Rivista Internazionale - 2000

Anni 2000-2009

Rivista Internazionale n° 23

Massacri in Cecenia: ipocrisia e complicità nella barbarie capitalista

Le guerre si susseguono alle guerre. Dopo il Kosovo, Timor Est. Dopo Timor Est, la Cecenia. Tutti rivaleggiano nell’orrore e nei massacri. Il conflitto tra l’esercito russo e le milizie cecene è particolarmente sanguinario e tragico per la popolazione della Cecenia. “L’ultimo bilancio da parte cecena è di 15.000 morti; 38.000 feriti ; 22.000 rifugiati; 124 villaggi completamente distrutti; ai quali si aggiungono 280 villaggi distrutti all’80%. Dicono che 14.500 bambini sono mutilati e 20.000 orfani” (1) (The Guardian, 20/12/99).

Il paese è devastato, raso al suolo, distrutto; la popolazione affamata, esiliata, dispersa, disperata. Per misurare l’ampiezza della catastrofe “umanitaria” in proporzione alla popolazione, queste cifre, per un paese come gli Stati Uniti, equivarrebbero a 2 milioni di morti, 5 milioni di feriti, mutilati e storpiati e 28 milioni di rifugiati! E queste cifre drammatiche sono certamente ancora aumentate.

Ad esse bisogna aggiungere le perdite russe il cui numero, secondo il Comitato delle madri dei soldati russi, arriva come minimo a 1.000 morti e 3.000 feriti (Moscou Times, 24/12/99).

I sopravvissuti della popolazione civile sono o sotterrati nelle cave di Gronzy distrutte dai bombardamenti, senza acqua, senza cibo, senza riscaldamento, vivendo come dei topi terrorizzati; o rifugiati nelle città e nei villaggi devastati sotto il giogo delle varie bande mafiose cecene o della soldatesca russa a sua volta terrorizzata ed ubriaca di alcool, saccheggi e uccisioni; o ancora ammassati in veri e proprio campi di concentramento nelle repubbliche vicine, senza vettovagliamenti, senza cure, senza riscaldamento, sotto le tende dove spesso non c’è neanche il letto. La situazione in questi campi è drammatica. Come nei campi per i rifugiati kosovari dove l’aiuto internazionale arrivava col contagocce - ed era in gran parte deviato dalle mafie albanesi e l’Esercito di Liberazione del Kosovo (l’UCK) - mentre le grandi potenze della Nato (2) sganciavano bombe per miliardi di dollari sulla Serbia ed il Kosovo. Oggi, mentre altre dozzine di miliardi del FMI finanziano a fondo perduto lo Stato russo e la sua guerra, le grandi potenze lasciano crepare la popolazione cecena. “I malati ed i vecchi sono senza assistenza medica. I residenti per nutrirsi scavano nei bidoni della spazzatura sperando di trovare delle patate ormai marce per fare una zuppa. L’acqua presa da un serbatoio antincendio è marrone e piena di insetti, ed anche dopo averla fatta bollire è cattiva” (Moscou Times, 24/12/99). In questi campi i rifugiati subiscono ancora il terrore dei militari russi dopo essere stati taglieggiati, aggrediti, bombardati e mitragliati durante tutto l’esodo. Come titola un articolo di The Guardian (18/12/99), i “rifugiati della guerra in Cecenia non trovano alcun rifugio nei campi (che nessuno) può lasciare senza un’autorizzazione giornaliera che permette di oltrepassare le porte che sono sotto la sorveglianza di guardie armate”.

Da 200 a 300.000 rifugiati sono fuggiti dagli scontri ed i bombardamenti. Nei fatti , la popolazione cecena subisce un vero e proprio omicidio collettivo. I bombardamenti massicci di villaggi e città, il terrore esercitato dalle truppe russe contro la popolazione e le mitragliate dei convogli di rifugiati nei corridoi che l’esercito russo ha aperto, hanno costretto i ceceni alla fuga. Questa epurazione etnica sanguinosa viene dopo quella del 1996 operata dalle forze cecene in seguito alla loro vittoria sull’esercito di Mosca e che vide 400.000 residenti russi lasciare la regione. Così come l’epurazione etnica delle milizie serbe contro i kosovari è stata seguita dall’epurazione delle milizie dell’UCK contro i civili serbi del Kosovo.

Ecco quello che possono dirci oggi televisione e stampa. Si può essere sorpresi dall’ampiezza della campagna fatta nei paesi occidentali che denuncia l’intervento russo, quando essa aveva sostenuto, e con quale fervore, i bombardamenti contro la Serbia ed il Kosovo. Ma questa campagna è particolarmente ipocrita e tenta di mascherare la doppiezza delle grandi potenze occidentali. Perché ciò che non dicono è che le condizioni, i mezzi e le conseguenze di questa guerra, come delle altre, sono sempre più drammatiche, barbare e che queste preparano conflitti ancora più numerosi, vasti e drammatici.

OGGI LE GUERRE IMPERIALISTE SONO UN’ESPRESSIONE DELLA DECOMPOSIZIONE DEL CAPITALISMO

Da che era episodica e limitata ad alcuni paesi particolarmente arretrati, l’epurazione etnica è diventata la norma delle guerre imperialiste lungo tutti gli anni 90, sia in Africa che in Asia e in Europa. Dozzine di milioni di rifugiati nel mondo non rivedranno mai più le loro città, i loro paesi o le loro case. Sono stipati per sempre in dei campi. La situazione dei palestinesi si impone come la norma in tutti i continenti.

Episodica e limitata fino alla fine degli anni 80, si afferma oggi la moltiplicazione di nazionalismi minoritari – quello che la stampa chiama “l’esplosione dei nazionalismi” – che porta a conflitti nazionali ed alla nascita di Stati uno più mafioso e corrotto dell’altro. Il potere e le lotte delle mafie rivali sono ormai la norma. Il traffico di droga, di armi di ogni genere, il banditismo, il kidnapping (3) che sono e continueranno ad essere le principali risorse di queste “nuove nazioni”, sono anch’esse la norma. La situazione afgana – o africana, o colombiana – è generalizzata. La norma? E’ il caos che si estende e si generalizza su tutti i continenti.

Per contro, i bombardamenti massicci che terrorizzano le popolazioni civili non sono un fenomeno nuovo. Questo è caratteristico di tutti i conflitti imperialisti, locali o generalizzati, proprio del periodo di decadenza del capitalismo a partire dalla prima guerra mondiale del 1914. Lo stato di distruzione dell’Europa e del Giappone nel 1945 non aveva niente da invidiare alla Cecenia dell’anno 2000. Ma ciò che è nuovo è che dove passano la guerra e le distruzioni non c’è, e non ci sarà, ricostruzione a differenza di quanto avvenne dopo la seconda guerra mondiale. Né Pristina nel Kosovo, né Kabul in Afganistan, né Brazzaville nel Congo o Grozny dopo il 1996 sono state e saranno mai ricostruite. Le economie distrutte dalla guerra non si riprenderanno. Non ci saranno e non ci possono essere piani Marshall (4). Questa è la situazione della Bosnia, della Serbia, del Kosovo, dell’Afganistan, dell’Iraq, della maggior parte dei paesi africani, di Timor, paesi che hanno vissuto le distruzioni delle guerre degli anni 90, le guerre “moderne”.

La permanenza, l’accumulazione, la moltiplicazione, la coniugazione di tutte queste caratteristiche delle guerre imperialiste proprie al periodo di decadenza del capitalismo nel corso di questo secolo, sono l’espressione del fallimento storico di questo. Sono un’espressione della sua decomposizione.

Abbiamo parlato di ipocrisia e doppiezza per denunciare le campagne attuali sulla guerra in Cecenia. Queste campagne fingono di denunciare l’intervento russo. In realtà, governi, uomini politici, giornalisti, “filosofi” ed altri intellettuali, sono tutti complici nel giustificare la barbarie capitalista ed il terrore dello Stato. Non criticare, non levarsi contro i crimini di massa in Cecenia ha reso tutto l’apparato democratico degli Stati occidentali, in particolare i mass-media, apertamente complice non solo del terrore di Stato russo, ma anche del sostegno delle grandi potenze occidentali ai massacri.

“Che viviate in Africa, in Europa centrale o non importa dove, se qualcuno vuol commettere dei crimini di massa contro una popolazione civile innocente, sappiate che nei limiti delle nostre possibilità, noi l’impediremo” aveva proclamato Clinton alla fine della guerra del Kosovo. Non far finta di denunciare oggi ciò che era servito da pretesto all’intervento militare ieri, avrebbe ridotto a niente le campagne sui diritti d’ingerenza umanitaria e avrebbe limitato le capacità di interventi militari futuri. Fingere di denunciare, invece, permette di continuare la campagna ideologica e rinnovarla.

Qual è la posta in gioco e quali sono gli interessi nella guerra in Cecenia?

Ma c’è solo l’aspetto di propaganda in queste campagne anti-russe? Queste non manifesta delle reali contrapposizioni tra le potenze occidentali e la Russia? Non ci sono conflitti di interessi economici, politici, strategici, cioè imperialisti nel Caucaso in particolare? Gli Stati Uniti non perseguono dei progetti circa gli oleodotti che passando per la Georgia o la Turchia evitano il territorio russo? Non c’è da parte delle diverse potenze la volontà di controllare il petrolio del Caucaso? Cioè di appropriarsi dei guadagni finanziari del suo sfruttamento?

E’ vero che esistono degli interessi antagonisti tra le grandi potenze anche nel Caucaso. E questo è, insieme alla decomposizione dell’URSS e della Russia, l’altro fattore dei conflitti che toccano il Caucaso e l’insieme delle antiche repubbliche sovietiche dell’Asia. E’ questa la ragione della presenza attiva delle diverse potenze locali, soprattutto della Turchia e dell’Iran, e mondiali, europee ed americane, come la Germania e gli Stati Uniti che si contendono l’influenza sulla Turchia. Ma cosa si intende per interessi imperialisti? E’ solo la brama della “rendita petrolifera” e dei benefici che se ne possono trarre?

Per la rendita petrolifera?

Qual è la realtà del petrolio del Caucaso? “La produzione in questa regione non costituisce più un fattore maggiore (…). Questa industria, congiuntamente al mantenimento di una attività di raffineria, rappresenta senza dubbio una risorsa reale di finanziamento per i clan che ne hanno il controllo sul piano locale, ma certamente non una posta a livello federale (cioè a livello della Russia) (Le Monde Diplomatique, novembre 1999).

Quale è l’interesse vitale direttamente economico per gli Stati Uniti di assicurarsi una produzione così piccola quando controllano senza alcuna difficoltà la gran parte della produzione mondiale di petrolio, sicuramente quella loro, ma anche quella  del Medio Oriente e dell’America latina, e le produzioni messicane e venezuelane? Per gli stati Uniti non c’è nessun beneficio finanziario diretto. Allora perché questa attiva presenza americana? Forse per le vie di transito del petrolio? “Se il Caucaso resta l’oggetto di scontri geopolitici importanti è per un altro aspetto: quello delle vie di transito per gli idrocarburi del mar Caspio, anche se il volume reale sembra dover essere rivisto al ribasso. E, a questo riguardo, il vero braccio di ferro che si gioca tra i due versanti della catena (le montagne che separano le repubbliche del Caucaso del nord, appartenenti alla Federazione di Russia, dalle ex-replubbliche sovietiche del Caucaso del sud) si è nettamente inasprito da un anno. La Russia ha sempre difeso l’idea che la maggior parte del petrolio doveva passare sul suo territorio, utilizzando l’oleodotto Baku-Novorissisk (…). Ma, il 17 aprile 1999, è stato aperto ufficialmente un oleodotto che collega Baku a Supsa, un porto georgiano sulla costa del Mar Nero e che si integra praticamente nel sistema di sicurezza dell’Alleanza Atlantica (…). Ora, i presidenti dell’Azerbaijan e della Turchia hanno confermato a metà ottobre, la costruzione di un oleodotto che collega Baku al porto turco mediterraneo di Ceyhan: tutto il petrolio del sud del Mar Caspio eviterebbe così la Russia” (idem).

Si tratta allora di appropriarsi dei benefici economici di tutto il petrolio del Mar Caspio e delle sue vie? Certo i guadagni finanziari di un tale controllo non sono trascurabili per le ex-repubbliche dell’URSS della regione, per la Russia o per la Turchia stessa. E per gli Stati Uniti?

“Ma che il tracciato (del progetto di oleodotto che attraversa la Turchia) adottato la settimana scorsa – che è strategicamente vantaggioso per gli Stati Uniti ma costoso per le compagnie petrolifere – possa essere rapidamente redditizio è ancora un grosso punto interrogativo. Così come la natura e l’estensione delle ricadute politiche con la Russia, il perdente nell’affare” (International Herald Tribune, 22/11/99).

Il vero interesse, il vero obiettivo degli Stati Uniti non è economico ma strategico, ed è lo Stato americano che comanda e dirige in questo caso, malgrado il parere delle compagnie petrolifere, i grandi orientamenti strategici ed economici del capitalismo nord-americano (5). Nel periodo di decadenza del capitalismo, gli interessi ed i conflitti imperialisti sono determinati da questioni geopolitiche e gli interessi direttamente economici, che comunque continuano ad esistere, sono messi al servizio degli orientamenti strategici: “Per l’amministrazione Clinton la prima preoccupazione è strategica: garantire che ogni oleodotto aggiri la Russia e l’Iran e dunque privare queste nazioni del controllo delle nuove riserve di energia per l’Ovest” (idem).

Per interessi strategici

E qui, il vero obiettivo degli Stati Uniti non è tanto assicurarsi la rendita petrolifera, ma piuttosto privare la Russia e l’Iran del controllo delle vie di transito dell’oro nero al fine di assumerne il controllo di fronte… ai grandi rivali europei, in particolare alla Germania. E’ un po' come nel mondo del calcio dove i club più ricchi comprano i grandi giocatori non perchè ne hanno veramente bisogno, ma per toglierli alle squadre rivali. Le vere poste strategiche in questa zona oppongono, in maniera ancora sorda e nascosta ma reale e profonda, le grandi potenze occidentali. Una Russia instabile, pronta a vendersi al migliore offerente, un Iran anti-americano e pro-europeo, cioè pro-tedesco, e che controllerebbe gli oleodotti del petrolio nella regione, costituirebbero un pericolo di indebolimento strategico per gli Stati Uniti. La corte assidua fatta dagli Stati Uniti e dall’Europa alla Turchia, potenza che ha un’influenza imperialista particolarmente estesa in tutta questa regione di lingua turca, gli uni promettendo un oleodotto, gli altri l’entrata nell’Unione Europea, mostra ben la posta in gioco e le vere linee di frattura tra le grandi potenze imperialiste. Per la borghesia americana assicurarsi il petrolio di questa zona significa poter privarne gli europei se necessario e costituirebbe quindi un mezzo di pressione ulteriore e significativo nei rapporti di forza imperialisti. La padronanza sul petrolio della regione non le darebbe vantaggi finanziari - anzi potrebbe anche comportare dei costi - ma un vantaggio strategico particolarmente importante.

LE POTENZE OCCIDENTALI SOSTENGONO LA RUSSIA IN CECENIA

Ipocrite e complici, le campagne della stampa occidentale sulla guerra in Cecenia non si integrano direttamente in questo conflitto geostrategico. Tuttavia la stampa europea è molto più virulenta, rispetto a quella americana, nella denuncia del-l’intervento russo mentre è piuttosto l’avanzata americana che dovrebbe essere presa di mira. Il fatto è che la guerra in Cecenia, benchè legata a questi antagonismi, soprattutto dal punto i vista russo, non ne fa direttamente parte. O più esattamente, essa non è l’oggetto delle brame occidentali come lo è il Caucaso del sud (Georgia, Armenia, Azerbaijan) di cui le potenze imperialiste si disputano il controllo. “Accettiamo il fatto che Mosca protegga il suo territorio” ha affermato Javier Solana, il coordinatore della politica estera dell’Unione europea (Internetional Herald Tribune, 20/12/99), ma aggiungendo “non in questa maniera”, il che è molto delicato da parte dell’ex-segretario generale della Nato, quello stesso che ha dato l’ordine di radere al suolo la Serbia e di farla “ritornare indietro di 50 anni” nel marzo scorso. “Il loro obiettivo (della Russia) è di vincere i ribelli ceceni e di farla finita con il terrorismo in Russia, di porre fine all’invasione delle province vicine come il Daghestan” (Bill Clinton, International Herald Tribune,10/12/99). A queste si aggiungono le dichiarazioni dei principali dirigenti americani ed europei, quali l’ex-pacifista ecologista tedesco, oggi ministro degli affari esteri nel governo di sinistra di Schröder: “Nessuno mette in questione il diritto della Russia di combattere il terrorismo (...) ma le azioni preventive russe sono spesso in contraddizione con la legge internazionale” (J.Fischer, Internationale Herald Tribune, 18/12/99) questo detto da uno dei più ferventi partigiani dell’intervento militare occidentale in Serbia..., intervento ben più illegale dal punto di vista del diritto internazionale e degli organismi come l’ONU di cui si è dotata la borghesia per tentare di regolare le differenze internazionali.

Perchè questa unanimità? Perchè un tale sostegno alla Russia dandole carta bianca per radere al suolo la Cecenia? Non è contraddittorio con la dinamica stessa dei giochi imperialisti presenti nel Caucaso?

La contraddizione delle potenze occidentali: lottare contro il caos in Russia o difendere i loro interessi imperialisti

“Non è solo l’URSS che è in procinto di disgregarsi, ma anche la sua più grande repubblica, la Russia che è ora minacciata di esplodere senza avere i mezzi, se non quello di un bagno di sangue dagli esiti incerti, di far rispettare l’ordine” (Révue Internationale n°68, dicembre 1991). Dal 1991 questa tendenza alla decomposizione dell’ex-URSS e della Russia si è largamente verificata e realizzata. Questa tendenza all’impu-tridimento che tocca l’insieme del mondo capitalista sul piano statale - soprattutto nei paesi più fragili e della periferia -, sul piano politico, sociale, economico, ecologico, si è manifestato con particolare evidenza in Russia.

La situazione catastrofica e caotica della Russia è una fonte di inquietudine per le grandi potenze occidentali (6). Le condizioni dell’intervento militare russo in Cecenia non sono servite a rassicurarle, al contrario. “I generali hanno minacciato di dimettersi in massa ed anche una guerra civile se i politici si immischiavano nella loro campagna, una nuova nota di inquietudine nella disgregazione del potere civile russo allorché esisteva una forte tradizione dei militari a restare al di fuori della politica. La paura che la Russia ispira oggi, dopo un decennio dalla caduta dl muro di Berlino, è quello dello scompiglio e dell’irrazionalità delle sue debolezze (...) Ciò potrebbe essere la grande svolta dell’evoluzione post-comunista della Russia che vedrebbe la sconfitta della lotta per la democrazia e rilancerebbe il caos ed eventualmente un potere militare. E’ per questo che i governi esitano tanto a reagire” (Flora Lewis, “La Russia rischia l’autodistruzione in questa guerra irrazionale”, International Herald Tribune, 13/12/99).

Questa inquietudine e questa esitazione sono condivise dalle principali potenze occidentali nonostante gli antagonismi imperialisti che le dividono. E anche se gli americani stanno dietro la cricca di Eltsin mentre gli europei sostengono attualmente la cricca Primakov, tutti sono d’accordo a non gettare troppo olio sul fuoco e limitare per quanto possibile il peggioramento del caos in questo paese. Da questo punto di vista il successo elettorale del clan di Eltsin alle elezioni legislative di dicembre sono state piuttosto inquietanti per la stabilità politica del paese, con il ritorno di una equipe particolarmente screditata e incapace - se non di riempirsi le tasche - che deve il suo successo solo alle vittorie militari in Cecenia. Le dimissioni di Eltsin e la sua sostituzione con il primo ministro Putin hanno teso chiaramente a far precipitare le elezioni presidenziali ed a garantire alla famiglia corrotta di Eltsin di fruire, senza minacce giudiziarie o altro, delle molteplici sottrazioni di denaro. La ripresa in mano delle redini del potere da parte di un primo ministro, oggi presidente, che si presenta come “l’uomo di polso” può apparire come un colpo di arresto alla delinquenza dello Stato russo, almeno per il momento, e se i primi successi militari in Cecenia si confermano, il che non è detto nonostante l’enorme superiorità dei mezzi russi.

Ma l’aggravamento ineluttabile della situazione economica della Russia e l’espressione delle tendenze centrifughe della Federazione russa che spingono alla sua esplosione, sono cariche di minacce per il paese stesso e per il mondo capitalista. Benché arrugginiti i missili ed i sottomarini nucleari dell’ex-URSS sono ben pericolosi in un paese in piena anarchia ed instabilità politica. E le minacce di Eltsin che affermavano che Clinton criticando, per finta, gli eccessi dell’intervento militare russo, “avevano dimenticato per un minuto che la Russia ha un arsenale completo di armi nucleari” (International Herald Tribune, 10/12/99), non possono essere considerate semplicemente come pagliacciate di un vecchio ubriacone (7). Il semplice fatto che questo buffone corrotto, pieno di vodka, che pizzicava il culo dei suoi segretari davanti alle televisioni del mondo intero, sia potuto restare dieci anni al potere in Russia, la dice lunga sullo stato di decomposizione dell’apparato politico della borghesia russa. Le grandi potenze imperialiste si trovano in una situazione contraddittoria: da una parte, la logica implacabile della concorrenza imperialista li spinge a sfruttare tutte le occasioni per fare le scarpe ai loro rivali ed accentuare così ancora di più il caos e la decomposizione della società, specialmente di paesi come la Russia; dall’altro, esse sono relativamente coscienti di questa dinamica di caos e decomposizione, ne misurano il pericolo e cercano per il momento di porvi un freno, un colpo di arresto. Ma, siamo chiari, sarebbe illusorio credere che il mondo capitalista possa invertire la tendenza alla sua propria decomposizione,  così come sarebbe illusorio credere che la logica infernale della competizione imperialista possa interrompersi e non rilanciare ancora di più il caos, le guerre e i massacri. La volontà comune di non infierire sulla Russia non è che temporanea e la logica implacabile degli interessi imperialisti rilancerà di nuovo la tendenza al caos ed alla decomposizione nel Caucaso, come nelle altre regioni del mondo.

Le potenze occidentali sostengono la Russia per limitare il caos

Di fronte alla minaccia di una Russia completamente incontrollabile, esiste tra gli Stati occidentali un accordo tacito per non disputarle il Caucaso del nord che fa parte della Federazione di Russia; ma con l’avvertimento, altrettanto tacito, di non farle riprendere piede nel Caucaso del sud conteso tra le grandi potenze. E questo accordo ha trovato la sua espressione nel sostegno concreto, nella ”autorizzazione” secondo la stampa russa, che le grandi potenze occidentali hanno dato alla Russia per intervenire ed esercitare il suo “diritto legittimo” a nuotare nel sangue della Cecenia. “Nel quadro del trattato sulle armi convenzionali, il summit (dell’OCSE) d’Istanbul (8) ci autorizza a disporre, nel settore militare del Caucaso-Nord, di molti più uomini e di materiali che nel 1995 (600 carri al posto di 350, 2200 veicoli blindati contro 290, 1000 pezzi di artiglieria invece di 640). E’ certo in Cecenia che la Russia concentrerà questa potenza militare” (Obchtchaïa Gazeta, settimanale russo)

Accordiamo alla stampa russa il merito di parlare francamente e di riprodurre fedelmente le intenzioni delle potenze occidentali: “Vi lasciamo il Caucaso-Nord e ci riserviamo il diritto a disputarci il Caucaso-Sud”. Il calvario delle popolazioni del Caucaso non è finito. Questa regione del mondo, come altre, non conoscerà più la pace e non si libererà mai dalle contraddizioni che l’hanno colpita e continueranno a colpirla.

LA DEMOCRAZIA BORGHESE E’ GUERRA E MISERIA

Ipocrite e complici, le campagne mediatiche occidentali non tendono ad attenuare ed ancor meno a lottare contro la barbarie guerriera del capitalismo. Esse si rivolgono principalmente alle popolazioni occidentali e soprattutto alla classe operaia di questi paesi, per nascondere la realtà del legame tra le guerre imperialiste ed il fallimento economico del capitalismo, per nascondere la dinamica infernale e catastrofica nella quale sta strascinando l’umanità. Denunciano la guerra in Cecenia nel nome del “diritto di ingerenza umanitaria” per meglio giustificare la guerra nel Kosovo. Criticano la passività dei governi occidentali per meglio glorificare la democrazia borghese (9) quando tutti i principali protagonisti delle recenti guerre, Kosovo, Timor e ora la Cecenia, sono degli Stati democratici con dei governi democraticamente eletti. “La democrazia non è una garanzia contro le cose disgustose” (International Herald Tribune, 22/12/99) ci dicono per farne un fine, uno scopo di lotta con la quale tutti devono identificarsi: “Abbiamo bisogno di ritrovare un fine negli affari mondiali che sia moralmente, intellettualmente e politicamente irresistibile. La visione democratica conserva una vitalità enorme. Il nostro dovere è aiutare a definire il 21° secolo come il Secolo democratico (…). La democrazia è ora, in modo evidente, un valore universale” (Max M. Kampelman, vecchio diplomatico americano, International Herald Tribune, 18/12/99).

Menzognere, le campagne mediatiche attuali tendono a far credere che è la mancanza di democrazia che provoca le guerre e la miseria. Credere che “la sfida fondamentale alla quale siamo confrontati è il riconoscimento che la lotta politica si pone sempre tra il modo di vita democratico e la negazione della libertà umana e politica” (idem), s’inscrive – come minimo – nella logica della difesa della democrazia borghese per “più democrazia”, come l’hanno ripetuto ossessivamente al momento della grande messa in scena mediatica in occasione delle manifestazioni anti-OMC a Seattle, identificarsi al proprio Stato nazionale, stringersi dietro la propria borghesia nazionale, tutto questo è un impasse ed una trappola. Lungi dal frenare o stoppare questa discesa agli inferi, ogni adesione delle popolazioni, ed in particolare della classe operaia internazionale, agli “ideali” della democrazia borghese, non farà che accelerare ancora di più il corso del mondo verso la barbarie capitalista. Non è forse questa l’esperienza vissuta dal mondo dopo la fine del blocco imperialista dell’Est e l’accesso di questi paesi alla democrazia borghese di tipo occidentale? Non è questo che cercano di nascondere le ripetute campagne mediatiche sui benefici della democrazia? Il caos in Russia e la guerra in Cecenia sono anch’esse il prodotto della democrazia capitalista.

Sostegno agli internazionalisti in Russia

Salvare l’umanità dalla barbarie capitalista passa per un’altra via. Questa via non viene mai evocata dai media della borghesia internazionale, le espressioni di questa non vengono mai menzionate. Eppure esse esistono ed è chiaro che incontrerebbero un seguito significativo se non venissero nascoste, dileguate, perse e rese appena percettibili sotto il fiume di campagne ideologiche della borghesia. La voce del rifiuto dei sacrifici e delle guerre esiste e si esprime. Fedele ai principi internazionalisti del movimento operaio, l’insieme dei gruppi della Sinistra comunista è intervenuto per denunciare la guerra imperialista in Jugoslavia. Questa voce si è espressa anche in Russia. Nel mezzo di una ostilità generalizzata, di una repressione severa, al prezzo di rischi personali particolarmente importanti, nel mezzo dell’isteria nazionalista, noi salutiamo i militanti che hanno saputo levarsi contro l’intervento imperialista russo in Cecenia, che hanno saputo difendere la sola via che possa realmente frenare prima e poi opporsi alla barbarie guerriera.

ABBASSO LA GUERRA!

Non prendeteci per  imbecilli!

I vari Eltisin, Maskhadov, Putin, Bassaev….

Sono tutti della stessa risma!

Sono loro che hanno organizzato il terrore a Mosca, a Vogodonsk, nel Daghestan e in Cecenia. E’ il loro affare, la loro guerra. Ne hanno bisogno per rafforzare il loro potere. Ne hanno bisogno per difendere il loro petrolio. Perché i nostri figli dovrebbero morire per i loro interessi? Che i potenti si uccidano tra di loro!

Non date credito ai discorsi stupidi e nazionalisti: non si può accusare un popolo intero di aver commesso dei crimini che sono stati commessi non si sa da chi, ma ai quali non sono interessati che i governi ed i capi di tutte le nazioni.

Non fatevi coinvolgere in questa guerra e non fateci andare i vostri figli! Resistete il più possibile a questa guerra! Fate sciopero contro la guerra ed i suoi istigatori.

Degli internazionalisti di Mosca (10).

Opporsi alla borghesia e rigettare ogni nazionalismo, opporsi allo Stato che sia democratico o no, rifiutare la guerra del capitale e chiamare la classe operaia alla lotta, a difendere le sue condizioni di vita,  a levarsi contro il capitalismo,  questa è la via. Questa via è quella che deve intraprendere la classe operaia di tutti i paesi, la via della lotta contro lo sfruttamento capitalista, contro la sua miseria ed i suoi sacrifici. Questa via è quella della distruzione del capitalismo, di questo sistema che semina la morte e la miseria ogni giorno di più dappertutto nel mondo. Questa via è quella della rivoluzione comunista.

Le guerre si moltiplicano. La crisi economica provoca disastri. Le catastrofi si succedono alle catastrofi a causa della produzione capitalista sfrenata che distrugge tutto. Il pianeta diventa ogni giorno più invivibile, più irrespirabile, più infernale. A tutti questi mali tragici che porta in sé il capitalismo che non può che accrescerli ed aggravarli, solo la classe operaia internazionale può dare una risposta. Solo il proletariato mondiale può offrire una prospettiva ed una via d’uscita all’umanità.

R.L., 1/1/2000

1. Gli articoli della stampa internazionale sono tradotti da noi.

2. All’epoca abbiamo denunciato i pompieri piromani che avevano provocato deliberatamente la repressione serba e l’esodo dei kosovari (vedi Revue Internationale n.98, la stampa territoriale della CCI ed il volantino internazionale che denunciava la guerra). Le grandi potenze occidentali allora avevano potuto giustificare l’intervento militare agli occhi della propria “pub-blica opinione” utilizzando senza vergogna le centinaia di migliaia di rifugiati provocati dai bombardamenti della Nato. La provocazione, l’intransigenza e la manipolazione delle grandi potenze, particolarmente degli Stati Uniti, per spingere ad ogni costo la guerra contro la Jugoslavia, sacrificando deliberatamente le popolazioni civili kosovare e serbe, sono state confermate in seguito, a più riprese, da giornali specializzati o in articoli discreti, cioè non destinati al “grande pubblico”. Ancora ultimamente l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) notava in un rapporto del 6 dicembre che “contrariamente a quello che affermavano parecchi paesi al momento della guerra del Kosovo (…) le esecuzioni sommarie ed arbitrarie (ad opera delle forze serbe) sono diventate un fenomeno generalizzato con l’inizio della campagna aerea della Nato contro la Repubblica federale della Jugoslavia nella notte tra il 24 ed il 25 marzo (…). Fino a quella data, l’attenzione delle forze militari e paramilitari jugoslave e serbe era generalmente portata verso delle zone del Kosovo dove transitavano le forze dell’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK) e là dove l’UCK aveva delle basi” (ripreso da Le  Monde, 7/12/99).

3. In una lettera ricevuta dalla Russia un lettore ci ha informato dell’esistenza di un vero e proprio traffico di ostaggi nel quale la complicità degli ufficiali russi con i capi delle bande cecene è un dato di fatto. Questo sembra confermato dalla stampa stessa, in particolare la vendita e la liberazione da parte di ufficiali russi a delle gang cecene di loro propri… soldati! Questi diventano poi oggetto di ricatto presso le loro famiglie, alle quali vengono consegnati dietro pagamento di un riscatto che viene diviso tra gli uni e gli altri!

4. A partire dal 1948 il piano Marshall viene messo in opera, al fine di ricostruire l’Europa dell’Ovest, sotto l’egida degli Stati Uniti. Lungi dall’essere disinteressato, questo “aiuto” americano aveva come obiettivo soprattutto quello di assicurare il dominio degli Stati Uniti sull’Europa occidentale contro le mire imperialiste dell’URSS. Il 1947 infatti segna l’inizio della guerra fredda tra i due blocchi imperialisti dell’epoca.

5. La decisione dello Stato americano di imporre la costruzione dell’oleodotto passante per la Turchia non è che uno degli esempi del ruolo mistificatore delle campagne contro il liberismo e l’impotenza degli Stati di fronte alle grandi multinazionali finanziarie ed economiche. Nei fatti, tutta la politica di liberalizzazione sviluppata a partire dagli anni 80 ha rafforzato e reso più efficace, più “flessibile”, e soprattutto ancora più totalitaria l’impresa Stato su tutti gli aspetti della vita sociale. Lungi dall’indebolirsi con il “liberismo” dei Reagan e Thatcher, il capitalismo di Stato non è mai stato tanto sviluppato come oggi. Le campagne internazionali anti OMC – come le manifestazioni alla conferenza di Seattle –  che reclamano una vera “democrazia cittadina” hanno un solo scopo: presentare a livello internazionale un’alternativa democratica e di sinistra, una falsa alternativa, al fine di evitare la messa in discussione del capitalismo come tale.

6. La situazione economica, sociale e politica della Russia è una vera catastrofe. La Russia avrà enormi difficoltà ad onorare le prossime scadenze dei suoi debiti internazionali…mentre miliardi vengono inghiottiti dalla guerra. La situazione della popolazione, già in miseria sotto il capitalismo di Stato staliniano, non ha fatto che deteriorarsi dopo l’avvento della democrazia in tutto questo decennio. Le analisi recenti al riguardo sono ancora più drammatiche. Da un articolo del Washington Post ripubblicato in  International Herald Tribune del 10/12/99,

“Se la demografia è il destino, il destino della Russia per i prossimi 50 anni è costernante. (…) Circa il 70% delle donne incinte in Russia hanno serie patologie, non solo di anemia (che riflette mancanza di ferro certamente dovuto a malnutrizione) ma anche di aumento di diabete, …. E di malattie che si propagano per via sessuale (a parte l’AIDS): La sterilità aumenta più del 3% all’ anno e più del 15-20% delle coppie sono oggi sterili. La nuova incidenza della sifilide si è moltiplicata per 77 dal 1990 per i due sessi, e per 50 per le ragazze tra i 10 ed i 14 anni (…). I casi di tubercolosi dovrebbero raggiungere un milione nel 2002. E la resistenza dei casi di tubercolosi – già nel numero di 30.000 - alle molteplici medicine ed i 2 milioni di malati di AIDS previsti, andranno a sommergere il sistema della sanità (…). Le cifre riguardanti il cancro ed i casi di morte per infarto cardiaco per i giovani di 15-19 anni sono il doppio rispetto alle cifre americane così come il numero di suicidi rispetto agli Stati Uniti (…). Queste sono delle questioni cruciali da affrontare per un paese che ha una lunga tradizione di espansione. Esso è oggi di fronte ad un futuro che sembra andare nella direzione opposta.” (Murray Feshbach, “Le statistiche della sanità per la Russia sono sinistre”).

E noi abbiamo già menzionato il grado di corruzione e di decomposizione dell’esercito: quando non vendono i loro soldati come schiavi, gli ufficiali vendono le loro armi al maggiore offerente, spesso anche ai ceceni. L’esercito non è che un esempio della realtà della corruzione e della delinquenza di tutta la società russa.

7. Senza dimenticare le minacce e la corsa agli armamenti nucleari tra l’India ed il Pakistan.

8. Questo summit dell’OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) si è tenuto a Istanbul il 17 novembre 1999.

9. Vedi le Tesi sulla democrazia borghese e la dittatura proletaria pubblicate nella Revue Internationale n.100, I° trimestre 2000.

10. Questa presa di posizione è stata affissa alle fermate degli autobus e nelle metropolitane, e non diffusa sotto forma di volantino a causa della repressione e dell’isteria nazionalista che c’è in questo momento in Russia. La causa immediata di questo clima sciovinista e razzista? Gli attentati attribuiti agli islamici ceceni in Russia che sono quasi certamente l’opera, provocatoria, dei servizi segreti russi.

XIII Congresso della CCI. Rapporto sulla lotta di classe (estratti)

Questo rapporto ha come primo obiettivo quello di combattere le campagne ideologiche della borghesia sulla “fine della lotta di classe” e la “scomparsa della classe operaia”, per sostenere che, malgrado le sue attuali difficoltà, il proletariato non ha perduto il suo potenziale rivoluzionario. Nella prima parte di questo rapporto, non pubblicato qui per ragioni di spazio, abbiamo mostrato che il rigetto della borghesia di questo potenziale si basa su una impostazione immediatista che prende lo stato della lotta di classe in un determinato momento come valido per ogni momento. A questo procedimento superficiale ed empirico, noi opponiamo il metodo marxista che sostiene che “il proletariato non può esistere che in quanto forza storica e mondiale, come il comunismo, azione del proletariato, che non è concepibile se non in quanto realtà storica e mondiale.” (Marx, L’ideologia tedesca).

Qui pubblichiamo solo la parte del rapporto centrata più particolarmente sull’evoluzione del movimento dopo la ripresa della lotta di classe alla fine degli anni ’60. Anche alcuni passaggi che trattano di situazioni recenti e a corto termine sono stati tagliati o sintetizzati.

1968-1989: il risveglio del proletariato

(…) Il significato profondo degli avvenimenti di maggio-giugno 1968 in Francia risiede in questo: l’emergere di una nuova generazione di operai che non era stata schiacciata né demoralizzata dalle miserie e dalle sconfitte dei decenni precedenti, che era stata abituata a un livello di vita relativamente elevato durante gli anni del “boom” del dopoguerra e che non era disposto a sottomettersi alle esigenze di una economia nazionale di nuovo sprofondata nella crisi. Il grande sciopero generale di 10 milioni di operai in Francia – che andava di pari passo con un enorme fermento politico per cui la nozione di rivoluzione, di trasformazione del mondo, tornava ad essere un oggetto di discussioni impegnate – ha marcato il rientro della classe operaia sulla scena della storia, la fine dell’incubo della controrivoluzione che le aveva tolto il fiato per tanto tempo. L’importanza del “maggio strisciante” in Italia e dell’ ”autunno caldo” l’anno successivo sta nel fatto che essi hanno portato la conferma di questa interpretazione, contro tutti quelli che non vedevano nel maggio ’68 in Francia che una rivolta studentesca. L’esplosione della lotta del proletariato italiano, che è il più avanzato al mondo dal punto di vista politico, con la sua potente dinamica antisindacale, ha chiaramente mostrato che il maggio ’68 non era stato un fulmine a ciel sereno, ma l’apertura di tutto un periodo di lotte di classe su scala internazionale. I successivi movimenti di massa (Argentina 1969, Polonia 1970, Spagna ed Inghilterra 1972, ecc.) costituirono una conferma supplementare.

Non tutte le organizzazioni rivoluzionarie esistenti sono state capaci di vederlo: le più vecchie, e in particolare la corrente bordighista, prese da una miopia crescente nel corso degli anni, sono state incapaci di vedere il profondo cambiamento che stava avvenendo nel rapporto di forza globale fra le classi; ma quelle che sono state capaci allo stesso tempo di capire la dinamica di questo nuovo movimento e di riappropriarsi del vecchio metodo della sinistra italiana che costituì un polo di chiarezza nella penombra della controrivoluzione, hanno dichiarato l’apertura di un nuovo corso storico, fondamentalmente diverso da quello che aveva prevalso nell’apogeo della controrivoluzione, dominata dal corso verso la guerra.

La riapertura della crisi economica mondiale avrebbe portato a una esacerbazione degli antagonismi imperialisti che, se avessero seguito la propria dinamica interna, avrebbero condotto l’umanità a una terza e forse ultima guerra mondiale. Ma nella misura in cui il proletariato aveva cominciato a rispondere alla crisi sul suo proprio terreno di classe, esso costituiva un ostacolo fondamentale a questa dinamica. In più, sviluppando le sue lotte di resistenza, il proletariato si mostrava capace di avanzare una sua dinamica verso un secondo assalto rivoluzionario contro il sistema capitalista.

La natura di massa di questa prima ondata di lotte, il fatto che essa aveva di nuovo permesso di parlare di rivoluzione, portò molti elementi sorti con questo movimento a prendere i loro desideri per realtà e a pensare che il mondo fosse sull’orlo di una crisi rivoluzionaria fin dall’inizio degli anni settanta. Questa forma di immediatismo era basata sull’incapacità di capire che:

·         la crisi economica che aveva provocato lo scoppio delle lotte non era che alla  sua fase iniziale e che, contrariamente agli anni ’30, questa crisi si imponeva a una borghesia armata di esperienza e fornita degli strumenti che la rendevano capace di “gestire” la discesa nell’abisso, e cioè il capitalismo di Stato, l’utilizzazione di organi costituiti a livello di blocco, la capacità di contenere gli effetti più nefasti di questa crisi attraverso il ricorso al credito e spostando il suo impatto verso la periferia del sistema;

·         gli effetti politici della controrivoluzione avevano ancora un effetto considerevole sulla classe operaia, a causa della rottura quasi totale della continuità con le organizzazioni politiche del passato, il debole livello di cultura politica nel proletariato nel suo complesso e la sua inveterata diffidenza verso “la politica” risultante dall’esperienza traumatica dello stalinismo e della socialdemocrazia.

Questi fattori apportavano la certezza che il periodo di lotta aperto nel 1968 non poteva che essere lungo. In contrasto con la prima ondata rivoluzionaria che era nata in risposta ad una guerra, e che per questo si era portata subito su un piano politico - troppo in fretta probabilmente, come nota Rosa Luxemburg rispetto alla rivoluzione del novembre 1918 in Germania - , le battaglie rivoluzionarie del futuro non potevano essere che preparate da tutta una serie di lotte di difesa economica che sono forzate a seguire un processo, difficile e diseguale, fatto di avanzate e di riflussi.

La risposta della borghesia francese al Maggio ’68 è stato il segnale della controffensiva della borghesia mondiale: per disperdere la lotta di classe si è fatto ricorso alla trappola elettorale (dopo che i sindacati avevano operato il sabotaggio delle lotte); agli operai è stata agitata la promessa di un governo di sinistra e l’illusione che questo avrebbe risolto tutti i problemi che avevano provocato le lotte, che avrebbe istituito un regno di prosperità e di giustizia,  e anche un po’ di “controllo operaio”. Gli anni ’70 possono quindi essere caratterizzati come gli anni delle “illusioni”, nel senso che la borghesia, grazie a uno sviluppo ancora limitato della crisi economica, poteva ancora vendere queste illusioni al proletariato. Fu questa controffensiva a spezzare lo slancio della prima ondata internazionale di lotte.

Ma l’incapacità della borghesia a mantenere le sue promesse significava che la ripresa delle lotte era solo una questione di tempo. Tra il 1978 e il 1980 ci furono lotte importanti: Longwy-Denain in Francia, con una tendenza all’estensione al di là del settore siderurgico e al confronto con l’autorità sindacale; lo sciopero dei portuali di Rotterdam, dove nacque un comitato di sciopero autonomo; in Gran Bretagna, “l’inverno dello scontento” che vide l’esplosione simultanea di lotte in numerosi settori e lo sciopero della siderurgia nel 1980; infine, la Polonia 1980, punto culminante di questa ondata e in qualche modo di tutto il periodo di ripresa.

Alla fine di questo vivace decennio, la CCI aveva annunciato che gli anni ’80 sarebbero stati “gli anni della verità”, non nel senso, come è stato spesso mal interpretato,  che esso sarebbe stato  il decennio della rivoluzione, ma nel senso che le illusioni degli anni ’70 sarebbero state spazzate via dalla brutale accelerazione della crisi e dai conseguenti drastici attacchi alle condizioni di vita della classe operaia; un decennio nel corso del quale la stessa borghesia avrebbe parlato un linguaggio crudo, quello che promette “lacrime e sangue” o come quello della Tatcher che affermava “non c’è alternativa”. Questo cambiamento di linguaggio corrispondeva anche a un cambiamento nella linea politica della classe dominante, con la messa al potere di una destra dura a condurre gli attacchi contro la classe operaia, e una sinistra falsamente radicalizzata all’opposi-zione, incaricata di sabotare e deviare dall’interno la risposta degli operai. Infine, gli anni ’80 sarebbero stati quelli della verità perché l’alternativa storica che si pone all’umanità – guerra mondiale o rivoluzione mondiale – non solo sarebbe diventata più chiara, ma sarebbe stata in un certo senso determinata dagli avvenimenti che si sarebbero avuti nel decennio che si apriva.

Ed effettivamente gli avvenimenti che inaugurarono il decennio lo mostravano chiaramente: da un lato l’invasione russa dell’Afga-nistan metteva crudelmente in luce la “risposta” della borghesia alla crisi e apriva un periodo di acutizzazione delle tensioni tra i blocchi (illustrata dagli avvertimenti di Reagan contro l’Impero del Male e dalle enormi spese militari legate a programmi tipo “guerre stellari”), dall’altro lo sciopero di massa in Polonia faceva chiaramente intravedere la risposta proletaria.

La CCI ha sempre sostenuto l’importanza cruciale di questo movimento: “ Questa lotta ha dato una risposta a tutta una serie di questioni che le lotte precedenti avevano posto senza trovare una risposta o  senza trovarne una chiara:

·         la necessità dell’estensione della lotta (sciopero dei portuali di Rotterdam);

·         la necessità della sua autorganizzazione (siderurgia in Gran Bretagna);

·         l’atteggiamento di fronte alla repressione (lotta dei siderurgici di Longwy-Denain).

Su tutti questi punti, le lotte in Polonia rappresentano un gran passo in avanti della lotta mondiale del proletariato ed è per questo che queste lotte sono le più importanti da mezzo secolo a questa parte.” (“Risoluzione sulla lotta di classe”, 4° congresso della CCI, 1981, su Révue Internationale n. 26).

In pratica il movimento polacco aveva mostrato come il proletariato potesse ergersi a forza sociale unificata capace non solo di resistere agli attacchi del capitale, ma anche di far intravedere la prospettiva del potere operaio, un pericolo ben individuato dalla borghesia che mise da parte le sue rivalità imperialiste per soffocare il movimento, in particolare con la messa in piedi del sindacato Solidarnosc.

Rispondendo alla questione di come estendere e organizzare la lotta al fine di unificarla, lo sciopero di massa in Polonia ha posto un’altra questione: quella della generalizzazione dello sciopero di massa al di là delle frontiere nazionali, come condizione indispensabile per l’apertura di una situazione rivoluzionaria. Ma, come dicemmo anche allora, questa non poteva essere una prospettiva immediata. La questione della generalizzazione era stata posta in Polonia ma toccava al proletariato mondiale, e in particolare a quello dell’Europa occidentale trovare la risposta.

(…) la prospettiva rivoluzionaria richiede un proletariato concentrato e soprattutto sperimentato e “istruito”. Il proletariato dei paesi dell’est ha un passato rivoluzionario glorioso, ma esso è stato completamente annullato dagli orrori dello stalinismo, il che spiega l’enorme fossato tra l’alto livello di auto-organizzazione e di estensione del movimento in Polonia e la sua bassa coscienza politica (predominanza della religione e soprattutto dell’ideologia democratica e sindacale). Il livello politico del proletariato dell’Europa dell’ovest, che per decenni ha fatto l’esperienza delle “delizie” della democrazia,  è notevolmente più elevato (cosa dimostrata, tra l’altro, dalla presenza in Europa della maggioranza delle organizzazioni rivoluzionarie internazionali). E’ innanzitutto e soprattutto nell’Europa occidentale che noi dobbiamo cercare la maturazione delle condizioni per il prossimo movimento rivoluzionario della classe operaia.

La profonda controrivoluzione che si è scatenata sulla classe operaia durante gli anni venti ha disarmato il proletariato nel suo insieme. Tuttavia si può dire che il proletariato di oggi ha un vantaggio sulla generazione rivoluzionaria del 1917: oggi non ci sono grandi organizzazioni rivoluzionarie che sono appena passate nel campo della borghesia e che per questo siano capaci di suscitare ancora una fiducia in una classe operaia che non ha avuto il tempo di assimilare le conseguenze storiche del loro tradimento. Questo fatto aveva costituito, con la socialdemocrazia, una causa importante nel fallimento della rivoluzione tedesca nel 1918-19. La distruzione sistematica delle tradizioni rivoluzionarie del proletariato, la sfiducia che la classe ne ha tirato verso ogni organizzazione politica, la sua amnesia verso la sua propria storia (fattore che si è notevolmente accelerato nel corso dell’ultimo decennio) costituiscono una grave debolezza per la classe operaia di tutto il pianeta.

Il proletariato dell’Europa occidentale non era pronto a cogliere la sfida posta dallo sciopero di massa in Polonia. La seconda ondata di lotta era stata smussata con la strategia della sinistra all’opposi-zione; gli operai polacchi si sono trovati isolati nel momento in cui avevano più bisogno che la lotta si allargasse in altri paesi. Questo isolamento (coscientemente imposto dalla borghesia internazionale) ha aperto le porte ai carri armati di Jaruzelski. La repressione del 1981 in Polonia segnò la fine della seconda ondata di lotte.

Avvenimenti storici di tale ampiezza hanno conseguenze a lungo termine. Lo sciopero di massa in Polonia ha provato definitivamente che solo la lotta di classe può costringere la borghesia a mettere da parte le sue rivalità imperialiste. In particolare esso ha mostrato che il blocco russo -– storicamente condannato, a causa della sua debolezza, ad essere “l’aggressore” in ogni guerra – era incapace di rispondere alla crisi economica con una politica di espansione militare. Si era chiarito che gli operai del blocco dell’est (e, molto probabilmente, della stessa Russia) non potevano assolutamente essere arruolati come carne da cannone in una qualunque futura guerra per la gloria del “socialismo”. Così lo sciopero di massa in Polonia è stato un fattore importante della successiva implosione del blocco imperialista russo.

Benché  incapace di porre la questione della generalizzazione, la classe operaia occidentale non ha battuto in ritirata per lungo tempo. Con una prima serie di scioperi nel settore pubblico in Belgio nel 1983 essa si è lanciata in una “terza ondata” di lotte molto lunga che anche se non è sfociata nello sciopero di massa, ha mostrato una dinamica globale verso questo sbocco.

Nella nostra risoluzione del 1980 citata prima, facevamo un paragone tra la situazione della classe attuale con quella del 1917. La realtà della guerra faceva sì che ogni resistenza della classe finiva direttamente con il confrontarsi con lo Stato e per questo a porre la questione della rivoluzione. Allo stesso tempo la guerra implicava numerosi inconvenienti (la capacità della borghesia a seminare divisione tra gli operai dei paesi “vincitori” e quelli dei paesi “vinti”; a tagliare l’erba sotto i piedi della rivoluzione ponendo fine alla guerra, e così via). Una crisi economica lunga e internazionale tende viceversa non solo a uniformare le condizioni d’insieme della classe, ma dà anche al proletariato più tempo per sviluppare le sue forze, per sviluppare la sua coscienza attraverso tutta una serie di lotte parziali contro gli attacchi del capitale. L’ondata rivoluzionaria degli anni ’80 aveva chiaramente questa caratteristica: se nessuna lotta aveva il carattere spettacolare del  maggio 1968 in Francia o del 1980 in Polonia, ognuna ha però contribuito ad apportare alcune importanti chiarificazioni sul perché e come lottare. Per esempio, il richiamo alla solidarietà per superare i limiti settoriali contenuto nelle lotte in Belgio del 1983 e del 1986 o in Danimarca nel 1985, ha mostrato concretamente come poteva essere risolto il problema dell’estensione; lo sforzo dei lavoratori di prendere in mano le loro lotte (assemblee dei ferrovieri in Francia nel 1986, o dei lavoratori della scuola in Italia nel 1987) hanno mostrato come organizzarsi al di fuori dei sindacati. Ci sono anche stati tentativi maldestri di tirare le lezioni delle sconfitte come in Gran Bretagna per esempio, dopo le lunghe, combattive ma massacranti lotte condotte dai minatori e dai tipografici a metà degli anni ’80; lotte, alla fine del decennio, che hanno mostrato che gli operai non volevano essere trascinati nelle stesse trappole (gli operai di British Telecom che sono scesi in sciopero per poi riprendere il lavoro prima di essere demoralizzati; le lotte simultanee in diversi settori durante l’estate 1988). Allo stesso tempo l’apparizione di comitati di lotta in diversi paesi apportava un inizio di risposta su come gli operai più combattivi possono agire di fronte alla lotta nel suo insieme.

Tutti questi fatti, apparentemente senza legame l’uno con l’altro, convergevano verso un unico punto che, se fosse stato raggiunto, avrebbe rappresentato un approfondimento qualitativo della lotta di classe internazionale.

Tuttavia, a un certo livello, il fattore tempo ha cominciato a giocare di meno in favore del proletariato. Confrontata all’approfondirsi di una crisi di tutto un modo di produzione, di una forma storica di civilizzazione, la lotta di classe, pur continuando ad andare avanti, non è riuscita a tenere il ritmo dell’accelerazione della situazione, non arrivando al livello richiesto perché il proletariato si affermi in quanto forza rivoluzionaria positiva. Malgrado ciò, la lotta della classe continuava a bloccare la marcia verso una guerra mondiale. Così, per la maggior parte dell’umanità e del proletariato stesso, la realtà della terza ondata è rimasta piuttosto dissimulata, a causa certo del black out della borghesia, ma anche per la sua progressione lenta e non spettacolare. La terza ondata era anche “nascosta” per la maggioranza delle organizzazioni politiche del proletariato che tendevano a non vedere che le sue espressioni più aperte, e in più a non vederle che come dei fenomeni separati, senza connessioni.

Questa situazione, in cui nonostante una crisi senza tregua la classe dominante non riusciva neanche essa a imporre la sua “soluzione”, ha dato origine al fenomeno della decomposizione, che è diventato sempre più identificabile, nel corso degli anni ’80, a diversi livelli: a livello sociale (atomizzazione crescente, delinquenza, diffusione dell’uso di droghe, ecc.) , ideologico (sviluppo di ideologie irrazionali e fondamentaliste), ecologico, ecc. Essendo il prodotto di un blocco della situazione, un blocco dovuto al fatto che nessuna delle due classi fondamentali della società arriva a imporre la sua “soluzione”, la decomposizione agisce a sua volta nel senso di minare la capacità del proletariato di ergersi a forza unita; alla fine del decennio, la decomposizione è sempre più al centro della scena, culminando nei giganteschi avvenimenti del 1989 che hanno marcato l’apertura definitiva di una nuova fase nella lunga caduta del capitalismo in fallimento, una fase durante la quale tutto l’edificio sociale ha cominciato a scricchiolare, tremare e crollare.

1989-99: la lotta di classe di fronte alla decomposizione della società borghese

Il crollo del blocco dell’est si è dunque imposto a un proletariato che, per quanto combattivo e sulla strada di sviluppare la sua coscienza di classe, non aveva ancora raggiunto il livello necessario per essere capace di reagire sul suo terreno di classe ad un avvenimento storico di una tale importanza.

Il crollo del blocco dell’est e l’enorme, mistificatoria campagna ideologica sulla “morte del comunismo” che la borghesia ha sviluppato in questa occasione ha bloccato la terza ondata e (ad eccezione di una debole minoranza politicizzata della classe operaia) ha avuto un impatto profondamente negativo sulla coscienza di classe, elemento fondamentale per la capacità della classe di sviluppare una prospettiva, di mettere avanti uno scopo globale alla lotta, in un periodo tra l’altro in cui è sempre più difficile separare le lotte difensive dalla battaglia offensiva e rivoluzionaria del proletariato.

Il crollo del blocco dell’est ha portato un colpo alla classe in due maniere:

·         ha permesso alla borghesia di sviluppare tutta una serie di campagne sul tema della “morte del comunismo” e della “fine della lotta di classe” che ha profondamente intaccato la capacità della classe di situare le sue lotte nella prospettiva della costruzione di una nuova società, ergendosi a forza autonoma e antagonista al capitale. La classe operaia, non avendo giocato alcun ruolo specifico negli avvenimenti del 1989-91, è stata toccata profondamente a livello della fiducia in se stessa. Sia la combattività che la coscienza della classe hanno subito un riflusso considerevole, certamente il più profondo dopo la ripresa storica del 1968. I sindacati hanno ricavato il più grande profitto da questa perdita di fiducia, facendo un ritorno trionfale come “solo e vero mezzo che hanno gli operai” per difendersi;

·         allo stesso tempo, il crollo del blocco dell’est ha aperto le porte a tutte le forze della decomposizione che stavano alla sua origine, sottoponendo sempre più la classe alla putrida atmosfera del “ciascuno per sé”, alle influenze nefaste del gangsterismo, del fondamentalismo, ecc. In più la borghesia si è mostrata capace di rivolgere contro la classe operaia le manifestazioni della decomposizione del suo sistema. Un esempio tipico di questo è stato l’affare Doutroux in Belgio, dove le sporche pratiche delle cricche borghesi sono state utilizzate come pretesto per trascinare la classe operaia in una vasta campagna democratica per un “governo pulito”. L’utilizzazione della mistificazione democratica è diventata sempre più sistematica, perché essa è allo stesso tempo la “logica conclusione da tirare dalla fine del comunismo” (secondo la borghesia) e costituisce lo strumento ideale oggi per accrescere l’atomizzazione della classe e incatenarla allo Stato capitalista. Le guerre provocate dalla decomposizione – il massacro del Golfo nel 1991, l’ex-Yugoslavia, ecc. – hanno certamente permesso a una minoranza di vedere più chiaramente la natura militarista e barbara del capitalismo, ma hanno anche l’effetto più generale di aumentare il senso di impotenza nel proletariato, il sentimento di vivere in un mondo crudele e irrazionale nel quale non c’è altra soluzione che quella di nascondere la testa sotto la sabbia.

La situazione dei disoccupati mostra con chiarezza i problemi che si pongono oggi alla classe. Fino all’inizio degli anni ottanta la CCI aveva considerato i disoccupati come una fonte potenziale di radicalizzazione per l’insieme del movimento di classe. Ma sotto il peso della decomposizione si è visto che è risultato sempre più difficile per i disoccupati sviluppare le loro proprie forme collettive di lotta e organizzazione, essendo essi particolarmente vulnerabili agli effetti più distruttivi della decomposizione (atomizzazione, delinquenza, ecc.). E questo è vero in particolare per i disoccupati giovani, che non hanno mai fatto l’esperienza della disciplina collettiva e della solidarietà del lavoro. Allo stesso tempo questa influenza negativa è stata aggravata dalla tendenza del capitale a “disindustrializzare” i suoi settori “tradizionali” – miniere, cantieri navali, siderurgia, ecc. – dove gli operai hanno una lunga esperienza di solidarietà di classe. Invece di portare la loro forza collettiva alla loro classe, questi proletari hanno avuto tendenza a diluirsi in una massa inerte, finendo con il togliere all’insieme della classe una sorgente importante di identità e di esperienza.

I pericoli contenuti nel nuovo periodo per la classe operaia e l’avvenire delle sue lotte non possono essere sottostimati. Se la lotta della classe operaia ha chiaramente sbarrato la strada alla tendenza alla guerra mondiale negli anni settanta e ottanta, essa non può né fermare né rallentare il processo di decomposizione. Per scatenare una guerra mondiale, la borghesia avrebbe dovuto infliggere una serie di sconfitte importanti ai battaglioni centrali della classe operaia. Oggi, il proletariato è confrontato a una minaccia, dai tempi lunghi ma non meno pericolosa,  di una cottura “a fuoco lento” in cui la classe operaia viene sempre più schiacciata da questo processo di decomposizione, fino a poter perdere la sua capacità di affermarsi in quanto classe, mentre il capitalismo passa di catastrofe in catastrofe (guerre locali, catastrofi ecologiche, carestie, epidemie, ecc.). Tutto questo può arrivare fino al punto che le premesse stesse per una società comunista possono essere distrutte per intere generazioni, per non parlare della possibilità stessa della distruzione totale dell’umanità.

Secondo noi, malgrado i problemi posti dalla decomposizione, malgrado il riflusso della lotta di classe avutosi in questi ultimi anni, la capacità del proletariato di lottare, di reagire al declino del sistema capitalista, non è sparita, e il corso verso scontri di massa resta aperto. Per mostrare questo è necessario esaminare di nuovo la dinamica generale della lotta di classe dall’inizio della fase di decomposizione.

L’evoluzione della lotta di classe dopo il 1989

Come la CCI aveva previsto all’epoca, nel corso dei due o tre anni che hanno seguito il crollo del blocco dell’est il riflusso della classe operaia è stato molto marcato sia a livello della sua coscienza che della combattività La classe operaia subiva in pieno la campagna sulla “morte del comunismo”.

Nel corso del 1992 gli effetti di questa campagna hanno cominciato a diminuire e si sono potuti vedere dei primi segni di una ripresa della combattività, in particolare attraverso la mobilitazione degli operai italiani contro le misure di austerità del governo Amato nel mese di settembre. Queste mobilitazioni sono state seguite in ottobre dalle manifestazioni dei minatori contro la chiusura delle miniere in Inghilterra. Alla fine del 1993 ci sono stati nuovi movimenti di lotta in Italia, in Belgio, in Spagna e soprattutto in Germania con scioperi e manifestazioni in numerosi settori, in particolare nell’edilizia e in quello automobilistico.

Nell’editoriale della nostra Révue Internationale n. 76, opportunamente intitolato “la difficile ripresa della lotta di classe”, dicevamo: “la calma sociale che regnava da quasi quattro anni è definitivamente interrotta”. Pur salutando questa ripresa della combattività nella classe, la CCI sottolineava le difficoltà e gli ostacoli con cui questa ripresa si sarebbe confrontata: la forza ritrovata dei sindacati; la capacità della borghesia di manovrare contro di essa, in particolare la sua capacità di scegliere il momento e i temi su cui provocare  movimenti importanti; la capacità della classe dominante di utilizzare a pieno il fenomeno della decomposizione per rafforzare l’ato-mizzazione della classe (all’epoca c’era un grande utilizzo degli scandali, di cui un esempio importante fu la campagna su “mani pulite” in Italia).

Nel dicembre del 1995 tutto l’ambiente politico rivoluzionario ha subito una prova importante. Sull’onda di un conflitto nelle ferrovie e a seguito di una attacco molto provocatorio alla protezione sociale di tutti i lavoratori, tutto concorreva a far sembrare la Francia sull’orlo di un movimento molto importante, con scioperi e assemblee generali, con slogan lanciati dai sindacati e gridati dai lavoratori che mettevano in evidenza come la sola maniera per vincere era quella di “lottare tutti assieme”. Un certo numero di gruppi rivoluzionari, normalmente scettici sulla lotta di classe in generale, si sono particolarmente entusiasmati per questo movimento. La CCI, al contrario, ha messo in guardia gli operai sul fatto che questo “movimento” era innanzitutto il prodotto di una gigantesca manovra della classe dominante che, cosciente del malcontento crescente in seno alla classe operaia, cercava di fare un’opera preventiva prima che la collera sfociasse in una vera lotta spontanea. In particolare, presentando i sindacati come i campioni della lotta, come i migliori difensori dei metodi operai di lotta (assemblee, delegazioni di massa verso gli altri settori, ecc.) la borghesia cercava di rafforzare la credibilità del proprio apparato sindacale, in preparazione di futuri scontri importanti. Benché la CCI sia stata molto criticata per la sua “visione cospiratrice” della lotta di classe, questa analisi è stata confermata in seguito. Le borghesie belga e tedesca, con i loro sindacati, hanno in effetti effettuato delle copie conformi del “movi-mento francese”, mentre in Gran Bretagna (campagna sui portuali di Liverpool) e negli Stati Uniti (sciopero alla UPS) avevano luogo diversi tentativi di rinnovamento dell’immagine dei sindacati.

L’ampiezza di queste manovre non ha rimesso in discussione la tendenza strisciante alla ripresa della lotta di classe. In effetti si potrebbe dire che queste manovre, destinate a provocare lotte in condizioni sfavorevoli e spesso su parole d’ordine sbagliate, costituiscono una misura del pericolo costituito dalla classe operaia.

Il grande sciopero in Danimarca all’inizio dell’estate del 1998 ha portato una importante conferma delle nostre analisi. A prima vista questo movimento sembrerebbe avere molte somiglianze con gli avvenimenti del dicembre 1995 in Francia. Ma, come scrivemmo nel nostro editoriale della Révue Internationale n. 94, non era così: “Nonostante la sconfitta dello sciopero e le manovre della borghesia, questo movimento non ha lo stesso significato di quello del dicembre 1995 in Francia. In particolare, mentre in Francia il ritorno al lavoro si era fatto sotto un sentimento di euforia,con una sensazione di aver vinto che non lasciava spazio a una rimessa in discussione del sindacalismo, la fine dello sciopero in Danimarca era accompagnata da un sentimento di sconfitta e da poche illusioni sui sindacati. Questa volta l’obiettivo della borghesia non è stato quello di lanciare una vasta campagna internazionale di credibilizzazione dei sindacati, ma di bagnare le polveri, di giocare d’anticipo su un malcontento e una combattività crescente che si faceva spazio poco a poco sia in Danimarca che in altri paesi d’Europa e non.”

Questo editoriale mostra anche altri aspetti importanti dello sciopero: il suo essere di massa (un quarto del proletariato danese in sciopero per due settimane) a testimonianza reale del livello montante della collera e della combattività nella classe e l’utilizzo intensivo del sindacalismo di base per assorbire la combattività ed il malcontento operaio verso i sindacati ufficiali.

Al di là di tutto, è il contesto internazionale ad essere mutato: un’atmosfera di combattività crescente che si esprimeva in numerosi paesi ed in maniera continua:

·         negli Stati Uniti, durante l’estate 1998, con gli scioperi di quasi 10.000 operai alla General Motors, quello di 70.000 operai della compagnia telefonica Bell Atlantic, quella degli operai del settore sanità a New York, senza parlare dei violenti scontri con la polizia durante una manifestazione di 40.000 edili a New York;

·         in Gran Bretagna, con gli scioperi non ufficiali della sanità in Scozia, dei postali a Londra, così come i due scioperi degli elettrici nella capitale che hanno mostrato una chiara volontà di battersi malgrado l’opposizione della direzione sindacale;

·         in Grecia, durante l’estate, dove degli scioperi tra gli insegnanti sono arrivati allo scontro con la polizia;

·         in Norvegia dove in autunno vi è stato uno sciopero paragonabile in ampiezza a quello della Danimarca;

·         in Francia, dove si sono sviluppate tutta una serie di lotte in vari settori, nella scuola, nella sanità, nelle poste e nei trasporti, in particolare lo sciopero degli autista dei bus a Parigi in autunno dove i lavoratori hanno risposto sul loro terreno di classe ad una conseguenza della decomposizione – il numero crescente di aggressioni che subiscono – rivendicando dei posti di lavoro in più piuttosto che la presenza della polizia sugli autobus;

·         in Belgio, dove una lenta ma chiara ascesa della combattività, manifestata negli scioperi nell’industria automobilistica, nei trasporti, nelle comunicazioni, è stata contrastata con una gigantesca campagna sul tema del “sindacalismo di lotta”. Ciò si è manifestato esplicitamente con la promozione di un “movimento per il rinnovamento sindacale” che utilizza un linguaggio estremamente radicale e “unitario” e  il cui leader, D’Orazio, si è visto dotare di un’aureola di radicalismo, perché perseguito in giudizio per “violenza”;

·         nel terzo mondo, con gli scioperi in Corea, delle voci su di un malcontento massiccio e crescente in Cina e, più di recente, in Zimbawe dove uno sciopero generale è stato indetto per canalizzare la collera degli operai non solo contro le misure di austerità del governo ma anche contro i sacrifici imposti dalla guerra nella repubblica democratica del Congo; questo sciopero ha coinciso con diserzioni e proteste in seno alle truppe.

Si potrebbero fare altri esempi, benché sia difficile ottenere informazioni per il fatto che – contrariamente alle grandi manovre sindacali largamente amplificate dai mezzi di informazione nel 1995 e 1996 – la borghesia ha risposto alla maggior parte di questi movimenti con la politica del black-out, della censura, del silenzio, a riprova del fatto che questi movimenti sono l’espressione di una vera e crescente combattività che la borghesia non vuole incoraggiare.

Le risposte della borghesia e le prospettive della lotta di classe

Di fronte alla crescita della combattività, la borghesia non può restare inerte. Essa ha già lanciato o intensificato tutta una serie di campagne sia sul terreno della lotta che sul piano politico più in generale, e ciò per intaccare la combattività della classe ed impedire lo sviluppo della sua coscienza. Si assiste oggi ad un rifiorire dei sindacati “di lotta” (come in Belgio, Grecia o nello sciopero degli elettrici inglesi), e nello stesso tempo si sviluppa la propaganda sulla “democrazia” (la vittoria dei governi di sinistra, l’affare Pinochet, ecc.), le mistificazioni sulla crisi (la “critica” della mondializzazione, gli appelli ad una sedicente “terza via” che utilizzerebbe lo Stato per tenere le redini di una “economia di mercato” ribelle) e che continuano con le calunnie contro la rivoluzione d’Ottobre, il bolscevismo e la Sinistra comunista, ecc.

Oltre a queste campagne, vediamo che la classe dominante si appresta ad utilizzare al massimo tutte le manifestazioni della decomposizione sociale per aggravare le difficoltà alle quali la classe operaia deve far fronte: resta ancora un cammino molto lungo da percorrere tra il genere di movimento che abbiamo visto in Danimarca e lo sviluppo di scontri massicci di classe nei paesi del cuore del capitale, scontri che offriranno di nuovo la prospettiva della rivoluzione a tutti gli sfruttati e oppressi della terra.

Tuttavia, lo sviluppo della lotta durante il recente periodo ha mostrato che, malgrado tutte le difficoltà che ha dovuto affrontare nell’ultimo decennio, la classe operaia non ne esce sconfitta e conserva anche un enorme potenziale per combattere questo sistema moribondo. In effetti, esistono molti fattori importanti che possono permettere la radicalizzazione degli attuali movimenti della classe e portarli ad un livello superiore:

·         Lo sviluppo sempre più aperto della crisi economica mondiale. A dispetto di tutti i tentativi della borghesia per minimizzare il suo significato e mistificarne le cause, la crisi resta “l’alleata del proletariato” nel senso che essa tende a mettere a nudo i reali limiti del modo di produzione capitalistico. L’anno scorso, abbiamo già assistito ad un approfondimento maggiore della crisi economica e sappiamo che il peggio deve ancora venire; sono i grandi centri capitalistici a risentire prima di tutti di questo ultimo tonfo;

·         L’accelerazione della crisi corrisponde all’accelerazione degli attacchi capitalistici contro la classe operaia. Ma essa significa anche che la borghesia è sempre meno in grado di diluire nel tempo questi attacchi, di riportarli o di concentrarli su alcuni settori. Sarà sempre più tutta la classe operaia ad essere colpita e tutti gli aspetti della sue condizioni di vita ad essere minacciati. Così la necessità degli attacchi massicci della borghesia metterà sempre più in chiaro la necessità di una risposta di massa della classe operaia;

·         Nello stesso tempo, la borghesia dei principali centri capitalistici sarà anche costretta ad impegnarsi sempre più in avventure militari; la società sarà sempre più impregnata da un’atmosfera di guerra. Abbiamo detto che in alcune circostanze (come immediatamente dopo il crollo del blocco dell’Est), lo sviluppo del militarismo può far aumentare il sentimento di impotenza del proletariato. Nello stesso tempo abbiamo notato, come durante la guerra del Golfo, che alcuni eventi possono anche avere un effetto positivo sulla coscienza di classe, in particolare all’interno di una minoranza più politicizzata o più combattiva. Resta vero che la borghesia è incapace di mobilitare in massa il proletariato per le sue avventure militari. Uno dei fattori che spiega la vasta “opposizione” in seno alla classe dominante ai recenti raids sull’Irak è la difficoltà a “vendere” questa politica di guerra alla popolazione in generale e alla classe operaia in particolare. Queste difficoltà vanno crescendo per la classe dominante, perché a livello militare essa sarà sempre più costretta a mostrare i denti.

* * * * *

Il Manifesto Comunista descrive la lotta di classe coma una “guerra civile più o meno velata”. La borghesia, pur tentando di creare l’illusione di un ordine sociale in seno al quale i conflitti di classe apparterrebbero al passato, è tuttavia costretta ad accelerare le condizioni stesse che polarizzano la società intorno a due campi opposti da antagonismi inconciliabili. Più la società borghese sprofonda nella sua mortale agonia, più il velo che nasconde questa “guerra civile” sparirà. Di fronte a contraddizioni economiche, sociali e militari sempre più forti, la borghesia è costretta a rinserrare tutto il suo stato politico totalitario sulla società, per impedire ogni attentato al suo ordine e domandare sempre più sacrifici e dare sempre meno in cambio. Come nel secolo scorso, quando il Manifesto fu scritto, la lotta degli operai tende a ridivenire la lotta di una classe “fuori legge”, una classe che non ha alcun interesse da difendere nell’attuale sistema e le cui ribellioni e proteste sono effettivamente interdette dalla legge. In ciò risiede l’importanza di tre aspetti essenziali della lotta di classe oggi:

·         la lotta per costruire un rapporto di forze in favore degli operai, è la chiave perché la classe sia capace di riaffermare la sua identità di classe contro tutte le divisioni imposte dall’ideologia borghese in generale ed i sindacati in particolare e contro l’atomizzazione aggravata dalla decomposizione del capitalismo. E’ soprattutto una chiave nella pratica perché essa si rivela una necessità immediata in ogni lotta: gli operai non possono difendersi che allargando il fronte della loro lotta in maniera più ampia possibile;

·         la lotta per uscire dalla prigione sindacale; sono nei fatti i sindacati che mettono avanti dappertutto la “legalità” capitalista e le divisioni corporative nella lotta, che cercano di impedire agli operai di costruire un rapporto di forza a loro favore. La capacità degli operai di affrontare i sindacati e di sviluppare le proprie forme di organizzazione sarà dunque un criterio cruciale della reale maturazione della lotta nel periodo futuro, quali che siano le difficoltà di questo processo;

·         lo scontro con i sindacati è nello stesso tempo scontro con lo Stato capitalista; e lo scontro con lo Stato capitalista è la chiave della politicizzazione della lotta di classe. In molti casi è la borghesia che prende l’iniziativa di fare di “ogni lotta di classe una lotta politica” (Il Manifesto) perché essa non può, in fin dei conti, integrare la lotta di classe nel suo sistema. L’inizio del “confronto” è stato e sarà sempre più intrapreso dalla classe dominante. Ma la classe operaia dovrà rispondere, non semplicemente sul terreno della difesa immediata, ma prima di tutto sviluppando una prospettiva generale per le sue lotte, ponendo ogni lotta parziale nel contesto più vasto della lotta contro tutto il sistema. Questa coscienza sarà per ancora molto tempo necessariamente limitata ad una minoranza. Ma questa minoranza aumenterà e questa crescita si manifesterà nell’aumento dell’influenza delle organizzazioni politiche rivoluzionarie su un numero sempre maggiore di operai radicalizzati. Da ciò deriva la necessità vitale per queste organizzazioni di seguire molto da vicino lo sviluppo del movimento della classe e di essere capaci di intervenire al suo interno.

La borghesia può cercare di venderci la menzogna secondo la quale la lotta di classe è morta. Ma essa è già sul punto di prepararsi alla “guerra civile aperta” che è sicuramente contenuta nel futuro di un ordine sociale che è con le spalle al muro. La classe operaia e le sue minoranze rivoluzionarie devono, anche loro, prepararvisi.

28/12/98

XIII Congresso della CCI. Perché la presenza di partiti di sinistra nella maggioranza degli attuali governi europei?

                                                                            TESTO DI ORIENTAMENTO 

1) Dei 15 paesi che compongono l'Unione Europea, 13 hanno oggi dei governi diretti da partiti socialdemocratici o a partecipazione socialdemocratica (solo la Spagna e l'Irlanda fanno eccezione). Questa realtà evidentemente è stata oggetto di analisi e di commenti da parte dei giornalisti borghesi così come dei gruppi rivoluzionari. Così, per uno "specialista" di politica internazionale come Alexandre Adler: "le sinistre europee hanno almeno un obiettivo unico: la conservazione dello stato provvidenza, la difesa di una sicurezza comune degli europei" (Courrier International, n°417). Allo stesso modo, Le Proletaire dell'autunno 1998 consacra un articolo a questa questione in cui afferma con ragione che l'attuale predominio della socialdemocrazia alla testa della maggior parte dei paesi europei corrisponde ad un politica deliberata e coordinata a scala internazionale della borghesia contro la classe operaia. Tuttavia, tanto nei commenti borghesi che nell'articolo di Le Proletaire non si capisce la specificità di questa politica rispetto a quella portata avanti dalla classe dominante nei periodi passati a partire dalla fine degli anni '60. Dobbiamo dunque capire le cause del fenomeno politico al quale assistiamo attualmente a livello europeo ed anche a livello mondiale (con la presenza dei democratici alla testa dell'esecutivo degli Stati Uniti). Ciò detto, prima di ricercare queste cause, occorre rispondere ad una domanda: Possiamo interpretare il dato di fatto indiscutibile della presenza quasi egemonica dei partiti socialdemocratici alla guida dei paesi dell'Europa occidentale come l’espressione di un fenomeno generale con delle cause comuni per tutti i paesi oppure dobbiamo pensare che si tratti di una coincidenza casuale di una serie di situazioni particolari e specifiche a ogni paese?

2) Il marxismo si distingue dall’atteggiamento empirico per il fatto che non trae le sue conclusioni a partire dai soli fatti osservati in un dato momento, ma interpreta e integra questi fatti in una visione storica e globale della realtà sociale. Essendo un metodo vivente, esso si preoccupa di esaminare in permanenza questa realtà senza mai esitare a mettere in discussione le analisi elaborate in precedenza:

  • sia perché esse potrebbero essersi rivelate sbagliate (il metodo marxista non ha mai preteso di prevenire ogni errore)
  • sia perché potrebbero essere sorte nuove condizioni storiche tali da rendere caduche le analisi precedenti.

In ogni caso, il metodo marxista non deve essere considerato come un dogma intangibile di fronte al quale la realtà non avrebbe altra alternativa che piegarsi. Una tale concezione del marxismo è quella dei bordighisti (o del defunto FOR che negava la realtà della crisi perché non corrispondeva ai suoi schemi). Ma non è quella che la CCI ha ereditato da Bilan e dall'insieme della Sinistra Comunista. Se il metodo marxista si guarda bene dal basarsi sui soli fatti immediati e rifiuta di sottomettersi alle "evidenze" celebrate dagli ideologi della borghesia, esso è obbligato tuttavia a tenere conto in permanenza di questi fatti. Di fronte al fenomeno della massiccia presenza della sinistra alla guida dei paesi europei, si può evidentemente cercare di trovare per ogni paese delle ragioni specifiche che spieghino i motivi di una tale disposizione delle forze politiche. Per esempio, noi abbiamo attribuito all'estrema debolezza politica e alle divisioni della destra in Francia il ritorno della sinistra al governo nel 1997. Ugualmente abbiamo visto che hanno giocato un ruolo importante nella costituzione del governo di sinistra delle considerazioni di politica estera, in Italia contro il "polo" di Berlusconi favorevole all'alleanza con gli Stati Uniti, o in Gran Bretagna, dove i conservatori erano profondamente divisi in rapporto all'Unione Europea e agli Stati Uniti. Tuttavia, voler fare scaturire la situazione politica attuale in Europa dalla semplice somma delle situazioni particolari dei singoli paesi che la compongono sarebbe un esercizio vano e contrario allo spirito marxista. Infatti, secondo il metodo marxista, la quantità diviene, in alcune circostanze, una qualità nuova. Quando si constata che mai, da quando hanno raggiunto il campo borghese, tanti partiti socialisti sono stati simultaneamente al governo (anche se tutti lo erano stati in un momento o un altro), quando si vede che anche in paesi importanti come la Gran Bretagna e la Germania (dove la borghesia abitualmente padroneggia molto bene il suo gioco politico) la sinistra è stata installata al governo in modo deliberato dalla borghesia, è necessario considerare che si tratta di una "qualità" nuova che non può ridursi alla semplice sovrapposizione di "casi particolari". (1)

D’altra parte è proprio questa l’impostazione che noi abbiamo seguito quando abbiamo messo in evidenza il fenomeno della "sinistra all'opposizione", alla fine degli anni '70. Così il testo adottato dal 3° congresso della CCI, che dava il quadro della nostra analisi sulla sinistra all'opposizione, cominciava con il tenere conto del fatto che nella maggior parte dei paesi europei, la sinistra era stata estromessa dal potere:

Basta dare uno sguardo per constatare che .. l'arrivo della sinistra al potere non si è verificato; anzi, la sinistra in questo ultimo anno è stata sistematicamente estromessa dal potere nella maggior parte dei paesi d'Europa. Basti citare il Portogallo, l'Italia, la Spagna, i paesi scandinavi, la Francia, il Belgio, la Gran Bretagna così come  Israele per constatarlo. Restano praticamente solo due paesi in Europa dove la sinistra è al potere: la Germania e l'Austria." (“All'opposizione come al governo, la 'sinistra' contro la classe operaia, Revue Internationale n° 18).

3) Nell'analisi delle cause che motivano la venuta della sinistra al governo in questo o quel paese europeo, occorrerà tenere conto dei fattori specifici (per esempio, nel caso della Francia, l'estrema debolezza della "destra la più stupida al mondo"). Tuttavia, è fondamentale che i rivoluzionari siano capaci di dare all'insieme del fenomeno una risposta globale e la più completa possibile. È’ ciò che la CCI aveva fatto nel 1979, durante il suo 3° congresso, a proposito della sinistra all'opposizione, e il miglior modo di riprendere questo lavoro è ricordare con quale metodo abbiamo analizzato questo fenomeno all'epoca:

In seguito all'apparizione della crisi e alle prime manifestazioni della lotta operaia, la sinistra al governo era la risposta più adeguata del capitalismo nei primi anni (…), la sinistra, ponendo la sua candidatura al governo, assolveva efficacemente alla sua funzione di inquadramento del proletariato, smobilitandolo e paralizzandolo con le sue mistificazioni sul "cambiamento" e sull'elettoralismo.

La sinistra doveva restare ed è restata in questa posizione finché questa le permetteva di assolvere alla sua funzione. Non si tratta dunque di un errore che avremmo commesso in passato ma di qualcosa di differente e di più sostanziale, d'un cambiamento che è intervenuto nell'allineamento delle forze della borghesia. Sarebbe un grave errore non riconoscere in tempo questo cambiamento e continuare a ripetere nel vuoto frasi sul 'pericolo della sinistra al potere'. Prima di proseguire l'esame del perché di questo cambiamento e del suo significato, occorre insistere in modo particolare sul fatto che non si tratta di un fenomeno circostanziale e limitato a questo o quel paese, ma di un fenomeno generale, valido a breve termine e forse a medio termine, per l'insieme dei paesi occidentali. (…)

Dopo aver efficacemente realizzato il suo compito d'immobilizzazione della classe operaia negli ultimi anni, la sinistra al potere o in marcia verso il potere oggi non può più assumere questa funzione che ponendosi all'opposizione. Le ragioni di questo cambiamento sono molteplici: esse dipendono certamente dalle condizioni particolari specifiche ai diversi paesi, ma questi sono motivi secondari; le principali ragioni risiedono nell'usura subita dalla sinistra e il lento sganciamento rispetto alle mistificazioni della sinistra da parte delle masse operaie. La recente ripresa delle lotte operaie e la loro radicalizzazione ne sono la testimonianza evidente.

Ricordiamo i tre criteri emersi durante le analisi e le discussioni anteriori sulla sinistra al potere:

  • necessità di rafforzamento delle misure di capitalismo di Stato;

·         migliore integrazione nel blocco occidentale sotto il dominio del capitale degli Stati Uniti;

  • inquadramento efficace della classe operaia e immobilizzazione delle sue lotte.

La sinistra riuniva meglio e con più efficacia queste tre condizioni, e gli Stati Uniti, leader del blocco, appoggiavano volentieri il suo arrivo al potere con delle riserve tuttavia nei confronti dei PC. (…) Ma se gli Stati Uniti restavano quantomeno diffidenti per ciò che concerne i PC, il loro sostegno al permanere o all'arrivo dei socialisti al potere, dovunque fosse possibile, era totale. (…)

Ritorniamo ai criteri per la sinistra al potere. Esaminandoli da vicino vediamo che anche se la sinistra li rappresenta meglio, questi non sono tutti patrimonio esclusivo della sinistra. I primi due, le misure di capitalismo di stato e l'integrazione nel blocco, possono perfettamente essere portati a termine, se la situazione lo esige, da altre forze politiche della borghesia, come i partiti di centro o della destra. (2) (…) Al contrario, il terzo criterio, l'inquadramento della classe operaia,  è appannaggio proprio ed esclusivo della sinistra. È’ la sua funzione specifica, la sua ragione d'essere.

Questa funzione, la sinistra non la compie unicamente, e neanche generalmente al potere. (...) In  genere, la partecipazione della sinistra al potere è assolutamente necessaria in due situazioni precise:

1) nella Sacra Unione in vista della guerra per trascinare gli operai alla difesa nazionale;

2) in una situazione rivoluzionaria per ostacolare la marcia della rivoluzione.

Al di fuori di queste due situazioni estreme, nelle quali la sinistra non può non esporsi apertamente come difensore incondizionato del regime borghese affrontando apertamente e violentemente la classe operaia, la sinistra deve sempre vegliare a non svelare troppo la sua vera identità e la sua funzione capitalista e a mantenere la mistificazione che la sua politica  porta alla difesa degli interessi della classe operaia. (…). Pertanto, anche se la sinistra come ogni partito borghese aspira 'legittimamente' ad accedere al potere statale, si deve tuttavia notare una differenza che distingue questi partiti degli altri partiti della borghesia per ciò che concerne la loro presenza al potere. Questi partiti della sinistra pretendono essere dei partiti 'operai' e come tali sono obbligati a presentarsi davanti agli operai con una maschera, una fraseologia 'anticapitalista ' di lupi con addosso la pelle di montone. Il loro soggiorno al potere li mette in una situazione ambivalente più difficile di ogni altro partito chiaramente borghese. Un partito apertamente borghese esegue al potere ciò che diceva di fare, la difesa del capitale, e non si trova affatto discreditato facendo una politica antioperaia. È esattamente lo stesso sia all'opposizione che al governo.  È tutto il contrario per ciò che riguarda i partiti cosiddetti 'operai'. Essi devono avere una fraseologia operaia e una pratica capitalista, un linguaggio nell'opposizione e una pratica assolutamente opposta nel governo. (…) Dopo una prima esplosione di malcontento e di convulsioni sociali che aveva sorpreso la borghesia, neutralizzata solo dalla 'sinistra al potere' , con il continuo aggravamento della crisi, le illusioni della sinistra al potere che si dissipano, la ripresa della lotta che s'annuncia, diviene urgente che la sinistra ritrovi il suo posto nell'opposizione e radicalizzi la sua fraseologia per poter controllare questa ripresa delle lotte che s'avvicina. Evidentemente, questo non può essere un fatto definitivo, ma è attualmente e per il prossimo futuro un fatto generale. (3)” (ibid.)

4) Il testo del 1979, come si vede, ricordava la necessità di esaminare il fenomeno dello spiegamento delle forze politiche alla testa degli Stati borghesi sotto tre angoli differenti:

  • le necessità della borghesia di fronte alla crisi economica;
  • gli imperativi imperialisti di ogni borghesia nazionale;
  • la politica da fare di fronte al proletariato.

Esso affermava inoltre che questo ultimo aspetto è, in ultima istanza, il più importante nel periodo storico aperto con la ripresa proletaria alla fine degli anni 1960.

Nella comprensione della presente situazione è un fattore che la CCI ha già preso in conto sin dal gennaio 1990 durante il crollo del blocco dell'est e l'arretramento della coscienza ch'esso aveva provocato nella classe operaia: "È per questa ragione, in particolare, che conviene aggiornare l'analisi sviluppata dalla CCI sulla 'sinistra all'opposizione'. Questa carta era necessaria alla borghesia dalla fine degli anni '70 e per tutti gli anni '80 a causa della dinamica generale della classe operaia verso scontri sempre più determinati e coscienti, per il crescente rigetto delle mistificazioni democratiche, elettorali e sindacali. (…) Invece, il riflusso attuale della classe operaia non impone più alla borghesia, per un certo tempo, l'utilizzazione prioritaria di questa strategia." (Revue Internationale n° 61)

Tuttavia, ciò che all'epoca era concepito come una possibilità s'impone oggi come una regola quasi generale (più generale ancora di quella della sinistra all'opposizione nel corso degli anni '80). Dopo aver visto la possibilità del fenomeno è importante dunque capire le cause della sua apparizione prendendo in conto i tre fattori enunciati sopra.

5) La ricerca delle cause del fenomeno dell'egemonia della sinistra alla testa dei paesi europei deve basarsi sulla presa in conto delle caratteristiche specifiche del periodo attuale. Questo lavoro è presente nei tre rapporti sulla situazione internazionale presentati al congresso e non c'è motivo di ritornarci qui in modo dettagliato. È’ tuttavia importante paragonare la situazione attuale con quella degli anni '70 quando la borghesia giocò la carta della sinistra al governo o in marcia verso il governo.

Sul piano economico, gli anni '70 sono i primi anni della crisi aperta del capitalismo. Infatti, è soprattutto a partire dalla recessione del 1974 che la borghesia prende coscienza della gravità della situazione. Tuttavia, malgrado la violenza delle convulsioni di questo periodo, la classe dominante s'aggrappa alle illusioni che queste potranno essere superate. Attribuendo le sue difficoltà all'aumento dei prezzi del petrolio in seguito alla guerra del Kippur del 1973, essa spera di superarle con una stabilizzazione dei prezzi petroliferi e l'utilizzazione di altre risorse energetiche. Scommette inoltre su di un rilancio basato sui crediti di grande entità (attinti dai "petrodollari") che sono prestati ai paesi del terzo mondo. Infine, essa s'immagina che nuove misure di capitalismo di Stato di tipo neo-keynesiano permetteranno di stabilizzare i meccanismi dell'economia in ogni paese.

Sul piano dei conflitti imperialisti, si assiste al loro aggravamento principalmente per lo sviluppo della crisi economica anche se questo aggravamento è ancora ben al di qua di quello degli inizi degli anni '80. La necessità di una maggiore disciplina all'interno di ciascuno dei due blocchi costituisce un dato importante delle politiche borghesi (è così che in un paese come la Francia, l'arrivo di Giscard d'Estaing nel 1974 mette fine alle velleità "d'indipendenza" che caratterizzano il periodo gaullista).

Sul piano della lotta di classe, questo periodo è caratterizzato dalla forte combattività che si è sviluppata in tutti i paesi del mondo sulla scia del maggio 1968 in Francia e del "maggio rampante" italiano del 1969; una combattività che in un primo tempo sorprese la borghesia.

Su questi tre aspetti, la situazione attuale si distingue in modo notevole da quella degli anni '70.

Sul piano economico, è da molto tempo che la borghesia ha perduto le sue illusioni su di una "uscita" dalla crisi. Malgrado le campagne del periodo passato sui benefici della "mondializzazione", essa non dà per scontato di ritornare ai bei tempi gloriosi anche se spera ancora di limitare i danni. Ma anche questa ultima speranza è stata gravemente intaccata dall'estate 1997 con il crollo dei "draghi" e delle "tigri" seguito dalla quello della Russia e del Brasile nel 1998.

Sul piano dei conflitti imperialisti la situazione si è modificata radicalmente: oggi non esistono più i blocchi imperialisti. Ma gli scontri militari non sono cessati. Si sono invece aggravati, moltiplicati e avvicinati ai paesi centrali, soprattutto alle metropoli dell'Europa occidentale. Essi sono in più caratterizzati dalla tendenza ad una partecipazione sempre più diretta delle grandi potenze, particolarmente della prima tra di esse, allorché gli anni ‘70 conoscevano un certo disimpegno di queste, particolarmente degli Stati Uniti che lasciavano il Vietnam.

Sul piano delle lotte operaie, il periodo attuale è ancora segnato dall'arretramento della combattività e della coscienza provocato dagli avvenimenti della fine degli anni '80 (crollo del blocco dell'est e dei regimi "socialisti"), inizio anni '90 (guerra del Golfo, guerra in Yugoslavia, ecc.) anche se delle tendenze ad una ripresa della combattività si fanno sentire e si constata una fermento politico in profondità ancora molto minoritario.

Infine, è importante sottolineare il nuovo fattore che tocca la vita della società d'oggi e che non esisteva nel corso degli anni '70: l'entrata nella fase di decomposizione del periodo di decadenza del capitalismo.

6) Quest'ultimo fattore è da prendere in considerazione per capire il fenomeno attuale dell'arrivo della sinistra al governo. La decomposizione tocca tutta la società e in primo luogo la sua classe dominante: la borghesia. Questo fenomeno è particolarmente spettacolare nei paesi della periferia e costituisce un fattore d'instabilità crescente che spesso alimenta gli scontri imperialisti. Abbiamo messo in evidenza che nei paesi più sviluppati, la classe dominante è molto più capace di controllare gli effetti della decomposizione ma nello stesso tempo si può costatare che non li può prevenire totalmente. Uno degli esempi più spettacolari è certamente la buffonata del "Monicagate" all’interno della prima borghesia mondiale che, se può mirare ad un riorientamento della politica imperialista di questa, provoca nello stesso tempo un danno sensibile alla sua autorità.

Nel ventaglio dei vari partiti borghesi, non tutti i settori sono toccati nello stesso modo dal fenomeno della decomposizione. Tutti i partiti borghesi hanno evidentemente per vocazione la conservazione a breve e lungo termine degli interessi globali del capitale nazionale. Tuttavia, in questo ventaglio, i partiti che hanno una maggiore coscienza della loro responsabilità sono in genere i partiti di sinistra perché questi sono meno legati agli interessi a breve termine di questo o quel settore capitalista e anche perché la borghesia ha già attribuito loro un ruolo di primo piano nei momenti decisivi della vita della società (guerre mondiali e soprattutto periodi rivoluzionari). Evidentemente, i partiti di sinistra sono lo stesso toccati dagli effetti della decomposizione la corruzione, gli scandali, le tendenze alle scissioni, ecc. Tuttavia gli esempi di paesi come l'Italia o la Francia mettono in evidenza ch'essi sono, per le loro caratteristiche, più risparmiati rispetto alla destra da questi effetti. In questo senso, uno degli elementi che permette di spiegare l'arrivo di partiti di sinistra al governo in molti paesi consiste nella maggiore resistenza di questi partiti alla decomposizione, e soprattutto la loro maggiore coesione (il che è valido anche per un paese come la Gran Bretagna dove i conservatori erano molto più divisi che i laburisti). (4)

Un altro fattore legato alla decomposizione che permette di spiegare i "successi" attuali della sinistra è la necessità di ridare tono alla mistificazione democratica ed elettorale. L'affossamento dei regimi stalinisti ha costituito un fattore molto importante di rilancio di queste mistificazioni, e particolarmente presso gli operai che, fintanto che esisteva un sistema presentato come diverso dal capitalismo, poteva nutrire la speranza di un’alternativa al capitalismo (anche se si facevano poche illusioni sulla realtà dei paesi "socialisti"). Tuttavia la guerra del Golfo del 1991 ha dato un colpo alle illusioni democratiche. In più, la disillusione generale verso i valori tradizionali della società che caratterizza la decomposizione, e che si esprime principalmente attraverso l'atomizzazione e il "ciascuno per sé", non poteva non aver effetti sull'impatto ideologico delle istituzioni classiche degli Stati capitalisti, e particolarmente sulla base di questi, i meccanismi democratici ed elettorali. E giustamente, la vittoria elettorale della sinistra nei paesi dove, conformemente alle necessità della borghesia, la destra aveva governato per un lungo periodo (soprattutto in due paesi molto importanti come la Germania e la Gran Bretagna) ha potuto costituire un fattore importante di rianimazione delle mistificazioni elettorali.

7) L'aspetto conflitti imperialisti (che occorre d'altronde collegare alla questione della decomposizione: crollo del blocco dell'Est, "ciascuno per sé" nell'arena internazionale) costituisce un fattore importante dell’arrivo della sinistra al governo in molti paesi. Abbiamo già visto che il necessario riorientamento della diplomazia dell'Italia a scapito dell'alleanza americana aveva costituito un fattore di primo piano della disgregazione e scomparsa della Democrazia Cristiana in questo paese e anche della caduta del "polo" di Berlusconi (più favorevole agli Stati Uniti). Abbiamo visto ugualmente che la maggior omogeneità dei laburisti in Gran Bretagna a favore di una politica più aperta verso l'Unione Europea era uno dei motivi della scelta di Blair per la borghesia britannica. Infine l'arrivo al governo in Germania dei settori politici più lontani dall’hitlerismo che si erano anche confezionati un vestito "pacifista" (socialdemocratici e soprattutto "verdi"), costituisce un miglior paravento all'affermazione delle mire imperialiste di questo paese, principale rivale, sul lungo periodo, degli Stati Uniti. Tuttavia c'è un altro elemento da prendere in considerazione e che si applica anche ai paesi dove (come in Francia) non c'è differenza tra la destra e la sinistra nella politica internazionale. Si tratta della necessità per ogni borghesia dei paesi centrali di una crescente partecipazione ai conflitti militari che sconvolgono il mondo e della natura stessa di questi conflitti. In effetti, questi si presentano come orribili massacri di popolazioni civili di fronte ai quali la "comunità internazionale" deve far valere "il diritto" e organizzare delle missioni "umanitarie". Dal 1990, la quasi totalità degli interventi militari delle grandi potenze (e particolarmente quello in Yugoslavia) si è nascosta dietro questa maschera e non ha addotto il motivo della difesa degli "interessi nazionali". E per condurre le guerre "umanitarie" è chiaro che la sinistra è meglio piazzata della destra (anche se quest'ultima può farlo), perché una delle sue carte più giocate è proprio quella della "difesa dei diritti dell'uomo". (5)

8) Anche sul piano della gestione della crisi economica esistono degli elementi che vanno a favore dell'arrivo della sinistra al governo nella maggioranza dei paesi. È’ evidente lo scacco delle politiche ultra liberali di cui Reagan e Thatcher erano i rappresentanti più in vista. Naturalmente la borghesia non può fare altro che continuare i suoi attacchi economici contro la classe operaia così come certamente non ritornerà sulle privatizzazioni che le hanno permesso:

  • di alleggerire i deficit del budget statale;
  • di rendere più redditizie un certo numero di attività economiche;
  • di evitare la politicizzazione immediata dei conflitti sociali che si può avere quando il padrone è lo Stato in prima persona.

Detto ciò, il fallimento delle politiche ultra-liberali (che si è espresso particolarmente con la crisi asiatica) porta acqua ai difensori della politica di un maggior intervento dello Stato. Ciò è valido a livello di discorsi ideologici: è necessario che la borghesia faccia finta di correggere ciò che può presentare come derivante da suoi errori, l'aggravamento della crisi, al fine di evitare che questa favorisca la presa di coscienza del proletariato. Ma è lo stesso valido a livello di politiche reali: la borghesia prende coscienza degli "eccessi" della politica "ultra-liberale". Nella misura in cui la destra era fortemente segnata da questa politica del "meno Stato", la sinistra è per il momento la più indicata per mettere in opera un tale cambiamento (anche se è noto che anche la destra può prendere questo tipo di misure, come lo ha fatto negli anni '70 con Giscard d'Estaing in Francia e, anche se oggi è un uomo di destra, Aznar, che in Spagna si richiama alla politica del laburista Blair). La sinistra non può ristabilire il “welfare state” ma fa finta di non tradire completamente il suo programma ristabilendo un maggiore intervento dello Stato nell'economia.

Inoltre, lo scacco della "globalizzazione senza briglie" che si è soprattutto concretizzato nella crisi asiatica costituisce un fattore supplementare che porta acqua al mulino della sinistra. Quando la crisi aperta si è sviluppata, a partire dagli anni '70, la borghesia ha capito che non doveva rifare gli errori che avevano contribuito ad aggravare la crisi degli anni '30. In particolare, malgrado tutte le tendenze che venivano alla luce in questo senso occorreva combattere la tentazione di un ripiegamento su se stessi, del protezionismo e dell’autarchia che rischiavano di portare un colpo fatale al commercio internazionale. Per questo la Comunità Economica Europea ha potuto proseguire il suo cammino fino ad arrivare all'Unione Europea e all'attuazione dell’Euro. Sempre per questo, è stata messa in piazza l'Organizzazione Mondiale del Commercio, per limitare i diritti doganali e favorire gli scambi internazionali. Tuttavia, questa politica di apertura dei mercati ha costituito un fattore importante d'esplosione della speculazione finanziaria (che costituisce lo "sport" favorito dei capitalisti in periodo di crisi quando si spostano dall'investimento nella produzione, che ha scarse prospettive redditizie) Speculazione finanziaria i cui pericoli sono stati messi alla luce dal crollo dei paesi asiatici. Anche se la sinistra non rimetterà, fondamentalmente, in causa la politica della destra in questo campo, essa è più favorevole ad una maggiore regolamentazione dei flussi finanziari internazionali. (regolamentazione di cui la "tassa Tobin" è una delle formule) che permette di limitare gli eccessi della "globalizzazione". Facendo ciò, la sua politica mira a creare una specie di cordone sanitario attorno ai paesi più sviluppati permettendo di limitare l'impatto delle convulsioni che toccano i paesi della periferia.

9) La necessità di far fronte allo sviluppo della lotta di classe costituisce un fattore essenziale dell'arrivo della sinistra al governo nel periodo attuale. Ma prima di determinarne le ragioni occorre notare le differenze tra la situazione attuale e quella del periodo precedente. Negli anni '70, l'arrivo della sinistra al governo veniva presentata alle masse operaie con argomenti del tipo:

  • bisogna portare avanti una politica economica radicalmente differente da quella della destra, una politica "socialista", per rilanciare l'economia e "far pagare i ricchi"(6);
  • per non compromettere questa politica o permettere alla sinistra di vincere le lezioni occorre limitare le lotte sociali.

In parole povere, si può dire che "l'alternativa di sinistra" aveva la funzione di canalizzare il malcontento e la combattività degli operai nelle urne elettorali.

Oggi i diversi partiti di sinistra che sono andati al governo vincendo le elezioni sono ben lontani dall'usare il linguaggio "operaio" che utilizzavano all'inizio degli anni '70. Gli esempi che colpiscono di più sono quelli di Blair che si fa l'apostolo d'una terza via e di Schröder difensore d'un "nuovo centro". Infatti non si tratta di canalizzare verso le urne una combattività ancora molto debole, ma di darsi i mezzi affinché una volta al governo la sinistra non abbia un linguaggio molto diverso da quello usato durante la campagna elettorale, e ciò al fine di evitare un rapido discredito come era successo negli anni '70 (per esempio, i laburisti inglesi arrivati al governo agli inizi del 1974 sullo slancio dello sciopero dei minatori dovettero uscirne nel 1979 di fronte ad una combattività che raggiunse livelli eccezionali nel corso dello stesso anno). Il fatto che la sinistra oggi abbia un aspetto molto più "borghese" rispetto agli anni '70, è dovuto alla debolezza attuale della combattività operaia. Questo permette alla sinistra di rimpiazzare la destra al governo senza troppi contraccolpi. Tuttavia la presenza generalizzata della sinistra nei governi dei paesi più avanzati non è solo un fenomeno "per difetto", legato alla debolezza della classe operaia. Essa gioca anche un ruolo "positivo" per la borghesia di fronte al suo nemico mortale. E ciò sia a medio che a breve termine.

A medio termine, l'alternanza ha due effetti: da una parte ha dato nuovo credito al processo elettorale; dall’altra permette ai partiti di destra di rinforzarsi all'opposizione (7) al fine di poter meglio giocare il loro ruolo quando riapparirà una situazione che renderà necessaria la sinistra all'opposizione con una destra "dura" al potere. (8)

Nell'immediato, il linguaggio "moderato" della sinistra per far passare i suoi attacchi permette d'evitare le esplosioni di combattività favorite dalle provocazioni del linguaggio duro della destra modello Thatcher. Ed è questo uno degli obiettivi importanti della borghesia. Nella misura in cui, come già messo in evidenza, una delle condizioni essenziali che permette alla classe operaia di riguadagnare il terreno perso con il crollo del blocco dell'est e di riprendere il suo processo di presa di coscienza, è costituito dallo sviluppo delle sue lotte, la borghesia cerca oggi di guadagnare più tempo possibile, anche se sa che non potrà sempre giocare questa carta.

10) Appare così chiaro che, tra i differenti fattori che motivano attualmente l'utilizzazione da parte della borghesia della carta della sinistra al governo, la gestione della crisi, i conflitti imperialisti e la politica di fronte alla minaccia proletaria, è quest'ultimo fattore che assume l’importanza maggiore. Quest’importanza è tanto più grande per il fatto che nel fattore gestione della crisi, uno degli aspetti essenziali della politica della sinistra non è tanto nelle misure concrete che essa è portata a prendere (e che anche la destra può adottare) quanto nella sua capacità di tenere un discorso diverso da quello della destra che si trovava al governo fino a poco tempo prima. In questo senso, è per la sua funzione ideologica che la sinistra è particolarmente preziosa in rapporto alla gestione della crisi, una funzione ideologica che s'indirizza all'insieme della società ma particolarmente alla classe che si contrappone alla borghesia, il proletariato. Lo stesso vale per la questione concernente i conflitti imperialisti Il contributo essenziale che la sinistra può apportare alla politica di guerra della borghesia, è darle una copertura "umanitaria" adeguata, il che è proprio del dominio ideologico e della mistificazione che, anche qui, si rivolge all'insieme della popolazione ma principalmente alla classe operaia, unica forza che può essere di ostacolo alla guerra imperialista.

In fin dei conti, il ruolo essenziale che  gioca il fattore difesa contro la classe operaia nella politica attuale della sinistra al governo, costituisce un'ulteriore illustrazione dell'analisi sviluppata dalla CCI da più di 30 anni: il rapporto di forza generale tra le classi, il corso storico, non è a favore della borghesia  (controrivoluzione, corso alla guerra mondiale) ma a favore del proletariato (uscita dalla controrivoluzione, corso verso scontri di classe). L'arretramento subito da quest'ultimo con il crollo dei regimi stalinisti e le campagne sulla "morte del comunismo", fondamentalmente, non ha rimesso in causa questo corso storico.

11) La presenza massiccia dei partiti di sinistra nei governi europei costituisce un elemento significativo e molto importante della situazione attuale. Le differenti borghesie nazionali non la giocano questa carta ciascuna nel proprio cantuccio. Già nel corso degli anni '70, quando la carta della sinistra al governo o in marcia verso il governo fu giocata in alcuni paesi europei, la borghesia ebbe il sostegno del presidente democratico degli Stati Uniti Carter. Negli anni 80 la carta della sinistra all'opposizione e di una destra "dura" al potere trovò in Ronald Reagan (come in Margaret Thatcher) il suo più eminente rappresentante. A quest'epoca, la borghesia elaborava la sua politica a livello dell'insieme del blocco occidentale. Oggi i blocchi sono scomparsi e le tensioni imperialiste continuano ad aggravarsi tra gli Stati Uniti e numerosi paesi europei. Tuttavia, di fronte alla crisi e alla lotta di classe, le principali borghesie del mondo hanno a cuore continuare a coordinare la loro politica. Il 21 settembre 1998 si è tenuto a New York un incontro al vertice per un’internazionale di "centrosinistra" dove Tony Blair ha celebrato il "centro radicale" e Romano Prodi "l'Ulivo mondiale", mentre Bill Clinton, si compiaceva nel vedere "la terza via estendersi nel mondo" (9). Ma queste manifestazioni entusiaste dei principali dirigenti della borghesia non devono nascondere la gravità della situazione che costituisce la tela di fondo e la ragione essenziale della strategia attuale della borghesia.

E’ probabile che la borghesia manterrà ancora per un po' questa strategia. In particolare è indispensabile che i partiti di destra recuperino le forze e la coesione che permetterà loro di riprendere il loro posto alla guida dello Stato. D'altronde, il fatto che l’andata della sinistra al governo in un gran numero di paesi (e particolarmente in Gran Bretagna e in Germania) sia stata fatta a "freddo", in un clima di debole combattività operaia (contrariamente, per esempio, a ciò che è successo in Gran Bretagna nel 1974), con un programma elettorale molto vicino a quello che è poi stato effettivamente applicato, significa che la borghesia ha l'intenzione di giocare questa carta ancora per un certo tempo. Infatti, uno degli elementi decisivi che determinerà il momento del ritorno della destra sarà il riemergere sulla scena delle lotte di massa del proletariato. Nell'attesa di questo momento, mentre il malcontento operaio arriva ancora ad esprimersi solo in modo limitato e spesso isolato, tocca "alla sinistra della sinistra" canalizzare questo malcontento. Come abbiamo già visto, la borghesia non può lasciare sguarnito il terreno sociale. Per questo si assiste oggi ad una certa risalita delle forze di estrema sinistra del capitale (soprattutto in Francia) e, in certi paesi, i partiti socialisti al governo hanno cercato di prendere le distanze dalle organizzazioni sindacali, le quali possono così permettersi  di avere un linguaggio "un po' contestatario". Tuttavia, il fatto che in Italia un settore di Rifondazione Comunista abbia deciso di continuare a sostenere il governo e che in Francia la CGT abbia deciso durante il suo ultimo congresso di condurre una politica più "moderata" mette in evidenza che non c'è ancora urgenza per la classe dominante.

 

1. Bisogna notare che in Svezia dove, durante le ultime elezioni la socialdemocrazia ha ottenuto la più bassa percentuale dal 1928, la borghesia ha ugualmente fatto appello a questo partito (con il sostegno del partito stalinista) per dirigere gli affari di Stato.

2. Questa è un’idea che la CCI aveva già sviluppato più volte in precedenza: "così risulta che i partiti di sinistra  non sono i rappresentanti esclusivi della tendenza generale verso il capitalismo di Stato, che in periodi di crisi, questa si manifesta con una tale forza, che qualunque sia la tendenza politica al potere, questa non può far altro che prendere misure di statalizzazione, dato che la sola differenza che può sussistere tra destra e sinistra sul metodo per far tacere il proletariato è carota o bastone." (Révolution Internationale n° 9, maggio-giugno 74). Come si vede, l'analisi che abbiamo sviluppato al 3° congresso non cadeva dal cielo ma scaturiva da un quadro che avevamo elaborato cinque anni prima.

3. La possibilità per un partito di sinistra di giocare meglio il suo ruolo restando nell'opposizione piuttosto che andando al potere non era una idea nuova nella CCI. Cinque anni prima scrivevamo a proposito della Spagna: "[il PCE] è sempre di più  sopraffatto nelle lotte attuali e ... rischia, oltre che eventuali posti governativi, di non poter controllare la classe come è sua compito; in questo caso, la sua efficacia antioperaia sarebbe ben più grande restando all'opposizione" (Révolution Internationale n° 11, settembre 1974)

4. Tuttavia è importante sottolineare ciò che è detto sopra: la decomposizione tocca in modo molto differente la borghesia secondo che si tratti di paesi sviluppati o di paesi arretrati. Nei paesi con una borghesia vecchia, l'apparato politico di questa, compreso i suoi settori di destra tra i più vulnerabili, è generalmente capace di padroneggiare la situazione e di evitare le convulsioni che invece toccano i paesi del terzo mondo o certi paesi dell'antico impero sovietico.

5. Dopo che questo testo è stato redatto, la guerra in Yugoslavia ha apportato una sorprendente illustrazione di questa idea. Gli attacchi della NATO sono stati presentati unicamente come "umanitari" con l'obiettivo di proteggere le popolazioni albanesi del Kossovo contro i soprusi di Milosevic. Tutti i giorni lo spettacolo televisivo della tragedia dei rifugiati albanesi è venuto a rafforzate la tesi nauseante della "guerra umanitaria". In questa campagna ideologica bellicista, la “sinistra della sinistra” rappresentata dai "verdi" si è particolarmente distinta. E’ stato il leader dei verdi tedeschi, Joshka Fischer a portare avanti l’azione di diplomazia militare tedesca in nome degli ideali "pacifisti" e "umanitari" nei quali si era distinto in passato. Lo stesso, in Francia, dove allorché il partito socialista è esitante sulla questione dell'intervento terrestre, sono i verdi che in nome "dell'urgenza umanitaria" richiedono un intervento. La sinistra di oggi ritrova gli accenti dei suoi antenati degli anni '30 che reclamavano "armi per la Spagna" e non volevano lasciare a nessuno il primo posto nella propaganda bellica in nome dell'antifascismo.

6. Era l'epoca in cui Mitterrand (sì Mitterrand e non un qualsiasi gauchiste!) parlava con fervore nei suoi discorsi elettorali di "rottura con il capitalismo".

7. Di regola "le cure d'opposizione" costituiscono una buona terapia per le forze borghesi logorate da una lunga presenza al potere. Tuttavia questa non è efficace dappertutto. Il ritorno all'opposizione della destra francese, in seguito alla sconfitta elettorale della primavera 1997, ha significato per essa una nuova catastrofe. Questo settore dell'apparato politico borghese non smette di mostrare le sue incoerenze e divisioni, cosa che non avrebbe potuto fare se fosse rimasto al potere. Ma è vero che abbiamo a che fare con "la destra più stupida del mondo". A questo proposito, è difficile considerare come lascia intendere Le Prolétaire nel suo articolo, che deliberatamente Chirac, per permettere al partito socialista di prendere la direzione del governo, ha provocato le elezioni anticipate nel 1997. Si sa che la borghesia è machiavellica ma ci sono dei limiti.  E Chirac, che ha già dei "limiti", non ha certamente desiderato la sconfitta del suo partito che ricopre attualmente un ruolo di secondo piano.