” rappresenta per essa una zona tampone, una sorta di diga di fronte a questo pericolo, e così essa ha le mani più libere per tentare di realizzare il suo obiettivo storico: l’accesso in Medio oriente, appoggiandosi all’Iran e alla Turchia, e per fare pressione sulla Russia al fine di allentare i legami di questa con gli Stati Uniti. La molto “democratica” Germania si nutre dunque del caos russo per difendere i suoi appetiti imperialisti.

Polemica con Le Proletaire. Il proletariato non deve sottostimare il nemico di classe

Con il crollo dei regimi stalinisti dell’Europa dell’est alla fine degli anni ‘80 e tutte le campagne propagandistiche che si sono scatenate sulla “morte del comunismo”, la “fine della lotta di classe”, o ancora la “scomparsa della classe operaia”, il proletariato mondiale ha subito una sconfitta ideologica massiccia, una sconfitta aggravata dagli eventi successivi, in particolare la guerra del Golfo del 1991, e che hanno ulteriormente amplificato il suo senso di impotenza. In seguito, soprattutto a partire dai grandi movimenti dell’autunno 1992 in Italia, il proletariato ha ritrovato il cammino delle lotte di classe, attraverso molte difficoltà ma in maniera indiscutibile. Ad alimentare questa ripresa delle lotte proletarie sono stati essenzialmente gli attacchi continui e sempre più brutali che la borghesia di tutti i paesi è costretta a sferrare a mano a mano che il suo sistema economico affonda in una crisi senza uscita. La classe dominante sa perfettamente che non potrà far passare questi attacchi ed impedire che essi portino ad una radicalizzazione delle lotte operaie a meno che non metta in piedi tutto un arsenale politico destinato a deviarle, a condurle in vicoli ciechi, a svuotarle e annullarle. E per fare ciò essa deve contare sulla efficacia di questi organi dello Stato borghese in ambiente operaio che sono i sindacati. In altri termini la capacità della borghesia di imporre la sua legge alla classe sfruttata dipende e dipenderà dal credito che i sindacati ed il sindacalismo saranno capaci di guadagnarsi presso quest’ultima. E’ proprio ciò che gli scioperi della fine del 1995 in Francia ed in Belgio hanno dimostrato in modo chiaro., così come la successiva agitazione sindacale nel principale paese europeo: la Germania.

In due numeri precedenti della Révue Internationale, abbiamo esaminato i mezzi impiegati dalla borghesia all’epoca degli scioperi in Francia della fine del 1995, per prendere l’iniziativa di fronte alla prospettiva del risorgere delle lotte operaie. L’analisi che abbiamo sviluppato su questi eventi può riassumersi nei seguenti estratti dell’articolo che abbiamo pubblicato sulla Revue n. 84 quando il movimento non era ancora concluso:

“In realtà, il proletariato in Francia è il bersaglio di un’ampia manovra destinata ad indebolirlo nella sua coscienza e nella sua combattività, una manovra che si rivolge anche alla classe operaia degli altri paesi allo scopo di fargli trarre false lezioni dagli eventi francesi.” (“Lottare dietro i sindacati porta alla sconfitta”, in italiano in Rivista Internazionale n. 19)

E la principale falsa lezione che la borghesia si proponeva di far tirare alla classe operaia è che i sindacati sono dei veri organi della lotta proletaria:

“Questa opera di ricredibilizzazione dei sindacati costituiva per la borghesia un obiettivo fondamentale, un preambolo indispensabile per sferrare gli attacchi futuri che saranno ancora più brutali di quelli attuali. E’ solo a questa condizione che essa può sperare di sabotare le lotte che non mancheranno di scoppiare al momento di questi attacchi.” (Ibidem.)

Nel n. 85 della Revue abbiamo fatto vedere come, contemporaneamente alla manovra della borghesia francese, la borghesia belga, traendo profitto da quest’ultima, ne aveva sviluppato una copia conforme, incorporando tutti i suoi principali ingredienti:

- una serie di attacchi che toccano tutti i settori della classe operaia (nello specifico contro la previdenza sociale) ma particolarmente provocatori per un settore specifico (in Francia, i lavoratori delle ferrovie e dei trasporti parigini; in Belgio i lavoratori delle ferrovie e della compagnia aerea nazionale); il “metodo Juppé” che concentrava in un breve lasso di tempo una valanga di attacchi, attuati con arroganza e cinismo, fa parte della manovra: bisogna far esplodere il malcontento;

- appelli estremamente radicali dei sindacati all’estensione della risposta operaia che sottolineavano l’esempio del settore “di avanguardia” scelto dalla borghesia;

- dietrofront della borghesia sulle misure specifiche più provocatorie: i sindacati gridano alla vittoria della “mobilitazio-ne” che essi hanno organizzato, i settori “di punta” riprendono il lavoro il che porta alla smobilitazione degli altri settori.

Il risultato di queste manovre è stato che la borghesia è riuscita a far passare le misure di portata più generale, quelle che toccano l’insieme della classe operaia, pur dando l’impressione di fare marcia indietro di fronte alle lotte per accreditare l’idea che queste, sotto la guida dei sindacati, erano state vittoriose. Questo, tutto a beneficio sia dei padroni e del governo che dei sindacati. Così ciò che appariva per molti operai come una “vittoria” o una semi-vittoria (non era difficile per la grande massa dei lavoratori constatare come su delle questioni essenziali, come la assistenza sociale, il governo non aveva fatto marcia indietro) era, in realtà, una sconfitta; una sconfitta sul piano materiale, evidentemente, ma soprattutto una sconfitta politica poiché il principale nemico della classe operaia, il più pericoloso perchè si presenta come suo alleato, l’apparato sindacale, ha accresciuto la sua presa  tra gli operai.

Le analisi dei gruppi comunisti

Le analisi delle convulsioni sociali della fine del 1995 fatte dalla CCI, sia sulla stampa che nelle sue riunioni pubbliche, hanno suscitato interesse e approvazione nella maggioranza dei lettori e di coloro che assistevano alle riunioni. Non sono state condivise invece dalla maggior parte delle altre organizzazioni dell’ambiente politico proletario. Nella  Révue n. 85, abbiamo messo in evidenza come le due organizzazioni che compongono il BIPR, la Communist Workers Organisation e Battaglia Comunista, si erano lasciate ingannare dalla manovra della borghesia essendo del tutto incapaci di individuare questa manovra. Questi compagni, per esempio, hanno rimproverato alla nostra analisi di veicolare l’idea che gli operai sono degli imbecilli perchè si sarebbero lasciati imbrogliare dalle manovre borghesi. Più in generale essi considerano che, con la nostra visione, la rivoluzione proletaria sarebbe impossibile poichè gli operai sarebbero sempre vittime delle mistificazioni attuate dalla borghesia. Niente di più falso.

Innanzitutto il fatto che gli operai possano oggi lasciarsi ingannare dalle manovre borghesi non significa che sarà sempre  così.  La storia  del movimento  operaio  è piena di esempi in cui gli stessi operai che si lasciavano intrappolare dietro le bandiere borghesi sono stati capaci, poi, di condurre delle lotte esemplari, anche rivoluzionarie. Sono gli stessi operai russi e tedeschi che, dietro le loro bandiere nazionali si erano sgozzati gli uni con gli altri a partire dal 1914, che in seguito si sono lanciati nella rivoluzione proletaria del 1917, e con successo, i primi, e nel 1918 i secondi, imponendo alla borghesia la fine della carneficina imperialista. La storia ci ha insegnato, più in generale, che la classe operaia è capace di trarre degli insegnamenti dalle sue sconfitte, di sventare le trappole in essa era caduta precedentemente.

E tocca proprio alle minoranze rivoluzionarie, alle organizzazioni comuniste, contribuire attivamente a questa presa di coscienza della classe, ed in particolare denunciare in modo chiaro e deciso le trappole tese dalla borghesia.

E’ così che, nel luglio 1917, la borghesia russa ha tentato di provocare una insurrezione prematura del proletariato della capitale. La frazione più avanzata della classe operaia, il partito bolscevico, ha individuato la trappola ed è chiaro che senza il suo comportamento chiaroveggente, volto ad impedire agli operai di Pietrogrado di lanciarsi nell’avventura, questi ultimi avrebbero subito una sconfitta sanguinosa che avrebbe smorzato lo slancio che li ha condotti poi alla insurrezione vittoriosa di Ottobre. Nel gennaio 1919 (vedi i nostri articoli sulla rivoluzione tedesca nella Révue), la borghesia tedesca ha ripetuto la stessa manovra. Questa volta il suo colpo è andato a segno: il proletariato di Berlino, isolato, è stato schiacciato dai corpi franchi, il che ha inflitto un colpo decisivo alla rivoluzione in Germania e a livello mondiale. La grande rivoluzionaria Rosa Luxemburg è stata capace, con la maggioranza della direzione del partito comunista appena fondato, di comprendere la natura della trappola tesa dalla borghesia., mentre il suo compagno Karl Liebknecht, per quanto aguerrito dagli anni di militantismo rivoluzionario, in particolare durante la guerra imperialista, vi ci cascò. Ciò facendo, egli ha partecipato, per il suo prestigio e suo malgrado, ad una disfatta tragica della classe operaia, che d’altra parte gli costò la vita come a molti altri suoi compagni, tra cui Rosa Luxemburg stessa. Ma anche se quest’ultima ha fatto di tutto per mettere in guardia il proletariato ed i suoi propri compagni contro la trappola borghese, essa non ha mai pensato che questi vi erano cascati perchè erano degli “idioti”. Al contrario, il suo ultimo articolo, scritto alla vigilia della morte, “L’ordine regna a Berlino” insiste su di un concetto essenziale: il proletariato deve imparare dalle sue sconfitte. Ugualmente, affermando che gli operai francesi o belgi sono stati vittime di un inganno teso dalla borghesia, alla fine del 1995, la CCI non ha mai lasciato intendere, o pensato, che gli operai sarebbero degli “idioti”. In realtà, è vero il contrario.

In effetti, se la borghesia si è data la pena di elaborare un piano particolarmente sofisticato contro la classe operaia, con il lcontributo di tutte le forze del capitale, il governo, i padroni, i sindacati ed anche i gruppi estremisti, è proprio perchè essa non sottovaluta la classe operaia. Sa perfettamente che il proletariato di oggi non è quello degli anni 30, che contrariamente ad allora  non si farà spingere ancora nella demoralizzazione dalla crisi economica, ma si darà a lotte sempre più possenti e coscienti. Nei fatti, per comprendere la natura e la portata della manovra  della fine del 1995 contro la classe operaia, è necessario, preliminarmente, avere riconosciuto che non siamo attualmente in un corso storico dominato dalla controrivoluzione, nel quale la crisi mortale del capitalismo non può portare che alla guerra imperialista mondiale, ma in un corso favorevole agli scontri di classe. Una delle migliori prove di questa realtà si trova nella natura dei temi e dei metodi sostenuti dai sindacati in questa recente manovra. Nel corso degli anni 30, le campagne ideologiche della sinistra e dei sindacati, dominate dall’antifascismo, la “difesa della democrazia” ed il nazionalismo, cioè da temi squisitamente borghesi, sono riuscite a deviare la combattività del proletariato in strade tragiche senza via di uscita e ad intrupparlo, aprendo la porta alla carneficina imperialista. Se, alla fine del 1995, i sindacati sono stati molto discreti su questo tipo di temi, se al contrario hanno adottato un linguaggio “operaio”, proponendo proprio loro delle rivendicazioni e dei “metodi di lotta” classici della classe operaia, è perchè sapevano perfettamente che non potevano riuscire a ridorare il loro blasone agli occhi dei lavoratori, accontentandosi di fare i loro discorsi abituali su “l’interesse nazionale” e altre mistificazioni borghesi. Là dove la bandiera nazionale o la difesa della democrazia potevano essere efficaci nel periodo tra le due guerre per mistificare gli operai, c’è bisogno oggi degli appelli alla “estensione”, a “l’unità di tutti i settori della classe operaia”, alla tenuta di assemblee generali sovrane. Ma bisogna anche notare che se i recenti discorsi sindacali sono riusciti ad ingannare la maggior parte della classe operaia, essi hanno ingannato anche delle organizzazioni che si richiamano alla Sinistra comunista. Il miglior esempio ci è probabilmente fornito dagli articoli pubblicati nel n° 435 del giornale Le Prolétaire, organo del Partito comunista internazionale (PCInt.), che pubblica in italiano Il Comunista, uno dei numerosi PCInt. dell’area bordighista.

Le divagazioni del Prolétaire

Questo numero del Prolétaire dedica più di 4 pagine su 10 agli scioperi della fine del 1995 in Francia. Vengono forniti parecchi dettagli sugli avvenimenti, anche dettagli falsi che provano o che l’autore era ancora male informato o, cosa più probabile, che ha scambiato i suoi desideri per realtà (1). Ma la cosa più sconvolgente in questo numero del Prolétaire è l’articolo di due pagine intitolato “La CCI contro gli scioperi”. Questo titolo già la dice lunga sul tono dell’intero articolo. Nei fatti, noi vi apprendiamo, per esempio, che:

- la CCI sarebbe l’emulo di Thorez, il dirigente stalinista francese, che all’indomani della seconda guerra mondiale dichiarava che “lo sciopero è l’arma dei trust”;

- che si esprime come “un qualunque crumiro”;

- che noi siamo dei “proudhoniani moderni” e dei “disertori (sottolineato da Le Prolétaire) della lotta proletaria”.

E’ certo che l’ambiente parassitario per il quale tutto va bene per denigrare la CCI si è immediatamente rallegrato per questo articolo. In questo senso, Le Prolétaire apporta oggi il suo piccolo contributo (volontario? involontario?) agli attacchi attuali di questo ambiente contro la nostra organizzazione. Noi ’abbiamo sempre dimostrato nella nostra stampa, di non esere contro le polemiche tra le organizzazioni dell’am-biente rivoluzionario. Ma la polemica, per quanto veemente, vuol dire che noi ci situiamo nello stesso fronte della lotta di classe. Per esempio noi non facciamo polemiche con le organizzazioni dell’ estrema sinistra borghese; le denunciamo come organismi della classe capitalista, ciò che Le Prolétaire è incapace di fare perchè definisce un gruppo come Lutte Ouvrière, caposaldo del trotskismo in Francia, come “centrista”. Le sue frecciate più aguzze, Le Prolétaire le riserva alle organizzazioni della Sinistra Comunista come la CCI: se noi siamo dei “disertori”, è perchè avremmo tradito la nostra classe;  grazie per farcelo sapere.

Grazie ugualmente da parte dei gruppi parassiti il cui motivetto è che la CCI sarebbe passata allo stalinismo e altre turpitudini. Bisognerà malgrado tutto che un giorno il PCInt. capisca in quale campo si pone: in quello delle organizzazioni serie della Sinistra comunista, o piuttosto in quello dei parassiti che non hanno ragione di essere se non quella di screditarle a solo vantaggio della classe borghese.

Detto ciò, se Le Prolétaire si propone di farci la lezione sulle nostre analisi degli scioperi della fine del 1995, quello che dimostra innanzitutto il suo articolo è:

- la sua mancanza di chiarezza, per non dire il suo opportunismo, sulla questione, essenziale per la classe operaia, della natura del sindacalismo;

- la sua crassa ignoranza della storia del movimento operaio che la porta ad una incredibile sottovalutazione della classe nemica.

La questione sindacale, tallone d’Achille del PCInt. e del bordighismo

Per aumentare la dose, Le Prolétaire parla dell’ “anti-sindacalismo di principio” della CCI. Ciò facendo dimostra che, per il PCInt., la questione sindacale non è una questione “di principio”. Le Prolétaire vuole mostrarsi molto radicale quando afferma:

“Le strutture sindacali sono diventate, alla fine di un processo degenerativo, accelerato dalla vittoria internazionale della controrivoluzione, degli strumenti della collaborazione di classe”; e ancora “se le grandi organizzazioni sindacali si rifiutano testardamente di utilizzare queste armi (i modi di lotta autenticamente proletari), questo non è semplicemente per una cattiva direzione che basterebbe rimpiazzare: decenni di degenerazione e di addomesticamento da parte della borghesia hanno vuotato questi grandi apparati sindacali degli ultimi residui classisti e li hanno trasformati in organi della collaborazione delle classi, che mercanteggiano le rivendicazioni proletarie con il mantenimento della pace sociale... Ciò è sufficiente a dimostrare la falsità della prospettiva trotskista tradizionale di conquistare o riconquistare alla lotta proletaria questi apparati di agenti professionisti della conciliazione degli interessi operai con le esigenze del capitalismo. Per contro molti esempi stanno là a dimostrare che è del tutto possibile trasformare un trotskista in bonzo...”

In realtà ciò che il PCInt. mostra è la sua mancanza di chiarezza e di fermezza sulla natura del sindacalismo. Non è questo che esso denuncia come arma della classe borghese, ma solo gli “apparati sindacali”. In questo modo, non riesce, malgrado le sue affermazioni, a distinguersi dai trotskisti: nella stampa di un gruppo come Lutte Ouvrière si possono oggi trovare lo stesso tipo di affermazioni. Ciò che Le Prolétaire, credendosi fedele alla tradizione della Sinistra Comunista italiana, rifiuta di ammettere è che ogni forma sindacale, piccola o grande, legale e ben introdotta nelle alte sfere dello Stato capitalista o del tutto illegale (come Solidarnosc, per molti anni in Polonia, e le Commissioni Operaie in Spagna sotto il regime franchista) non può essere altro che un organo di difesa del capitalismo. Le Prolétaire accusa la CCI di essere ostile “ad ogni organizzazione di difesa immediata del proletariato”. In questo modo dimostra o la sua ignoranza della nostra posizione o, più probabilmente, la sua cattiva fede. Noi non abbiamo mai detto che la classe operaia non doveva organizzarsi per condurre le sue lotte. Ciò che affermiamo, nella tradizione della Sinistra tedesca, corrente della Sinistra comunista disprezzata dal bordighismo, è che, nel periodo attuale, questa organizzazione è costituita dalle assemblee generali degli operai in lotta, dai comitati di sciopero eletti da queste assemblee e da esse revocabili, dai comitati centrali di sciopero composti da delegati dei vari comitati di sciopero. Per la loro stessa natura, queste organizzazioni esistono durante e per la lotta e sono destinate a scomparire una volta finita la lotta. La loro principale differenza con i sindacati è proprio che esse non sono permanenti, e che non possono, per questo fatto, essere assorbite dallo Stato capitalista. E’ proprio questa la lezione che il bordighismo non ha mai voluto tirare dopo decenni di “tradimento” di tutti i sindacati, quale che sia la loro forma, i loro obiettivi iniziali, le posizioni politiche dei loro fondatori, che essi si definiscano “riformisti” o anche “di lotta di classe”, o ancora “rivoluzionari”. Nel capitalismo decadente, in cui il sistema è incapace di accordare il minimo miglioramento duraturo delle condizioni di vita della classe operaia, ogni organizzazione permanente che si pone come obiettivo la difesa di queste è destinata ad integrarsi  nello Stato, a divenire uno dei suoi ingranaggi. Citare, come fa Le Prolétaire sperando di chiuderci la bocca, ciò che diceva Marx dei sindacati nel secolo scorso è lungi dall’essere sufficiente per autoaccordarsi un brevetto di “marxismo”. Dopo tutto, i trotskisti non mancano di riportare altre citazioni di Marx ed Engels contro gli anarchici della loro epoca per attaccare la posizione che i bordighisti condividono oggi con l’insieme della Sinistra comunista: il rifiuto di partecipare alla fiera elettorale. Questo modo di fare del Prolétaire non dimostra che una cosa, e cioè che non ha compreso un aspetto essenziale del marxismo a cui si richiama: questo è un pensiero vivo e dialettico. Ciò che era vero ieri, nella fase ascendente del capitalismo: la necessità per la classe operaia di formare dei sindacati, come di partecipare alle elezioni o anche di sostenere alcune lotte di liberazione nazionale, non vale più oggi nel capitalismo decadente. Prendendo alla lettera certe citazioni di Marx, senza valutare le condizioni alle quali si riferiscono, rifiutando di applicare il metodo di questo grande rivoluzionario, Le Prolétaire non dimostra che la povertà del suo pensiero.

Ma il peggio non è questa miseria in sé, il peggio è che essa conduce a diffondere nella classe delle illusioni sulla possibilità di un “vero sindacalismo”, cosa che porta dritto dritto all’opportunismo. E di questo opportunismo troviamo tracce negli articoli di Le Prolétaire, quando mostra la massima timidezza nel denunciare il gioco dei sindacati:

“Ciò che si può e che si deve rimproverare ai sindacati attuali...” I rivoluzionari non rimproverano niente ai sindacati, come non rimproverano ai borghesi di sfruttare gli operai, ai poliziotti di reprimere le loro lotte: essi li denunciano.

“... le organizzazioni alla testa del movimento, la CGT e FO, che verosimilmente avevano negoziato sotto banco col governo per porvi fine... “ I dirigenti sindacali non “negoziano” con il governo, camminano mano nella mano con lui contro la classe operaia. E non è  “verosimilmente”: è sicuro!. Ecco ciò che è indispensabile che gli operai sappiano e che Le Prolétaire è incapace di dir loro.

Il pericolo della posizione opportunista del Prolétaire sulla questione sindacale si manifesta del tutto quando esso scrive. “Ma se noi scartiamo la riconquista degli apparati sindacali, da ciò non concludiamo che bisogna rifiutare di  lavorare in questi stessi sindacati, purché questo lavoro si faccia alla base, in contatto con semplici lavoratori  e non nelle istanze gerarchiche, e su delle basi di classe”. In altri termini, quando  in  modo  assolutamente  sano  e  necessario  degli operai scoraggiati dalle magagne sindacali avranno voglia di strappare la loro tessera, si troverà un militante del PCInt. per accompagnare i discorsi del trotskista di turno: “Non fate ciò, compagni, bisogna restare nei sindacati per farci un lavoro”. Quale lavoro, se non quello di ridorare un po’, alla base, il blasone di queste organizzazioni nemiche della classe operaia?

Perchè non vi è altra scelta:

- o si vuole veramente condurre una attività militante “su delle basi di classe”, e allora uno dei punti essenziali da difendere è la natura antioperaia dei sindacati, non solo della loro gerarchia, ma nel loro insieme; quale chiarezza il militante del PCInt. va a portare ai suoi compagni di lavoro dicendo loro “i sindacati sono nostri nemici, bisogna lottare al di fuori e contro di essi m a io resto dentro”? (2)

- o si vuole restare “in contatto” con la “base” sindacale, “farsi comprendere” dai lavoratori che la compongono, e allora si oppone “base” e “gerarchia imputridita”, cioè la posizione classica del trotskismo; certo si fa allora “un lavoro”, ma non “su delle basi di classe” poichè si mantiene ancora l’illusione che alcune strutture sindacali, la sezione di fabbrica per esempio, possono essere degli organi della lotta operaia.

Vogliamo ben credere che il militante del PCInt., contrariamente al suo collega trotskista, non aspira a diventare un bonzo. Tuttavia avrà fatto lo stesso “lavoro” anti-operaio di mistificazione sulla natura dei sindacati.

Così l’applicazione della posizione del PCInt. sulla questione sindacale ha apportato, ancora una volta, il suo piccolo contributo alla smobilitazione degli operai di fronte al pericolo che rappresentano i sindacati. Ma questa azione di smobilitazione di fronte al nemico non si ferma qua. Essa si scatena di nuovo quando il PCInt. si abbandona ad una sottovalutazione in piena regola della capacità della borghesia di elaborare delle manovre contro la classe operaia.

La sottovalutazione del nemico di classe

In un altro articolo del ProlétaireDopo gli scioperi di questo inverno, Prepariamo le lotte future” si può leggere:

Il movimento di questo inverno mostra proprio che se, in queste circostanze, i sindacati hanno dato prova di una flessibilità inconsueta e hanno lasciato esprimere la spontaneità degli scioperanti più combattivi piuttosto che opporvisi come di consueto, questa tolleranza ha loro permesso di conservare senza grandi difficoltà la direzione della lotta e dunque di decidere in notevole misura del suo orientamento, del suo sviluppo e del suo esito. Quando hanno giudicato che il momento era venuto, hanno potuto dare il segnale della ripresa, abbandonando in un batter d’occhio la rivendicazione centrale del movimento, senza che gli scioperanti potessero opporre alcuna alternativa. L’apparenza democratica e di base della condotta della lotta è stata anche utilizzata contro i bisogni obiettivi del movimento: non sono le migliaia di AG quotidiane degli scioperanti che da sole potevano dare alla lotta la centralizzazione e la direzione di cui essa aveva bisogno, anche se hanno permesso il coinvolgimento e la partecipazione di massa dei lavoratori. Solo le organizzazioni sindacali potevano sopperire a questa carenza e la lotta veniva dunque sospesa con le parole d’ordine e le iniziative lanciate centralmente dalle organizzazioni sindacali e ripercosse dal loro apparato in tutte le AG. L’atmosfera di unità che regnava nel movimento era tale che la massa dei lavoratori non solo non ha sentito né ha espresso del disaccordo con l’orientamento dei sindacati (a parte naturalmente gli orientamenti della CFDT) e la loro direzione della lotta, ma ha anche considerato la loro azione come uno dei fattori più importanti per la vittoria.

Qui Le Prolétaire ci svela il segreto dell’atteggiamento dei sindacati negli scioperi della fine del 1995.. Il problema è che quando bisogna tirare le lezioni da questa evidente realtà Le Prolétaire, nello stesso articolo ci dice che questo movimento è “il più importante del proletariato francese dopo lo sciopero generale del maggio-giugno 68”, che egli saluta la sua “forza” che ha imposto “un parziale dietrofront del governo”. Decisamente la coerenza di pensiero non è il punto forte del Prolétaire. Bisogna ricordare che anche l’opportunismo sfugge la coerenza come la peste, dal momento che cerca in permanenza di conciliare l’inconciliabile?

Per parte nostra, noi abbiamo concluso che questo movimento che non ha potuto impedire al governo di far passare le sue principali misure antioperaie e che è inoltre riuscito bene nel ridare splendore ai sindacati, come mostra chiaramente Le Prolétaire, non si è fatto contro la volontà dei sindacati o del governo, ma che è stato voluto da loro per raggiungere questi obiettivi. Le Prolétaire ci dice che la caratteristica di questo movimento che “deve diventare un’acquisizione per le lotte future, è stata la tendenza generale a superare le barriere corporative e i limiti delle fabbriche o di amministrazione e ad estendersi a tutti i settori”. E’ del tutto vero. Ma il solo fatto che sia stato con la benedizione, o piuttosto molto spesso sotto la spinta diretta dei sindacati, che gli operai abbiano riconquistato dei metodi veramente proletari di lotta, non costituisce affatto un passo avanti della classe operaia visto che questa conquista è associata per la maggioranza degli operai all’azione dei sindacati. Questi metodi di lotta, la classe operaia, era presto o tardi destinata a scoprirli a seguito di tutta una serie di esperienze. Ma se questa scoperta veniva fatta attraverso il confronto diretto contro i sindacati, ciò avrebbe inferto un colpo mortale a questi ultimi mentre erano già fortemente screditati e ciò avrebbe privato la borghesia di una delle sue armi essenziali per sabotare le lotte operaie. Così, era preferibile per la borghesia che questa scoperta, anche a rischio che fosse fatta troppo presto, fosse infettata e sterilizzata dalle illusioni sindacali.

Il fatto che la borghesia abbia potuto manovrare in tal modo sfugge alla comprensione del Prolétaire:

A credere alla CCI ‘essa’ (senza dubbio TUTTA LA BORGHESIA) è straordinariamente astuta: spingere “gli operai” (è così che la CCI battezza tutti i salariati che hanno fatto sciopero) ad entrare in lotta contro le decisioni del governo al fine di controllare la loro lotta, di infliggere loro una sconfitta e di far passare poi delle misure ancora più dure, ecco una manovra che avrebbe senza dubbio stupefatto Machiavelli stesso.

I proudhoniani moderni della CCI si spingono più in là del loro antenato poichè accusano i borghesi di provocare la lotta operaia e di fargli ottenere la vittoria per distrarre gli operai dalle vere soluzioni: essi si colpirebbero da soli per evitare di essere colpiti. Aspettiamo ancora un po’ e vedremo nella lanterna magica della CCI i borghesi stessi organizzare la rivoluzione proletaria e la scomparsa del capitalismo al solo scopo di impedire ai proletari di farlo.” (3)

Le Prolétaire si illude certamente di essere molto spiritoso. Buon pro gli faccia! Il problema è che le sue tirate denotano innanzitutto la totale vacuità della sua comprensione politica. Allora per sua regola e perché non resti completamente idiota, ci permettiamo di richiamare qualche banalità:

Non è necessario che tutta la borghesia sia “straordinariamente astuta” perchè i suoi interessi siano ben difesi. Per esercitare questa difesa, la classe borghese dispone di un governo e di uno Stato (ma forse Le Prolétaire non lo sa) che definisce la sua politica contando su di un esercito di specialisti (storici, sociologi, politologi, ... e dirigenti sindacali). Che ancora oggi vi siano dei padroni che pensano che i sindacati sono i nemici della borghesia, ciò non cambia affatto la cosa: non solo loro che sono incaricati di elaborare la strategia della lora classe come non sono i sottoufficiali che conducono le guerre.

Giustamente tra la borghesia e la classe operaia vi è una guerra, una guerra di classe. Senza che sia necessario essere uno specialista di questioni militari, qualunque essere dotato di una intelligenza media e di un po’ di istruzione (ma è il caso dei redattori del Prolétaire?) sa che l’astuzia è un’arma essenziale degli eserciti. Per battere il nemico, in generale è necessario ingannarlo (a meno che non si disponga di una superiorità materiale schiacciante).

L’arma principale della borghesia contro il proletariato, non è la potenza materiale delle sue forze di repressione, è proprio la furbizia, le mistificazioni che essa è capace di veicolare nelle fila operaie.

Anche se Machiavelli ha, ai suoi tempi, gettato le basi della strategia borghese per la conquista e l’esercizio del potere così come dell’arte della guerra, i dirigenti della classe dominante, dopo secoli di esperienze, ne sanno molto più di lui. Forse i redattori del Prolétaire pensano che è il contrario. In ogni caso farebbero bene a tuffarsi un po’ nei libri di storia, in particolare quelli delle guerre recenti e soprattutto quella del movimento operaio. Vi scoprirebbero che il machiavellismo che gli strateghi militari sono capaci di mettere in atto nei conflitti tra frazioni nazionali della stessa classe borghese non è niente rispetto a quello che essa, nel suo insieme, è capace di impiegare contro il suo mortale nemico, il proletariato.

In particolare essi scoprirebbero due cose elementari: che provocare degli scontri prematuri è una delle armi classiche della borghesia contro il proletariato e che in una guerra i generali non hanno mai esitato a sacrificare una parte delle loro truppe o delle loro posizioni per meglio ingannare il nemico, fornendogli eventualmente un sentimento illusorio di vittoria. La borghesia non farà la rivoluzione proletaria al posto del proletariato per impedirgli di farla. Al contrario per evitarla essa è pronta a degli apparenti “rinculi”, a delle sedicenti “vittorie” degli operai.

E se i redattori del Prolétaire si dessero la pena di leggere le analisi classiche della Sinistra comunista, apprenderebbero infine che uno dei principali mezzi con cui la borghesia ha inflitto al proletariato la più terribile controrivoluzione della sua storia è stato proprio presentare come delle “vittorie” le sue più grandi sconfitte: la “costruzione del socialismo in URSS”, i “Fronti popolari”, la “vittoria contro il fascismo”.

 

Allora non si può che dire una cosa ai redattori di Prolétaire: ricominciate daccapo. Le frasi ben composte e le parole spiritose non bastano per difendere correttamente le posizioni e gli interessi della classe operaia. E vogliamo dar loro un ultimo consiglio: ascoltate ciò che succede realmente nel mondo e tentate di comprendere, per esempio, ciò che succede in Germania.

Le manovre sindacali in Germania, nuovo esempio della strategia della borghesia

Se è necessaria una nuova prova che la manovra concertata da tutte le forze della borghesia alla fine del 1995 in Francia aveva una portata internazionale, la recente agitazione sindacale in Germania la fornisce in maniera lampante. In questo paese, nei fatti, si è appena svolta, evidentemente con le caratteristiche locali, un “rifacimento” dello scenario “alla francese”.

All’inizio la situazione sembra molto diversa. Proprio dopo che i sindacati francesi si sono dati un’immagine di radicalismo, “di organi intransigenti della lotta di classe”, quelli tedeschi, fedeli alla tradizione di negoziatori e di agenti del “consenso sociale”, firmano con il padronato ed il governo, il 23 gennaio, un “patto per l’occupazione” che comporta, tra l’altro, una diminuzione dei salari fino al 20% nelle industrie più minacciate. Alla fine del negoziato, Kohl dichiara che bisogna “fare di tutto per evitare uno scenario alla francese”. Non è allora contraddetto dai sindacati che, poche settimane prima, avevano tuttavia salutato gli scioperi in Francia: la DGB “manifesta la sua simpatia agli scioperanti che si difendono contro un grosso attacco al diritto sociale”; IG-Metal afferma che “la lotta dei francesi è un esempio di resistenza contro i colpi portati ai diritti sociali e politici”.

Ma, in realtà, il saluto dei sindacati tedeschi agli scioperi in Francia non era platonico, esso si inseriva già nella prospettiva delle loro manovre future. Queste manovre si palesavano in tutta la loro ampiezza nel mese di aprile. E’ il momento scelto da Kohl per annunciare un piano di austerità senza precedenti: congelamento dei salari nella funzione pubblica, diminuzione delle indennità di disoccupazione e delle prestazioni di protezione sociale, aumento dei tempi di lavoro, aumento dell’età per la pensione, abbandono del principio dell’indennizzazione al 100% delle assenze per malattia. E ciò che è più eclatante è il modo in cui è annunciato questo piano. Come scrive il giornale francese Le Monde del 20 giugno 1996: “Imponendo in maniera autoritaria il suo piano di risparmio di 50 miliardi di marchi alla fine del mese di aprile, il cancelliere Kohl ha dismesso gli abiti del moderatore - a cui era tanto affezionato - per prendere quelli del decisionista... Per la prima volta, il “metodo Kohl” comincia a somigliare al “metodo Juppè”.”

Per i sindacati, è una vera provocazione alla quale bisogna rispondere con dei nuovi metodi di azione: “Noi abbiamo abbandonato il consenso per cominciare lo scontro” (Dieter Schulte, presidente del DGB). Lo scenario “alla francese”, nella sua variante tedesca, è messo in piedi. Si assiste allora ad un crescendo di radicalismo nell’atteggiamento dei sindacati: “scioperi di avvertimento” e manifestazioni nel settore pubblico (come all’inizio dell’autunno 1995 in Francia): gli asili, i trasporti pubblici, le poste, i servizi di pulizie sono coinvolti. Come in Francia i mass media fanno un gran rumore su questi movimenti, dando l’idea di un paese paralizzato e non risparmiando la loro simpatia verso di essi. Il riferimento agli scioperi della fine del 1995 sono sempre presenti ed i sindacati fanno anche sventolare delle bandiere francesi nelle manifestazioni. Schulte, invocando “l’autunno caldo” francese, promette, nel settore industriale una “estate calda”. E’ allora che comincia la preparazione della grande manifestazione  del 15 giugno che è annunciata in partenza come “la più massiccia dopo il 1945”. Schulte avverte che non sarà “che l’inizio di aspri conflitti sociali che potrebbero portare a delle condizioni alla francese”. Ancora, mentre alcune settimane prima aveva affermato che “non era il caso di chiamare ad uno sciopero generale contro un governo eletto democraticamente”, il 10 giugno dichiara che “anche lo sciopero generale non è più escluso”. Pochi giorni prima della “marcia” su Bonn, i negoziati del settore pubblico arrivano ad un accordo che concede alla fine scarsi aumenti salariali e la promessa di non rimettere in discussione le indennità di malattia, il che permette ai sindacati di far apparire questo “rinculo” come risultato della efficacia delle loro azioni, come era successo in Francia quando il governo aveva fatto “marcia indietro” sul “Contratto di Piano” nelle ferrovie ed il pensionamento degli impiegati pubblici.

 

Alla fine, l’enorme successo del “tutti a Bonn” (350mila manifestanti) ottenuto grazie ad una campagna dei media senza precedenti e agli enormi mezzi messi in piazza dai sindacati (migliaia di pullman e quasi 100 treni speciali) appariva come una manifestazione di forza senza precedenti e nello stesso tempo permetteva di far passare in secondo piano il fatto che il governo non aveva ceduto sull’essenziale del suo piano di austerità.

Il carattere mondiale delle manovre della borghesia

Così, a pochi mesi di distanza, nei due principali paesi del continente europeo, la borghesia ha sviluppato due manovre molto simili, destinate non solo a far passare una valanga di attacchi brutali ma anche a dare una nuova immagine dei sindacati. Certo vi sono delle differenze nell’obiettivo posto da ciascuna delle due borghesie nazionali. per quel che riguarda la Francia, bisogna ridorare agli occhi degli operai lo stemma dei sindacati, uno stemma notevolmente offuscato dal loro sostegno alle politiche condotte dalla Sinistra quando era al governo, il che li aveva costretti a lasciare la prima fila ai coordinamenti nel compito di sabotaggio delle lotte durante lo sciopero dei ferrovieri nel 1986 e degli ospedalieri nel 1988. Per quanto riguarda la Germania, non vi era un problema di discredito dei sindacati. Nell’insieme questi organi dello Stato borghese godevano di una forte presenza nell’ambiente operaio. Però l’immagine che essi avevano presso la classe operaia era quella di specialisti dediti alla negoziazione, che riuscivano, attraverso tutte le “tavole rotonde” alle quali partecipavano, a preservare un po’ le acquisizioni dello “Stato sociale”, il che era facilitato evidentemente dalla maggiore resistenza del capitale tedesco alla crisi mondiale. Ma con la crescita delle difficoltà economiche di quest’ultimo (recessione nel 1995, livello di disoccupazione record, esplosione del deficit statale) questa immagine non poteva durare per molto tempo. Al tavolo dei negoziati, il governo ed il padronato non potranno proporre che attacchi sempre più duri al livello di vita della classe operaia e lo smantellamento dello “Stato sociale”. La prospettiva di esplosioni di collera operaia è ineluttabile ed è dunque importante che i sindacati, per essere all’altezza di sabotare e deviare la combattività cambino i loro abiti di “negoziatori” con quelli di organi della lotta operaia.

Ma al di là delle differenze nella situazione sociale dei due paesi, ciò che è importante è che tutti i punti comuni che vi sono tra questi due episodi aprano gli occhi di coloro che ancora pensano che gli scioperi della fine del 1995 in Francia siano stati “spontanei”, che abbiano “sorpreso la borghesia”, che sono stati voluti e provocati da questa per portare a buon fine la sua politica.

Inoltre, come la manovra della fine del 1995 in Francia aveva una portata internazionale, così non è solo ad uso interno che le varie forze della borghesia tedesca hanno svolto la loro manovra della primavera 1996. Per esempio, in Belgio, se la borghesia aveva organizzato nel corso dell’inverno una copia conforme dello scenario francese, ha dato poi prova del suo mimetismo riprendendo a suo vantaggio lo “scenario tedesco”. In effetti poco dopo la firma del “patto per il lavoro” in Germania, era stato firmato in Belgio un “contratto per l’occupazione” tra sindacati, padronato e governo che prevedeva, anche lì, diminuzioni di salario contro delle promesse di occupazione. Poi i sindacati si sono concessi una giravolta a 180° denunciando bruscamente questo accordo “dopo la consultazione della loro base”. Questa virata, molto enfatizzata dai media ha loro permesso di offrire una immagine di sè “democratica”, di “veri interpreti della volontà degli operai”, ripulendosi da ogni responsabilità nei piani di attacco alla classe operaia preparati dal governo (nel quale partecipa il Partito socialista, tradizionale alleato del sindacato più “combattivo”, la FGTB).

Ma se la dimensione internazionale delle manovre della borghesia francese della fine del 1995, non si è fermata al Belgio, come si è appena visto con le manovre della borghesia tedesca della primavera, la portata di queste ultime non si limita affatto a questo piccolo paese. In realtà l’agitazione sindacale in Germania, ampiamente diffusa dalla televisione nei vari paesi ha un ruolo simile agli scioperi in Francia. Ancora una volta si tratta di rafforzare le illusioni sui sindacati. L’immagine di impronta “combattiva” dei sindacati francesi, grazie alla copertura dei massmedia mondiali, ha potuto rimbalzare sui suoi confratelli degli altri paesi. Inoltre, la radicalizzazione dei sindacati tedeschi, le loro minacce di una “estate calda” e i commenti allarmistici dei media degli altri paesi sulla “fine del consenso alla tedesca” rilanciano a loro volta l’idea che i sindacati sono capaci, anche dove hanno una tradizione di accordi e negoziazioni, di essere degli autentici “organismi di lotta” per la classe operaia e anche efficaci, capaci di imporre, contro l’austerità del governo e dei padroni, la difesa degli interessi operai.

oOo

E’ a livello mondiale che la borghesia mette in atto la sua strategia di fronte alla classe operaia. La storia ci ha insegnato che tutti i contrasti di interesse tra le borghesie nazionali, le rivalità commerciali, gli antagonismi imperialisti, scompaiono quando si tratta di affrontare la sola forza della società che rappresenta un pericolo mortale per la classe dominante, il proletariato. E’ in modo coordinato, di concerto che le borghesie elaborano i loro piani contro di esso.

Oggi, di fronte alle lotte operaie che si preparano, la classe dominante dovrà tendere mille trappole per tentare di sabotarle, ridurle e svuotarle, per fare in modo che esse non permettano una presa di coscienza da parte del proletariato delle prospettive finali di queste lotte, la rivoluzione comunista. Nulla sarebbe più tragico per la classe operaia del sottovalutare la forza del suo nemico, la sua capacità di tendere tali trappole, di organizzarsi a livello mondiale per renderle più efficaci. Tocca ai comunisti di stanarle e denunciarle agli occhi della loro classe. Se non lo sanno fare, non meritano questo nome.

                                               FM, 24 giugno 1996

1) Uno degli esempi eclatanti di questa riscrittura dei fatti è il modo in cui è stata riportata la ripresa del lavoro dopo gli scioperi: non sarebbe cominciata che dopo una settimana dall’annuncio del “passo indietro” del governo, il che è falso.

2) E’ vero che i bordighisti non sono nuovi alle contraddizioni: verso la fine degli anni 1970, mentre in Francia si svolgeva una agitazione tra gli operai immigrati, si potevano vedere i militanti del PCInt. spiegare agli immigrati sbigottiti che dovevano rivendicare il diritto di voto per potersi ... astenere. Più ridicolo di un bordighista, non si può! E’ anche vero che quando dei militanti della CCI hanno tentato di intervenire in un raggruppamento di immigrati per difendervi la necessità di non lasciarsi chiudere in delle rivendicazioni borghesi, quelli del PCInt. hanno dato man forte ai maoisti per cacciarli...

3) Bisogna notare che il n. 3 di L’esclave salarié (“ES”, bastardo parassitario dell’ex Ferment Ouvrier Révolutionnaire), ci fornisce una interpretazione originale dell’analisi della CCI sulla manovra della borghesia. “Ci teniamo a felicitarci con la cci (ES trova molto spiritoso scrivere in minuscolo le iniziali della nostra organizzazione) per la sua ragguardevole analisi che ci lascia pieni di ammirazione e ci chiediamo come questa élite pensante riesca ad infiltrarsi nella classe borghese per trarne tali informazioni sui suoi piani e le sue trappole. E’ da chiedersi se la cci non venga invitata agli incontri della borghesia e allo studio dei suoi comportamenti antioperai contattata in segreto e nei riti della franco-massoneria.” Marx non era francomassone e non era invitato ai meeting della borghesia ma ha dedicato una gran parte della sua attività militante a studiare, chiarire e denunciare i piani e le trappole della borghesia. Bisogna credere che i redattori di ES non hanno mai letto Le lotte di classe in Francia o La guerra civile in Francia. Sarebbe logico da parte di persone che disprezzano il pensare, che non è monopolio di una “élite”: Non era necessario essere massoni per scoprire che gli scioperi della fine del 1995 in Francia erano il risultato di una manovra borghese: bastava osservare in quale modo essi erano presentati ed incensati dai massmedia in tutti i paesi d’Europa e d’America, fino in India, in Australia ed in Giappone. E’ vero che la presenza in questi paesi di sezioni o di simpatizzanti della CCI ha facilitato il suo lavoro, ma la vera causa della povertà politica di ES non sta nella sua scarsa estensione geografica. Ciò che è provinciale di questo gruppo è innanzitutto la sua intelligenza politica, provinciale... e “minuscola”.

Polemica con Battaglia Comunista. Dietro la "mondializzazione" dell'economia l'aggravamento della crisi del capitalismo

Uomini politici, economisti e giornalisti vari ci hanno ormai abituato alle più stravaganti teorizzazioni, pur di nascondere il fallimento del capitalismo e giustificare la serie di attacchi senza fine contro le condizioni di vita della classe operaia.

Venticinque anni fa, un presidente americano portavoce del conservatorismo più retrivo, Nixon, si sgolava a proclamare: "Siamo tutti Keynesiani". Erano tempi in cui la borghesia cercava di rispondere alla crisi con "l’intervento dello Stato" e lo sviluppo dello "Stato sociale " come elisir magico. Era in nome di queste politiche che si chiedeva ai lavoratori qualche sacrificio momentaneo per "uscire dal tunnel".

Negli anni 80, di fronte all'evidenza del marasma economico, bisognò trovare qualcosa di nuovo. Ed ecco che il responsabile di tutti i mali diventa lo Stato ed il nuovo elisir magico é “meno Stato”. Sono gli anni d'oro della “Reaganomics”, che provocano la maggior ondata mondiale di licenziamenti dopo gli anni '30, una politica organizzata dallo Stato.

Oggi, la crisi del capitalismo ha raggiunto un livello tale di gravità che tutti gli Stati industrializzati hanno dovuto mettere all'ordine del giorno la liquidazione pura e semplice di quello che restava degli ammortizzatori sociali dello "Stato previdenziale" (sussidio di disoccupazione, pensioni, sanità, educazione; ma anche indennità dì licenziamento, assicurazioni, durata della giornata di lavoro, sicurezza, etc.). Questo attacco spietato, questo salto qualitativo nella tendenza all'impoverimento assoluto preannunciata da Karl Marx, viene accompagnato e giustificato con una nuova teoria: "la mondializzazione dell'economia mondiale"

Questa volta i servitori del capitale hanno veramente scoperto l'acqua calda! Cercano di spacciare con centocinquanta anni di ritardo quella che sarebbe "la grande novità di fine secolo" e che Engels costatava già nei Princìpi del Comunismo, scritti nel 1847: "Le cose sono arrivate ad un punto tale che l'invenzione di un macchinario nuovo qui in Inghilterra, potrà, nello spazio di un anno, condannare alla fame milioni di operai in Cina. Così la grande industria ha collegato tutti i popoli della terra, ha unito in un solo mercato tutti ì mercati locali, ha preparato dappertutto il terreno per la civiltà ed il progresso ed ha fatto tutto questo in un modo tale che tutto quello che si realizza nei paesi civilizzati si ripercuote necessariamente in tutti gli altri."

Il capitalismo ha bisogno di estendersi a scala mondiale, imponendo il suo sistema di sfruttamento salariato in tutti gli angoli del pianeta. L'integrazione nel mercato mondiale, agli inizi del secolo, di tutti i territori significativi del pianeta e la difficoltà di trovarne di nuovi, capaci di soddisfare le esigenze continue di espansione del capitalismo, hanno segnato l'entrata dell’ordine borghese nella sua fase di decadenza, come i rivoluzionari sostengono da ottanta anni.

Nel quadro di questa saturazione cronica dei mercati, il nostro secolo ha visto un inasprirsi senza precedenti della concorrenza intercapitalista. Tutti i capitali nazionali sono obbligati ad una doppia tattica: da una parte proteggere i propri prodotti con tutta una serie di misure (monetarie, legislative, etc.) dagli assalti dei concorrenti, dall'altra cercare di convincere questi ultimi ad aprire le porte dei loro mercati alle proprie merci (trattati commerciali, accordi bilaterali, etc.). Quando gli economisti parlano di mondializzazione, cercano di far credere che il capitalismo possa amministrarsi in modo cosciente ed unificato grazie alle regole dettate dal mercato mondiale. E' vero esattamente il contrario: il mercato mondiale impone le sue leggi, ma questo avviene in un quadro caratterizzato dai tentativi disperati di ogni capitale nazionale di sfuggire a queste leggi e caricarne il peso sui concorrenti. Il mercato mondiale attuale ha voglia di essere "mondializzato", non per questo riesce a creare un quadro di progresso e di unificazione! La tendenza dominante del capitalismo decadente é alla disarticolazione del mercato mondiale, dilaniato dalle potenti forze centrifughe delle economie nazionali strutturate in Stati ipertrofici che tentano in tutti i modi (compresi quelli militari) di proteggere i prodotti dello sfruttamento dei "loro" lavoratori contro le mani avide dei loro concorrenti. Mentre nel secolo scorso la concorrenza fra nazioni contribuiva a formare ed unificare il mercato mondiale, la concorrenza fra Stati del nostro secolo tende al risultato opposto: la disgregazione e la decomposizione del mercato mondiale.

E' proprio per questa ragione che la "mondializzazione" può imporsi solo con la forza. Nel mondo uscito dalla spartizione di Yalta nel '45, USA ed URSS avevano approfittato della disciplina imposta dai blocchi imperialisti per creare tutta una serie di organismi per regolamentare (a loro vantaggio, ovviamente) il commercio mondiale: GATT, FMI, Mercato Comune, il Comecon per il blocco russo, etc. Espressione della potenza economico‑militare dei capifila dei blocchi, questi organismi non potevano in ogni caso eliminare le tendenze all’anarchia e organizzare un mercato mondiale armonico ed unificato. Con la sparizione dei due blocchi dopo l’89, la tendenza al caos ed alla concorrenza si é enormemente rafforzata.

La “mondializzazione” porrà fine a questa tendenza? A sentire i suoi apostoli, la "mondializzazione" prende le mosse da un mercato mondiale "già unificato" ed avrà un "effetto salutare" su tutte le economie e permetterà al mondo intero di uscire dalla crisi liberandolo dagli "egoismi nazionali". In effetti, se si prendono in esame le varie caratteristiche della "mondializzazione", non ce n'é una che possa in qualche modo eliminare il caos in cui si trova il mercato mondiale e che la crisi continua ad aggravare. Tanto per cominciare, le "transazioni elettroniche via Internet" non faranno che aggravare il rischio dei mancati pagamenti, già elevatissimo, contribuendo così ad aumentare ancora il peso già insopportabile dell’indebitamento. Per quello che riguarda la "mondializzazione" dei mercati monetari e finanziari, ci siamo già espressi in precedenza: "Un crac finanziario é inevitabile. Sotto certi aspetti, é già in corso. Anche dal punto di vista del capitalismo, un bel colpo di spillo nella “bolla speculativa" é indispensabile (...). Oggi, la bolla speculativa e, soprattutto, l’indebitamento degli Stati si sono gonfiati in modo allarmante. In una tale situazione, nessuno può prevedere dove arriverà la violenza dell’esplosione. Quello che é certo é che si tratterà di una distruzione massiccia di capitale fittizio che getterà  nella rovina settori interi del capi-tale mondiale” (“Tormenta finanziaria: siamo alla follia?”, Révue Internationale n° 81, 1995).

Lo scopo della mondializzazione é in realtà abbastanza differente dalle melodie celestiali che ci sviolinano i suoi cantori. Si tratta di rispondere ai problemi urgenti posti dallo stato attuale della crisi e cioè l’abbassamento dei costi di produzione e la distruzione delle barriere protezionistiche per permettere ai capitalismi più forti di fare man bassa su mercati sempre più ridotti.

Rispetto alla necessità di abbassare i costi di produzione, abbiamo già sottolineato che: ''L’intensificazione della concorrenza tra capitalisti, esacerbata dalla crisi di sovrapproduzione e dalla rarità dei mercati solvibili, li spinge ad una modernizzazione ad oltranza dei processi di produzione, rimpiazzando gli uomini con le macchine, in una corsa sfrenata alla "riduzione dei costi". Questa stessa corsa li spinge a distaccare segmenti di produzione verso paesi in cui la mano d’opera é a miglior mercato (Cina e Sud-Est asiatico, tanto per fare un esempio di attualità)" ("Il cinismo della borghesia decadente", Révue Internationale n.78, 1994.

Questo secondo aspetto della riduzione dei costi (trasferimento di certi passaggi della produzione verso dei paesi a basso costo salariale) si é accentuato negli anni '90. Vediamo così i capitalisti democratici far ricorso ai graditi servigi del regime stalinista cinese per produrre a costi derisori compact, scarpe sportive, dischi rigidi per PC, modem, etc. Il decollo dei cosiddetti "dragoni asiatici" é basato sul fatto che la fabbricazione di computer, componenti elettronici, tessuti, etc. si va spostando verso questi paradisi dai "costi salariali infimi''. Il capitalismo in crisi non esita a profittare fino in fondo delle differenze di costi salariali: "I costi salariali totali nell'industria dei differenti paesi in via di sviluppo che producono ed esportano manufatti ma anche servizi, varia dal 3% (Madagascar, Vietnam) ad un massimo del 40% rispetto alla media dei paesi più ricchi d'Europa. La Cina varia dal 5 al 16%, mentre l'India é sul 3%. Con il crollo del blocco sovietico, esiste oggi alle porte dell'Unione Europea una riserva di mano d'opera il cui costo oscilla dal 5% (Romania) al 20% (Polonia, Ungheria) rispetto ai costi tedeschi." (1)

Un primo risultato della "mondializzazione" è dunque il calo del salario medio mondiale, ma anche i licenziamenti massicci nei grandi centri industriali, senza che le perdite di posti di lavoro siano compensate dalla creazione di nuovi nelle nuove fabbriche ultra automatizzate. Questa perdita di potere di acquisto dei lavoratori non fa che aggravare la malattia cronica del capitalismo (l'insufficienza dei mercati), riducendo la domanda nei paesi industrializzati senza compensarla con una crescita corrispondente nelle economie sottosviluppate (2).

Per quanto riguarda la distruzione delle barriere doganali é certamente vero che paesi come India, Messico o Brasile sono stati obbligati dalla pressione dei grandi ad abbassare le loro tasse protezionistiche, con il risultato di indebitarsi massicciamente (una tattica simile fu utilizzata negli anni 70 e portò alla catastrofe della crisi di indebitamento nel 1982). Ma i vantaggi per il capitale internazionale sono del tutto illusori: "..il recente crollo finanziario di un altro paese "esemplare", il Messico, la cui moneta ha perso la metà del suo valore da un giorno all'altro, e che ha avuto bisogno dell'iniezione urgente di crediti per 50 milioni di dollari (di gran lunga la più grande operazione di salvataggio nella storia del capitalismo) mostra cosa c'é dietro il miraggio dello "sviluppo" di certi paesi del terzo mondo." ("Risoluzione sulla situazione internazionale", Rivista internazionale n. 19).

Nei fatti la "mondializzazione" non riduce, ma esaspera il protezionismo e l’intervento dello Stato rispetto agli scambi commerciali:

‑ lo stesso Clinton, che nel '95 ha obbligato il Giappone ad aprire le frontiere ai prodotti americani, che non smette mai di predicare ai suoi "associati" la "libertà di commercio", ha dato il buon esempio non appena eletto aumentando le tasse sugli aerei, l'acciaio ed i prodotti agricoli esteri e limitando inoltre alle agenzie statali l'acquisto di prodotti stranieri;

- il celebre Uruguay Round, che ha portato alla sostituzione del precedente GATT con l'attuale Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), non ha ottenuto che risultati di facciata: le tasse sono state eliminate in soli dieci settori industriali, mentre sono state ridotte del 30% in otto altri comparti, e tutto questo non da subito ma scaglionato nello spazio di dieci anni!

‑ un'espressione evidente del neoprotezionismo si trova nelle norme ecologiche, sanitarie e "per la qualità della vita". I paesi industrializzati impongono così degli standards irraggiungibili per i loro concorrenti più deboli: "...nella nuova OMC, i gruppi industriali, le organizzazioni sindacali ed i militanti ecologisti lottano affinché quei beni collettivi che sono l'ambiente, il benessere sociale, etc. e le norme che li regolano non siano dettate dal mercato, ma dalla sovranità nazionale che su questi punti non può tollerare limitazioni" (3).

La formazione di "zone regionali" (Unione europea, accordi del Sud-Est asiatico, Trattato di libero commercio nell'America del Nord, etc.) non contraddicono questa tendenza, ma esprimono il bisogno di gruppi di nazioni capitaliste di formarsi delle zone protette a partire dalle quali sfidare i rivali. Gli USA hanno replicato all'Unione Europea con il Trattato di libero commercio ed il Giappone si é fatto promotore dell'accordo fra i "dragoni" asiatici. Questi "gruppi regionali" tentano di proteggersi dalla concorrenza esterna, ma non per questo eliminano gli scontri commerciali fra partners al loro interno, anzi. Per farsene un'idea basta pensare alla "armoniosa" coabitazione nell'Unione Europea.

Il dato di fatto é che le tendenze più aberranti sviluppatesi sul terreno della decomposizione del mercato mondiale continuano a rafforzarsi: "Oggi l'insicurezza monetaria su scala mondiale é arrivata a livelli tali che riappare sempre più spesso quella forma arcaica di commercio che é lo scambio, e cioè il passaggio di mano di merci in cambio di merci, senza ricorrere all'intermediario della moneta" ("Un'economia corrosa dalla decomposizione", Révue Internationale n.75, 1993).

Un altro tipo di trucco a cui ricorrono gli Stati é la svalutazione delle proprie monete che rende meno care le proprie merci aumentando contemporaneamente quelle dei concorrenti. Tutti i tentativi di impedire questo tipo di manovre sono finiti con un nulla di fatto ed il crollo del Sistema Monetario Europeo é lì a dimostrarlo.

La “mondializzazione”, un attacco ideologico contro la classe operaia

Abbiamo fin qui dimostrato che la "mondializzazione" é uno schermo ideologico destinato a nascondere il fallimento del capitalismo. Le ambizioni di questa "teoria" vanno tuttavia più lontano, visto che (nelle teorizzazioni dei "mondializzatori" più estremisti) dovrebbe superare e "distruggere" gli Stati Nazionali, e scusate se é poco! Uno dei suoi cantori più  accreditati, il giapponese Kenichi Ohmae, ci assicura che: "...per riassumere, in termini di flussi reali di attività economica, gli Stati‑nazioni hanno già perduto il loro ruolo di unità significative di partecipazione all'economia senza frontiere del mondo attuale" (4). In più, non esita a qualificare gli Stati come dei "filtri brutali" e ci promette le delizie dell’economia globale: "A mano a mano che aumenterà il numero di individui che supererà il filtro brutale che separa le geografie, residuato della vecchia economia mondiale, il controllo sull'attività economica passerà inevitabilmente dalle mani dei governi centrali degli Stati‑nazioni a quelle delle reti senza frontiere delle innumerevoli decisioni individuali, basate sul mercato." (4).

Fino ad oggi solo il proletariato combatteva lo Stato‑nazione. Ma, come si vede, l'audacia dei nuovi pensatori borghesi non ha limiti: ecco che si proclamano militanti della "lotta contro l'interesse nazionale".

Comunque, é nel quadro dell'offensiva ideologica antiproletaria che questa "fobia" antinazionale gioca il suo ruolo principale, cercando di piazzare i lavoratori di fronte ad una falsa contrapposizione:

‑ da una parte le forze politiche che difendono in modo deciso la "mondializzazione" (in Europa sono i partigiani di Maastricht), sottolineano la necessità di "superare gli egoismi nazionali retrogradi" per integrarsi in "vasti insiemi mondiali" che permetteranno di uscire dalla crisi;

‑ dall'altra i partiti di sinistra (soprattutto quando sono all'opposizione) ed i sindacati cercano di legare la difesa degli operai alla difesa dell'interesse nazionale, che sarebbe messo sotto i piedi dai governi "traditori della patria".

I sostenitori della "mondializzazione" scagliano le loro folgori contro il "minimo sociale garantito", e cioè la previdenza sociale, le indennità di licenziamento, i sussidi di disoccupazione, le pensioni, gli sgravi per l'educazione o gli alloggi, i limiti all'orario di lavoro, ai ritmi, al lavoro minorile, etc. Ecco, in breve, gli "orribili" pesi di cui lo Stato-nazione non può sbarazzarsi, prigioniero come é di quegli "spaventosi" gruppi di pressione che sono i lavoratori. E questo ci porta al nòcciolo della “mondializzazione", una volta levate di mezzo tutte le chiacchiere tipo: "superamento della crisi" o "internazionalismo di liberi individui su liberi mercati". Questo non é altro che l'ennesimo alibi per l'attacco imposto dalla crisi del capitale a tutti gli Stati nazionali: farla finita con il "minimo sociale garantito", quest'insieme di legislazioni del lavoro e di misure previdenziali che il capitale non può più permettersi.

Qui interviene l'altro aspetto dell'attacco ideologico della borghesia, quello portato avanti da sinistra e sindacati. Negli ultimi 50 anni il "minimo sociale garantito" é stato il faro del cosiddetto Welfare State, la copertura "sociale" del capitalismo di Stato. (questo "Stato Sociale" é stato contrabbandato come la prova vivente delle capacità rispettive del capitalismo di "addolcirsi" e dello Stato di fungere da luogo di incontro in cui le esigenze di padroni ed operai potessero trovare un terreno di intesa). Sindacati e partiti di sinistra (in particolare quando sono all'opposizione) si spacciano per grandi difensori dello "Stato Sociale", contrapponendo "l'interesse nazionale" di mantenere un "minimo sociale" al "cosmopolitismo senza patria“ dei governi. Questo é stato d'altronde un elemento non secondario delle manovre della borghesia francese durante le lotte dell'autunno '95, quando l'intero movimento é stato presentato come una spontanea rivolta popolare contro Maastricht e le corrispondenti misure di rigore, il tutto ben canalizzato ed imbrigliato dai sindacati.

Le contraddizioni di Battaglia Comunista rispetto alla “mondializzazione”

Il compito dei gruppi della Sinistra Comunista (base del futuro partito mondiale del proletariato) é di denunciare senza ambiguità questo veleno ideologico. Il proletariato non ha nulla da scegliere fra "mondializzazione" ed "interessi nazionali". Le sue rivendicazioni non si basano sulla difesa del Welfare State, ma sul terreno dei suoi interessi di classe, e la difesa di questi interessi non passa per il socialpatriottismo o per il mondialismo, ma per la distruzione dello Stato capitalista di tutti i paesi.

La questione della "mondializzazione" é stata trattata da Battaglia Comunista ( BC ) a più riprese sulla sua rivista teorica semestrale, Prometeo. Battaglia difende con fermezza una serie di principi della Sinistra Comunista che vogliamo qui sottolineare:

‑ denuncia senza concessioni la "mondializzazione" come un feroce attacco contro la classe operaia, evidenziando come essa si basi “sull’impoverimento progressivo del proletariato mondiale e sullo sviluppo delle più violente forme di supersfruttamento” (5);

‑ rigetta l'idea per cui la "mondializzazione" sarebbe un superamento delle contraddizioni del capitalismo: “Qui ci interessa sottolineare che anche le più recenti modificazioni intervenute nel sistema economico mondiale sono per intero riconducibili nell’ambito del processo di concentrazione-centralizzazione del capitale segnando senza dubbio una nuova fase, ma non il superamento delle contraddizioni immanenti al processo di accumulazione del capitale.” (5);

‑ riconosce che le ristrutturazioni e le "innovazioni tecnologiche" introdotte negli anni '80 e '90 non hanno portato ad ampliamenti del mercato mondiale: “Contrariamente alle aspettative, la ristrutturazione basata sull’introduzione di tecnologie sostitutive di manodopera senza la nascita di nuove attività produttive compensative, anziché rilanciare il cosiddetto “circolo virtuoso” che era stato alla base del poderoso sviluppo dell’economia mondiale nella prima fase del capitalismo monopolistico, lo interrompe. Per la prima volta gli investimenti supplementari anziché dar luogo a una espansione della base produttiva e a una crescita totale dei processi produttivi, ne determinano la riduzione sia relativa che assoluta” (5);

‑ rigetta ogni illusione sulla "mondializzazione" come forma armonica e pianificata della produzione, affermando senza il minimo equivoco che “si assiste così al paradosso di un sistema che mentre persegue, mediante il monopolio, il massimo della razionalità porta all’irrazionalità al suo grado più elevato: tutti contro tutti; ogni capitale contro tutti i capitali; i capitali contro il capitale” (5);

‑ ricorda che “il suo abbattimento (del capitalismo) non è la risultante matematica delle contraddizioni del mondo dell’economia; ma è opera del proletariato che prende coscienza che questo non è il migliore dei mondi possibili” (5).

Noi sosteniamo queste prese di posizione e, partendo da questo accordo di base, vogliamo combattere qualche confusione e contraddizione che a nostro avviso sono presenti nelle posizioni di Battaglia. Non si tratta di una polemica gratuita, ma di una precisa preoccupazione militante: di fronte all'aggravarsi della crisi é fondamentale denunciare le teorie fumose del tipo "mondializzazione", il cui obiettivo é proprio quello di impedire la presa di coscienza del fatto che il capitalismo oggi é proprio "il peggiore dei mondi possibili" e deve essere spazzato via dalla faccia del pianeta.

La  prima cosa che ci sorprende é che BC pensi che “grazie ai progressi della microelettronica, sia per quanto riguarda le telecomunicazioni che l’organizzazione dei cicli produttivi, il pianeta è stato di fatto unificato” (5). I compagni si fanno imbrogliare dalle idiozie propagandate dalla borghesia sul "miracolo unificatore" basato sulle telecomunicazioni ed Internet, dimenticando che: "...da un lato la formazione di un mercato mondiale internazionalizza la vita economica, influenzando profondamente la vita di tutti i popoli; ma dall'altro lato si sviluppa, sempre più accentuata, la nazionalizzazione degli interessi capitalisti, ciò che illustra nel modo più evidente l'anarchia della concorrenza capitalista nel quadro dell'economia mondiale e conduce a violente convulsioni e catastrofi, ad un'immensa perdita di energia, mettendo così imperativamente all'ordine del giorno l'organizzazione di nuove forme di vita sociale." (6).

Un’altra debolezza di BC sta nella sua strana scoperta per cui “l’allora presidente degli Stati Uniti Nixon quando assunse la storica decisione di denunciare gli accordi di Bretton Woods e di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro non immaginava neppure lontanamente che stava dando il via a uno dei più giganteschi processi di trasformazione che avesse conosciuto il modo di produzione capitalistico in tutta la sua storia.” ( Prometeo n. 9)

Ora, non si può analizzare come causa (la famosa decisione del 1971 di dichiarare la non convertibilità del dollaro) quello che non é stato altro che un effetto dell'aggravarsi della crisi capitalista e che in ogni caso non ha assolutamente alterato "i rapporti di dominio imperialisti". L’economicismo di BC, che abbiamo già avuto l'occasione di criticare, la spinge ad attribuire un peso spropositato ad un avvenimento che di per sè non ebbe alcuna conseguenza nello scontro tra i blocchi imperialisti allora esistenti (sovietico ed occidentale).

In ogni caso, il principale pericolo di questa posizione é di lasciare uno spiraglio alla mistificazione borghese secondo cui il capitalismo attuale é capace di "cambiare e trasformarsi". Per il passato, BC ha avuto la tendenza ad essere scombussolata da qualsiasi "trasformazione importante" la borghesia ci facesse balenare sotto il naso. Si é già lasciata sedurre dalle "novità" della "rivoluzione tecnologica", poi dal miraggio dei sedicenti favolosi mercati aperti dalla "liberazione" dei paesi dell'Est. Oggi prende per oro sonante alcune delle mistificazioni contenute nella cagnara intorno alla "mondializzazione": "Il passaggio alla centralizzazione della gestione delle variabili macroeconomiche su base continentale o per aree valutarie, per esempio, comporta per forza di cose una diversa distribuzione dei capitali nei vari settori produttivi e fra questi e quello finanziario. Non solo la piccola e media impresa, ma anche gruppi di grandi dimensioni rischiano di essere marginalizzati o assorbiti da altri con relativo declino delle rispettive posizioni di potere. Per molti paesi ciò può comportare rischi di frattura della stessa unità nazionale, come insegna la vicenda della ex Jugoslavia e dell'ex blocco sovietico. I rapporti di forza tra i diversi settori della borghesia mondiale sono destinati a profondi mutamenti e pertanto a generare, per un lungo periodo di tempo, un inasprimento della tensione e dei conflitti, con evidenti riflessi sugli stessi processi di mondializzazione dell'economia che potranno rallentare, quando non addirittura bloccarsi"   (Prometeo n. 10, “Lo Stato a due dimensioni: la mondializzazione dell’economia e lo Stato”).

Bisogna dire che si é un tantino sconcertati nello scoprire che le tensioni imperialiste, il crollo delle nazioni, la guerra nella ex Jugoslavia, non si spiegano con la decadenza e la decomposizione del capitalismo, con l'aggravarsi della sua crisi storica, ma che sarebbero dei fenomeni interni al processo di "mondializzazione"! BC qui scivola dal quadro di analisi proprio alla Sinistra Comunista (decadenza e crisi storica del capitalismo) al quadro ideologico borghese della "mondializzazione". E' per contro essenziale che i gruppi della Sinistra Comunista non cedano a queste mistificazioni e mantengano fermamente la posizione rivoluzionaria, che afferma che nella decadenza, e più concretamente nel periodo di crisi aperta a partire dalla fine degli anni '60, i diversi tentativi del capitalismo di frenare il suo degrado non hanno prodotto alcun cambiamento reale, ma unicamente ed esclusivamente un aggravarsi ed accelerarsi del degrado stesso (7). Nella nostra risposta al BIPR nella Révue Internationale n.82, affermiamo chiaramente che noi non vogliamo ignorare questi tentativi, vogliamo al contrario analizzarli nel quadro delle posizioni della Sinistra Comunista, ma senza abboccare all'amo che di volta in volta ci tende la borghesia.

“Mondializzazione” e Stato nazionale

Il rischio insito nelle contraddizioni di BC appare in tutta la sua gravità a proposito del ruolo degli Stati nazionali, che in seguito alla "mondializzazione" sarebbe profondamente alterato ed indebolito. BC non arriva certo a sostenere, come il samurai Kenichi Ohmae, che lo Stato nazionale sia in caduta libera, ed infatti mantiene tutta una serie di discriminanti che noi condividiamo:

‑ lo Stato nazionale conserva la stessa natura di classe;

‑ é un fattore attivo dei "cambiamenti" in atto nel capitalismo odierno;

‑ non é entrato in crisi.

Ciononostante si afferma: "Sicuramente uno degli aspetti più interessanti della mondializzazione dell'economia (..) é dato dalla tendenza all'integrazione trasversale e transnazionale di grandi concentrazioni industriali che per dimensioni e potere superano di gran lunga quello degli Stati nazionali." (Prometeo n° 10).

Ciò che si può dedurre da questi "aspetti interessanti" é che nel capitalismo esisterebbero delle entità superiori agli Stati nazionali, i famosi monopoli "transnazionali". Si tratta di una vecchia tesi revisionista che si oppone al principio marxista per cui l'unità suprema del capitalismo é rappresentata dallo Stato, dal capitale nazionale. Il capitalismo non può superare il quadro della nazione, ancor meno diventare internazionalista. Il suo "internazionalismo", come abbiamo visto, consiste nella pretesa di dominare le nazioni rivali o di conquistare la fetta più grande possibile del mercato mondiale.

Nell'editoriale di Prometeo n. 9 vediamo confermata questa revisione del marxismo: “Le multinazionali produttive e/o finanziarie superano per potenza e per interessi economici in gioco le varie formazioni statali che attraversano. Il fatto che le banche centrali dei diversi stati non siano in grado di reggere e contrastare le ondate speculative che un pugno di mostruosi gruppi finanziari scatenano giornalmente, dice molto del mutato rapporto fra gli stati stessi”.

Dobbiamo ricordare che questi poveri Stati impotenti sono appunto quelli che possiedono (o quantomeno controllano completamente) questi giganti finanziari? É' proprio necessario rivelare a BC che questo "pugno di mostri" é costituito da "rispettabili" istituzioni bancarie i cui responsabili sono nominati direttamente o indirettamente dai rispettivi Stati nazionali?

Non solo BC abbocca all'amo di questa pretesa opposizione fra Stati e multinazionali, ma va ancora più lontano e scopre che: “per questa ragione capitali sempre più grandi... hanno dato luogo alla nascita di colossi che controllano ormai l’intera economia mondiale. Basti pensare che mentre dagli anni trenta fino a tutti gli anni settanta, i cosiddetti Big Three, ovvero le tre più grandi imprese del mondo erano tre case automobilistiche: le statunitensi General Motors, Chrysler e Ford; oggi sono tre fondi pensioni anche essi statunitensi: Fidelity Investments, Vanguard group e Capital Research & Mamagement. Il potere accumulato da queste società finanziarie è immenso e travalica di gran lunga quello dei singoli stati che di fatto hanno perduto negli ultimi dieci anni qualunque capacità di controllo dell’economia mondiale” (Prometeo n° 9).

Vale la pena di ricordare che durante gli anni '70 il mito delle famose multinazionali andava fortissimo: gli extraparlamentari ci ripetevano continuamente che il capitale era "transnazionale" e che per questo la "grande rivendicazione" operaia doveva essere la difesa dell'autonomia nazionale contro un "pugno di apolidi". Battaglia, ovviamente, si contrappone con forza a simili mistificazioni, ma, in qualche modo, ne ammette una giustificazione "teorica", nella misura in cui riconosce la possibilità di un'opposizione, o quanto meno di una divergenza di fondo di interessi tra Stati e monopoli "trasversali agli Stati nazionali" (per usare la definizione della stessa BC).

In realtà le multinazionali sono strumenti dei loro Stati nazionali. IBM, General Motors, Exxon, etc. sono controllate con tutta una serie di fili dallo Stato americano: una percentuale importante della loro produzione (il 40% per l'IBM) é acquistata direttamente dallo Stato, che influisce direttamente o indirettamente sulla nomina dei direttori (8). Una copia di ogni nuovo prototipo informatico é obbligatoriamente inviata al Pentagono. E' proprio incredibile che BC abbocchi alla menzogna del superpotere planetario costituito dai primi tre Fondi di Investimento. In primo luogo le società di investimento non hanno un'autonomia reale, ma sono strumenti delle banche, delle casse di risparmio e di varie propaggini statali, come i sindacati, le casse di previdenza, etc. In secondo luogo, sono sottomesse ad una stretta regolamentazione da parte dello Stato, che fissa le percentuali che debbono investire in azioni, obbligazioni, buoni del Tesoro, titoli esteri, etc.

“Mondializzazione” e capitalismo di Stato

Tutto questo ci porta alla questione essenziale, quella del capitalismo di Stato. Uno dei tratti essenziali del capitalismo decadente risiede nella concentrazione del capitale nelle mani dello Stato, che diventa l'entità intorno alla quale ogni capitale nazionale si organizza per lo scontro, tanto contro il proprio proletariato che contro gli altri capitali nazionali. Gli Stati non sono strumenti delle imprese, per grandi che queste ultime possano essere. Nel capitalismo decadente é esattamente il contrario a verificarsi: i grandi monopoli, le banche si sottomettono ai diktat dello Stato e ne assecondano il più possibile gli orientamenti. L'esistenza nel capitalismo di poteri sovranazionali che “attraversano" gli Stati e gli ordinano la politica da seguire é impossibile. Al contrario, le multinazionali sono utilizzate dai rispettivi Stati come strumenti al servizio dei loro interessi commerciali ed imperialisti. Sia chiaro che noi non vogliamo assolutamente dire che grandi imprese come la Ford o la Exxon siano pure e semplici marionette nelle mani dei loro Stati. E' certamente vero che cercano di promuovere e difendere i loro interessi particolari, i quali, a volte, possono entrare in contraddizione con quelli del loro Stato. Ma é anche vero che nel capitalismo di Stato "alla occidentale" si é realizzata una reale fusione fra capitale privato e statale, in modo che globalmente, al di là dei conflitti e delle contraddizioni interne che non possono mancare, essi agiscono sempre in modo coerente in difesa degli interessi nazionali del capitale e sotto la bandiera del loro Stato.

BC obietta che é difficile determinare a quale Stato appartenga, per esempio, la Shell (a capitale anglo‑olandese) o altre multinazionali ad azionariato misto. A parte il fatto che si tratta di casi abbastanza eccezionali, insignificanti a livello del capitale mondiale, il fatto fondamentale é che non sono i titoli di proprietà a determinare veramente chi controlla una compagnia. Nel capitalismo di Stato, é lo Stato che dirige e determina il funzionamento delle imprese, anche se non ne detiene ufficialmente neanche un'azione. E' lui che regola i prezzi, i contratti collettivi, i tassi di esportazione, i tassi di produzione, etc. E' lui che condiziona le vendite delle imprese, di cui é spesso il principale cliente. E' lui che tiene le cose in pugno e, attraverso la politica monetaria, creditizia e fiscale, dirige l'evoluzione del "libero mercato". Battaglia trascura questo aspetto essenziale dell'analisi marxista sulla decadenza del capitalismo e preferisce restare fedele ad un aspetto parziale dello sforzo di Lenin ed altri rivoluzionari della sua epoca per comprendere tutta l'ampiezza della questione dell'imperialismo: la teoria sul capitale finanziario, che Lenin riprese dall' "austro‑marxista" Hilferding. Nel suo libro sull'argomento, Lenin individua chiaramente l'imperialismo come fase decadente del capitalismo, ciò che mette all'ordine del giorno la rivoluzione proletaria. Purtroppo lo caratterizza sulla base dello sviluppo del capitale finanziario come mostro parassita emergente dal processo di concentrazione del capitale, ulteriore fase di sviluppo dei monopoli.

Ma in realtà: "... numerosi aspetti della definizione di Lenin dell'imperialismo oggi sono inadeguati, ed alcuni lo erano anche nel momento in cui furono elaborati. Nei fatti il periodo in cui il capitale sembrava essere dominato da un'oligarchia del "capitale finanziario e dai 'cartelli dei monopoli internazionali" cedeva già il passo ad una nuova fase nel corso della prima guerra mondiale, l’era del capitalismo di Stato, dell'economia di guerra permanente. In un'epoca di continue rivalità interimperialiste sul mercato mondiale, il capitale tende tutto a concentrarsi intorno all'apparato di Stato che sottomette e disciplina ai bisogni della sopravvivenza militare/economica tutte le frazioni particolari del capitale." ("Sull'imperialismo", Révue Internationale n° 19, 1979.

Quello che in Lenin era un errore legato al difficile processo di comprensione dell'imperialismo, nelle mani di BC rischia di diventare una pericolosa aberrazione. In primo luogo, la teoria della "concentrazione in super monopoli transnazionali" va nella direzione opposta alla posizione marxista sulla concentrazione nazionale del capitale in seno allo Stato, sulla tendenza al capitalismo di Stato, a cui partecipano tutte le frazioni della borghesia, quali che siano i loro legami e ramificazioni a livello internazionale. In secondo luogo, questa teoria apre uno spiraglio verso la teoria del "super‑imperalismo" di Kautsky. In effetti, é sorprendente che BC critichi la teoria kautskiana solo per l'illusione di superare l'anarchia della produzione, senza criticarla sull'essenziale: l'illusione che il capitale possa unirsi al di sopra delle barriere nazionali. Questa critica parziale si spiega col fatto che Battaglia ammette l'esistenza di unità sopranazionali,  anche se  rigetta,  giustamente, la tesi estrema della "fusione delle nazioni". In terzo luogo, Battaglia sviluppa l'idea che lo Stato nel quadro della "mondializzazione" avrebbe due dimensioni: una in difesa degli interessi multinazionali, e l'altra subordinata, al servizio degli interessi nazionali: "Si va delineando in maniera sempre più marcata uno Stato che articola il suo intervento nel mondo dell'economia su due livelli: uno che afferisce al centro sovranazionale preposto alla gestione centralizzata della massa monetaria ed alla determinazione delle variabili macroeconomiche per l'area valutaria di riferimento, ed uno locale di controllo della compatibilità di queste ultime con quelle nazionali" (Prometeo n° 10).

Battaglia fa veramente camminare il mondo sulla testa! Basta osservare le peripezie dell'Unione Europea per convincersi del contrario: ogni Stato nazionale pensa esclusivamente agli interessi del proprio capitale nazionale e non si comporta in alcun modo come una specie di "delegato" degli interessi "europei", come farebbero credere le formulazioni ambigue di BC. Lasciandosi trascinare dalle proprie speculazioni sugli interessi "transnazionali" questi compagni arrivano a conclusioni incredibili: i conflitti interimperialisti attuali non degenererebbero in guerra imperialista generalizzata perché, “... una volta scomparso il confronto tra blocco dell’Ovest e blocco dell’Est per implosione di quest’ultimo, non sono precisati con chiarezza i fondamenti di un nuovo confronto strategico. Gli interessi strategici dei grandi e veri centri del potere economico non si sono finora espressi in confronto strategico tra Stati, perché agiscono trasversalmente a questi” (Prometeo n° 9).

Questa é una confusione veramente grave. La guerra imperialista non sarebbe più uno scontro fra capitali nazionali armati fino ai denti (secondo la definizione di Lenin), bensì fra gruppi transnazionali che si servirebbero degli Stati nazionali. Questi ultimi non sarebbero più i protagonisti e responsabili della guerra, ma semplici agenti di mostri transnazionali che "li attraverserebbero". E' una fortuna che BC non vada fino in fondo in questa aberrazione. E' una fortuna, perché questo la condurrebbe a sostenere che la lotta proletaria contro la guerra imperialista non deve essere più lotta contro gli Stati nazionali, ma lotta per "liberare" questi ultimi dall'abbraccio degli interessi transnazionali. Che é poi quello che già dicono i demagoghi dell'estrema sinistra più o meno extraparlamentare.

Su queste cose bisogna essere seri e Battaglia deve essere coerente con il quadro di posizioni della Sinistra Comunista, facendo una critica a fondo delle sue speculazioni sui monopoli ed i mostri finanziari. Deve radicalmente eliminare dalle sue parole d'ordine aberrazioni come “si inaugura una nuova era caratterizzata dalla dittatura del mercato finanziario” (Prometeo n° 9). Queste debolezze prestano il fianco alla penetrazione di mistificazioni borghesi come la "mondializzazione" o come le pretese alternative fra interessi nazionali ed interessi transnazionali, fra Maastricht e gli interessi popolari, tra il Trattato per il Libero Commercio e gli interessi dei popoli oppressi.

Tutto questo potrebbe condurre BC a difendere qualcuna fra le tesi e le mistificazioni della classe dominante, contribuendo così all'indebolimento della coscienza e della lotta operaia. E' non é sicuramente questo il ruolo di un'organizzazione rivoluzionaria del proletariato.

                                Adalen

1) Annuario Mondiale l996, "Impiego ed ineguaglianza".

2) "Questo sviluppo economico non può non influenzare in tempi brevi la produzione dei paesi più industrializzati, i cui Stati si indignano delle pratiche commerciali "sleali" di queste economie emergenti" ("Risoluzione sulla situazione internazionale", Rivista internazionale n° 19)

3) Annuario Mondiale l996, "Cosa cambierà con l'OMC"

4) K. Ohmae, "Lo sviluppo delle economie regionali".

5) Prometeo n.9, "I capitali contro il capitale".

6) N. Buckarin, "L'economia mondiale e l'imperialismo".

7) La desolante incoerenza di BC appare chiaramente quando dichiara; “In realtà il capitalismo è sempre uguale a se stesso e non sta facendo altro che organizzarsi in chiave di autoconservazione secondo le linee di sviluppo dettate dalla legge della caduta tendenziale del saggio medio del profitto”. Prometeo n.9.

8) Molti uomini politici americani, ma anche europei, dopo aver occupato posti al Senato o nell'amministrazione statale, diventano dirigenti delle grandi multinazionali.

Questioni di organizzazione. La Prima Internazionale e la lotta contro il settarismo

Assieme alla lotta del bolscevismo contro il menscevismo all'inizio del secolo, il confronto fra il marxismo e l'anarchismo nella Prima Internazionale - l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL)- costituisce probabilmente l'esempio più illustre della difesa dei principi organizzativi proletari nelle storia del movimento operaio. E’ essenziale per i rivoluzionari di oggi - che sono separati da mezzo secolo di controrivoluzione staliniana dalla storia organizzativa vivente della loro classe- riappropriarsi delle lezioni di questa esperienza. Questo articolo si concentrerà sulla “preistoria” di questa battaglia al fine di mettere in evidenza come Bakunin sia arrivato a concepire la presa del controllo del movimento operaio mediante una organizzazione segreta sotto il suo personale controllo. Mostreremo altresì come questa concezione di Bakunin lo abbia inevitabilmente condotto ad essere manipolato dalla classe dominante allo scopo di distruggere l’AIL. E mostreremo ancora le radici fondamentalmente antiproletarie delle concezioni di Bakunin proprio sul piano organizzativo.

IL SIGNIFICATO STORICO DELLA LOTTA DEL MARXISMO CONTRO L'ANARCHISMO ORGANIZZATIVO

L'AIL si è spenta soprattutto a causa della lotta tra Marx e Bakunin, lotta che, al Congresso dell'Aia del 1872, ha trovato la sua prima conclusione con l'esclusione di Bakunin e del suo braccio destro, James Guillaume. Ma ciò che gli storici borghesi presentano come uno scontro tra personalità - e gli anarchici come una lotta tra la versione “autoritaria” e quella "libertaria" del socialismo- era in realtà una lotta dell'insieme dell'AIL contro coloro che ne avevano beffato gli statuti. Bakunin et Guillaume all'Aia furono esclusi perché avevano costituito una “fratellanza” segreta in seno all'AIL, un'organizzazione nell'organizzazione avente una struttura e degli statuti propri. Questa organizzazione, la sedicente “Alleanza per la democrazia socialista”, aveva un'esistenza ed un'attività nascoste ed il suo fine era quello di togliere l'AIL dal controllo dei suoi membri e di porla sotto quello di Bakunin.

UNA LOTTA A MORTE TRA DIVERSE POSIZIONI ORGANIZZATIVE

La lotta che si è svolta nell'AIL non era dunque una lotta fra l'“autorità” e la “libertà”, ma piuttosto fra principi organizzativi completamente