La crisi finanziaria, che si è manifestata da poco più di un anno nel sud-est asiatico, è attualmente in via di prendere la sua vera dimensione. Essa ha conosciuto una nuova impennata nel corso dell'estate, con il crollo dell'economia russa e con le convulsioni senza precedenti nei “paesi emergenti” dell'America latina. Ma sono ora le principali metropoli del capitalismo, i paesi più sviluppati d'Europa e d'America del nord, che si trovano in prima linea con una caduta continua dei loro indici borsistici e con previsioni di crescita continuamente riviste al ribasso. Siamo lontani dall'euforia che animava le borghesie ancora qualche mese fa, un’euforia che si rifletteva nella montata vertiginosa delle Borse occidentali durante tutti i primi mesi del 1998. Attualmente, gli stessi “specialisti” che si felicitavano della “buona salute” dei paesi anglosassoni e che prevedevano una ripresa in tutti i paesi europei non sono gli ultimi a parlare di recessione, anzi di “depressione”. Ed hanno ragione ad essere pessimisti. Le nuvole che attualmente si accumulano sulle più potenti economie non presagiscono una piccola burrasca. Annunciano, al contrario, una vera tempesta che manifesta l'impasse in cui si trova l'economia capitalista.
Teatro di un nuovo e brutale colpo d'acceleratore, l'estate del 1998 sarebbe stata mortale per la credibilità del sistema capitalista: approfondimento della crisi in Asia dove la recessione s'installa e raggiunge ora direttamente le due “grandi” che sono il Giappone e la Cina, situazione minacciosa in America latina, crollo spettacolare dell'economia russa e cadute che sfiorano i record storici sulle principali piazze borsistiche. In tre settimane, il rublo ha perduto il 70% del suo valore (da giugno del 1991, il PIB russo è caduto del 50% se non dell'80%). Il 31 agosto, il famoso “lunedì blu”, secondo l'espressione di un giornalista che non ha osato chiamarlo “nero”, ha visto l'indice di Wall Street cadere del 6,4% e quello del Nasdaq (l'indice dei valori tecnologici) dell'8,5%. All'indomani, I° settembre, anche le Borse europee erano colpite. Francoforte iniziava la mattinata con una perdita del 2% e Parigi del 3,5%. Nel corso della giornata, Madrid perdeva il 4,23%, Amsterdam 3,56% e Zurigo 2,15%. Per l'Asia, il 31 agosto, la Borsa di Hong Kong cadeva oltre il 7%, quanto a quella di Tokyo, essa precipitava, raggiungendo il livello più basso negli ultimi 12 anni. In seguito, il movimento al ribasso dei mercati borsistici non ha fatto che proseguire al punto tale che il lunedì 21 settembre la maggior parte degli indici erano ritornati ai livelli dell'inizio del 1998: +0,32% a New York, +5,09% a Francoforte ma saldo negativo a Londra, Zurigo, Amsterdam, Stoccolma…
L'accumularsi di tutti questi avvenimenti non è per niente dovuta al caso. Al contrario di quanto hanno voluto farci credere, essa non è per niente la manifestazione di una “crisi di sfiducia passeggera” verso i paesi detti “emergenti” o una “correzione meccanica salutare di un mercato sopravvalutato”, ma si tratta di un nuovo episodio che caratterizza la discesa agli inferi di tutto il capitalismo, una discesa agli inferi di cui il crollo dell'economia russa ci offre una sorta di caricatura.
La crisi in Russia
Per mesi, la borghesia mondiale e i suoi “esperti”, seriamente spaventati con la crisi finanziaria dei paesi del sud-est asiatico, si erano consolati costatando che essa non aveva trascinato nella sua scia gli altri paesi “emergenti”. I media avevano allora esagerato sulle caratteristiche “specifiche” delle difficoltà che assillavano la Tailandia, la Corea, l'Indonesia, ecc. E poi il campanello d'allarme si è fatto sentire di nuovo con il vero caos che si è impadronito dell'economia russa all'inizio dell'estate (1). La “comunità internazionale”, che aveva già fortemente contribuito nei confronti del sud-est asiatico, ha finito per dare un aiuto di 22,6 miliardi di dollari su 18 mesi, accompagnato, come al solito, da condizioni draconiane: riduzione drastica delle spese dello Stato, aumento delle imposte (particolarmente quelle che pesano sui salari, tanto per compensare l'impossibilità accertata dello Stato russo a ricoprire quelli dovuti alle imprese), innalzamento dei prezzi, aumento delle tasse sulle pensioni. Tutto ciò mentre le condizioni d’esistenza dei proletari russi erano già miserabili e quando la maggior parte degli impiegati statali e una buona parte di quelli delle imprese private non vedevano i propri salari da molti mesi. Una miseria che si traduce in maniera drammatica: da giugno 1991 si riconosce che la speranza di vita maschile si è ridotta da 69 a 58 anni; il tasso di natalità da 14,7‰ a 9,5‰.
Un mese più tardi, il risultato era là: i fondi stanziati si erano trasformati in pura perdita. Dopo una settimana nera che ha visto la Borsa di Mosca cadere vertiginosamente e messo centinaia di banche sull'orlo del fallimento, Eltsin ed il suo governo sono stati costretti, il 17 agosto, a mollare su ciò che era l'ultima difesa della loro credibilità: il rublo e la sua parità in rapporto al dollaro. Sulla prima parte di 4,8 miliardi di dollari versati in luglio come aiuto da parte del FMI, 3,8 erano stati inghiottiti, in vano, nella difesa del rublo. Quanto al miliardo restante, non era per niente servito alla messa in opera di misure di risanamento delle finanze dello Stato ed ancor meno a pagare gli arretrati del salario degli operai, per la buona ragione che anche quest'ultimo si era liquefatto nella sola funzione del debito (che divora più del 35% delle risorse del paese), cioè nel semplice pagamento degli interessi venuti a scadenza nello stesso periodo. Senza parlare dei fondi sottratti che vanno direttamente nelle tasche di questa o quella fazione di una borghesia "gangsterizzata". L'insuccesso di questa politica significa per la Russia che, oltre ai fallimenti a catena di banche (circa 1500 banche coinvolte), oltre alla caduta nella recessione e all'esplosione del suo debito estero trasformato in dollari, l'attende il ritorno dell'inflazione galoppante. Fin da ora si stima che questa potrebbe arrivare dal 200 al 300% in questo anno. E non è ancora tutto.
Questo marasma ha immediatamente provocato lo sbandamento del vertice statale russo, provocando una crisi politica. Questo dissesto della sfera dirigente russa, che la fa somigliare sempre di più a quella di una volgare repubblica delle banane, ha allarmato le borghesie occidentali. Ma la borghesia può ben preoccuparsi della sorte di Eltsin e soci, è innanzi tutto la popolazione russa e la classe operaia che pagano e vanno a pagare il prezzo più alto delle conseguenze di questa situazione. La caduta del rublo ha già rincarato di oltre il 50% il prezzo delle derrate alimentari importate che rappresentano più della metà di quelle consumate in Russia. La produzione è appena il 40% di quella che era prima della caduta del muro di Berlino…
Attualmente la realtà conferma in pieno ciò che dicevamo circa nove anni fa nelle “Tesi sulla crisi economica e politica in URSS e nei paesi dell'Est”, redatte nel settembre del 1989: “Di fronte al fallimento totale dell'economia di questi paesi, la sola possibilità che ha quest'ultima non di accedere ad una reale competitività, ma di tenere almeno la testa fuori dall'acqua, sta nell'introduzione di meccanismi che permettano una reale responsabilizzazione dei suoi dirigenti. Questi meccanismi presuppongono una "liberalizzazione” dell'economia, la creazione di un mercato interno che veda una maggiore "autonomia" per le imprese e lo sviluppo di un forte settore "privato"(…) Tuttavia, anche se un tale programma diventa sempre più indispensabile, la sua attuazione comporta degli ostacoli praticamente insormontabili.” (Revue Internationale n°60)
Qualche mese dopo dicemmo: “(…) alcuni settori della borghesia rispondono che ci sarebbe bisogno di un nuovo "Piano Marshal" per consentire la ricostruzione del potenziale economico di questi paesi (…) oggi, un’iniezione massiva di capitali verso i paesi dell'Est che mira a sviluppare il loro potenziale economico, e in particolare industriale, non può essere possibile. Anche supponendo che si rimetta in piedi un tale potenziale produttivo, le merci prodotte non farebbero che ingombrare ancora di più un mercato mondiale già super saturo. E' quello che vediamo nei paesi che oggi escono dallo stalinismo come paesi sottosviluppati: tutta la politica di crediti massivi iniettati in questi ultimi nel corso degli anni 70 ed 80 non ha potuto portare che alla situazione catastrofica che ben si conosce (un debito di 1400 miliardi di dollari e delle economie ancora più devastate rispetto a prima). I paesi dell'Est (la cui economia si avvicina d'altra parte a quella dei paesi sottosviluppati per le evidenti somiglianze) non possono conoscere sorti differenti. (…) La sola cosa che è possibile aspettarsi, è l'invio di crediti o di aiuti urgenti che permettono a questi paesi di evitare una bancarotta finanziaria aperta e una miseria che non farebbe che aggravare le convulsioni che li scuotono.” (“Dopo il crollo del blocco dell'Est, destabilizzazione e caos”, Revue Internationale n°61).
Due anni dopo, scriviamo: “E' ancora per allentare un po’ la strozzatura finanziaria dell'ex URSS che il G7 ha accordato una proroga di un anno per il rimborso degli interessi del debito sovietico, il quale attualmente ammonta ad 80 miliardi di dollari. Ma ciò non sarà che un ulteriore rimedio inutile dato che i crediti assegnati sembrano scomparire in un pozzo senza fondo. Due anni fa era stata propagandata ogni sorte d'illusione sui "nuovi mercati" aperti con il crollo dei regimi stalinisti. Attualmente, nello stesso momento in cui la crisi economica mondiale si traduce, tra l'altro, in una crisi acuta di liquidità, le banche sono sempre più reticenti a piazzare i loro capitali in queste parti del mondo.” (Revue Internationale n° 68)
Così la realtà dei fatti è venuta a confermare, contro tutte le illusioni interessate della borghesia e dei suoi difensori, ciò che la teoria marxista ha permesso ai rivoluzionari di prevedere. L'oggi è una disgregazione totale, che sviluppa una miserie spaventosa e che incomincia a bussare alle stesse porte di ciò che appare ancora come la “fortezza Europa”.
Il tentativo dei media di far passare il messaggio che, caduto l'attuale vento di panico borsistico, le conseguenze per l'economia a livello internazionale sarebbero minime, non ha avuto molto successo. E ciò è normale perché la volontà dei capitalisti di farsi coraggio e soprattutto di nascondere alla classe operaia la gravità della crisi mondiale, si scontra con la dura realtà dei fatti. Innanzitutto, tutti i creditori della Russia sono nuovamente e severamente messi male. Circa 75 miliardi di dollari sono stati prestati a questo paese dalle banche occidentali, i buoni del Tesoro che esse detengono hanno già perduto l'80% del loro valore e la Russia ha sospeso tutto i rimborsi per quelli convertiti in dollari. Inoltre, la borghesia occidentale teme che gli altri paesi dell'Europa dell'Est possano conoscere lo stesso incubo. Ed a ragione: la Polonia, l'Ungheria e la Repubblica Ceca rappresentano insieme 18 volte di più degli investimenti occidentali rispetto alla Russia. Ora, fin dalla fine di agosto, i primi cedimenti si sono fatti sentire nelle Borse di Varsavia (-9,5%) e di Budapest (-5,5%) dimostrando che i capitali cominciavano a disertare queste nuove piazze finanziarie. In più, ed in maniera ancora più pressante, la Russia trascina nel suo crollo i paesi della CEI le cui economie sono molto legate alla sua. Pertanto, anche se la Russia non è che un “piccolo debitore” del mondo in rapporto ad altre regioni, la sua situazione geopolitica, il fatto che essa costituisca, in piena Europa, un campo minato di armi nucleari e la minaccia di uno sprofondamento nel caos provocato dalla crisi economica e politica, tutto ciò conferisce alla situazione in questi paesi una gravità particolare.
D'altra parte, il fatto che il debito della Russia sia relativamente limitato rispetto ai crediti accordati in Asia o in altre regioni del mondo è proprio una ben misera consolazione. In realtà, questa constatazione, deve al contrario attirare l'attenzione su altre minacce che si vanno a delineare, come quella dell’estendersi della crisi finanziaria in America latina che è stata, in questi ultimi anni, la principale destinataria degli investimenti diretti stranieri nei paesi “in via di sviluppo” (45% del totale nel 1997, contro il 20% nel 1980 e del 38% nel 1990). I rischi di svalutazione in Venezuela, la violenta caduta dei prezzi delle materie prime dopo la crisi asiatica che tocca i paesi sudamericani in maniera più forte che in Russia, un debito estero fenomenale, un indebitamento pubblico astronomico (il deficit pubblico del Brasile, il 7° PIL mondiale, è ben superiore a quello della Russia) fanno dell'America latina una bomba ad orologeria che minaccia di aggiungere i suoi effetti devastanti a quelli dei marasmi asiatici e russi. Una bomba ad orologeria che si trova alle porte della prima potenza economica mondiale, gli Stati-Uniti.
Tuttavia, la minaccia principale non proviene dai paesi sottosviluppati o poco sviluppati, ma da un paese altamente sviluppato, la seconda potenza economica del mondo, il Giappone.
La crisi in Giappone
Ancor prima del cataclisma dell'economia russa che ha avuto l'effetto di una doccia fredda sull'ottimismo della borghesia di ogni paese, nel giugno del 1998, un terremoto con epicentro a Tokyo aveva lanciato le sue minacce di destabilizzazione del sistema economico mondiale. Dal 1992, malgrado sette piani di “rilancio” che hanno iniettato l'equivalente del 2-l 3% del PNL per un anno ed una svalutazione dello yen, dimezzato in tre anni che avrebbe dovuto sostenere la competitività dei prodotti giapponesi sul mercato mondiale, l'economia giapponese continua ad affondare nel marasma. Per paura di doversi scontrare con le conseguenze economiche e sociali in un contesto già molto fragile, lo Stato giapponese ha continuato a adottare misure di “risanamento” del suo settore bancario. L'ammontare dei crediti non recuperabili rappresenta una somma equivalente al 15% del PIL…Da qui il crollo dell’economia giapponese, e internazionale per contraccolpo, in una recessione di un’ampiezza senza precedenti dopo la grande crisi del 1929. Di fronte a questo impantanarsi crescente del Giappone nella recessione e ai tentennamenti del potere nel prendere le misure necessarie, lo yen è stato oggetto di un’importante speculazione che ha minacciato tutte le monete dell'Estremo-Oriente di una svalutazione a catena che avrebbe dato il segnale al peggiore scenario deflazionistico. Il 17 giugno del 1998, la Riserva Federale americana finì per portarsi massivamente in aiuto di uno yen che cominciava a precipitare. Tuttavia, la partita non era che rinviata; aiutato dalla comunità internazionale il Giappone ha potuto ritardare la scadenza… ma al prezzo di un indebitamento che aumenta a velocità vertiginosa. Il solo debito pubblico raggiunge già l'equivalente di un anno di produzione (100% del PNL).
E' interessante notare, a questo proposito, che sono gli stessi economisti “liberali”, quelli che mettono alla berlina l'intervento dello Stato nell'economia e che attualmente occupano il primo posto nelle grandi istituzioni finanziarie internazionali proprio come nei governi occidentali, che reclamano ad alta voce una nuova iniezione massiccia di fondi pubblici nei settori bancari al fine di salvarli dal fallimento. Questa è la prova che, al di là di tutte le chiacchiere ideologiche sul “meno Stato”, gli “esperti” borghesi sanno che lo Stato costituisce l'ultima difesa di fronte allo sbandamento economico. Quando parlano di “meno Stato” si riferiscono fondamentalmente allo “Stato previdenziale”, cioè ai dispositivi di protezione sociale dei lavoratori (sussidi di disoccupazione e di malattia, minimo sociale) e i loro discorsi significano che bisogna attaccare ancora e sempre di più le condizioni di vita della classe operaia.
Alla fine, il 18 settembre, governo ed opposizione fanno un compromesso per salvare il sistema finanziario nipponico ma, al posto di rilanciare i mercati borsistici, queste misure sono accolte da una nuova caduta di questi ultimi, prova della sfiducia profonda che i finanzieri hanno ormai per l'economia della seconda potenza mondiale che per decenni ci è stata presentata come un “modello”. L'economista in testa alla Deutsche Bank di Tokio, Kenneth Courtis, personaggio serio quale egli è, vede solo quattro percorsi possibili:
“E’ necessario rovesciare la dinamica alla caduta, la più grave le crisi petrolifere degli inizi degli anni 70 (consumo ed investimenti in caduta libera), perché ormai si è entrati in una fase in cui si stanno creando nuovi crediti incerti. Si parla di quelli bancari, ma poco di quelli familiari. Con la perdita dei valori degli alloggi e la disoccupazione che aumenta, si rischia di vedere delle inadempienze dei rimborsi dei prestiti garantiti su dei beni immobiliari ipotecati da dei privati. Queste ipoteche ammontano alla strabiliante cifra di 7500 miliardi di dollari, il cui valore è precipitato del 60%. Il problema politico e sociale è latente. (…) Non dobbiamo ingannarci è in corso: una purga di grande ampiezza dell'economia… e le imprese che sopravviveranno saranno caratterizzate da una forza incrollabile. E' in Giappone che si può concretizzare il più grande rischio per l'economia mondiale dopo gli anni 30…” (Le Monde, 23 settembre).
Le cose sono chiare, per l'economia del Giappone e per la classe operaia di questo paese, il peggio deve ancora arrivare, i lavoratori giapponesi già duramente colpiti da questi ultimi dieci anni di stagnazione e ora dalla recessione, devono ancora subire molteplici piani di austerità, di licenziamenti massivi e un forte aumento del loro sfruttamento in un contesto in cui la crisi finanziaria s'accompagna fin da ora alla chiusura delle più importanti fabbriche. Ma non è questo che, nell'immediato, nel momento in cui la classe operaia mondiale non ha ancora finito di digerire la sconfitta ideologica che essa ha subito con il crollo del blocco dell'Est, preoccupa la maggior parte dei capitalisti. Ciò che comincia in maniera crescente a roderli, è la distruzione delle loro illusioni e la scoperta crescente delle prospettive catastrofiche della loro economia.
Verso una nuova recessione mondiale
Se ad ogni allarme passato gli “esperti” ci avevano abituato a dichiarazioni consolatrici del tipo “gli scambi commerciali con l'Asia del Sud-Est sono poco importanti”, “la Russia non ha un gran peso sull’economia mondiali”, “l'economia europea è stimolata dalla prospettiva dell'Euro”, “le fondamenta US sono buone”, ecc., attualmente il tono è cambiato! Il mini crac alla fine di agosto in tutte le grandi piazze finanziarie del globo ha ricordato che se a rompersi nella tempesta sono i rami più fragili dell'albero è proprio perché è il tronco che non trova più sufficienti energie dalle proprie radici per alimentare le sue parti più periferiche. Il cuore del problema è proprio nei paesi centrali, i professionisti della Borsa non si sono sbagliati. Dal momento che le proposte rassicuranti sono ogni volta sconfessate dai fatti, non è più possibile nascondere la verità. Fondamentalmente, si tratta ora per la borghesia di preparare poco a poco gli animi alle dolorose conseguenze sociali ed economiche di una recessione internazionale più che certa: “Una recessione su scala mondiale non è scongiurata. Le autorità americane hanno ritenuto opportuno rendere noto che seguivano gli avvenimenti da vicino (…) la probabilità di un rallentamento economico su scala mondiale non è trascurabile. Una gran parte dell'Asia è in recessione. Negli Stati-Uniti la caduta delle quotazioni potrebbe stimolare le famiglie ad aumentare il risparmio a detrimento delle spese di consumo, provocando un rallentamento economico.” (Le Soir, 2 settembre).
La crisi in Asia orientale ha già prodotto una svalutazione massiccia dei capitali attraverso la chiusura di centinaia di luoghi di produzione, attraverso la svalutazione di proprietà, i fallimenti di migliaia di imprese, e la caduta in miseria di decine di milioni di persone: ”il crollo più drammatico di un paese degli ultimi cinquanta anni”, è in questo modo che la Banca mondiale giudica la crisi in Indonesia. D'altra parte, il crollo improvviso delle Borse asiatiche era l'annuncio ufficiale dell'entrata in recessione nel secondo trimestre del 1998 della Corea del sud e della Malesia. Dopo il Giappone, Hong-Kong, l'Indonesia e la Tailandia, è quasi tutto il tanto vantato sud-est asiatico che crolla perché si prevede che anche Singapore entrerà in recessione alla fine dell'anno. Non resta che la Cina continentale e Taiwan che fanno eccezione, ma per quanto tempo ancora? Del resto, a proposito dell'Asia non si parla più di recessione, ma di depressione: “C'è depressione quando la caduta della produzione e quella degli scambi si accumulano ad un punto tale che le basi sociali dell'attività economica sono messe in discussione. A questo stadio, diventa impossibile presupporre un rovesciamento di tendenza e diventa difficile, se non inutile, intraprendere le classiche azioni di rilancio. Questa è la situazione che conoscono attualmente molti paesi dell'Asia, e che costituisce una minaccia per l'intera regione” (Le Monde Diplomatique, settembre 1998).
Se si coniugano le difficoltà economiche dei paesi centrali con la recessione della seconda economia mondiale -il Giappone- e con quella di tutta la regione del Sud-est asiatico, che si sommano agli effetti recessivi indotti dal crac della Russia sugli altri paesi dell'Est e dell'America latina (principalmente con la diminuzione del prezzo delle materie prime, tra cui il petrolio), il risultato è una contrazione del mercato mondiale che sarà alla base di una nuova recessione internazionale. Il FMI d'altra parte non si fa illusioni, ha già integrato l’effetto recessivo nelle sue previsioni e il calo si rivela enorme: la crisi finanziaria costerà il 2% di crescita mondiale in meno nel 1998 in rapporto al 1997 (4,3%), mentre il 1999 dovrebbe sopportare il grosso dello shock, una bazzecola per quello che doveva essere un epifenomeno senza importanza! Il secondo millennio, previsto essere il testimone della vittoria definitiva del capitalismo e del nuovo ordine mondiale comincerà verosimilmente con una crescita zero!
Continuità e limiti dei palliativi
Da più di trenta anni, la fuga in avanti in un indebitamento sempre più grande e uno scaricare gli effetti più devastanti della crisi sulla periferia, hanno permesso alla borghesia internazionale di rimandare le scadenze. Questa politica, ancora largamente usata oggi, produce dei segnali sempre più evidenti di asfissia. Il nuovo ordine finanziario che ha progressivamente rimpiazzato gli accordi di Bretton Woods del dopo guerra “si rivela oggigiorno fortemente costoso. I paesi ricchi (Stati Uniti, Unione europea, Giappone) ne hanno beneficiato, mentre i piccoli sono facilmente sommersi anche da un arrivo modesto di capitali” (John Llewellyn, Global economista capo presso la Lehman Brothers London).Con tale giro di vite, è sempre più difficile contenere gli effetti più devastanti della crisi margini del sistema economico internazionale. Il degrado e gli scossoni economici sono di una tale ampiezza che le ripercussioni si fanno inevitabilmente e direttamente sentire nel cuore stesso delle metropoli più potenti. Dopo il fallimento del terzo mondo, del blocco dell'Est e dell'Asia del sud-est, è ora la seconda potenza economica mondiale -il Giappone- che è in procinto di vacillare. A questo punto non è più il caso di parlare di problemi riguardanti la periferia del sistema, è uno dei tre poli che costituiscono il cuore del sistema che è colpito. Altro segno inequivocabile di questo esaurimento dei palliativi, è l'incapacità crescente delle istituzioni internazionali, come il FMI o la Banca mondiale -a cui si è fatto ricorso per evitare che si ripetessero gli scenari del 1929- a spegnere gli incendi che si moltiplicano ad intervalli sempre più ravvicinati nei quattro angoli del mondo. Questo si traduce concretamente in campo finanziario ne “l'incertezza dell'ultima risorsa creditrice: il FMI”. I mercati mormorano che il FMI non ha più risorse sufficienti per agire da pompiere: “Inoltre, gli ultimi sviluppi della crisi russa hanno mostrato che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) non era più disposto -capace dicono alcuni- a giocare sistematicamente da pompiere. La decisione del FMI e del gruppo dei sette paesi più industrializzati di non dare alla Russia un sostegno finanziario supplementare nell'ultima settimana, può essere considerato come fondamentale per l'avvenire della politica d'investimenti nei paesi emergenti (…) Traduzione: niente dice che il FMI interverrebbe finanziariamente per spegnere una crisi possibile in America latina o altrove. Ecco chi non rassicura gli investitori” (secondo AFP, Le Soir, 25 agosto). Sempre più, come la deriva del continente africano, la borghesia non avrà altra scelta che abbandonare pezzi interi della sua economia mondiale per isolare i focolai più incancreniti e preservare un minimo di stabilità su un territorio più ristretto.
Questa è una delle ragioni principali che giustifica l'accelerazione nella creazione di insiemi economici regionali (Unione europea, ALENA, ecc.). Inoltre, mentre, dal 1995, la borghesia dei paesi sviluppati lavora per dare nuova credibilità ai suoi sindacati allo scopo di tentare di inquadrare le lotte operaie che verranno, con l'Euro essa si prepara a tentare di resistere agli scossoni finanziari e monetari, cercando di stabilizzare quello che ancora funziona nell'economia mondiale. E' in questo senso che la borghesia europea parla dell'Euro come scudo. Un calcolo cinico comincia ad elaborarsi: per vedere se salvare o no un paese, il capitalismo internazionale fa il bilancio tra il costo dei mezzi che dovranno essere impiegati per salvare un paese o una regione e le conseguenze della sua bancarotta se nulla viene fatto. E' come dire che in futuro, la certezza che il FMI sarà sempre presente come “prestatore in ultima istanza” non è più data. Questa incertezza prosciuga i detti “paesi emergenti” dei capitali su cui essi avevano basato la loro “prosperità”, ipotecando in tal modo una possibile ripresa economica.
Il fallimento del capitalismo
Non è passato ancora molto tempo da quando il termine di “paesi emergenti faceva fremere di eccitazione i capitalisti del mondo intero che, in un mercato mondiale saturo, ricercavano disperatamente nuovi territori d'accumulazione per i loro capitali. Questi paesi erano la ciliegina sulla torta di tutti gli ideologi prezzolati che li presentavano come la prova stessa dell'eterna giovinezza del capitalismo che era sul punto di trovare in questi territori la nuova “boccata d’aria”. Oggi il termine evoca immediatamente il panico in borsa, e la paura che una nuova “crisi” venga ad abbattersi nei paesi centrali a partire da qualche regione “lontana”.
Ma la crisi non proviene da questa parte del mondo in particolare. Essa non è una crisi dei “paesi giovani”, ma una crisi di senilità, quella di un sistema entrato in decadenza circa 80 anni fa e che si scontra da allora senza sosta con le stesse insolubili contraddizioni: l'impossibilità di trovare sempre più sbocchi solvibili per le merci prodotte al fine di assicurare il proseguimento dell'accumulazione del capitale. Due guerre mondiali, fasi di crisi aperte distruttrici, di cui quella che viviamo da trent’anni, sono il prezzo pagato. Per “reggersi”, il sistema non ha cessato di barare con le sue stesse leggi. E la principale di questa truffa è la fuga in avanti in un indebitamento sempre più esorbitante.
L'assurdità della situazione in Russia, dove le banche e lo Stato “tengono bene” solo al prezzo di un debito esponenziale che li costringe ad indebitarsi sempre di più, e solo per pagare gli interessi di questi debiti accumulati, non è affatto una follia “russa”. E' l'insieme dell'economia mondiale che si mantiene in vita da decenni al prezzo della stessa fuga in avanti delirante, perché è la sola risposta che essa possa dare alle sue contraddizioni, perché è il solo mezzo per creare artificialmente nuovi mercati per i capitali e le merci. E' l'intero sistema mondiale che è basato su un enorme castello di carta che diventa sempre più fragile. I prestiti e gli investimenti massicci verso i paesi “emergenti”, essi stessi finanziati da altri prestiti, non sono stati che un mezzo per spostare la crisi del sistema e le sue contraddizioni esplosive dal centro verso la periferia. I crolli borsistici -1987, 1989, 1997, 1998- che ne sono un prodotto, esprimono la dimensione sempre più enorme del crollo del capitalismo.
Di fronte a questo sprofondamento brutale che si svolge sotto i nostri occhi, il problema non è sapere perché vi è una tale recessione ora, ma piuttosto perché essa non è arrivata molto prima. La sola risposta è che la borghesia, a livello mondiale, ha fatto di tutto per allontanare nel tempo tali scadenze barando con le leggi del suo stesso sistema. La crisi da sovrapproduzione, iscritta nelle previsioni del marxismo fin dal secolo scorso, non può trovare delle soluzioni reali negli imbrogli. E oggi, è ancora il marxismo che ribatte colpo su colpo questi esperti signori difensori del “liberalismo” e quei partigiani di “un controllo più stretto” degli aspetti finanziari. Né gli uni né gli altri possono salvare un sistema economico le cui contraddizioni esplodono lo stesso nonostante gli imbrogli. Solo il marxismo ha veramente analizzato come inevitabile questo fallimento del capitalismo, facendo di questa comprensione un'arma per la lotta degli sfruttati.
E quando bisogna pagare il conto, quando il fragile sistema finanziario crolla, le contraddizioni di fondo reclamano i loro “diritti”: caduta nella recessione, esplosione della disoccupazione, fallimento in serie di imprese e di settori industriali. In soli pochi mesi, in Indonesia ed in Tailandia, per esempio, la crisi ha spinto decine di milioni di persone nella miseria totale. La stessa borghesia lo riconosce e quando è obbligata a riconoscere tali fatti vuol dire che la situazione è veramente grave. E ciò non è affatto l’appannaggio dei paesi “emergenti”.
L'ora della recessione è suonata anche nei paesi centrali del capitalismo. I paesi più indebitati del mondo non sono d'altra parte né la Russia, né il Brasile, ma appartengono al cuore del capitalismo più sviluppato, a cominciare dagli Stati-Uniti. Il Giappone è ora entrato ufficialmente in recessione dopo due trimestri di crescita negativa, e si prevede che il suo PIL cada di più del l'1,5% per il 1998. La Gran Bretagna, che era presentata fino a poco tempo fa come un modello di “dinamismo” economico al pari degli Stati-Uniti, è oggi costretta, sotto le minacce inflazionistiche, a prevedere un “raffreddamento economico” ed “un aumento rapido della disoccupazione” (Liberation, 13 agosto). Gli annunci di licenziamenti si moltiplicano nell'industria (100 000 soppressioni di impiego su 1,8 milioni sono previsti nelle industrie meccaniche per i prossimi 18 mesi).
La prospettiva per l’economia capitalista mondiale è quella mostrataci dall’Asia. Mentre i piani di salvataggio e di risanamento avrebbero dovuto dare nuovo vigore a questi paesi, la realtà ha visto imporsi la recessione e la formazione di enormi tasche di disoccupazione e di fame.
Il capitalismo non ha soluzioni alla sua crisi e quest'ultima non ha limiti all'interno del sistema. Per questo la sola soluzione alla barbarie e alla miseria che esso impone all'umanità sta nel suo rovesciamento da parte della classe operaia. Per questa prospettiva, il proletariato del cuore del capitalismo, in particolare quello dell'Europa, a causa della sua concentrazione e della sua esperienza storica, ha una responsabilità decisiva verso i suoi fratelli di classe del resto del mondo.
MFP, settembre 1998.
1. Bisogna segnalare che all'assemblea generale annuale dell'ottobre del 1997, il FMI aveva considerato che il prossimo “paese a rischio” avrebbe potuto essere la Turchia. Evviva la lucidità dei più "qualificati" organismi della borghesia!
In più occasioni durante l’inverno dello scorso anno si è avuto modo di assistere nei due più grandi paesi dell’Europa occidentale a delle mobilitazioni sulla questione della disoccupazione. In Francia per parecchi mesi si sono avute sia delle manifestazioni di piazza nelle principali città sia occupazioni di luoghi pubblici (in particolare le sedi degli organismi incaricati di pagare le indennità ai disoccupati). In Germania, il 5 febbraio si sono svolte tutta una serie di manifestazioni indette dalle organizzazioni dei disoccupati e dai sindacati. La mobilitazione non ha avuto la stessa ampiezza di quella francese ma è stata abbondantemente riportata dai mezzi di informazione. La questione della disoccupazione è fondamentale per la classe operaia poiché questa costituisce una delle forme più importanti degli attacchi che essa subisce da parte del capitale in crisi. Nello stesso tempo, l’aumento ed il permanere della disoccupazione costituiscono una delle migliori prove del fallimento del sistema capitalista. Ed è proprio l’importanza di questa questione che si trova sullo sfondo delle manifestazioni cui stiamo assistendo.
La disoccupazione oggi e le sue prospettive
Oggi la disoccupazione investe dei settori enormi della classe operaia nella maggior parte dei paesi della terra. Nel terzo mondo, la percentuale della popolazione senza lavoro varia spesso tra il 30 ed il 50%: ed anche in un paese come la Cina che, nel corso degli ultimi anni era stata presentata dagli “esperti” come uno dei grandi campioni dello sviluppo, ci saranno almeno 200 milioni di disoccupati nel giro di due anni (1). Nei paesi dell’Europa dell’est appartenenti al vec-chio blocco russo, il crollo economico ha gettato in strada milioni di lavoratori e anche se, in qualche raro paese come la Polonia, un tasso di crescita molto sostenuto permette, al prezzo di salari miserevoli, di limitare i danni, nella maggior parte di questi paesi, in particolare in Russia, si assiste ad una vera pauperizzazione di enormi masse di operai costretti per sopravvivere a fare dei “piccoli lavori” squallidi come vendere sacchi di plastica nei sottopassaggi della metropolitana (2).
Nei paesi più sviluppati, anche se la situazione non è tragica come in quelli che si è appena citati, la disoccupazione di massa è divenuta una piaga della società. Per l’insieme della Comunità europea, il tasso ufficiale di “quelli che cercano un lavoro” in rapporto alla popolazione in età di lavoro è dell’ordine dell’11%, mentre era dell’8% nel 1990, cioè nel momento in cui il presidente americano Bush prometteva, con il crollo del blocco russo, una “era di prosperità”.
TASSI DI DISOCCUPAZIONE
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Paese |
Fine 1996 |
Fine 1997 |
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Germania |
9,3 |
11,6 |
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Francia |
12,4 |
12,3 |
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Italia |
11,9 |
12,3 |
|
Regno Unito |
7,5 |
5,0 |
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Spagna |
21,6 |
20,5 |
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Paesi bassi |
6,4 |
5,3 |
|
Belgio |
9,5 |
|
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Svezia |
10,6 |
8,4 |
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Canada |
9,7 |
9,2 |
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Stati Uniti |
5,3 |
4,6 |
Fonti: OCSE e ONU
Queste cifre del tasso di disoccupazione danno un’idea dell’importanza attuale di questa calamità. Meritano tuttavia di essere commentate.
In primo luogo, si tratta di cifre ufficiali calcolate secondo dei criteri che nascondono una considerevole proporzione di disoccupazione. Così non tengono conto (tra l’altro):
Ugualmente queste cifre non tengono conto della disoccupazione parziale, cioè di tutti quei lavoratori che non riescono a trovare un lavoro stabile a tempo pieno (per esempio i precari il cui numero è in continuo aumento da più di dieci anni). D’altronde, tutti questi fatti sono ben noti agli “esperti” dell’OCSE che, nella loro rivista per specialisti, sono obbligati a confessare che: “Il tasso classico di disoccupazione… non fornisce una misura totale del sotto impiego.” (3)
In secondo luogo, è importante comprendere il significato delle cifre che riguardano i “primi della classe”, che sono gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Per molti esperti queste cifre sarebbero la prova della superiorità del “modello anglosassone” rispetto agli altri modelli di politica economica. Così ci riempiono le orecchie con il fatto che negli Stati Uniti la disoccupazione raggiunge oggi dei tassi tra i più bassi da un quarto di secolo. E’ vero che l’economia americana conosce attualmente un tasso di crescita della produzione superiore a quello degli altri paesi sviluppati e che nel corso degli ultimi cinque anni ha creato 11 milioni di posti di lavoro, tuttavia è necessario precisare che la maggior parte di questi ultimi sono degli “impieghi Mac Donald”, cioè piccoli lavori precari e molto mal pagati che fanno sì che la miseria si mantenga a dei livelli mai conosciuti dagli anni 30 con il suo seguito di centinaia di migliaia di persone senza risorse e di milioni di poveri privi di ogni assistenza sociale.
Tutto ciò è chiaramente confessato da qualcuno che certo non può essere sospettato di voler denigrare gli Stati Uniti visto che si tratta del ministro del lavoro durante il primo mandato di Bill Clinton di cui è un vecchio amico personale: “Da venti anni una gran parte della popolazione americana conosce una stagnazione o una diminuzione dei salari reali, tenuto conto dell’inflazione. Per la maggioranza dei lavoratori la caduta è continuata malgrado la ripresa. Nel 1996 il salario medio reale si situava al disotto del livello del 1989, cioè prima dell’ultima recessione. Tra la metà del 1996 e la metà del 1997 non è aumentato che dello 0,3% mentre i redditi più bassi hanno continuato a diminuire. La proporzione di Americani considerati poveri, secondo la definizione e le statistiche ufficiali, è oggi superiore a quella del 1989.” (4)
Ciò detto, quello che i fautori del “modello” made in USA dimenticano anche in generale di precisare è che gli 11 milioni di nuovi posti di lavoro creati dall’economia americana corrispondevano ad un aumento di 9 milioni della popolazione in età da lavoro. Così, una gran parte dei risultati “miracolosi” di questa economia nel campo della disoccupazione è il risultato della messa in atto ad alti livelli degli artifizi, descritti più avanti, che permettono di mascherarla. D’altra parte, negli Stati Uniti il fatto è riconosciuto sia dalle più prestigiose riviste economiche che dalle stesse autorità politiche: “Il tasso di disoccupazione ufficiale negli Stati Uniti è divenuto progressivamente sempre meno descrittivo della reale situazione prevalente sul mercato del lavoro” (5). Questo articolo dimostra che “nella popolazione maschile tra i 16 ed i 55 anni, il tasso ufficiale di disoccupazione non riesce a comprendere come ‘disoccupati’ che il 37% dei senza lavoro; il restante 63%, benché essendo nel pieno delle forze è classificato come ‘non impiegato’, ‘al di fuori della popolazione attiva’.” (6)
Analogamente la pubblicazione ufficiale del ministero del Lavoro americano spiegava: “Il tasso ufficiale di disoccupazione è accettabile e ben conosciuto; tuttavia, concentrandoci troppo su questa sola misura, potremmo avere una visione deformata dell’economia degli altri paesi, paragonata a quella degli Stati Uniti (…). Sono necessari altri indicatori se si vuole interpretare in maniera intelligente le rispettive situazioni sui diversi mercati del lavoro.” (7)
In realtà sulla base di studi che non sono stati compiuti da abominevoli “sovversivi”, si può considerare che negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione del 13% è molto più vicino alla realtà di quello inferiore al 5% che è sbandierato dappertutto come prova del “miracolo americano”. Non potrebbe essere altrimenti visto che non sono considerati come disoccupati (secondo i criteri del BIT, Ufficio Internazionale del Lavoro) che quelli che:
Così, negli Stati Uniti, dove la maggior parte dei giovani fanno dei piccoli “lavoretti” non verrà considerato come disoccupato colui che, per pochi dollari, ha tagliato l’erba del prato del suo vicino o ha fatto il baby sitter la settimana precedente. Lo stesso varrà per colui che si è scoraggiato dopo mesi o anni di insuccessi nella ricerca del lavoro o della madre nubile che non è “immediatamente disponibile” perché ormai non esistono più degli asili collettivi.
La “success story” della borghesia britannica è ancora più falsa di quella della sua grande sorella di oltre Oceano. L’osservatore ingenuo si trova di fronte ad un paradosso: tra il 1990 ed il 1997 il livello di occupazione è diminuito del 4 % e tuttavia, durante lo stesso periodo, il tasso di disoccupazione ufficiale è passato dal 10% al 5%. Nei fatti come dice timidamente una istituzione finanziaria internazionale tra le più “serie”: “la diminuzione della disoccupazione inglese sembra dovuta complessivamente all’aumento della percentuale degli inattivi.” (8)
E per comprendere il mistero di questa trasformazione dei disoccupati in “inattivi” si può leggere ciò che scrive un giornalista del Guardian, giornale inglese che con difficoltà si classificherebbe nella stampa rivoluzionaria: “Quando Margaret Tatcher vinse la sua prima elezione, nel 1979, il Regno Unito contava 1,3 milioni di disoccupati ufficiali. A parità di metodo di calcolo, oggi ve ne dovrebbero essere un po’ più di 3 milioni. Un rapporto della Midland’s Bank, pubblicato recentemente, faceva una stima a 4 milioni, cioè il 14% della popolazione attiva – più che in Francia o in Germania.”
“… il governo britannico non conta più i senza lavoro, ma solo i beneficiari di una indennità di disoccupazione sempre più ridotta. Dopo aver cambiato 32 volte la maniera di censire i disoccupati, ha deciso di escludere centinaia di migliaia di loro dalle statistiche grazie al nuovo regolamento sulla indennità di disoccupazione, che sopprime il diritto al sussidio dopo sei mesi anziché dopo dodici.”
“La maggioranza degli impieghi creati sono degli impieghi a tempo parziale. Secondo gli ispettori del lavoro il 43% dei posti di lavoro creati tra l’inverno 1992-1993 e l’autunno 1996 erano a tempo parziale. Quasi un quarto dei 28 milioni di lavoratori sono impiegati per un lavoro di questo tipo. La proporzione non è che di un lavoratore su sei in Francia ed in Germania.” (9)
Le enormi menzogne che permettono alla borghesia dei due “campioni dell’occupazione” anglosassoni di inorgoglirsi godono negli altri paesi di un silenzio compiacente da parte dei numerosi “specialisti”, economisti e politici di ogni razza, ed in particolare da parte dei mezzi di informazione di massa (è solo in pubblicazioni molto confidenziali che viene svelato il segreto). La ragione è semplice: bisogna far radicare l’idea che le politiche praticate nel corso di questo ultimo decennio in questi paesi con una brutalità particolare, volte a ridurre i salari e la protezione sociale, a sviluppare la “flessibilità”, sono efficaci per limitare i guai della disoccupazione di massa. In altri termini bisogna convincere gli operai che i sacrifici sono “paganti” e che essi hanno tutto l’interesse ad accettare le imposizioni del capitale.
E poiché la borghesia non mette tutte le sue uova nello stesso paniere, quando comunque vuole, allo scopo di seminare ancora più confusione nella testa degli operai, illuderli affermando che può esistere un “capitalismo dal volto umano”, alcuni dei suoi uomini di fiducia si richiamano oggi all’esempio olandese (10). Anche in questo caso le cifre ufficiali della disoccupazione non vogliono dire nulla. Come in Gran Bretagna la diminuzione del tasso di disoccupazione è andata di pari passo con la diminuzione dell’impiego. Così il tasso di occupati (percentuale della popolazione in età attiva che lavora effettivamente) è passato dal 60% nel 1970 al 50,7% nel 1994.
Il mistero sparisce quando si constata che: “La percentuale dei posti di lavoro a tempo parziale sul numero totale è passata negli ultimi venti anni dal 15% al 36%. Ed il fenomeno si accelera, poiché (…) i nove decimi dei posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni totalizzano tra le 12 e le 36 ore per settimana.” (11) D’altra parte una considerevole proporzione della forza lavoro in eccesso è uscita dalle cifre della disoccupazione per entrare in quelle ancora più alte dell’invalidità. E’ ciò che nota l’OCSE quando scrive che: “Le stime di questa componente “disoccupazione nascosta” nelle persone in invalidità varia notevolmente, andando da poco più del 10% a circa il 50%.” (12)
Come dice l’articolo del Monde Diplomatique citato prima:
“A meno di immaginare una debolezza genetica che colpisce le persone di questo paese, e solo loro, come spiegare diversamente che il paese conta più inabili al lavoro che disoccupati?”
Evidentemente un tale metodo che permette ai padroni di “modernizzare” la loro fabbrica sbarazzandosi del loro personale più anziano e poco “malleabile” non ha potuto essere applicato che grazie ad un sistema di assicurazione sociale tra i più “generosi” del mondo. Ma nel momento in cui proprio questo sistema è radicalmente messo in discussione (come in tutti i paesi avanzati) sarà sempre più difficile per la borghesia camuffare in questo modo la disoccupazione. D’altra parte le nuove leggi esigono che siano le imprese che versino per cinque anni la pensione di invalidità il che porta a dissuaderle dal dichiarare “invalidi” i lavoratori di cui esse vogliono sbarazzarsi. Nei fatti, fin da ora, il mito del “paradiso sociale” rappresentato dai Paesi Bassi è seriamente scalfito quando si viene a sapere che, secondo un’inchiesta europea (citata dal The Guardian del 28 aprile 1997), il 16% dei ragazzi olandesi appartengono a famiglie povere, contro il 12% della Francia. Quanto al Regno Unito, paese del “miracolo”, questa cifra è del 32%!
Così non esiste eccezione alla crescita della disoccupazione massiccia nei paesi più sviluppati. Fin da ora in questi paesi, il tasso di disoccupazione reale (che deve in particolare tenere conto di tutti i lavori a tempo parziale non voluti come di tutti coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro) va dal 13% al 30% della popolazione attiva. Sono delle cifre che si avvicinano sempre più a quelle conosciute dai paesi avanzati all’epoca della grande “depressione” degli anni 1930. Nel corso di questo periodo, i tassi raggiunsero i valori del 24% negli Stati Uniti, del 17,5% in Germania e del 15% in Gran Bretagna. A parte il caso degli Stati Uniti, si nota che gli altri paesi non sono molto lontani dal raggiungere questi sinistri “record”. In alcuni paesi, la disoccupazione ha anche superato il livello degli anni 1930. E’ il caso in particolare della Svezia (8% nel 1933), dell’Italia (7% nel 1933) e della Francia (5% nel 1936, che è comunque probabilmente una cifra sottostimata). (13)
Infine non bisogna lasciarsi ingannare dal leggero arretramento dei tassi di disoccupazione del 1997 che è oggi sbandierato dalla borghesia (e che appare nella tabella riportata prima). Come si è visto le cifre ufficiali non significano granché e soprattutto, questa diminuzione, che è imputabile ad una “ripresa” della produzione mondiale nel corso degli ultimi anni, va rapidamente a lasciare il posto ad un nuovo aumento dal momento che l’economia mondiale va di nuovo a confrontarsi con una nuova recessione aperta come quelle che abbiamo conosciuto nel 1974, nel 1978, agli inizi del 1980 e agli inizi degli anni 1990. Una recessione aperta che è inevitabile per il fatto che il modo di produzione capitalista è assolutamente incapace di superare la causa di tutte le convulsioni che conosce da una trentina d’anni: la sovrapproduzione generalizzata, la sua incapacità storica di trovare una quantità sufficiente di mercati per la sua produzione. (14)
D’altronde l’amico di Clinton che abbiamo citato precedentemente è chiaro sull’argomento: “L’espansione è un fenomeno temporaneo. Gli Stati Uniti beneficiano attualmente di una crescita molto elevata, che trascina con sé una buona parte dell’Europa. Ma le perturbazioni sopravvenute in Asia, come l’indebitamento crescente dei consumatori americani lasciano pensare che la vitalità di questa fase del ciclo potrebbe non durare a lungo.”
Effettivamente questo “specialista” mette il dito, senza osare evidentemente andare fino in fondo nel suo ragionamento, sugli elementi fondamentali della situazione attuale dell’economia mondiale:
La disoccupazione di massa che deriva direttamente dalla incapacità del capitalismo a superare le contraddizioni che gli impongono le sue proprie leggi non può sparire, e nemmeno essere superata. Non può che aggravarsi inesorabilmente continuando a gettare masse crescenti di proletari nella miseria e la privazione più insopportabile.
Fabienne
1. “… la mano d’opera in sovrannumero nelle campagne oscilla tra i 100 ed i 150 milioni di persone. In città vi sono dai 30 ai 40 milioni di persone che sono in disoccupazione, totale o parziale. Senza contare, ben inteso, le folle di giovani che si preparano ad entrare nel mondo del lavoro. “ (“Paradossale modernizzazione della Cina”, Le Monde Diplomatique, Marzo 1997)
2. Le statistiche sulla disoccupazione in questo paese non vogliono dire niente di preciso. Così la cifra ufficiale era del 9,3% nel 1996 mentre, tra il 1986 ed il 1996, il PIL della Russia è diminuito di circa il 45%. In realtà una quantità molto elevata di operai passa le sue giornate sul posto di lavoro a non fare niente (a causa della mancanza di commesse per le loro fabbriche) in cambio di salari da miseria (al paragone molto più bassi delle indennità di disoccupazione dei paesi occidentali) che li obbligano a fare al nero un altro lavoro per poter sopravvivere.
3. Perspectives de l’emploi, (Prospettive di impiego), luglio 1993.
4. Robert B. Reich, “Un’economia aperta può preservare la coesione sociale?” in Bilan du Monde (Bilancio del Mondo), edizione del 1998.
5. “Disoccupazione e non-occupazione”, American Economic Review, maggio 1997.
6. “I senza lavoro negli Stati Uniti”, L’etat du monde 1998, Edizioni La Découverte, Parigi.
7. “Confronti internazionali di indicatori della disoccupazione”, Monthly Labor Review, Washington, marzo 1993.
8. Banca dei regolamenti internazionali, Rapporto annuale, giugno 1997.
9. Seumas Milne, “Come Londra manipola le statistiche”, Le Monde Diplomatique, maggio 1997.
10. “La Francia dovrebbe ispirarsi al modello economico olandese” (Jean Claude Trichet, governatore della Banca di Francia, citato da Le Monde Diplomatique del settembre 1997). “L’esempio della Danimarca e quello dei Paesi bassi dimostrano che è possibile ridurre la disoccupazione pur mantenendo dei salari relativi abbastanza stabili.” (Banca dei regolamenti internazionali, Rapporto annuale, giugno 1997)
11. “Miracolo o miraggio nei Paesi Bassi”, Le Monde Diplomatique, luglio 1997.
12. “Paesi Bassi 1995-1996”, Studi economici dell’OCSE, Parigi 1996.
13. Fonti: Encyclopaedia Universalis, articolo su “Le crisi economiche” e Maddison, “Crescita economica in Occidente”, 1981.
14. Vedere Revue Internationale n. 92, “Rapporto sulla crisi economica al 12° Congresso della CCI”.
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Trenta anni fa si svolgeva in Francia un grande movimento di lotta che vide in campo 10 milioni di lavoratori in sciopero per circa un mese. E' ben difficile che i giovani compagni che oggi si avvicinano alle posizioni rivoluzionarie sappiano cosa successe in quel mese di tanti anni fa. E questo non per loro colpa. In realtà la borghesia ha sempre mistificato il significato profondo di quegli avvenimenti e gli storici borghesi (di destra o di sinistra non fa differenza) lo hanno sempre presentato come la ”rivolta studentesca", la più importante di un movimento che si ebbe anche in Italia, negli USA, e un po' in tutti i paesi più industrializzati. Non c'è da meravigliarsi. La borghesia cerca da sempre di nascondere agli occhi del proletariato le proprie lotte passate, e quando non ci riesce fa di tutto per mistificarle, per presentarle come altra cosa rispetto alle manifestazioni dell'antagonismo storico e irriducibile della principale classe sfruttata della nostra epoca e la classe dominante e responsabile di questo sfruttamento. Oggi la borghesia sta addirittura cercando di snaturare il significato della Rivoluzione d'ottobre, presentata come il colpo di Stato dei bolscevichi assetati di sangue e di potere invece che per quello che fu veramente: il più grandioso tentativo di una classe sfruttata di dare “l'assalto al cielo", di prendere il potere politico per cominciare a trasformare la società in senso comunista, cioè verso l'abolizione di ogni sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Lo fa per esorcizzare il pericolo che la memoria storica costituisce come arma per il proletariato. E proprio perché per il proletariato la conoscenza delle proprie esperienze passate è indispensabile per preparare le battaglie presenti e future, tocca ai rivoluzionari, all'avanguardia politica di questa classe, ricordarle e riproporle all'insieme del proletariato.
Gli avvenimenti del Maggio '68
Trenta anni fa, il 3 maggio, veniva organizzata all’interno della Sorbona, a Parigi, una assemblea di alcune centinaia di studenti da parte dell’UNEF (un sindacato studentesco) e del “Movimento del 22 marzo” (Formato alla Facoltà di Nanterre, nella periferia parigina, qualche settimana prima).
I discorsi teorici del leader gauchistes non avevano niente di particolarmente esaltante, ma a un certo punto una voce si propaga: “Occidente sta per attaccare”. Questo movimento di estrema destra dà quindi alla polizia il pretesto per “interporsi” tra i due schieramenti. Si trattava in realtà di spezzare l’agitazione studentesca che da qualche settimana si sviluppava a Nanterre, semplice manifestazione della rabbia degli studenti, legata a motivi diversi, dalla contestazione al baronato universitario, alla rivendicazione di una maggiore libertà individuale e sessuale nella vita interna dell’Università.
E tuttavia “l’impossibile si era verificato”; per parecchi giorni l’agitazione prosegue al quartiere latino. Ogni sera essa aumenta di un poco: ogni manifestazione, ogni incontro raccoglierà un po’ più di gente della volta precedente: diecimila, trentamila, cinquantamila persone. Gli scontri con la polizia sono anch’essi sempre più violenti. Nelle piazze i giovani operai si uniscono alla lotta malgrado l’ostilità apertamente dichiarata del PCF, che getta fango sugli “arrabbiati” e sull’”anarchico tedesco” Daniel Cohn-Bendit; la CGT (sindacato di obbedienza stalinista) per non essere completamente scavalcata è costretta a “riconoscere” il movimento di scioperi operai che si sviluppa spontaneamente e che si generalizza rapidamente: 10 milioni di scioperanti scuotono il torpore della 5^ Repubblica e segnano in maniera eclatante il risveglio del proletariato mondiale.
Lo sciopero scoppiato il 14 maggio a Sud-Aviation, che si è esteso spontaneamente, prende da subito un carattere radicale rispetto a quelle che erano state fino ad allora le “azioni” organizzate dai sindacati. Nei settori essenziali della metallurgia e dei trasporti lo sciopero è quasi generale. I sindacati sono scavalcati da un’agitazione che si distacca dalla loro politica tradizionale e da un movimento che prende da subito un carattere esteso e spesso poco preciso, ispirato, com’era, da una inquietudine profonda anche se poco “cosciente”.
Negli scontri che si verificano un ruolo importante è giocato dai disoccupati, quelli che la stampa borghese chiama i “declassati”. Ora, questi “declassati”, questi “deviati” sono proletari a tutti gli effetti. Infatti sono proletari non solo gli operai e i licenziati, ma anche quelli che non hanno ancora potuto lavorare e sono già disoccupati. Essi sono il prodotto tipico della decadenza del capitalismo: nella disoccupazione di massa che colpisce i giovani si mostra uno dei limiti storici del capitalismo che, a causa della sovrapproduzione generalizzata, è diventato incapace di integrare le nuove generazioni nel processo di produzione.
Ma questo movimento sviluppatosi al di fuori dei sindacati, e in una certa misura contro di essi, poiché rompe con i metodi di lotta che essi avevano predicato in ogni occasione, è presto oggetto delle attenzioni dei sindacati che fanno di tutto per riprenderne il controllo.
Fin dal venerdì 17 maggio la CGT diffonde dappertutto un volantino che precisa bene i limiti che essa intende dare alla sua azione: da una parte delle rivendicazioni di tipo tradizionale accoppiate ad accordi tipo quelli di Matignon del giugno 1936 che garantiscono l’esistenza di sezioni sindacali di fabbrica; dall’altra un appello a un cambiamento di governo, cioè elezioni. Diffidenti nei confronti dei sindacati durante lo sciopero, scoppiato al di fuori di questi ed esteso spontaneamente, gli operai hanno tuttavia agito, durante lo sciopero, come se essi trovassero normale che i sindacati si potessero incaricare di porvi fine.
Costretto a seguire il movimento per non perderne il controllo, il sindacato riesce nel suo intento e comincia allora un doppio lavoro, con l'aiuto prezioso del PCF: da un lato comincia i negoziati con il governo, dall'altro invita alla calma, a non turbare il sereno svolgimento delle elezioni, facendo circolare anche, con discrezione, voci di un possibile colpo di Stato, di movimenti di truppe alla periferia delle città. In realtà, benché presa di sorpresa, benché spaventata dalla radicalità del movimento, la borghesia non aveva nessuna intenzione di passare alla repressione militare. Essa sapeva bene che questo avrebbe rilanciato il movimento, mettendo fuori gioco i ”conciliatori" sindacali, costringendola ad un bagno di sangue che sarebbe stato un prezzo troppo alto che avrebbe poi dovuto scontare in seguito. E in realtà le sue forze di repressione la borghesia le aveva già messo in campo, non tanto i CRS che disperdevano ed attaccavano le manifestazioni e le barricate, ma i poliziotti di fabbrica sindacali, ben più abili e pericolosi di quelli in divisa, perché svolgono il loro sporco lavoro di divisione tra le fila stesse degli operai.
La prima operazione di polizia il sindacato la realizza favorendo l'occupazione delle fabbriche, riuscendo cioè a chiudere gli operai sui loro luoghi di lavoro, togliendo loro la possibilità di riunirsi, discutere, confrontarsi nelle piazze.
Il 27 maggio il sindacato annuncia di aver firmato un accordo con il governo (gli accordi di Grenelle).
Alla Renault, prima fabbrica del paese, il segretario generale della CGT è fischiato dagli operai che considerano che la loro lotta è stata svenduta. Dappertutto gli operai assumono lo stesso atteggiamento: il numero di scioperanti aumenta ancora. Molti operai strappano le tessere sindacali.
Perciò sindacati e governo si dividono il lavoro. La CGT, che ha immediatamente sconfessato gli accordi di Grenelle che aveva già sottoscritto, dichiara che bisogna “aprire negoziati settore per settore per avere dei miglioramenti”. Il governo e il padronato accettano il gioco, facendo qualche importante concessione in alcuni settori, il che permette di ottenere una ripresa del lavoro. Allo stesso tempo, il 30 maggio, De Gaulle accetta la richiesta dei partiti di sinistra: scioglie il Parlamento e indice nuove elezioni. Lo stesso giorno centinaia di migliaia di gaullisti sfilano per gli Champs Elisés; raggruppamento eterogeneo di tutti quelli che hanno un odio viscerale per la classe operaia e i “comunisti”: abitanti dei quartieri nobili e militari in pensione, suore e portinaie, piccoli commercianti, tutto questo bel mondo sfila dietro i ministri di De Gaulle, con André Malraux alla testa (lo scrittore antifascista molto noto per il suo impegno nella guerra di Spagna del 1936).
Anche i sindacati si dividono il lavoro al loro interno: alla CFDT (sindacato cristiano) tocca il compito di vestirsi da “radicale”, al fine di conservare il controllo degli operai più combattivi. La CGT si distingue invece nel ruolo di “spezzasciopero”. Nelle assemblee essa propone la fine dello sciopero, sostenendo che gli operai delle fabbriche vicine hanno già ripreso il lavoro, il che è una menzogna.
Il PCF, a sua volta, chiama alla “calma”, a un “atteg-giamento responsabile” (agitando anche lo spettro della guerra civile e della repressione poliziesca) per non turbare le elezioni che si dovevano tenere il 23 e il 30 giugno. Queste si concludono con una schiacciante vittoria della destra, cosa che scoraggia ancora di più gli operai più combattivi che avevano proseguito lo sciopero fino ad allora.
Lo sciopero generale, malgrado i suoi limiti, ha contribuito con il suo immenso slancio alla ripresa generale della lotta di classe. Dopo una serie ininterrotta di passi indietro, dopo il suo schiacciamento alla fine dell’ondata rivoluzionaria degli anni 1917-23, gli avvenimenti di maggio-giugno 1968 costituiscono una svolta decisiva, non solo in Francia, ma nel mondo intero. Gli scioperi hanno scosso non solo il potere dominante, ma anche quelli che costituiscono il suo supporto più efficace e più difficile da abbattere: la sinistra e i sindacati.
Un “movimento degli studenti"?
Passata la sorpresa e il panico iniziali, la borghesia si è impegnata a trovare delle spiegazioni per questi avvenimenti che rimettessero a posto la sua tranquillità. Non ci si deve meravigliare quindi che la sinistra utilizza il movimento degli studenti per esorcizzare il vero spettro che si leva davanti agli occhi della borghesia impaurita, il proletariato, e che limiti gli avvenimenti sociali a una semplice contesa ideologica tra generazioni. Il Maggio 68 è presentato come il risultato del disorientamento della gioventù di fronte alle inadeguatezze del mondo moderno.
E’ più che evidente che il maggio 68 è effettivamente marcato da una decomposizione certa dei valori dell’ideologia dominante, ma questa rivolta “culturale” non è la causa reale del conflitto. In effetti Marx ci ha mostrato, nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica che “con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere costatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo.”
Tutte le manifestazioni di crisi ideologica trovano le loro radici nella crisi economica, non il contrario. E’ lo stato della crisi che determina il corso delle cose. Il movimento studentesco è certo una espressione della decomposizione generale dell’ideologia borghese. Esso è l’annunciatore di un movimento sociale più fondamentale. Ma per il posto che l’università assume nel sistema di produzione essa ha solo eccezionalmente un legame con la lotta di classe.
Maggio 68 non fu un movimento degli studenti e dei giovani, fu innanzitutto il movimento della classe operaia che risorgeva dopo decenni di controrivoluzione. E lo stesso movimento studentesco fu spinto alla radicalizzazione da questa stessa presenza della classe operaia.
Gli studenti infatti non sono una classe, e meno ancora uno strato sociale rivoluzionario. Anzi, essi sono spesso i veicolatori della peggiore ideologia borghese. Se nel 68 migliaia di giovani furono influenzati dalle idee rivoluzionarie fu proprio perché in campo era scesa l'unica classe rivoluzionaria della nostra epoca, la classe operaia.
Con questa sua discesa in campo, la classe operaia faceva giustizia anche di tutte quelle teorie che ne avevano decretato la “morte" per “imborghesimento", per “integrazione nel sistema capitalista". Come spiegare altrimenti che queste teorie, fino ad allora ampiamente maggioritarie proprio nell’ambiente universitario in cui erano nate grazie ai Marcuse, Adorno e compagnia, svanirono come neve al sole, e gli stessi studenti si rivolgevano alla classe operaia, anche se proponendosi come sue ”mosche cocchiere" ?
E come spiegare ancora che negli anni successivi gli studenti, benché continuando ad agitarsi per gli stessi motivi di allora, hanno smesso di proclamarsi rivoluzionari?
No, il maggio 68 non fu la rivolta della gioventù contro le ”inadeguatezze del mondo moderno", non fu la rivolta delle coscienze, ma il primo sintomo di uno sconvolgimento sociale che aveva radici ben più profonde che non il mondo della sovrastruttura, ma che pescavano nella crisi del modo di produzione capitalista.
Lungi dal costituire il trionfo delle teorie marcusiane, il maggio 68 ne decretò la morte per mancanza di alimento, le seppellì nel mondo fantasioso delle ideologie da cui erano state partorite.
No, l'inizio della ripresa storica della lotta della classe operaia
Lo sciopero generale di 10 milioni di operai in un paese centrale del capitalismo segnava la fine del periodo di controrivoluzione apertosi con la sconfitta dell'ondata rivoluzionaria degli anni venti e proseguito e approfondito dall'azione contemporanea del fascismo e dello stalinismo. La metà degli anni sessanta segnava la fine del periodo di ricostruzione apertosi dopo la Seconda Guerra mondiale e l'inizio di una nuova crisi generalizzata del sistema capitalista.
I primi colpi di questa crisi colpirono una nuova generazione di operai che non aveva conosciuto la demoralizzazione della sconfitta degli anni venti e che era cresciuta nel mito del boom economico. La crisi colpiva allora ancora molto leggermente, ma la classe operaia cominciava a sentire che qualcosa cambiava:
“Un sentimento di insicurezza sul futuro si sviluppa tra gli operai e soprattutto fra i giovani. Questo sentimento è tanto più vivo in quanto era praticamente sconosciuto agli operai francesi dopo la guerra.
(...) Le masse hanno sempre più fortemente la sensazione che la prosperità è finita. L’indifferenza e il menefreghismo, le caratteristiche tanto ricordate degli operai degli ultimi 15 anni, cedono il passo a una inquietudine sorda e crescente.
(...) Bisogna riconoscere che una tale esplosione si basa su una lunga accumulazione di un malcontento reale, legato alla situazione economica e lavorativa, che si riscontra nelle masse anche se un osservatore superficiale non se ne rende conto.” (1)
Ed in effetti non era un osservatore superficiale che poteva capire ciò che avveniva nel profondo del mondo capitalista di allora. Non a caso un gruppo, radicale ma senza solide basi marxiste, come l'Internazionale Situazionista, scriveva, a ridosso degli avvenimenti del maggio 68, che:
“Non si poteva notare nessuna tendenza alla crisi economica... Lo scoppio rivoluzionario non era venuto da una crisi economica... Quello che è stato attaccato di faccia nel Maggio è l’economia capitalista in buona salute” (2)
La realtà era ben diversa e gli operai cominciavano a percepirla sulla loro pelle.
Dopo il 1945 l’aiuto degli Stati Uniti permise il rilancio della produzione in Europa che paga in parte i suoi debiti cedendo le sue imprese alle compagnie americane. Ma dopo il 1955 gli USA cessano il loro aiuto “gratuito”. La bilancia commerciale di questi è in avanzo, mentre quella della maggioranza degli altri paesi è in deficit. I capitali americani continuano a essere investiti rapidamente in Europa più che nel resto del mondo, il che equilibra la bilancia dei pagamenti dei paesi europei, ma squilibra quella americana. Questa situazione porta a un indebitamento crescente del tesoro americano, giacchè i dollari emessi e investiti in Europa o nel resto del mondo costituiscono un debito degli USA rispetto ai detentori di questa moneta. A partire dagli anni sessanta questo debito estero sorpassa le riserve d’oro del tesoro americano, ma questa assenza di copertura del dollaro non basta ancora a mettere gli Stati Uniti in difficoltà finchè gli altri paesi sono ancora indebitati rispetto agli USA. Questi possono allora continuare ad appropriarsi del capitale del resto del mondo pagando con della carta.
La situazione si rovescia con la fine della ricostruzione nei paesi europei. Questa si manifesta con la riacquistata capacità delle economie europee di lanciare sul mercato internazionale dei prodotti concorrenti di quelli americani: verso la metà degli anni sessanta le bilance commerciali della maggioranza dei paesi prima assistiti diventano positive, mentre, dopo il 1964, quella degli Stati Uniti non smette di peggiorare. A partire da allora la ricostruzione dei paesi europei è conclusa, l’apparato produttivo diventa eccedente e trova di fronte a sè un mercato saturo, costringendo le borghesie nazionali ad accrescere le condizioni di sfruttamento del loro proletariato per fare fronte all’aumentare della concorrenza internazionale.
La Francia non sfugge a questa situazione e durante il 1967 la sua situazione economica deve far fronte alla inevitabile ristrutturazione capitalista: razionalizzazione e aumento della produttività non possono che provocare un aumento della disoccupazione. E infatti all’inizio del 1968 il numero dei disoccupati supera i 500.000. La cassa integrazione è applicata in numerose fabbriche e provoca reazioni tra gli operai. Numerosi scioperi scoppiano, scioperi limitati e ancora inquadrati dai sindacati, ma che manifestano un malessere certo. Questo anche perché la diminuzione dei posti di lavoro capita tanto più a sproposito in un momento in sui sul mercato del lavoro si presenta questa generazione frutto della esplosione demografica che ha seguito la fine della seconda guerra mondiale.
In aggiunta alla disoccupazione, il padronato cerca di abbassare il livello di vita degli operai. Un attacco concertato è portato alle condizioni di vita e di lavoro dalla borghesia e dal suo governo. In tutti i paesi industriali la disoccupazione si sviluppa sensibilmente, le prospettive economiche si incupiscono, la concorrenza internazionale si fa più accanita. La Gran Bretagna, alla fine del 1967, procede a una prima svalutazione della sterlina al fine di rendere i suoi prodotti più competitivi. Ma questa misura è annullata dalla successiva svalutazione delle monete di tutta un’altra serie di paesi. La politica di austerità imposta dal governo laburista dell’epoca è particolarmente severa: riduzione massiccia della spesa pubblica, ritiro delle truppe britanniche dall’Asia, blocco dei salari, prime misure protezioniste. Gli Stati Uniti, principale vittima dell’offensiva europea non mancano di reagire con forza: all’inizio del 1968 Johnson annuncia misure economiche e a marzo, in risposta alle svalutazioni delle monete concorrenti, il dollaro cala a sua volta.
E’ questo il quadro economico di fondo che precede il maggio ‘68.
Un movimento rivendicativo ma non solo
E' questa la situazione in cui si svolgono gli avvenimenti del maggio 68. Una situazione economica deteriorata che genera una reazione nella classe operaia.
Certo, altri fattori contribuirono alla radicalizzazione della situazione: la repressione poliziesca contro gli studenti e le manifestazioni operaie, la guerra del Vietnam. Contemporaneamente erano tutti i miti del capitalismo del dopoguerra che venivano messi in crisi: il mito della democrazia, della prosperità economica, della pace. E' una situazione che crea una crisi sociale a cui la classe operaia dà la sua prima risposta.
Una risposta sul piano economico ma non solo. Gli altri elementi della crisi sociale, il discredito dei sindacati e delle forze di sinistra tradizionali spingono migliaia di giovani e di operai a porsi problemi più generali, a ricercare delle risposte alle cause profonde del malcontento e della disillusione.
Si viene così a creare una nuova generazione di militanti che si avvicinano alle posizioni rivoluzionarie. Si torna a rileggere Marx, Lenin, a studiare il movimento operaio del passato. La classe operaia non ritrova solo la sua dimensione di lotta in quanto classe sfruttata ma mostra anche la sua natura di classe rivoluzionaria.
La maggior parte di questi nuovi militanti viene ingabbiata nelle false prospettive dei vari gruppi gauchistes perdendosi poi per la strada. In effetti, se il sindacalismo era stata l'arma con cui la borghesia era riuscita ad ingabbiare il movimento di massa degli operai, il gauchisme è l'arma con cui vengono bruciate molti dei militanti che si erano formati nella lotta.
Ma molti altri riescono a trovare le organizzazioni autenticamente rivoluzionarie, quelle che rappresentavano la continuità storica con il movimento operaio del passato, i gruppi della Sinistra Comunista. Se alcuni di questi non riescono a cogliere in pieno il significato degli avvenimenti, restandone ai margini (e lasciando così il campo libero al gauchisme), altri piccoli nuclei seppero invece raccogliere queste nuove energie rivoluzionarie dando luogo a nuove organizzazioni e a un nuovo lavoro di raggruppamento dei rivoluzionari.
Una ripresa storica lunga e tortuosa
Gli avvenimenti del maggio 68 non costituirono che l'inizio della ripresa storica della lotta di classe, la rottura del periodo di controrivoluzione e l'apertura di un nuovo corso della storia verso lo scontro decisivo tra le classi antagoniste della nostra epoca: il proletariato e la borghesia.
Un inizio clamoroso, che trovò la borghesia momentaneamente impreparata, ma che doveva scontrarsi in seguito con la reazione di questa e con l'inesperienza della nuova generazione operaia che si era affacciata sulla scena della storia.
Questo nuovo corso storico trovò conferma negli avvenimenti internazionali che seguirono al maggio francese.
Non possiamo qui ricordare tutti gli episodi di lotta di classe che si sono succeduti al maggio francese, ci limitiamo a citarne alcuni dei più significativi per mettere in evidenza la dinamica che si era aperta con gli avvenimenti di maggio.
Nel 1969 scoppia il grande movimento di scioperi conosciuti in Italia come "l'autunno caldo", una stagione di lotte che prosegue per qualche anno in cui gli operai scavalcano i sindacati, costruiscono loro organismi per la direzione della lotta, si scontrano con i poliziotti di fabbrica, i sindacati, e quelli di strada, i poliziotti in divisa. Una ondata di lotte che ebbe il limite di restare isolata nelle singole fabbriche, in cui era forte l'illusione che con la lotta "dura" in fabbrica si poteva "piegare il padrone". Con questi limiti, finendo la spinta alla lotta, i sindacati riuscirono a riprendere il loro posto in fabbrica ripresentandosi con la nuova veste degli "organismi di base" costituiti dai Consigli di fabbrica, in cui si affrettarono a confluire tutti quegli elementi gauchistes che durante la fase alta del movimento avevano giocato a fare i rivoluzionari e che ora trovavano la loro sistemazione come bonzi sindacali.
Gli anni 70 vedono altri movimenti di lotta che si realizzano in tutto il mondo industrializzato: in Italia (ferrovieri, ospedalieri), in Francia (LIP, Renault, Longwy e Denain), in Spagna, in Portogallo e altrove, gli operai fanno i conti con un sindacato che nonostante la sua nuova veste, "più vicina alla base", continua a mostrarsi come il difensore degli interessi capitalisti e il sabotatore delle lotte proletarie.
Nel 1980 in Polonia la classe operaia mette a profitto l'esperienza sanguinosa che aveva fatto negli scontri precedenti del 1970 e 1976, organizzando uno sciopero di massa che blocca l'intero paese. Questo formidabile movimento degli operai polacchi, che mostra agli occhi del mondo intero la forza del proletariato, la sua capacità a prendere in mano le lotte, ad organizzarsi autonomamente attraverso le sue assemblee generali (gli MKS) per estendere la lotta in tutto il paese, costituisce un incoraggiamento per la classe operaia di tutti i paesi.
E’ il sindacato Solidarnosc, creato dalla borghesia (con l’aiuto dei sindacati occidentali) per inquadrare, controllare e deviare il movimento, che alla fine consegna gli operai polacchi, piedi e mani legati, alla repressione del governo Jaruzelski. Questa sconfitta provoca un profondo disorientamento nelle fila del proletariato mondiale e ci vorranno due anni per digerirla.
Durante gli anni ottanta i proletari mettono a profitto tutta l'esperienza del decennio precedente del sabotaggio sindacale. Nuove lotte scoppiano ancora in tutti i principali paesi e i lavoratori cominciano a prendere in mano le loro lotte creando organismi specifici. I ferrovieri in Francia, i lavoratori della scuola in Italia, danno vita a lotte che si basano su organismi controllati dal basso, attraverso le assemblee generali degli scioperanti.
Di fronte a questa maturazione della lotta di classe la borghesia è costretta a rinnovare le proprie armi sindacali: è in questi anni che si sviluppa una nuova forma di sindacalismo "di base" (Coordinations in Francia, Cobas in Italia), sindacati mascherati che riprendono le forme degli organismi che i lavoratori si erano dati nelle lotte per ricondurli nell'alveo di contenuti sindacali (delega permanente, negoziati, scioperi dimostrativi, corporativismo, ecc.).
Anche se abbiamo fatto solo uno schizzo di quanto è successo nei due decenni successivi al maggio francese, crediamo che questo basti a dimostrare che il maggio francese non era stato un incidente della storia o francese, ma solo l'inizio di una nuova fase storica in cui la classe operaia rompeva con la controrivoluzione e si riproponeva sulla scena della storia per intraprendere il lungo cammino del confronto con il capitale.
Una ripresa storica della lotta di classe lunga e difficile
Se la nuova classe operaia del dopoguerra era riuscita a rompere il periodo di controrivoluzione grazie al fatto di non aver vissuto direttamente la demoralizzazione della sconfitta degli anni venti essa era tuttavia inesperta e questa ripresa storica della lotta di classe doveva mostrarsi lunga e difficile.
Abbiamo già visto le difficoltà a fare i conti con gli organismi sindacali e con il loro ruolo di difensori del capitale. Tuttavia è stato un avvenimento storico importante ed imprevisto che ha reso ancora più difficile e lunga questa ripresa: il crollo del blocco dell'Est.
Espressione dell'erosione provocata dalla crisi economica, questo crollo ha tuttavia implicato un riflusso nella coscienza proletaria, un riflusso ampiamente sfruttato dalla borghesia per cercare di riguadagnare il terreno perso negli anni precedenti.
Attraverso l'identificazione dello stalinismo con il comunismo, la borghesia ha presentato il crollo di questo come il "fallimento del comunismo", lanciando alla classe operaia un messaggio semplice, ma forte: la lotta operaia non ha prospettive, perchè non esiste alternativa valida al capitalismo. Questo sarà anche un sistema con molti difetti, ma è "l'unico dei mondi possibili".
Questa campagna ha provocato nella coscienza operaia un riflusso molto più profondo e lungo di quello che si era manifestato tra le ondate di lotta precedenti. In effetti questa volta non si era trattato di un movimento finito male, di un sabotaggio sindacale che era riuscito a frenare un movimento di lotta. Era la possibilità stessa di una prospettiva più di lungo termine che veniva messa in discussione.
Tuttavia la crisi, che era stata il detonatore del ripresa storica della lotta di classe, era sempre lì e colpiva il livello di vita egli operai con sempre più violenza.
Perciò nel 1992 la classe operaia è costretta a tornare a lottare, con il movimento di scioperi contro il governo Amato in Italia, seguito da altre lotte in Belgio, Germania, Francia, ecc. Una ripresa della combattività in una classe operaia che tuttavia non aveva superato il riflusso della coscienza. Perciò questa ripresa non riesce a congiungersi con il livello raggiunto alla fine degli anni ottanta: la classe deve un po' riprendere da capo.
E la borghesia non è rimasta a guardare, non ha lasciato che il proletariato sviluppasse le sue lotte da solo e attraverso esse riprendesse fiducia e capacità di ricongiungersi con le esperienze del passato.
Già nell'autunno del 1994,in Italia, profittando di avere al governo una compagine particolarmente discreditata, il governo Berlusconi, la borghesia rivitalizza i suoi sindacati e li mette alla testa della lotta contro la legge finanziaria di lacrime e sangue che Berlusconi voleva far passare.
Con ancora più forza e capacità di manovra la borghesia organizza lo sciopero della funzione pubblica dell'autunno 1995 in Francia: attraverso una grande campagna di stampa a livello internazionale questo sciopero viene additato come la capacità del sindacato di organizzare la lotta operaia e difendere gli interessi del proletariato.
Una manovra simile viene provata ancora in Belgio e Germania, con il risultato di una ricredibilizzazione internazionale dei sindacati che possono così svolgere il loro ruolo di sabotatori della combattività operaia.
Ma non è solo su questo terreno che la borghesia manovra. Essa lancia anche una serie di campagne finalizzate a spingere gli operai sul terreno della difesa della democrazia (e dunque dello Stato borghese): Mani pulite in Italia, l'affare Dutroux in Belgio, campagne antirazziste in Francia, tutti avvenimenti che ricevono un grande risalto sui mezzi di informazione per convincere i lavoratori di tutto il mondo che i problemi sono altri rispetto alle volgari rivendicazioni economiche, che essi devono stringersi intorno ai loro rispettivi Stati per difendere la democrazia, la giustizia pulita e altre fesserie di questo genere.
Infine, in particolare negli ultimi due anni, è la memoria storica della classe che la borghesia ha cercato di distruggere, discreditando la storia della lotta di classe e le organizzazioni che ad essa si rifanno.
Prima si è attaccata la Sinistra Comunista presentandola come la prima ispiratrice del "negazionismo" (il filone storico che nega l’esistenza dei lager nazisti) (3).
Poi si è passati allo snaturamento del vero e profondo significato della Rivoluzione di ottobre, presentata come un colpo di Stato dei bolscevichi, cercando di cancellare così la grandiosa ondata rivoluzionaria degli anni venti, in cui la classe operaia, sebbene sconfitta, dimostrò di essere capace di attaccare il capitalismo come modo di produzione e non solo di difendersi dal suo sfruttamento. In due enormi libri, originariamente scritti in Francia e Gran Bretagna, ma già tradotti in altri paesi, si continua con la mistificazione dell'identificazione dello stalinismo con il comunismo, attribuendo a quest'ultimo tutti i crimini dello stalinismo (4).
Ma l'avvenire appartiene sempre al proletariato
Se la borghesia si preoccupa tanto di deviare la lotta della classe operaia, di snaturare la sua storia, di discreditare le organizzazioni che difendono la prospettiva rivoluzionaria della classe operaia, è perchè essa sa che il proletariato non è sconfitto, che nonostante tutte le difficoltà attuali la strada è ancora aperta verso degli scontri aperti in cui la classe operaia potrà arrivare di nuovo a mettere in discussione il potere borghese. E la borghesia sa anche che l'aggravarsi della crisi e i sacrifici che essa impone ai lavoratori spingerà questi a ingaggiarsi sempre più nella lotta. Ed è in questa lotta che i proletari ritroveranno fiducia in se stessi, che sapranno imparare a riconoscere la natura dei sindacati e attrezzarsi per trovare nuove e autonome forme di organizzazione.
Una nuova fase si sta aprendo, una fase in cui la classe operaia ritroverà la strada aperta trenta anni fa con il grandioso sciopero generale del maggio francese.
Helios
1. Révolution Internationale, vecchia serie, n. 2, 1969
2. "Enragés et Situationnistes dans le mouvement des occupations", Internationale Situationniste, 1969.
3. Vedi Révue Internationale nn. 88 e 89.
4. Vedi Révue Internationale n. 92.
Nel numero 89 del nostro organo internazionale Revue Internationale (di cui pubblichiamo in lingua italiana periodicamente solo una selezione di articoli) abbiamo pubblicato un articolo in risposta a quello di Revolutionary Perspectives N°5 (pubblicazione della Communist Workers’ Organisation – CWO) dal titolo «Sette, menzogne e la prospettiva perduta della CCI». Non potendo, per mancanza di spazio, trattare tutti gli aspetti affrontati dalla CWO, ci siamo limitati a rispondere ad uno solo dei problemi posti: l’idea secondo la quale la prospettiva delineata dalla CCI per l'attuale periodo storico sarebbe completamente fallita. Noi abbiamo messo in evidenza come le affermazioni della CWO si basavano essenzialmente su di una profonda incomprensione delle nostre posizioni e soprattutto su di una totale assenza di un quadro di analisi del periodo attuale. Assenza di quadro che è, d’altra parte, rivendicata con fierezza dalla CWO e dal BIPR (Bureau Internazionale per il Partito Rivoluzionario, a cui questo gruppo è affiliato), nella misura in cui si considera che è impossibile per un'organizzazione rivoluzionaria identificare la tendenza dominante nel rapporto di forza tra proletariato e borghesia, ovvero se ci sia un corso verso scontri di classe crescenti o verso la guerra imperialista. In realtà, il rifiuto del BIPR di prendere in considerazione il fatto che per i rivoluzionari sia possibile -e necessario- identificare la natura del corso storico, trae le sue origini dalle condizioni stesse in cui si è costituita, alla fine della 2a guerra mondiale, l’altra organizzazione del BIPR ed ispiratrice delle sue posizioni politiche: il Partito Comunista Internazionalista (PCInt ). In un altro articolo «Le radici politiche della debolezza organizzativa della CCI», pubblicato sul n. 15 della rivista teorica in lingua inglese del BIPR, Internationalist Communist (IC), questa organizzazione ritorna sul problema delle origini del PCInt e di quelle della CCI. Nel presente articolo parleremo essenzialmente di questo argomento.
La grande debolezza dei due testi (della CWO e del BIPR) sta nel fatto che non si menziona mai l’analisi sviluppata dalla CCI sulle difficoltà organizzative da essa affrontate in quest'ultimo periodo (1): agli occhi del BIPR queste non possono che sorgere da debolezze di ordine programmatico o da una errata valutazione della situazione mondiale attuale. Incontestabilmente, tali questioni possono essere fonti di difficoltà per una organizzazione comunista. Ma tutta la storia del movimento operaio ci dimostra che i problemi legati alla struttura ed al funzionamento dell’organizzazione sono questioni politiche in senso stretto e che debolezze in questo campo, più ancora che su punti programmatici o di analisi, hanno delle conseguenze di primo piano, spesso drammatiche, sulla vita delle formazioni rivoluzionarie. Bisogna forse ricordare ai compagni del BIPR, che peraltro si richiamano alle posizioni di Lenin, l’esempio del 2° congresso del Partito Operaio Socialdemocratico di Russia , nel 1903, dove è proprio sul problema dell’organizzazione (e non su punti programmatici o di analisi del periodo) che si è determinata la scissione tra bolscevichi e menscevichi? Di fatto, l’incapacità attuale del BIPR di fornire un'analisi sulla natura del corso storico trae le sue origini in larga misura dagli errori politici che riguardano la questione dell’organizzazione, e più particolarmente la questione del rapporto tra frazione e partito. E’ quanto risulta ancora una volta dall’articolo di I.C. Per evitare di essere accusati dai compagni del BIPR di falsificare le loro posizioni, riportiamo una lunga citazione del loro articolo:
«La CCI è stata costituita nel 1975 ma la sua storia risale alla Sinistra Comunista di Francia (GCF), un minuscolo gruppo che si era formato nel corso della 2a guerra mondiale ad opera dello stesso elemento ("Marc") che negli anni '70 avrebbe poi fondato la CCI. La GCF si basava essenzialmente sul rigetto della formazione del Partito Comunista Internazionalista in Italia dopo il 1942 da parte degli antenati del BIPR.
La GCF affermava che il Partito Comunista Internazionalista non costituiva un avanzamento in rapporto alla vecchia Frazione della Sinistra Comunista che era andata in esilio in Francia durante la dittatura di Mussolini. La GCF si era appellata ai membri della Frazione affinché non raggiungessero il nuovo Partito che era stato costituito da rivoluzionari come Onorato Damen , scarcerato con il crollo del regime di Mussolini. Si argomentava ciò con il fatto che la controrivoluzione che si era abbattuta sugli operai dopo la loro sconfitta negli anni '20 continuava ancora e che, perciò, non vi era la possibilità di creare un partito rivoluzionario negli anni '40. Con il crollo del fascismo in Italia e la trasformazione dello Stato italiano in un campo di battaglia tra i due fronti imperialisti, la grande maggioranza della Frazione italiana in esilio raggiunse il Partito Comunista Internazionalista (PCInt) puntando sul fatto che la combattività operaia non sarebbe rimasta limitata al Nord Italia via via che la guerra si avvicinava alla sua fine. L’opposizione della GCF non ebbe alcun impatto in questa epoca ma costituì il primo esempio delle conseguenze dei ragionamenti astratti che costituiscono oggi uno dei tratti metodologici della CCI. Oggi la CCI afferma che dalla 2a guerra mondiale non scaturì alcuna rivoluzione e che ciò costituisce la prova che la GCF aveva ragione. Ma questa ignora il fatto che il PCInt era la creazione più riuscita della classe operaia rivoluzionaria dopo la Rivoluzione russa e che, malgrado un mezzo secolo di dominazione capitalista che ne è seguito, essa continua ad esistere e ad accrescersi oggi.
La GCF, d’altra parte, ha spinto le sue astrazioni "logiche" un poco più avanti. Essa ha considerato che, poiché la controrivoluzione era sempre dominante, la rivoluzione proletaria non era all’ordine del giorno. E se ciò era vero doveva scoppiare una nuova guerra imperialista! Il risultato fu che la direzione si trasferì in America del Sud e la GCF scomparve durante la guerra di Corea. La CCI è sempre stata un pò imbarazzata dalla rivelazione delle capacità di comprensione del "corso storico" dei suoi antesignani. Tuttavia la sua risposta è stata sempre quella di prendere la questione alla larga. Quando la vecchia GCF, durante gli anni '60, è ritornata in una Europa notevolmente preservata, invece di riconoscere che il PCInt. aveva sempre avuto ragione in rapporto alle sue prospettive e alla sua concezione dell’organizzazione, ha cercato di denigrare il PCInt. affermando che esso era "sclerotico" ed "opportunista" ed affermando pubblicamente che esso era "bordighista" (…Un’accusa che è stata poi costretta a ritirare). Tuttavia, anche dopo essere stata costretta a questa ritrattazione, la sua politica di denigrazione dei possibili "rivali" (per riprendere i termini della stessa CCI) non è finita e adesso la CCI tenta di sostenere che il PCInt. ha "lavorato tra i partigiani" (ovvero che aveva appoggiato le forze borghesi che tentavano di ristabilire uno Stato democratico italiano). Questa è una calunnia vile e nauseante. In realtà dei militanti del PCInt. erano stati assassinati per ordine diretto di Palmiro Togliatti (Segretario generale del Partito Comunista Italiano) per aver tentato di combattere il controllo degli stalinisti sulla classe operaia guadagnandosi un credito presso dei partigiani».
Questo passaggio, che affronta le storie rispettive della CCI e del BIPR, merita una risposta di fondo, apportando anche degli elementi storici. Tuttavia, per la chiarezza del dibattito, è opportuno cominciare a rettificare alcuni argomenti che denotano o malafede o una ignoranza penosa da parte del redattore dell’articolo.
Qualche rettifica e qualche precisazione
Cominciamo dalla questione dei partigiani, che provoca una così forte indignazione nei compagni del BIPR da spingerli a considerarci dei "calunniatori" e dei "vigliacchi". Effettivamente noi abbiamo detto che il PCInt. aveva "lavorato tra i partigiani". Ma ciò non è affatto una calunnia, è la pura verità. E’ vero o non è vero che il PCInt. ha inviato alcuni dei suoi militanti e dei suoi quadri nei ranghi dei partigiani? Questo è un fatto che non si può nascondere. Inoltre, il PCInt. rivendica questa politica, a meno che esso non abbia cambiato posizione dopo che il compagno Damen scriveva, a nome dell’Esecutivo del PCInt. nell’autunno del 1976, che il suo partito poteva "presentarsi con tutte le carte in regola" evocando "questi militanti rivoluzionari che facevano un lavoro di penetrazione nei ranghi partigiani per diffondervi i principi e le tattiche del movimento rivoluzionario e che, per questo impegno, sono anche andati a pagare con la propria vita" (2). Al contrario, noi non abbiamo mai affermato che questa politica consisteva "nell’appoggiare le forze che cercavano di ristabilire uno Stato democratico italiano". Noi abbiamo trattato più volte questa questione sulla nostra stampa (3) - e ci ritorneremo ancora nella seconda parte di questo articolo - ma se abbiamo criticato impietosamente gli errori commessi dal PCInt. in occasione della sua costituzione, non lo abbiamo però mai confuso con le organizzazioni trotzkiste, ed ancor meno con quelle staliniste. Piuttosto che protestare, i compagni del BIPR avrebbero fatto meglio a fornire le citazioni che provocano la loro collera. In attesa che lo facciano, noi pensiamo che sia preferibile che essi lascino perdere la loro indignazione e con essa i loro insulti.
Un altro punto su cui è necessario apportare una rettifica ed una precisione riguarda l’analisi del periodo storico fatta dalla GCF all’inizio degli anni '50 e che ha motivato la partenza dall’Europa di un certo numero dei suoi membri. Il BIPR si sbaglia quando pretende che la CCI sia imbarazzata da questa questione e che risponda "prendendola alla larga". Così, nell’articolo dedicato alla memoria del nostro compagno Marc (Revue Internationale n° 66) scriviamo:
«Questa analisi, la si trova principalmente nell’articolo "L’evoluzione del capitalismo e la nuova prospettiva" pubblicato da Internationalisme n° 46 (…). Questo testo, redatto nel maggio del 1952 da Marc, costituisce in qualche modo il testamento politico della GCF. In effetti, Marc lascia la Francia per il Venezuela nel giugno del 1952. Questa partenza corrisponde ad una decisione collettiva della GCF che, di fronte alla guerra di Corea, reputa che una 3a guerra mondiale tra il blocco americano ed il blocco russo sia ormai inevitabile a breve scadenza (come viene detto nel testo in questione). Una tale guerra, che devasterebbe principalmente l’Europa, rischierebbe di distruggere completamente i pochi gruppi comunisti esistenti -e principalmente la GCF- che sono sopravvissuti alla precedente guerra mondiale. La "messa al riparo" fuori dall’Europa di un certo numero di militanti non corrisponde dunque alla preoccupazione della loro sicurezza personale (…) ma alla preoccupazione di preservare la sopravvivenza della stessa organizzazione. Tuttavia, la partenza per un altro continente dell'elemento più esperto e maturo infliggerà alla GCF un colpo fatale i cui elementi rimasti in Francia, malgrado la corrispondenza che Marc intrattiene con loro, non riescono, in un periodo di profonda controrivoluzione, a mantenere in vita l’organiz-zazione. Per delle ragioni che non possiamo qui riportare, la 3a guerra mondiale non è scoppiata. E’ chiaro che questo errore di analisi è costato la vita della GCF (e questo è probabilmente l’errore, tra quelli commessi dal nostro compagno durante il corso della sua vita di militante, che ha avuto le più gravi conseguenze)».
D’altronde, quando abbiamo ripubblicato il testo su citato (fin dal 1974 nel n° 8 del Bollettino di studio e di discussione di RI, antesignano della Revue Internationale), noi abbiamo ben precisato:
«Internationalisme aveva ragione ad analizzare il periodo che è seguito alla 2a guerra mondiale come una continuazione del periodo di reazione e di riflusso della lotta di classe del proletariato (…). Aveva ancora ragione ad affermare che, con la fine della guerra, il capitalismo non sarebbe uscito dal suo periodo di decadenza, che tutte le contraddizioni che hanno condotto il capitalismo alla guerra sarebbero rimaste ed avrebbero inesorabilmente spinto il mondo verso nuove guerre. Ma Internationalisme non ha colto o non ha messo sufficientemente in evidenza la fase di "ricostruzione" possibile nel ciclo: crisi-guerra-ricostruzione-crisi. E’ per questa ragione e nel contesto della pesante atmosfera della guerra fredda USA-URSS dell’epoca che Internationalisme non vedeva la possibilità di rinascita del proletariato che all'interno ed in seguito ad una 3a guerra».
Come si può vedere, la CCI non ha mai "preso alla larga" questi problemi e non si è mai "imbarazzata" nell’evocare gli errori della GCF (anche in un periodo in cui il BIPR non stava ancora là a ricordarglieli). Detto ciò, il BIPR ancora una volta ci da prova di non aver capito la nostra analisi sul corso storico. L’errore della GCF non consiste in una valutazione sbagliata del rapporto di forza tra le classi, ma nel fatto di aver sottovalutato la tregua che la ricostruzione aveva dato all’economia capitalista, permettendole di sfuggire alla crisi aperta per più di venti anni e dunque d’attenuare alquanto l’ampiezza delle contraddizioni imperialiste tra i blocchi. Queste ultime potevano allora restare contenute nel quadro di guerre locali (Corea, Medio Oriente, Vietnam, ecc.). Se in questa epoca la guerra mondiale non ha potuto avere luogo non è stato grazie al proletariato (il quale rimaneva paralizzato ed imbrigliato dalle forze di sinistra del capitale) ma solo perché essa non si imponeva ancora al capitalismo.
Dopo aver fatto queste precisazioni, è necessario ritornare su di un "argomento" che sembra stare a cuore al BIPR (poiché lo impiega già nell’articolo di polemica di RP n°5): quello che riguarda la taglia "minuscola" della GCF. In realtà, il riferimento al carattere "minuscolo" della GCF viene posto in contrapposizione alla "creazione della classe operaia rivoluzionaria più riuscita dopo la rivoluzione russa", e cioè al PCInt, che all’epoca contava parecchie migliaia di membri. Il BIPR vuole così forse dimostrare che la ragione della "più grande riuscita" del PCInt stava nel fatto che le sue posizioni erano più corrette di quelle della GCF?
Se questa è la prova, è piuttosto inconsistente. Tuttavia, al di là della povertà di tale argomento, l'analisi del BIPR tocca delle questioni di fondo dove si situano alcune delle divergenze fondamentali tra le nostre due organizzazioni. Per affrontare queste questioni di fondo, bisogna ritornare sulla storia della Sinistra Comunista d’Italia. Perché se era vero che la GCF era un gruppo "minuscolo", era altrettanto vero che essa era la vera continuatrice di questa corrente storica a cui si rifanno il PCInt. ed il BIPR.
Qualche elemento di storia della Sinistra italiana
La CCI ha pubblicato un libro, La Sinistra comunista d’Italia, che presenta la storia di questa corrente. Ci soffermiamo qui solo per sottolineare qualche aspetto importante di questa storia.
La corrente della Sinistra italiana, che si era costituita attorno ad Amadeo Bordiga ed alla Federazione di Napoli come Frazione «astensionista» all’interno del PSI, è stata all’origine della fondazione del Partito Comunista d’Italia nel 1921 al Congresso di Livorno ed ha assunto la direzione di questo partito fino al 1925. Come altre correnti di sinistra all'interno dell’Internazionale Comunista (come la Sinistra tedesca o la Sinistra olandese), essa ha reagito, molto prima dell’Opposizione di sinistra di Trotsky, contro la deriva opportunista dell’Internazionale. In particolare, contrariamente al trotzkismo che si richiamava integralmente ai primi 4 congressi dell’Internazionale, la Sinistra italiana rigettava alcune posizioni adottate dal 3°e dal 4° Congresso, ed in particolare la tattica del «Fronte Unito». Su molti aspetti, ed in particolare sulla natura capitalista dell’URSS o sulla natura definitivamente borghese dei sindacati, le posizioni della Sinistra tedesco-olandese erano all’inizio molto più giuste di quelle della Sinistra italiana. Tuttavia, il contributo al movimento operaio della Sinistra comunista d’Italia si è rivelato più fecondo di quello di altre correnti della Sinistra Comunista nella misura in cui questa era stata capace di comprendere meglio due questioni essenziali:
· il riflusso e la sconfitta dell’ondata rivoluzionaria;
· la natura dei compiti delle organizzazioni rivoluzionarie in una tale situazione.
In particolare, essendo cosciente della necessità di una rimessa in discussione delle posizioni politiche che erano state invalidate dall’esperienza storica, la Sinistra italiana aveva la preoccupazione di avanzare con molta prudenza, cosa che le ha evitato di «gettare il bambino con l’acqua sporca» contrariamente a quanto fatto dalla Sinistra olandese che ha finito per considerare «l’ottobre del 1917» come una rivoluzione borghese ed a rigettare la necessità di un partito rivoluzionario. Ciò non ha impedito alla Sinistra italiana di far proprie alcune posizioni che erano state elaborate precedentemente dalla Sinistra tedesco-olandese.
La repressione crescente del regime mussoliniano, soprattutto a partire dalle leggi speciali del 1926, costrinse la maggior parte dei militanti della Sinistra comunista d’Italia all’esilio. E’ dunque all’estero, principalmente in Francia ed in Belgio, che questa corrente ha proseguito una attività organizzata. Nel febbraio del 1928 è stata fondata a Pantin, nelle vicinanze di Parigi, la Frazione di Sinistra del Partito comunista d’Italia. Quest’ultima ha tentato di partecipare allo sforzo di discussione e di raggruppamento delle differenti correnti di Sinistra che erano state espulse dalla Internazionale in degenerazione, tra cui la figura più conosciuta era quella di Trotsky. In particolare, la Frazione aveva come obiettivo la pubblicazione di una rivista di discussione comune a queste differenti correnti. Tuttavia, essendo stata esclusa dall’Opposizione della Sinistra internazionale, nel 1933 essa decise di pubblicare una propria rivista, Bilan, in lingua francese, pur continuando a pubblicare Prometeo in lingua italiana.
Non passeremo in rivista le posizioni della Frazione né l'evoluzione di questa. Ci limiteremo a ricordare una delle sue posizioni essenziali su cui fondava la sua esistenza: quella sul rapporto tra partito e frazione.
Questa posizione è stata progressivamente elaborata dalla Frazione alla fine degli anni '20 ed all’inizio degli anni '30 quando si trattava di definire quale politica conveniva portare avanti nei confronti dei partiti comunisti in via di degenerazione.
A grandi tratti, si può così riassumere tale posizione. La Frazione di Sinistra si forma in un momento in cui il partito del proletariato tende a degenerare, vittima dell’opportunismo, cioè della penetrazione dell’ideologia borghese al suo interno. E’ responsabilità della minoranza che mantiene il programma rivoluzionario di lottare in maniera organizzata per far trionfare tale programma all’interno del partito. O la Frazione riesce a far trionfare i suoi principi ed a salvare il partito, o quest’ultimo prosegue il suo corso degenerativo e finisce per passare, armi e bagagli, nel campo della borghesia. Il momento del passaggio del partito proletario nel campo borghese non è facile da determinare. Tuttavia, uno degli indici più significativi di tale passaggio è il fatto che non possa più apparire vita politica proletaria al suo interno. La Frazione di Sinistra ha la responsabilità di condurre la lotta all’interno del partito finché esiste una speranza che questo possa essere raddrizzato: e perciò che negli anni 1920 e all'inizio degli anni 1930, non sono le correnti di sinistra che si sono separate dai partiti dell’Internazionale Comunista ma sono stati questi ultimi ad espellerle, spesso con manovre sordide. Detto ciò, una volta che un partito del proletariato è passato nel campo della borghesia, non c’è possibilità che esso possa tornare indietro. Necessariamente, il proletariato dovrà far sorgere un nuovo partito per riprendere il suo cammino verso la rivoluzione e il ruolo della Frazione è proprio quello di costituire un «ponte» tra il vecchio partito passato al nemico ed il futuro partito del quale essa dovrà elaborare le basi programmatiche e costituire l’ossatura. Il fatto che, dopo il passaggio del partito nel campo borghese, non possa esistere vita proletaria al suo interno significa anche che è completamente inutile, e pericoloso, per i rivoluzionari praticare «l’entrismo» che costituiva una delle «tattiche» del trotzkismo e che la Frazione ha sempre rigettato. Voler mantenere una vita proletaria in un partito borghese - dunque sterile per le posizioni di classe - non ha mai avuto altro risultato che quello di accelerare la degenerazione opportunista delle organizzazioni che vi hanno provato e non di raddrizzare in nessun modo tale partito. Quanto al "reclutamento" che questi metodi hanno prodotto, esso è stato sempre particolarmente confuso, corrotto dall’opportunismo e non ha mai potuto condurre ad una avanguardia per la classe operaia.
Di fatto, una delle differenze fondamentali tra la Frazione italiana ed il trotzkismo sta nel fatto che la Frazione, nella politica di raggruppamento delle forze rivoluzionarie, anteponeva sempre la necessità della più grande chiarezza, del più grande rigore programmatico, anche se essa rimaneva aperta alla discussione con tutte le altre correnti che avevano ingaggiato la lotta contro la degenerazione della Internazionale Comunista. Al contrario la corrente trotzkista ha cercato di costituire delle organizzazioni in maniera precipitosa, senza una discussione seria ed una decantazione preliminare delle posizioni politiche, puntando essenzialmente su accordi tra "personalità" e sull’autorità acquisita da Trotsky come uno dei principali dirigenti della rivoluzione del 1917 e dell’IC alla sua origine.
Un’altra questione che ha contrapposto il trotzkismo alla Frazione italiana era quella del momento in cui bisognava formare un nuovo partito. Per Trotsky ed i suoi compagni, la questione della fondazione del nuovo partito era posta immediatamente all’ordine del giorno da quando il vecchio partito era perso per il proletariato. Per la Frazione, la questione era molto chiara:
“La trasformazione della Frazione in partito è condizionata da due elementi intimamente legati (4):
1. L’elaborazione, da parte della frazione, di nuove posizioni politiche capaci di dare un quadro solido alle lotte del proletariato per la Rivoluzione in una nuova fase più avanzata (…).
2. Il rovesciamento dei rapporti di classe del sistema attuale (…) con lo scoppio di movimenti rivoluzionari che potranno permettere alla Frazione di riprendere la direzione delle lotte nella prospettiva dell'insurrezione” (“Verso l’Internazionale 2 e ¾?”, Bilan n°1, 1933).
Perché i rivoluzionari siano capaci di stabilire in maniera corretta quale è la loro responsabilità in un certo momento, è necessario che essi identifichino in maniera chiara il rapporto di forze tra le classi e il senso dell’evoluzione di tale rapporto. Uno dei grandi meriti della Frazione è giustamente quello di aver saputo identificare la natura del corso storico durante gli anni '30: dalla crisi generale del capitalismo, con il peso della controrivoluzione operante sulla classe operaia, non poteva venire fuori che una nuova guerra mondiale.
Questa analisi ha dimostrato tutta la sua importanza al momento della guerra di Spagna. Mentre la maggior parte delle organizzazioni che si richiamavano alla sinistra dei partiti comunisti vedono negli avvenimenti di Spagna una ripresa rivoluzionaria del proletariato mondiale, la Frazione capisce che, malgrado il coraggio e l’alta combattività espressa dal proletariato spagnolo, questo era caduto nella trappola dell’ideologia antifascista portata avanti da tutte le organizzazioni che avevano una certa influenza su di esso (la CNT anarchica, l’UGT socialista, come i partiti comunisti, socialisti ed il POUM, un partito socialista di sinistra che partecipava al governo borghese della «Generalitat»). La Frazione comprende che i proletari sono destinati a servire da carne da cannone in uno scontro tra settori della borghesia (quello «democratico» contro quello «fascista»), che rappresenta il preludio della guerra mondiale che di lì a poco sarebbe inevitabilmente scoppiata. In questa occasione, nella Frazione si forma una minoranza che pensa che in Spagna la situazione restava «obiettivamente rivoluzionaria» e che, a disprezzo di ogni disciplina organizzativa e rifiutando il dibattito che gli proponeva la maggioranza, si arruola nelle brigate antifasciste del POUM (5) e si esprime anche nelle colonne del giornale dell’organizzazione. La Frazione è obbligata a prendere atto della scissione della minoranza che alla fine del 1936, al suo ritorno dalla Spagna (6), va ad integrare i ranghi dell’Union Communiste, un gruppo che aveva rotto a sinistra, all’inizio degli anni 1930, con il trotzkismo ma che raggiunse questa corrente qualificando come «rivoluzionari» gli avvenimenti di Spagna e promuovendo un «antifascismo critico».
Così, in compagnia di un certo numero di comunisti di sinistra olandesi, la Frazione italiana è la sola organizzazione che abbia mantenuto una posizione di classe intransigente di fronte alla guerra imperialista che si sviluppava in Spagna (7). Malauguratamente, alla del 1937, Vercesi che è il principale teorico ed animatore della Frazione comincia ad elaborare una teoria secondo la quale i diversi scontri militari che si erano prodotti nella seconda metà degli anni ‘30 non costituivano i preparativi di un nuovo macello imperialista generalizzato ma delle «guerre locali» destinate a prevenire, attraverso i massacri operai, la minaccia proletaria impellente. Secondo questa «teoria» il mondo si trovava dunque alla vigilia di una nuova ondata rivoluzionaria e la guerra mondiale non era più all’ordine del giorno nella misura in cui l’economia di guerra era in grado, da sola, di superare la crisi capitalista. Solo una minoranza della Frazione, a cui apparteneva il nostro compagno Marc, fu allora capace di non lasciarsi trascinare in questa deriva che rappresentava una sorte di rivalsa postuma della minoranza del 1936. La maggioranza decide di interrompere la pubblicazione della rivista Bilan e di sostituirla con Octobre (il cui nome è conforme alla «nuova prospettiva»), organo del Bureau Internazionale delle Frazioni di Sinistra (italiana e belga), che intende pubblicare in tre lingue. In effetti, anziché «fare di più» come la supposta «nuova prospettiva» lo esigeva, la Frazione è incapace di mantenere il suo lavoro dall’inizio: Octobre, contrariamente a Bilan, apparve in maniera irregolare ed unicamente in francese; numerosi militanti, disorientati da questa rimessa in causa delle posizioni della Frazione, cadono nella demoralizzazione o dimissionano.
La Sinistra italiana durante la seconda guerra mondiale e la formazione della GCF
Quando scoppia la seconda guerra mondiale, la Frazione è disarticolata. Più ancora che la repressione da parte della polizia «democratica» prima e della Gestapo poi (parecchi militanti, tra i quali Mitchell - principale animatore della Frazione belga - vengono deportati ed uccisi), è il disorientamento politico e l’impreparazione di fronte ad una guerra mondiale non prevista che stanno alla base di tale sbandata. Da parte sua, Vercesi proclama che con la guerra il proletariato è diventato «socialmente inesistente», che ogni lavoro di frazione è divenuto inutile e che conviene quindi sciogliere le frazioni (decisione che è presa dal Bureau Internazionale delle frazioni), cosa che contribuisce ulteriormente a paralizzare la Frazione. Tuttavia, il nucleo di Marsiglia, costituito da militanti che si erano opposti alle concezioni revisioniste di Vercesi prima della guerra, prosegue un lavoro paziente per ricostituire la frazione, un lavoro particolarmente difficile per la repressione e per la mancanza di mezzi materiali. Delle sezioni sono ricostituite a Lione, Tolone ed a Parigi. Dei contatti sono presi in Belgio. A partire dal 1941 la Frazione italiana «ricostituita» tiene delle conferenze annuali, nomina una Commissione Esecutiva e pubblica un Bollettino internazionale di discussione. Parallelamente si costituisce nel 1942, sulle posizioni della Frazione italiana, il Nucleo francese della Sinistra Comunista , a cui partecipa Marc, membro della CE della FI e che si dà come prospettiva la costituzione della Frazione francese.
Quando nel 1942-43 si sviluppano, nel Nord dell’Italia, grandi scioperi operai che determinano la caduta di Mussolini ed il rimpiazzo di quest’ultimo con l’ammiraglio filo-alleati Badoglio (scioperi che si ripercuotono in Germania tra gli operai italiani sostenuti da scioperi di operai tedeschi), la Frazione reputa che, coerentemente con la sua posizione di sempre, «il corso della trasformazione della frazione in partito in Italia è aperto». La sua conferenza dell’agosto 1943 decide di riprendere il contatto con l’Italia e chiede ai militanti di prepararsi a farvi ritorno appena possibile. Tuttavia questo ritorno non fu possibile, in parte per delle ragioni materiali e in parte per ragioni politiche dovute al fatto che Vercesi e una parte della Frazione belga erano contrari considerando che gli avvenimenti italiani non avrebbero rimesso in causa «l’inesistenza sociale del proletariato». Alla conferenza di maggio del 1944, la Frazione condanna le teorie di Vercesi (8). Tuttavia quest’ultimo non termina qui la sua deriva. Nel settembre del 1944 egli partecipa, a nome della Frazione (ed in compagnia di un altro membro di quest’ultima, Pieri) alla costituzione della «Coalizione antifascista» di Bruxelles a fianco dei partiti democratico cristiano, «comunista», repubblicano, socialista e liberale e che pubblica il giornale L’Italia di Domani sulle cui colonne si trovano appelli alla sottoscrizione finanziaria per sostenere lo sforzo di gue