Pro o contro la “mondializzazione”, rassicuranti o allarmistici, i discorsi sulla situazione internazionale e le sue prospettive sono unanimi su di un concetto: la democrazia sarebbe il solo sistema che permetterà alla società di progredire, di prosperare ed il capitalismo sarebbe la forma al fine trovata dell’organizzazione economica, politica e sociale dell’umanità. “Il 2000 non è stato veramente il primo anno del 21° secolo. In termini sostanziali, il 21° secolo è cominciato nel 1991 con la caduta del comunismo sovietico, il crollo dell’ordine bipolare e l’affermazione del capitalismo globale come ideologia incontrastata della nostra era.” (1)
Ma come si spiega il moltiplicarsi delle guerre locali e dei massacri? Perché la crescita e la generalizzazione della miseria nel mondo? Perché l’aumento della disoccupazione ed il degrado delle condizioni di esistenza del proletariato? Come spiegare le carestie, la recrudescenza delle epidemie, la corruzione e l’insicurezza crescenti? Da dove vengono le cosiddette catastrofi naturali e le minacce all’ambiente del pianeta? Se non dalla sussistenza del capitalismo, di quelle relazioni sociali, di quei rapporti di produzione, che non hanno nulla a che fare con i bisogni umani e rispondono al conseguimento di un solo obiettivo: il profitto; e “non semplicemente un profitto tangibile, ma un profitto sempre crescente.” (2)
Di fronte a questa obiezione vengono avanzate differenti risposte.
La “mondializzazione” e la favola della “democrazia” per mascherare il caos capitalistaTutto queste cose non sarebbero che delle esagerazioni di quelli che si rifiutano di vedere i benefici del sistema attuale. Questa risposta è in generale quella degli adulatori del capitalismo liberale. Per questi ultimi, le conseguenze disastrose della sopravvivenza del capitalismo sono il prezzo normale da pagare in questo sistema sociale, il risultato inevitabile di una legge della natura che implica l’eliminazione dei più deboli ed il benessere solo per i più forti.
Tutte queste calamità del mondo moderno all’alba del 21° secolo sono reali ma sono considerate prima di tutto come degli eccessi o delle imperfezioni, come le conseguenze di errori commessi da responsabili troppo presi dal guadagno e non abbastanza preoccupati del bene di tutti. Sarebbe il risultato del capitalismo “selvaggio”. Ci vorrebbe dunque, secondo queste concezioni, un controllo, una regolamentazione accurata, organizzata da parte dei governi, dagli Stati, da organismi locali, nazionali ed internazionali appositi (per esempio sulla falsariga delle famose ONG, le cosiddette organizzazioni non governative). Ciò potrebbe cancellare gli effetti devastatori di questo sistema, trasformandolo in una vera organizzazione di “cittadini”, facendone un autentico porto di pace e di prosperità per tutti. Questa risposta è in generale, con delle varianti, quella della sinistra dell’apparato politico della borghesia, della socialdemocrazia e degli ex partiti stalinisti, degli ecologisti. E’ la concezione della corrente di pensiero “antimondializzazione”. E si trovano anche le correnti di estrema sinistra che mettono da parte la loro fraseologia rivoluzionaria tradizionale per apportare un contributo radicale al concerto di difesa della democrazia. E’ il caso di tutte le specie di cappelle trotskiste o ex maoiste, anarchiche o libertarie, tutte le varie correnti più o meno fuoriuscite dal gauchisme socialista, comunista, libertario degli anni 1970-80. Al di là delle differenze, tutto il mondo si richiama dunque oggi alla democrazia, dalla estrema destra alla estrema sinistra.
I contestatari che, nel passato, criticavano il circo parlamentare si sono tolti la maschera e hanno mostrato la loro vera natura di ferventi difensori della democrazia borghese, in altri tempi disprezzata. Molti di loro sono d’altronde oggi, praticamente in tutti i paesi, ai vertici dello Stato, occupano dei posti di responsabilità in onorabili istituzioni, organismi ed imprese, ben integrate al sistema. Altri, che si sono mantenuti in un’opposizione più o meno radicale ai governi e a queste stesse istituzioni (3), denunciano gli eccessi e gli errori del sistema, ma in fondo non pongono mai la vera questione della natura di questo sistema.
Uno dei migliori esempi di questa ideologia ci è regolarmente fornito dal mensile francese Le Monde diplomatique. Così, nel numero di gennaio 2001 di questo giornale, si trova che “Il nuovo secolo comincia a Porto Alegre (in Brasile dove si è tenuto il 1° Forum sociale mondiale a fine gennaio 2001). Tutti coloro che, in un modo o in un altro, contestano o criticano la mondializzazione neoliberale stanno per riunirsi … (…) Non per protestare come a Seattle, a Washington, a Praga ed altrove, contro le ingiustizie, le diseguaglianze ed i disastri che provocano, un po’ dappertutto nel mondo, gli eccessi del neoliberalismo. Ma per tentare in uno spirito positivo e costruttivo questa volta, di proporre un quadro teorico e pratico che permetta di prospettare una mondializzazione di tipo nuovo ed affermare che un mondo diverso, meno disumano e più solidale, è possibile.” (4)
E nello stesso numero, si trova un articolo di Toni Negri, figura emblematica di Potere Operaio (5), che sviluppa l’idea che oggi non vi è imperialismo ma un “Impero” capitalista!? Il proposito sembra restare fedele alla “lotta di classe” e alla “battaglia degli sfruttati contro il potere del capitale”. Ma non è che un’apparenza. L’articolo pretende soprattutto di inventare una sorta di nuova prospettiva per la lotta di classe. Il che lo porta dritto dritto su di un vecchio terreno sfruttato: la necessità della difesa della democrazia al posto di quella della “rivoluzione”; l’identificazione di cittadini al posto dell’identità della classe proletaria. “Queste lotte esigono, oltre al salario garantito, una nuova espressione della democrazia nel controllo delle condizioni politiche di riproduzione della vita (…) la maggior parte di queste idee sono nate all’epoca delle manifestazioni di Parigi nell’inverno del 1995, questa “Comune di Parigi sotto la neve” (!) che esaltava (…) l’autoriconoscimento sovversivo dei cittadini delle grandi città.”
Quali che siano le intenzioni soggettive di questi protagonisti della contestazione del sistema capitalista, di questi difensori della prospettiva della democrazia, tutto ciò serve innanzitutto oggettivamente a mantenere in vita delle illusioni sulla possibilità di riformare questo sistema o di trasformarlo gradualmente.
Ciò che la classe operaia ha bisogno di comprendere, contro queste vecchie idee riformiste rimesse in piazza, è che l’imperialismo, questo “stadio supremo del capitalismo” come diceva Lenin, la fa sempre da padrone. Che esso tocca “tutti gli Stati, dal più piccolo al più grande” come diceva Rosa Luxemburg. Che esso è alla base del moltiplicarsi delle guerre locali e della proliferazione dei massacri in tutte le zone del mondo. Di fronte a queste numerose questioni ed inquietudini sull’inutilità ed assurdità del mondo attuale, di fronte all’assenza crescente di prospettiva che pervade tutta la società, di fronte a questa atmosfera pesante di vita al giorno per giorno, di fronte al ciascuno per sé, alla decomposizione del tessuto sociale, allo scomparire della solidarietà collettiva, la classe operaia ha bisogno di comprendere che la prospettiva del capitalismo non è certo un mondo di cittadini che una buona democrazia potrà far vivere nella pace, nell’abbondanza e nella prosperità. Ciò che la classe operaia ha bisogno di comprendere è che la società attuale è e resta una società di classe, un sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, il cui motore è il profitto ed il funzionamento dettato dall’accumulazione del capitale. Che la democrazia è una democrazia borghese, la forma più elaborata della dittatura della classe capitalista.
Ciò che è cambiato dal 1991 non è che il capitalismo avrebbe trionfato sul comunismo e si sarebbe dunque imposto come il solo sistema sociale vivibile. Ciò che è cambiato è che il regime capitalista ed imperialista del blocco sovietico è crollato sotto i colpi della crisi economica e di fronte alla pressione militare del suo nemico, il blocco occidentale. Ciò che è cambiato è la configurazione imperialista del pianeta che reggeva il mondo dopo la seconda guerra mondiale. Non è il comunismo o un sistema in transizione verso il comunismo che è crollato all’Est. Il vero comunismo, che non è ancora mai esistito, resta all’ordine del giorno. Non potrà essere instaurato che con il rovesciamento rivoluzionario del dominio capitalista da parte della classe operaia internazionale. Esso è l’unica alternativa a ciò che promette la sopravvivenza della società capitalista: l’affossamento in un caos indescrivibile che potrebbe significare a breve la distruzione definitiva dell’umanità.
La “nuova economia” in perdita, la crisi ininterrottaMentre i festeggiamenti per l’anno 2000 si erano svolti sotto gli auspici dell’euforia della “nuova economia”, l’anno 2001 è cominciato con un’inquietudine chiaramente rivolta alla salute economica del capitalismo mondiale. I nuovi guadagni prodigiosi promessi non sono arrivati. Al contrario, dopo un anno di amarezze e disillusioni, i campioni della e-business e della net-economy (gli affari e l’economia via internet) hanno moltiplicato i fallimenti e licenziato a tutto spiano. Alcuni esempi: “Con il raffreddamento della new economy, si è avuta una raffica di annunzi di licenziamenti. Più di 36.000 impieghi di ‘pointcom’ sono stati soppressi nella seconda metà dell’anno scorso, 10.000 solo il mese corso.” (6)
Nelle colonne della Révue Internationale abbiamo analizzato a più riprese la situazione della crisi economica (7). Non torneremo in dettaglio su queste analisi, le cui conclusioni sono nuovamente confermate oggi. Nello scorso dicembre, i maggiori giornali della stampa internazionale titolavano “Caos” (8) e “Un atterraggio brutale?” (9). Al di là della grandi frasi rassicuranti e vuote, la borghesia ha bisogno di sapere che ne è veramente dei profitti che essa può sperare dai suoi investimenti. E bisogna arrendersi all’evidenza. La “new economy” non è altro che una metamorfosi della “vecchia economia”, cioè molto semplicemente un prodotto non della crescita ma della crisi dell’economia capitalista. Lo sviluppo delle comunicazioni via Internet non è la “rivoluzione” promessa. L’utilizzo su grande scala di Internet, sia a livello degli scambi commerciali, delle transazioni finanziarie e bancarie, che all’interno delle imprese e delle amministrazioni, non cambia le leggi ineluttabili dell’accumulazione del capitale che esigono il beneficio netto, la redditività e la competitività sul mercato.
Così come qualsiasi altra innovazione tecnica, il vantaggio in competizione procurato dall’utilizzo di Internet scompare molto rapidamente a partire dal momento in cui tale utilizzo diventa generalizzato. Ed, inoltre, nel campo della comunicazione e delle transazioni, perché la tecnica funzioni e sia efficace, deve supporsi che tutte le imprese siano connesse.
All’inizio, la grande “rivoluzione tecnologica” di Internet doveva consentire uno sviluppo colossale del “modello” B2C, un acronimo che significa “business to consumer”, cioè procurare un rapporto diretto tra produttore e consumatore. Nei fatti si tratta molto semplicemente di poter consultare dei cataloghi e passare degli ordini per corrispondenza elettronica via Internet piuttosto che per corriere. Bella innovazione! Molto rapidamente il B2C è stato abbandonato a favore del B2B, il “business to business”, il mettere in rapporto diretto le imprese tra loro. Il primo “modello” puntava sui guadagni procurati da una vendita per corrispondenza attraverso corriere elettronico, somma molto poco redditizia perché dedicata essenzialmente al consumo familiare. Il secondo era decantato in quanto metteva in contatto diretto le imprese. I guadagni dovevano allora provenire da due “sbocchi”. Da un lato le imprese potevano guadagnare danaro o piuttosto ridurre delle spese a causa della riduzione degli intermediari nei loro rapporti. Ciò non è un vero sbocco ma una semplice riduzione delle spese! Dall’altro lato si doveva assistere all’apertura di un favoloso “mercato”, quello costituito dalla necessità di fornire su Internet i servizi adeguati (annuari, liste, cataloghi, applicazioni informatiche, mezzi di pagamento, ecc.); nei fatti il ritorno dalla finestra degli … intermediari che si era appena cacciati dalla porta. Grazie Internet! Anche qui è stato necessario arrendersi all’evidenza, il profitto non era arrivato. Questi “modelli” economici sono ben presto stati abbandonati. Il 98% delle start ups di questi tre ultimi anni, queste imprese della “nuova economia” supposte costituire l’esempio dell’avvenire radioso dello sviluppo capitalista, sono scomparse. In quelle sopravvissute, i dipendenti, un tempo euforici di fronte al loro arricchimento (virtuale!) per i dividendi di stock di azioni generosamente distribuite e che non contavano più le loro ore di lavoro, si sono disincantati. E’ significativo che i sindacati, che trascuravano questa manodopera finora, arrivano in forza sul settore. Non che il sindacalismo sia divenuto improvvisamente un difensore dei lavoratori (10), ma piuttosto perché sarebbe pericoloso lasciar sviluppare liberamente la riflessione tra i lavoratori brutalmente disillusi.
Questa ideologia della net-economy è un chiaro esempio dello stallo dell’economia borghese, del declino storico dei rapporti di produzione capitalisti. In questa ideologia il profitto sembrava che dovesse essere estratto dallo sviluppo del commercio e non più direttamente dalla produzione. Il mercante doveva in qualche modo prendere il posto del produttore. Ma cos’è questa ideologia se non l’aspirazione al ritorno ad un capitalismo di mercanti come esisteva alla fine del … Medio Evo? A quell’epoca il capitalismo cominciava a svilupparsi attraverso il progredire del commercio, che spezzava gli ostacoli dei rapporti di produzione feudali che frenavano lo sviluppo delle forze produttive nel vincolo della servitù. Oggi, e dopo più di un secolo da allora, il mercato mondiale è interamente conquistato dal capitalismo ed il commercio mondiale è soffocato da un sovrapproduzione generalizzata che non riesce a trovare degli sbocchi sufficienti. La salute del capitalismo non si avvarrà di un nuovo progresso del commercio che è del tutto impossibile nelle condizioni storiche dell’epoca attuale.
Noi non abbiamo considerato in questo articolo che la net-economy, perché il suo crollo nel corso dell’anno 2000 è stato l’aspetto più pubblicizzato della crisi economica capitalista. Ma come prosegue il giornale citato prima “le riduzioni di posti di lavoro sono andate ben al di là del pianeta ‘pointcom’. Vi sono stati più di 480.000 licenziamenti in novembre. La General Motors licenzia 15.000 operai con la chiusura d’Oldsmobile. Whirpool riduce i suoi organici di 6.330 operai. Aetna ne licenzia 5.000.” (11) In effetti l’anno 2001 si apre con un’accelerazione considerevole della crisi. Negli Stati Uniti sono state prese delle misure urgenti da A. Greenspan, il capo della Banca centrale, per tentare di scongiurare lo spettro della recessione. La “nuova economia” è bruciata rapidamente e la crisi della “vecchia economia” prosegue inesorabile. Indebitamento colossale a tutti i livelli, attacchi sempre più forti alle condizioni di vita del proletariato a livello internazionale, incapacità di integrare nei rapporti di produzione capitalisti delle masse crescenti di senza lavoro, ecc., queste sono le conseguenze fondamentali dell’ economia capitalista. Gli Stati, le banche centrali, le Borse, il FMI, in generale tutte le istituzioni finanziarie e bancarie e tutti gli “attori” della politica mondiale si sforzano di regolare il funzionamento caotico di questa “economia da casinò” (12), ma i fatti sono duri e le leggi del capitalismo finiscono sempre per imporsi.
Come nel campo economico dove i vari discorsi servono soprattutto a mascherare il declino storico del capitalismo e la profondità della crisi, così nel campo dell’imperialismo i discorsi sulla pace servono a nascondere il caos crescente e gli antagonismi moltiplicati a tutti i livelli. La situazione attuale in Medio Oriente ne è una chiara dimostrazione.
L’impossibile pace in Medio OrienteI protagonisti di questo cosiddetto “processo di pace” non sanno veramente loro stessi cosa fare di fronte alla situazione. Ognuno tenta di difendere al meglio le sue posizioni senza che nessuna delle parti sia capace di proporre una via d’uscita stabile e percorribile all’imbroglio che costituisce la situazione di guerra endemica che perdura in questa regione del mondo. Lo stato di Israele è ben deciso ad abbandonare il meno possibile delle sue prerogative e l’Autorità palestinese sotto la guida di Arafat non può accettare che ciò avvenga, perché apparirebbe come una capitolazione delle sue ambizioni.
Lo Stato di Israele difende una posizione di forza acquisita dalla sua fondazione nel 1947, attraverso molte guerre contro gli Stati arabi vicini (Giordania, Siria, Libano ed Egitto), con il sostegno indefesso degli Stati Uniti. Bastione della resistenza del blocco imperialista occidentale nell’offensiva condotta a partire dagli anni 1950 dal blocco imperialista russo, per il tramite degli Stati arabi infeudatisi all’URSS, lo Stato di Israele si è costruito un posto da gendarme in questa regione del mondo che non è disposto a lasciarsi contestare.
Ma dopo il crollo del blocco imperialista russo, ormai dieci anni fa, la situazione è evoluta. Gli Stati Uniti hanno riorientato la loro politica in Medio Oriente. La guerra del Golfo nel 1991 aveva per obiettivo di imporre il riconoscimento dello stato di superpotenza mondiale degli Stati Uniti di fronte alle velleità degli alleati del blocco occidentale come la Gran Bretagna, la Francia e, soprattutto, la Germania, di prendere le distanze dal loro padrino divenuto ingombrante. La disciplina di blocco non era ormai più attuale poiché la minaccia del blocco avversario era scomparsa. Ma la guerra del Golfo aveva anche un secondo obiettivo, quello di imporre il dominio totale degli Stati Uniti sul Medio Oriente.
Nel periodo della divisione del mondo in due grandi blocchi imperialisti, l’amministrazione americana poteva tollerare che i suoi alleati tenessero delle posizioni influenti sulla scena imperialista in alcune regioni del mondo. Essa poteva anche delegare ad alcuni tra loro il compito di condurre una politica estera, che pur manifestando talvolta dei contrasti con gli interessi americani, pur tuttavia era costretta ad iscriversi nell’orbita del blocco occidentale. In Medio Oriente, la Gran Bretagna poteva così avere un’influenza preponderante in Kuwait, la Francia nel Libano ed in Siria, la Germania e la Francia in Iraq, ecc. Nel 1991, la guerra del Golfo diede il segnale della volontà degli Stati Uniti di riprendere in carico totalmente su si sé la “pax americana”. La conferenza di Madrid nell’ottobre 1991,poi i negoziati di Oslo all’inizio del 1993 portarono alla firma della dichiarazione di principio israelo-palestinese a Washington nel settembre 1993, sotto la solo autorità degli Stati Uniti, senza i vecchi alleati. Nel maggio 1994, Arafat e Rabin firmarono al Cairo l’accordo d’autonomia Gaza-Gerico e l’esercito israeliano effettuò una ritirata per permettere l’arrivo trionfale di Yasser Arafat a Gaza nel luglio 1994.
Ma questa evoluzione provocò da parte di una frazione significativa della borghesia israeliana una vera rottura con la politica degli Stati Uniti per la prima volta nella breve storia di questo paese. Nel novembre 1995 Rabin veniva assassinato da “un estremista”. L’ascesa al potere del Likoud di Netanyahou doveva seriamente intralciare i piani della democrazia americana. Gli Stati Uniti riprendevano le redini nel maggio 1999 con il ritorno al potere del Partito laburista e Ehoud Barak come primo ministro, il che doveva portare all’accordo di Sharm el-Sheik tra Arafat e Barak nel settembre 1999. Tuttavia, il summit di Camp David del luglio 2000, che si ipotizzava costituisse il coronamento della capacità degli Stati Uniti di imporre la loro pace nel Medio Oriente, fallisce e si chiude senza alcun accordo. In questo episodio, la politica di uno dei vecchi alleati, la Francia, costituisce apertamente un tentativo di sabotaggio della politica degli Stati Uniti che questi ultimi denunciano d’altronde apertamente come tale. E, in Israele stessa, è il ritorno in forza della resistenza al “processo di pace” all’americana, con la famosa visita di Ariel Sharon, vecchio falco del Likoud, nella valle delle Moschee nel settembre 2000, che lancia il segnale di nuovi scontri violenti che guadagnano rapidamente la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Nell’ottobre 2000, un nuovo summit di Sharm el-Sheik, che prevedeva il blocco delle violenze, la creazione di una commissione di inchiesta e la ripresa dei negoziati, non porta a niente sul terreno dove l’Intifada e la repressione continuano.
Oggi, la situazione non è più dunque la stessa di quella delle guerre aperte come la Guerra dei sei giorni nel 1967 o la Guerra del Kippur del 1973, quando l’esercito israeliano affrontava direttamente gli eserciti degli Stati arabi, all’interno dei quali partecipavano i vari Fronti di liberazione della Palestina. Essa non è più la stessa di quella della guerra del 1982 dove Israele aveva invaso il Libano ed aveva incoraggiato i massacri in massa dei rifugiati dei campi palestinesi di Sabra e Shatila con le milizie cristiane, suoi alleati (più di 20.000 vittime in pochi giorni). Si trattava ancora allora di una situazione dove dominava innanzitutto la separazione fondamentale tra i grandi blocchi imperialisti, al di là delle opposizioni circostanziali che potevano esistere all’interno delle forze dello stesso blocco. E anche se Yasser Arafat, dopo la sua prima partecipazione alle Nazioni Unite nel 1976, tentava di attirarsi le simpatie della diplomazia americana, restava ancora e sempre, agli occhi di quest’ultima, sospetto di connivenza con “l’Impero del male”, espressione del presidente americano dell’epoca, Reagan, per qualificare l’URSS.
Oggi, vi sono divisioni dappertutto. La borghesia israeliana non si considera più indissolubilmente legata alla tutela degli Stati Uniti. Già dalla guerra del Golfo nel 1991, una frazione significativa di questa, nell’esercito precisamente, si era schierata contro l’interdizione che era stata fatta ad Israele di rispondere militarmente agli attacchi dei missili irakeni sul suo territorio. Poiché l’esercito israeliano era (ed è ancora) il più efficace ed il più organizzato della regione, l’umiliazione di essere costretto alla passività e di affidarsi per la sua difesa allo Stato maggiore americano era stato un boccone troppo amaro. Poi, il “processo di pace” che mette quasi su di un piede di eguaglianza israeliani e palestinese, che impone il ritiro dell’esercito israeliano dal sud del Libano, che prevede la cessione dell’altopiano del Golan, ecc., non è del tutto gradito dalla frazione più “radicale” della borghesia israeliana. E questo “processo di pace” non è più facilmente accettabile anche dal partito laburista di Barak. Anche se questo partito è più vicino agli Stati Uniti del Likud ed ha una visione soprattutto a lungo termine più
realista della situazione del Medio Oriente, esso è il partito della guerra, quello che ha condotto l’esercito e le principali campagne militari. E’ d’altronde quello sotto la cui autorità si sono maggiormente sviluppati i famosi insediamenti dei coloni in territorio palestinesi! Contrariamente alle idee sostenute ed alle mistificazioni, la sinistra, il partito laburista non è orientato alla “pace” più della destra, il Likud. Se esistono delle sfumature, non si tratta di divergenza fondamentale tra le due frazioni della borghesia israeliana. Si è sempre avuta unità nazionale nella guerra come nella “pace” (gli accordi di pace con l’Egitto erano stati condotti dalla destra alla fine degli anni 1970). Ma non è solo lo Stato di Israele che è suscettibile di avere delle velleità di giocare il proprio ruolo e di tentare di affrancarsi dalla tutela degli Stati Uniti. La Siria ha potuto mettere le mani sul Libano, mercanteggiando la propria posizione “neutrale” durante la guerra del Golfo. Pertanto è escluso, dal suo punto vista, dall’accettare l’annessione dell’altopiano del Golan conquistato da Israele nel 1967. Anche qui vi è materia di attrito. E in seno stesso alla borghesia palestinese, l’organizzazione Al Fatah di Arafat e le organizzazioni più radicali sono lungi dall’essere d’accordo tra di loro. Tutta la regione, ad immagine della situazione mondiale, è in preda al crescere del ciascuno per sé. L’influenza largamente preponderante della diplomazia americana è nei fatti molto superficiale e ricopre una grande polveriera sempre pronta ad esplodere nel contesto di superarmamento di tutti i protagonisti della regione.
Quanto alle altre grandi potenze imperialiste, se esse non possono apertamente sabotare le iniziative degli Stati Uniti a rischio di vedersi mettere fuori dal gioco, come è il caso attualmente della diplomazia francese, se tutte sono ufficialmente rientrate nei ranghi per sostenere il “processo di pace”, ciò non esclude che sotto sotto esse intraprendano delle iniziative volte a far fallire il piano Clinton, o ogni altro piano della diplomazia americana. Arafat stesso fa appelli al coinvolgimento dell’Unione europea nei negoziati perché ben gradirebbe non dipendere solamente dagli Stati Uniti per la sua sopravvivenza politica. Detto ciò, non è con l’UE che va a discutere, ma con l’Amministrazione americana.
In questo ciascuno per sé che domina oggi, a parte gli Stati Uniti che fanno di tutto per mantenere il loro status di sola superpotenza militare del pianeta ed eccetto la Germania che prosegue dietro le quinte una politica imperialista discreta e mascherata per accrescere la propria influenza che era stata completamente imbrigliata dopo la II guerra mondiale durante la “guerra fredda”, nessuna altra grande potenza può avere visione a lungo termine. E ancor meno gli Stati meno potenti. Ognuno si sforza di difendere i suoi interessi nazionali, di difendersi là dove è attaccato, in particolare spandendo e seminando il disordine nelle posizioni dell’avversario. Nessuno di essi è capace oggi di mettere in atto una politica costruttiva e duratura. In Medio Oriente, il momento non è quello della stabilizzazione della situazione. Anche una “pace armata” come quella che ha potuto durare in Europa dell’Est durante la “guerra fredda” non è più possibile oggi.
Quanto alla possibilità della creazione dello Stato palestinese, l’incommensurabile assurdità della configurazione del progetto stesso lo fa apparire come una chimera! Vi sono i Territori sotto controllo esclusivo dell’Autorità palestinese: sulla carta alcuni pezzi della Cisgiordania con la striscia di Gaza, ma non tutta intera. Vi sono i Territori sotto controllo misto, dove Israele è responsabile della sicurezza: altri pezzi in Cisgiordania soltanto. Ed il tutto si situa nel circondario dei Territori di Cisgiordania sotto il controllo esclusivo di Israele, con delle strade riservate per proteggere le colonizzazioni israeliane… Come si può far credere che una tale aberrazione contenga un’oncia di progresso, una goccia di soddisfazione dei bisogni delle popolazioni, qualcosa a che vedere con un preteso “diritto dei popoli a disporre di sé stessi”?
Tutta la storia della decadenza del capitalismo ha già dimostrato come tutti gli Stati nazionali che non hanno potuto raggiungere la loro maturità nel corso della fase ascendente del modo di produzione capitalista non hanno potuto costituire un quadro economico e politico solido e forte a lungo termine, come la Yugoslavia e l’URSS hanno dimostrato frammentandosi. Gli Stati ereditati dalla decolonizzazione si riducono in brandelli in Africa. La guerra domina in Indonesia,e a Timor est. Il terrorismo spadroneggia nel sud dell’India, nel Sri Lanka. La tensione è estrema alla frontiera indo-pakistana, tra la Thailandia e la Birmania. In America del sud, la Colombia è in preda ad una destabilizzazione permanente. La guerra è endemica tra Perù ed Ecuador. Dappertutto le frontiere sono contestate perché esse non esprimono una reale solidità veramente accettata e riconosciuta dopo il 19° secolo.
In questo contesto, non solo “la patria palestinese non sarà altro che uno Stato borghese al servizio della classe sfruttatrice e oppressore di quelle stesse masse, con polizia e prigioni” (13), ma non potrà che essere un’aberrazione, uno mini Stato simbolo non della formazione di una nazione ma della decomposizione di cui è portatrice la sopravvivenza del capitalismo nel periodo storico attuale. La divisione delle sovranità in un intreccio indescrivibile di zone, di città e di villaggi, di strade, attribuite agli uni o agli altri, non è un “processo di pace”, è un campo minato per oggi e per domani, dove tutto può generare un conflitto in ogni istante. E’ una si-tuazione dove l’irrazionalità del mondo attuale è spinta agli estremi.
Il 21° secolo comincia con una nuova accelerazione delle conseguenze drammatiche per l’umanità della sopravvivenza del modo di produzione capitalista. La prosperità promessa dalla “nuova economia” così come la pace promessa in Medio Oriente non sono giunte all’appuntamento. Esse non possono esserlo, perché il capitalismo è un sistema decadente, un corpo malato sotto trasfusione, che non può condurre nella sua attuale decomposizione che verso il caos, la miseria e la barbarie.
MG
1. “Ideas: No, Economics Isn’t King”, F. Zacaria, Newsweek, Gennaio 2001.
2. Rosa Luxembourg, L’accumulazione del capitale, Ed. Einaudi
3. In realtà, essi hanno per la maggior parte dei posti “ufficiali”
4. Le Monde diplomatique, gennaio 2001, “Porto Alegre”, I. Ramonet.
5. Gruppo di estrema sinistra extraparlamentare italiano degli anni 1960-70.
6. Time, 10 gennaio 2001, “This time is different”.
7. Vedere gli articoli di questi ultimi anni: “La nuova economia: una nuova giustificazione del capitalismo”, Révue Int. n.102, “La falsa buona salute del capitalismo”, Révue Int. n. 100, “Il vuoto che si nasconde dietro la ‘crescita ininterrotta’”, Révue Int. n. 99, e la serie di articoli “Trenta anni di crisi aperta del capitalismo”, Révue Int. nn. 96, 97 e 98
8. Newsweek, 18 dicembre 2000
9. The Economist, 9-15 dicembre 2000
10. Vedere il nostro opuscolo I sindacati contro la classe operaia
11. Time, ibid.
12. Vedere “Una economia da casinò”, in italiano su Rivoluzione Internazionale n. 102
13. “Né Israele, né Palestina, i proletari non hanno patria”, Presa di posizione pubblicata in tutta la stampa territoriale della CCI, in italiano su Rivoluzione Int. n.119
La borghesia ha celebrato il 2000 a modo suo: con grandi feste e decantando le meraviglie che ha apportato all’umanità il secolo che si è chiuso. Essa non ha mancato di sottolineare i formidabili progressi compiuti dalla scienza e dalla tecnica nel corso di questo secolo e di affermare che il mondo oggi si è dato i mezzi per dividerne i frutti tra tutti gli altri esseri umani. A fianco a questi grandi discorsi euforici abbiamo sentito, ma con minore forza, coloro che sottolineavano le tragedie che hanno colpito il ventesimo secolo o che si preoccupavano delle prospettive future, sottolineando che queste ultime non sembrano particolarmente rosee, che ci sono ancora crisi economiche, fame, guerre, problemi ecologici. Tutti questi discorsi, però, convergono su un punto: non c’è altra società possibile che questa, anche se, per gli uni, bisogna avere fiducia nelle “leggi del mercato”, mentre per gli altri è necessario ammorbidirle e mettere in opera una “vera cooperazione internazionale”.
Tocca ai rivoluzionari, ai comunisti, opporre alle menzogne ed ai discorsi consolatori dei difensori del sistema capitalista il bilancio lucido del secolo che si è chiuso e, a partire da ciò, delineare le prospettive di quello che nel prossimo futuro tocca all’umanità. Questa lucidità non è il frutto di un’intelligenza particolare. Essa risulta dal semplice fatto che il proletariato, di cui i comunisti sono espressione e avanguardia, è la sola classe che non ha bisogno di consolazione, né di mascherare all’insieme della società la realtà dei fatti e le prospettive del mondo attuale, per la semplice ragione che esso è la sola forza capace di cambiare questa prospettiva, non a suo solo beneficio ma a beneficio dell’insieme dell’umanità.
Il carattere mitigato dei giudizi espressi sul 20° secolo da parte dei differenti difensori dell’ordine borghese contrasta con l’unanime entusiasmo che fu la regola quando fu celebrato il 1900. In quest’epoca la classe dominante era talmente sicura della solidità del proprio sistema, sicura che il modo di produzione capitalista fosse capace di apportare dei benefici sempre maggiori alla specie umana che questa illusione aveva cominciato a produrre dei danni importanti all’interno dello stesso movimento operaio. Era l’epoca in cui rivoluzionari come Rosa Luxemburg combattevano nel proprio partito, la Socialdemocrazia tedesca, le idee di Bernstein e compagni che rimettevano in causa il “catastrofismo” della teoria marxista. Queste concezioni “revisioniste” ritenevano che il capitalismo fosse capace di superare definitivamente le sue contraddizioni, in particolare quelle economiche; che esso si incamminasse verso un’armonia ed una prosperità crescenti e che, di conseguenza, l’obiettivo del movimento operaio non potesse consistere nel rovesciamento di questo sistema, ma nel fare pressione dall’interno per trasformarlo a favore della classe operaia. E se, all’interno del movimento operaio organizzato, le illusioni sui progressi illimitati del capitalismo avevano un certo peso, era proprio perché questo sistema aveva dato durante tutto l’ultimo terzo del 19° secolo l’immagine di un vigore e di una prosperità senza precedenti, mentre le guerre che avevano lacerato l’Europa ed altre parti del mondo fino al 1871 sembravano ormai riposte nel museo dell’antichità.
La barbarie del 20° secolo
Evidentemente, il trionfalismo e la buona coscienza che si esprimevano nel 1900 da parte della borghesia oggi non sono più di moda. Infatti, gli stessi apologeti più accaniti del modo di produzione capitalista sono obbligati a riconoscere che il secolo che si è concluso è stato uno dei più sinistri della storia umana. Ed è proprio vero che il carattere eminentemente tragico del 20° secolo è difficile da mascherare. Basti ricordare che questo secolo ha conosciuto due guerre mondiali, avvenimenti che non si erano mai prodotti prima. Così, il dibattito che si era prodotto all’interno del movimento operaio un centinaio di anni fa si è concluso definitivamente nel 1914:
“Le contraddizioni del regime capitalista si sono trasformate per l’umanità, in seguito alla guerra, in sofferenze sovrumane: fame, freddo, epidemie, barbarie morale. La vecchia disputa accademica dei socialisti sulla teoria dell’impoverimento ed il passaggio progressivo dal capitalismo al socialismo è stata così definitivamente risolta. Gli studiosi di statistica ed i pedanti della teoria della risoluzione delle contraddizioni si sono sforzati per anni a cercare in ogni angolo del mondo, fatti reali o immaginari che permettessero di provare il miglioramento di alcuni gruppi o categorie della classe operaia. La teoria dell’impoverimento era insabbiata sotto i sibili sprezzanti degli eunuchi che occupano le care università borghesi e dai bonzi dell’opportunismo socialista. Oggi, non è solo l’impoverimento sociale, ma anche quello fisiologico, biologico nella sua realtà orrenda che ci si presenta.” (Manifesto dell’Internazionale comunista, 6 marzo 1919).
Ma qualunque sia il vigore con cui i rivoluzionari nel 1919 denunciavano la barbarie generata dal capitalismo con la prima guerra mondiale, essi erano lontani dall’immaginare ciò che sarebbe successivamente accaduto: una crisi economica mondiale senza paragone con quelle che Marx ed i marxisti avevano analizzato fino ad allora e soprattutto una seconda guerra mondiale che avrebbe provocato un numero di vittime cinque volte superiore a quello della prima guerra. Una guerra mondiale che ha superato per barbarie qualsiasi immaginazione umana.
La storia dell’umanità non è certo avara di episodi di crudeltà di ogni tipo, di torture, di massacri, di deportazioni o stermini di popolazioni intere sulla base di differenze di religione, di lingua, di cultura, di razza. Cartagine cancellata dalla carta geografica dalle legioni romane, le invasioni di Attila a metà del 5° secolo, l’esecuzione per ordine di Carlo Magno di 4500 ostaggi sassoni in un solo giorno del 782, le camere di tortura ed i roghi dell’Inquisizione, lo sterminio degli indiani d’America, la tratta di milioni di negri africani tra il 16° ed il 19° secolo; questi non sono che degli esempi che ogni studente può trovare sui propri libri di testo. Ancora possiamo aggiungere che la storia ha conosciuto lunghi periodi particolarmente tragici: la decadenza dell’Impero romano, la guerra dei cent’anni durante il Medio Evo tra la Francia e l’Inghilterra, la guerra dei trent’anni che devastò la Germania nel 17° secolo. Tuttavia, anche se passassimo in rivista tutte le altre calamità di questo tipo che si sono abbattute sugli uomini, saremmo ancora lontani dal trovare l’equivalente di quelle che si sono scatenate nel corso del 20° secolo.
Molte riviste che hanno tentato di fare un bilancio del 20° secolo hanno stabilito una lista di tali calamità. Citiamo qui solo i principali esempi:
Questo è solo il bilancio umano dei due conflitti mondiali, ma bisognerebbe aggiungervi, durante il periodo che li separa, la terribile guerra civile che la borghesia ha scatenato contro la rivoluzione russa tra il 1918 ed il 1921 (6 milioni di morti), le guerre che annunciavano la seconda carneficina mondiale come quella tra Cina e Giappone, o quella di Spagna (in totale, altrettanti morti) ed i “gulag” stalinisti le cui vittime superano i 10 milioni.
L’assuefazione alla barbarie
Paradossalmente, gli orrori della prima guerra mondiale hanno lasciato un’impressione più profonda di quelli della seconda. Tuttavia, il bilancio umano di quest’ultima è terribilmente più spaventoso di quello della “Grande Guerra”.
“Molto stranamente, eccetto in URSS per ragioni comprensibili, il numero molto inferiore di vittime della Prima Guerra mondiale ha lasciato delle tracce più profonde rispetto ai numerosi morti della Seconda, come lo confermano i molteplici memoriali ed i monumenti eretti alla fine della Grande Guerra. La Seconda Guerra mondiale non ha prodotto nessun equivalente di monumenti al “milite ignoto” e, dopo il 1945, la celebrazione del “l’armistizio” (l’anniversario dell’11 novembre 1918) ha perduto poco a poco la sua solennità tra le due guerre. I dieci milioni di morti (…) della Prima Guerra sono stati, per quelli che non avevano mai immaginato un simile sacrificio, uno shock più brutale rispetto ai 54 milioni della Seconda per coloro che avevano già fatto l’esperienza di una guerra-massacro.” (L’epoca degli estremi, Eric J. Hobsbawm)
Di questo fenomeno, questo bravo storico, per altro fortemente accreditato, ci dà una spiegazione: “Il carattere totale degli sforzi di guerra e la determinazione dei due campi a condurre una guerra senza limiti ed a qualsiasi prezzo hanno certamente lasciato il loro segno. Senza di ciò, la brutalità e la disumanità crescenti del 20° secolo non si spiegherebbero. Su questo aumento della barbarie dopo il 1914, non c’è disgraziatamente nessun dubbio. All’alba del 20° secolo, la tortura era stata ufficialmente abolita in tutta l’Europa occidentale. Dal 1945, ci siamo di nuovo abituati, senza meravigliarci, a vederla praticare in almeno un terzo degli Stati membri delle Nazioni Unite, comprese alcune tra le più antiche e civilizzate.” (Ibidem)
Effettivamente, non escludendo i paesi più avanzati, la ripetizione dei massacri e di tutti gli atti di barbarie, di cui il 20° secolo è stato così prolifico, ha provocato una specie di fenomeno di assuefazione. Ed è proprio per questo che gli ideologi borghesi possono presentare come una “era di pace” il periodo che inizia dopo il 1945 e che non ha conosciuto in realtà un solo istante di pace con le sue 150‑200 guerre locali che, in totale, hanno prodotto più morti della seconda guerra mondiale.
Eppure questa realtà non è tenuta nascosta dagli organi di informazione borghesi. Anche oggi, che accadano in Africa, in Medio-Oriente o nella stessa “culla della civiltà”, la vecchia Europa, gli stermini di massa di popolazioni accompagnati dalle più inimmaginabili crudeltà occupano frequentemente la prima pagina dei giornali.
Allo stesso modo, altre calamità che colpiscono l’umanità in questo fine secolo sono regolarmente riportate ed anche denunciate dalla stampa: “Mentre la produzione mondiale dei prodotti alimentari di base rappresenta più del 110% dei bisogni, 30 milioni di persone continuano a morire di fame ogni anno, e più di 800 milioni sono sottoalimentati. Nel 1960, il 20% della popolazione mondiale comprendente la parte più ricca disponeva di un reddito medio 30 volte più elevato di quello del 20% comprendente la parte più povera. Oggi, il reddito dei ricchi è 82 volte più elevato! Sui 6 miliardi di abitanti del pianeta, appena 500 milioni vivono nell’agiatezza, mentre 5,5 miliardi vivono nel bisogno. Il mondo marcia a testa in giù. Le strutture statali come quelle sociali tradizionali sono spazzate via in maniera disastrosa. Un po’ dappertutto, nei pesi del Sud, lo Stato si disgrega. Zone di non diritto, entità caotiche ingovernabili si sviluppano, sfuggono ad ogni legalità, recedono in uno stato di barbarie dove solo dei gruppi di predatori sono in grado di imporre la loro legge taglieggiando le popolazioni. Appaiono pericoli di nuovo tipo: crimini organizzati, circoli mafiosi, speculazioni finanziarie, grande corruzione, estensione di nuove epidemie (Aids, virus Ebola, Creutzfeldt–Jakob, etc), inquinamenti di forte intensità, fanatismi religiosi o etnici, effetto serra, desertificazione, proliferazione nucleare, ecc.” (L’anno 2000, Le Monde diplomatique, dicembre 1999).
Tuttavia, ancora una volta, questo tipo di realtà di cui ciascuno può essere informato - quando non lo si subisce direttamente in prima persona - non provoca più né indignazione né una reazione significativa.
In realtà, l’assuefazione alla barbarie, in particolare nei paesi più avanzati, costituisce uno dei mezzi con cui la classe borghese riesce a mantenere il suo dominio sulla società. Essa ha ottenuto questa assuefazione accumulando le immagini degli orrori che hanno colpito la specie umana, accompagnando però queste immagini con commenti menzogneri destinati ad annullare, sterilizzare o canalizzare l’indignazione che esse dovevano suscitare, menzogne che evidentemente vengono rivolte in primo luogo alla sola parte di popolazione che costituisce una minaccia per essa, la classe operaia.
E’ all’indomani della seconda guerra mondiale che la borghesia ha messo in opera, su grande scala, questo mezzo per perpetuare il suo dominio. Per esempio le insopportabili immagini filmate, come le testimonianze scritte, riportate sui campi nazisti al momento della loro “liberazione” sono servite a giustificare la guerra spietata condotta dagli alleati. Auschwitz è servito a giustificare Hiroshima e tutti i sacrifici subiti dalle popolazioni e dai soldati dei paesi alleati.
Oggi, oltre alle informazioni e alle immagini che continuano a giungerci sui massacri, i commentatori si prodigano nel precisare che questa barbarie è dovuta ai “dittatori” senza morale e senza scrupoli, pronti a tutto per soddisfare le loro passioni più mostruose. Se il massacro ha luogo in un paese africano, si insiste parecchio sull’idea che esso dipende dalle rivalità “tribali” messe a profitto da questo o quel despota locale. Se le popolazioni curde sono asfissiate a migliaia con terribili gas, ciò può essere attribuito solo alla crudeltà del “macellaio di Bagdad” che attualmente viene presentato come il diavolo in persona (mentre durante la guerra che condusse contro l’Iran, tra il 1980 ed il 1988, veniva presentato come una sorta di difensore della civiltà). Se le popolazioni dell’ex Yugoslavia sono sterminate in nome della “pulizia etnica” è perché Milosevic è l’emulo di Saddam Hussein. Insomma, come la barbarie che si era scatenata nel corso della seconda guerra mondiale aveva un responsabile ben identificato, Adolf Hitler con la sua follia omicida, la barbarie che si sviluppa oggigiorno risulta dallo stesso fenomeno: la sete di sangue di questo o quel capo di Stato o di cricca.
Nella Rivista Internazionale, abbiamo più volte denunciato la menzogna secondo cui la barbarie estrema di cui il 20° secolo è stato il testimone sarebbe il privilegio esclusivo dei regimi “dittatoriali” o “autoritari”(1). Non ritorniamo qui in maniera dettagliata su questo problema ma ci contenteremo di evocare alcuni esempi significativi del livello di barbarie di cui sono stati capaci i regimi “democratici”.
Per cominciare, bisogna ricordare che la prima guerra mondiale, che all’epoca fu sentita come un limite massimo insuperabile di barbarie, è stata condotta in entrambi i campi da “democratici” (ivi compresa, a partire dal febbraio del 1917, dalla nuova democrazia russa). Ma questa carneficina è ora considerata quasi come “normale” dai discorsi borghesi: dopo tutto, le “leggi di guerra sono state rispettate” poiché ad essersi massacrati a milioni sono stati dei soldati. Nell’insieme, le popolazioni civili sono state risparmiate. Così, non si sono avuti dei “crimini di guerra” durante la prima carneficina imperialista. Al contrario, la seconda si è evidenziata in questo campo ad un punto tale che è stato creato, dal momento dalla sua conclusione, un tribunale speciale, a Norimberga, per giudicare questo genere di crimini. Tuttavia, la caratteristica principale delle accuse di questo tribunale non era relativa al fatto di essere rivolte a degli spietati criminali ma solo al fatto di appartenere al campo dei vinti. Altrimenti, tra i criminali di guerra doveva essere incluso anche il democraticissimo presidente americano Truman che ordinò il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945. Quest’ultimo avrebbe dovuto essere accompagnato ancora da Churchill e dai suoi colleghi alleati che ordinarono la distruzione di Dresda, il 13 ed il 14 febbraio del 1945, provocando 250.000 morti, cioè tre volte di più dei morti di Hiroshima.
Dopo la seconda guerra mondiale, in particolare nelle guerre coloniali, i regimi democratici hanno continuato a mettersi in mostra: 20.000 morti durante i bombardamenti di Sétif in Algeria ad opera dell’esercito francese, l’8 maggio del 1945 (lo stesso giorno della capitolazione della Germania). Nel 1947 sono 80.000 malgasci che vengono massacrati dall’aviazione, dai blindati e dall’artiglieria dello stesso esercito. E questi sono solo due esempi.
Più vicino nel tempo, la sola guerra del Vietnam ha provocato tra il 1963 ed il 1975 più di 5 milioni di morti, da attribuire, nella loro maggioranza, alla democrazia americana.
Ben inteso, questi massacri erano giustificati dalla necessità di “contenere l’Impero del Male”, il blocco russo (2). Ma questa giustificazione già non esisteva più al momento della guerra del Golfo, nel 1991. Saddam Hussein aveva asfissiato con i gas molte migliaia di Curdi durante gli anni ‘80 senza che ciò sollevasse la benché minima indignazione da parte dei dirigenti del “mondo libero”: questo crimine è stato evocato e denunciato da questi stessi dirigenti solo nel 1990, dopo l’invasione del Kuwait, e per fargliela pagare i generali americani ed alleati, difensori della civiltà, hanno fatto massacrare dozzine di migliaia di civili a colpi di “bombardamenti chirurgici”, sotterrando vivi migliaia di soldati irakeni, contadini e proletari in divisa, ed asfissiandone altre migliaia con bombe ben più sofisticate di quelle di Saddam. Anche oggi, quelli che riescono a sottrarsi dallo stato di ipnosi collettiva suscitata dalla propaganda dei tempi di guerra, sono capaci di vedere che i bombardamenti della NATO al momento della guerra del Kosovo, all’inizio del 1999, hanno provocato un “disastro umanitario” ben peggiore di quello per cui si era stati portati ad intervenire per combatterlo. Sono capaci di comprendere che questo risultato era già conosciuto prima dai governi che hanno lanciato la “crociata umanitaria” e che le loro giustificazioni sono pura ipocrisia. Essi sono ugualmente in grado di capire che i “malvagi” di oggi non sempre sono stati tali e che il “demone Saddam” era presentato come un vero San Giorgio quando combatteva il drago Khomeini, nel corso degli anni ‘80, o meglio ancora che tutti i “dittatori sanguinari” sono stati armati fino ai denti dai virtuosi “democratici”.
E giustamente, per questi elementi che non si lasciano incantare dalle diverse menzogne dei governi, vi sono degli “specialisti” per designare i “veri colpevoli” dell’attuale barbarie, tanto sul piano dei massacri e dei genocidi che su quello della situazione economica mondiale: in particolare, gli USA, la “mondializzazione” e le “multinazionali”.
E’ così che la constatazione del tutto veritiera sullo stato del mondo attuale espressa da Le Monde Diplomatique precisa:
“La Terra conosce così una nuova era di conquista, come durante l’epoca delle colonizzazioni. Ma, mentre gli attori principali delle precedenti espansioni conquistatrici erano gli Stati, questa volta sono imprese e conglomerati, gruppi industriali e finanziari privati che intendono dominare il mondo. Mai i signori della Terra sono stati così poco numerosi e così tanto potenti. Questi gruppi si trovano nella Triade USA-Europa-Giappone ma la metà di loro risiede negli USA. E’ un fenomeno fondamentalmente americano…
La mondializzazione non mira tanto a conquistare dei paesi quanto a conquistare dei mercati. La preoccupazione di questo potere moderno non è la conquista dei territori, come per le grandi invasioni o durante il colonialismo, ma la presa di possesso delle ricchezze.
Questa conquista si accompagna a delle distruzioni impressionanti. Industrie intere sono completamente distrutte, in tutte le regioni. Con le sofferenze sociali che ne conseguono: disoccupazione di massa, sottoccupazione, precarietà, esclusione. 50 milioni di disoccupati in Europa, un miliardo di disoccupati e di sottoccupati nel mondo… Supersfruttamento degli uomini, delle donne e – cosa ancora più scandalosa – dei bambini: 300 milioni di essi sono sfruttati in condizioni di grande brutalità.
La mondializzazione è anche saccheggio delle risorse del pianeta. I grandi gruppi saccheggiano l’ambiente con mezzi smisurati; essi traggono profitto dalle ricchezze della natura che sono i beni comuni dell’umanità; e lo fanno senza scrupoli e senza freni. Ciò si accompagna ugualmente ad una criminalità finanziaria legata al campo degli affari ed alle grandi banche che riciclano delle somme che superano i 1000 miliardi di dollari per anno, cioè più del Prodotto Nazionale Lordo di un terzo dell’umanità.”
Una volta identificati i nemici della specie umana, è necessario indicare come combatterli: “E’ perciò che i cittadini moltiplicano le mobilitazioni contro i nuovi poteri, come abbiamo visto recentemente in occasione del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) a Seattle. Essi restano convinti che, in fondo, lo scopo della mondializzazione, in questo inizio del millennio, è la distruzione del collettivo, l’appropriazione da parte del mercato e del privato della sfera pubblica e sociale. E sono decisi ad opporvisi.”
Tocca dunque ai “cittadini” mobilitarsi e realizzare “due, tre Seattle” per cominciare ad apportare una soluzione ai mali che affliggono il mondo. Ed è questa una prospettiva che mettono avanti anche organizzazioni politiche (come i trotskisti) che pretendono di essere “comuniste”. Insomma, è necessario che i cittadini reinventino una “nuova democrazia” destinata a combattere gli eccessi del sistema attuale e che si oppongano all’egemonia della potenza americana. Insomma una posizione più insulsa di quella dei riformisti della Seconda Internazionale di inizio secolo, di quelli che furono all’avanguardia nell’imbrigliamento del proletariato nella prima guerra mondiale e nel massacro degli operai rivoluzionari alla fine di quest’ultima.
Così, tra gli adoratori della “mondializzazione e quelli che la combattono, il terreno è ben controllato: ciò che importa prima di tutto, è portare ognuno una pietra all’accettazione del mondo attuale, è soprattutto allontanare gli operai dalla sola prospettiva che possa mettere fine alla barbarie del capitalismo, la rivoluzione comunista.
Rivoluzione comunista o distruzione dell’umanità
Qualunque sia il vigore della denuncia della barbarie del mondo attuale, i discorsi che si ascoltano attualmente - e che sono ampiamente divulgati dai mezzi di informazione - nascondono l’essenziale. Cioè che il responsabile delle calamità che affliggono il mondo non è questa o quella forma di capitalismo, ma il capitalismo intero come sistema, qualunque sia la sua forma politica.
Infatti, uno degli aspetti maggiori della barbarie attuale non consiste solo nella somma di disperazioni umane che essa genera, ma anche nella differenza enorme che esiste tra ciò che potrebbe essere la società attuale, con le ricchezze che essa ha creato nella sua storia, e ciò che di fatto è. Queste ricchezze, in particolare la padronanza della scienza e l’aumento formidabile della produttività del lavoro, si sono sviluppati proprio grazie allo sviluppo del sistema capitalista. Grazie evidentemente ad uno sfruttamento feroce della classe operaia, esso ha creato le condizioni materiali del suo superamento e della sua sostituzione con una società non più rivolta verso il profitto o la soddisfazione dei bisogni di una minoranza, ma rivolta verso la soddisfazione della totalità degli esseri umani. Queste condizioni materiali esistono dall’inizio del secolo, da quando cioè il capitalismo - costituendo un mercato mondiale - ha sottomesso alla sua legge il mondo intero. Avendo compiuto il suo compito storico di uno sviluppo senza precedenti delle forze produttive, e della prima tra esse - la classe operaia - il capitalismo avrebbe dovuto abbandonare la scena come è successo per le società del passato, in particolare la società schiavista e la società feudale. Ma esso non poteva evidentemente sparire da solo: è al proletariato che tocca il compito, come veniva riportato già dal Manifesto comunista del 1848, di eseguire la sentenza di morte che la storia ha pronunciato contro la società borghese.
Avendo raggiunto il suo apogeo, il capitalismo è entrato in un periodo d’agonia scatenando sulla società una barbarie sempre maggiore. La prima guerra mondiale fu la prima grande manifestazione di questa agonia e giustamente fu nel corso ed in seguito a questa guerra che la classe operaia si lanciò all’assalto del capitalismo per eseguire la sentenza e prendere la direzione della società in vista dell’instaurazione del comunismo. Il proletariato, nell’ottobre del 1917, ha compiuto il primo passo di questo immenso compito storico, ma esso non ha potuto compiere i successivi essendo stato sconfitto nelle principali concentrazioni industriali del mondo, ed in particolare in Germania (3). Dopo essersi ripresa dallo spavento, la classe borghese ha allora scatenato la più terribile controrivoluzione della storia. Una controrivoluzione condotta dalla borghesia democratica ma che ha permesso l’instaurazione di regimi mostruosi come il nazismo e lo stalinismo. Uno degli aspetti che sottolinea di più la profondità e l’orrore di questa controrivoluzione è che lo stalinismo abbia potuto presentarsi per decenni - con la complicità di tutti i regimi democratici - come la testa d’ariete della rivoluzione comunista mentre esso ne era al contrario il principale nemico. Sta in questo una delle caratteristiche maggiori dell’immensa tragedia vissuta dall’umanità nel corso del 20° secolo, una caratteristica che tutti i commentatori borghesi, anche i più “umanitari” e benpensanti, assolutamente tengono nascosta.
E’ proprio perché il proletariato ha subito questa terribile contro-rivoluzione che è stato legato mani e piedi e condotto verso la seconda carneficina mondiale senza che esso abbia potuto sollevarsi contro di essa, come aveva fatto in Russia nel 1917 ed in Germania nel 1918. Ed è in parte questa impotenza che permette di spiegare perché la seconda guerra mondiale fu ben più terribile della prima.
Un’altra delle cause di questa differenza tra le due guerre mondiali è evidentemente l’immensità dei progressi scientifici compiuti dal capitalismo nel corso di questo secolo. Questi progressi scientifici sbalorditivi sono evidentemente salutati rumorosamente oggi da tutti gli apologeti del capitalismo. Malgrado le sue calamità, il capitalismo del 20° secolo avrebbe apportato alla società umana delle ricchezze scientifiche e tecniche senza precedenti. Ciò che si tende a nascondere, invece, è che i principali beneficiari di questa tecnologia, quelli che assimilano in ogni istante i più moderni e sofisticati mezzi, sono gli eserciti, allo scopo di condurre le guerre le più sanguinose possibili. In altri termini, il progresso dalle scienze del 20° secolo è servito principalmente al malessere degli uomini e non al loro benessere, al loro sviluppo. Possiamo immaginare ciò che sarebbe potuta diventare la vita dell’umanità se la classe operaia avesse vinto nella rivoluzione, mettendo a disposizione dei bisogni umani i prodigi tecnologici che sono fioriti nel corso del 20° secolo.
Infine, una delle cause essenziali della maggiore barbarie della seconda guerra mondiale rispetto alla prima, è che tra le due, il capitalismo ha continuato a sprofondare nella sua decadenza.
Durante tutto il periodo della “guerra fredda”, abbiamo avuto davanti agli occhi ciò che avrebbe potuto rappresentare una terza guerra mondiale: la distruzione pura e semplice dell’umanità. La terza guerra mondiale non ha avuto luogo, non grazie al capitalismo, ma grazie alla classe operaia. In effetti, alla fine degli anni ’60, il proletariato esce dalla contro-rivoluzione e comincia a rispondere su un piano di massa sul suo terreno di classe ai primi attacchi di una nuova crisi aperta del capitalismo, impedendo obiettivamente a quest’ultimo di attuare la propria risposta a tale crisi - una nuova guerra mondiale - come invece era successo con la crisi degli anni trenta che aveva avuto come sbocco la seconda guerra mondiale.
Ma se la risposta della classe operaia alla crisi capitalista ha sbarrato il cammino ad un nuovo olocausto, essa non è stata sufficiente a rovesciare il capitalismo o ad incamminarsi direttamente sul cammino della rivoluzione. Questo stallo della situazione storica in un momento in cui la crisi del capitalismo si aggrava sempre di più, ha aperto una nuova fase della decadenza del capitalismo, quella della decomposizione generale della società. Una decomposizione la cui manifestazione maggiore, fino ad oggi, è stato il crollo dei regimi stalinisti e dell’insieme del blocco dell’Est che ha condotto allo sfaldamento dello stesso blocco occidentale. Una decomposizione che si esprime attraverso un caos senza precedenti sull’arena internazionale e di cui la guerra del Kosovo, all’inizio del 1999, i massacri di Timor alla fine dell’estate e oggi ancora la guerra in Cecenia sono solo alcune delle manifestazioni. Una decomposizione che costituisce la causa e la premessa dell’insieme delle tragedie che si scatenano sul mondo attuale, sia che si tratti di disastri ecologici, di catastrofi “naturali” o tecnologiche, di epidemie e di avvelenamenti, sia di ascese irresistibili di mafie, o della droga e della criminalità.
“La decadenza del capitalismo, quale il mondo l’ha conosciuta dall’inizio del secolo, si rivela già come il periodo più tragico della storia dell’umanità. (…) Ma sembra che l’umanità non avesse ancora toccato il fondo. La decadenza del sistema capitalistico significa l’agonia di questo sistema; ma questa agonia ha essa stessa una storia: oggi abbiamo raggiunto la fase terminale, quella della decomposizione generale della società, quella della putrescenza.
Perché è proprio di putrefazione della società che si tratta oggi. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il capitalismo era riuscito ad allontanare verso i paesi sottosviluppati le manifestazioni più barbare e sordide della sua decadenza. Oggi, è nel cuore stesso dei paesi più avanzati che si hanno queste manifestazioni di barbarie. Conflitti etnici assurdi in cui le popolazioni si massacrano perché non hanno la stessa religione o la stessa lingua, perché perpetuano tradizioni popolari differenti, sembravano riservati, da decenni, ai soli paesi del terzo mondo, l’Africa, l’India o il Medio Oriente. Ora è in Yugoslavia, a poche centinaia di chilometri dalle metropoli industriali dell’Italia del Nord e dell’Austria, che si scatenano simili assurdità. (…) Quanto alle popolazioni di queste regioni, la loro sorte non sarà migliore di prima ma peggio ancora: disordine economico accresciuto, sottomissione a demagoghi sciovinisti e xenofobi, regolamenti di conti e scontri tra comunità che avevano coabitato fino a quel momento e, soprattutto, divisione tragica tra i differenti settori della classe operaia. Ancora più miseria, oppressione, terrore, distruzione della solidarietà di classe tra i proletari di fronte ai loro sfruttatori: ecco quello che significa il nazionalismo oggi. E l’esplosione di quest’ultimo in questo momento è proprio la prova che il capitalismo decadente ha fatto un nuovo passo in avanti nella barbarie e nella putrefazione.
Ma lo scatenamento dell’isteria nazionalista in certe parti dell’Europa non è la sola manifestazione di questa decomposizione che vede guadagnare i paesi avanzati alla barbarie che il capitalismo fino ad ora aveva riservato alla sua periferia.
Ieri, per fare credere agli operai dei paesi più sviluppati che non avevano ragione di ribellarsi, i mezzi di informazione andavano nelle bidonvilles di Bogotà o sui marciapiedi di Manila per fare dei servizi sulla criminalità e la prostituzione di bambini. Oggi, è nei più ricchi paesi del mondo, a New York, Los Angeles, Washington, che ragazzini di dodici anni vendono il loro corpo o ammazzano per qualche grammo di crack. In questi stessi paesi, è ora che si contano a centinaia di migliaia i senza tetto: a due passi da Wall Street, tempio della finanza mondiale, masse di esseri umani dormono nei cartoni sui marciapiedi, come a Calcutta. Ieri, la concussione e la prevaricazione elevata allo stato di legge sembravano specialità di dirigenti del Terzo Mondo. Oggi, non passa mese senza che scoppi uno scandalo di malcostume del personale politico dei paesi “avanzati”: dimissioni a ripetizione dei membri del governo in Giappone dove trovare un politico “presentabile” per affidargli un ministero diventa una “missione impossibile”; partecipazione alla grande della CIA al traffico di droga; penetrazione della Mafia nelle più alte sfere dello Stato in Italia; auto-amnistia dei deputati francesi per evitarsi la prigione che meriterebbero per le loro turpitudini… Anche in Svizzera, leggendario paese della pulizia, è stato trovato un ministro della polizia e della giustizia compromesso in un affare di riciclaggio di denaro proveniente dal traffico di droga. La corruzione ha sempre fatto parte delle pratiche della società borghese, ma essa non ha mai raggiunto un tale livello come ai nostri giorni; ed è appunto questa grande generalizzazione che suggerisce l’ulteriore passo in avanti che la decadenza di questa società ha fatto verso la propria putrefazione.
Infatti, è l’insieme della vita sociale che sembra essersi completamente guastato, che si infogna nell’assurdo, nel fango e nella disperazione. E’ tutta la società umana, su tutti i continenti che, in maniera crescente, trasuda barbarie da tutti i suoi pori. Le carestie si sviluppano nei paesi del Terzo Mondo, e presto raggiungeranno i paesi che si pretendevano “socialisti”, mentre in Europa occidentale ed in America del Nord si distruggono stock di prodotti agricoli, si pagano gli agricoltori perché coltivino meno terre e si penalizzano quelli che producono più della quota prefissata. In America latina, le epidemie, come quella del colera, uccidono migliaia di persone, laddove già da lungo tempo questo flagello sembrava sconfitto. Dappertutto nel mondo, le inondazioni o i terremoti continuano ad uccidere decine di migliaia di esseri umani in poche ore mentre la società è perfettamente in grado di costruire delle dighe e delle case che potrebbero evitare tali ecatombe. Nello stesso momento, non si può invocare la “fatalità” o i “capricci della natura”, quando, a Tchernobyl, nel 1986, l’esplosione di una centrale atomica uccise centinaia (se non migliaia) di persone e contaminò più province, quando nei paesi più sviluppati, si assistono a delle catastrofi mortali nel cuore stesso delle grandi città: 60 morti in una stazione parigina, più di cento morti in un incendio della metropolitana a Londra, non molto tempo fa. Ugualmente, questo sistema si rivela incapace di far fronte al degrado dell’ambiente, alle piogge acide, all’avvelenamento di ogni tipo e principalmente nucleare, all’effetto serra, alla desertificazione che mette in gioco la stessa sopravvivenza della specie umana.
Nello stesso tempo, assistiamo ad un degrado irreversibile della vita sociale: oltre alla criminalità ed alla violenza urbana che non cessa di crescere dappertutto, la droga provoca dei danni sempre più spaventosi, particolarmente tra le nuove generazioni, testimonianza della disperazione, dell’isolamento, dell’atomizzazione che invade tutta la società.” (Manifesto del IX Congresso della CCI, settembre 1991).
Ecco come si esprimeva la nostra organizzazione all’inizio del decennio. I due esempi che vengono dati nel nostro documento del 1991 sono quelli di cui noi disponevamo all’epoca. Da quel momento, ed in nessun campo la situazione è migliorata, al contrario, e gli avvenimenti di questi ultimi anni sono altrettanto se non addirittura più tragici, e manifestano la barbarie crescente in cui si è infognato il capitalismo. La droga, la violenza urbana, la prostituzione giovanile, etc. hanno fatto un nuovo progresso. Gli scandali della corruzione politica non sono terminati, colpendo, per esempio in Francia, il presidente della più alta carica giuridica, il Consiglio costituzionale, ed in Germania quel paragone di virtù che era il cancelliere Kohl. Infine, i massacri e le nefandezze delle isterie nazionaliste si sono perpetuate nella ex Jugoslavia, mentre si scatenavano in molteplici altri luoghi, e tutt’oggi ancora in Cecenia.
Per ora, una nuova guerra mondiale non è ancora all’ordine del giorno per la scomparsa dei blocchi militari e per il fatto che il proletariato dei paesi centrali non è imbrigliato dietro le bandiere della borghesia. Ma la sua minaccia continuerà a pesare sulla società fin tanto che esisterà il capitalismo. Detto ciò, la società può essere ugualmente distrutta senza una guerra mondiale, ma attraverso un caos crescente, con una moltitudine di guerre locali, di catastrofi ecologiche, da carestie ed epidemie.
Così si chiude il 20° secolo, il più barbaro della storia umana: nella decomposizione della società. Se la borghesia ha potuto celebrare con fasto l’anno 2000, è poco probabile che essa possa fare lo stesso nell’anno 2100. O perché essa sarà stata rovesciata dal proletariato, o perché la società sarà stata distrutta o sarà ritornata all’età della pietra.
FM
1. Vedere per esempio il nostro articolo “I massacri ed i crimini delle ‘grandi democrazie’” (Rivista Internazionale n° 16).
2. La giustificazione era tanto più efficace che i regimi stalinisti hanno perpetrato molti massacri, dai “gulag” fino alla guerra in Afghanistan, passando per la repressione sanguinosa in Germania nel 1953, in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, in Polonia nel 1970, etc.
3. Sulla rivoluzione tedesca, vedere la nostra serie di articoli nella Revue Internationale.
L’antifascismo ha la pelle dura. L’ingresso nel governo austriaco del FPÖ di Georg Haider ha scatenato una nuova campagna contro il pericolo “fascista, xenofobo e antidemocratico” Quali che siano state le ragioni particolari per cui la borghesia austriaca ha fatto entrare i “neri” nel suo governo(1), questo avvenimento ha costituito un’eccellente occasione per le sue consorelle europee ed anche per quelle dell’America del Nord per rilanciare un tipo di mistificazione di cui la storia ha dimostrato l’efficacia contro la classe operaia. Fino ad ora, nel corso di questi ultimi anni, le campagne contro il “pericolo fascista” sono scaturite da avvenimenti tipo il successo elettorale del Fronte nazionale in Francia o per i soprusi di piccoli gruppi di “skinheads” contro gli immigrati. Anche la sceneggiata Pinochet non arrivava a mobilitare le folle poiché il vecchio dittatore era ora in pensione. E’ chiaro che l’arrivo al governo di un paese europeo di un partito presentato come “fascista” è stato un ingrediente di prima scelta per alimentare questo tipo di campagne.
Quando i nostri compagni di Bilan (pubblicazione in francese della Frazione di sinistra del Partito Comunista d’Italia) hanno redatto il documento che ripubblichiamo in qui di seguito, il fascismo era una realtà in molti paesi europei, Hitler era al potere in Germania dal 1933. Ciò non li ha condotti a perdere la testa ed a lasciarsi trascinare nella frenesia de “l’antifascismo” che ha preso non solo i partiti socialisti e stalinisti, ma anche correnti che si erano opposte alla degenerazione dell’Internazionale comunista nel corso degli anni 20, a cominciare dalle correnti trotskiste. Essi sono stati in grado di produrre una messa in guardia estremamente ferma e chiara contro il pericolo dell’antifascismo e che, poco prima della guerra di Spagna, aveva un carattere incontestabilmente profetico. In effetti, in questa guerra, la borghesia “fascista” non fu capace di scatenare la repressione ed i massacri contro la classe operaia fin tanto che quest’ultima, benché si sia armata spontaneamente contro il putsch di Franco del 18 luglio 1936, si fece deviare dal suo terreno di classe, la lotta intransigente contro la repubblica borghese, in nome della priorità della lotta contro il fascismo e della necessità di costituire un fronte di tutte le forze che lo combattevano.
Oggi la situazione storica non è come quella degli anni 1930 quando la classe operaia subiva la più terribile sconfitta della sua storia. Sconfitta che non fu dovuta al fascismo, ma ai settori “democratici” della borghesia e che permise a questi di fare appello, in alcuni paesi, ai partiti fascisti per dirigere lo Stato. Per questo possiamo affermare che il fascismo non corrisponde attualmente ad una necessità politica per il capitalismo. Tra l’altro, è proprio passando totalmente al di sopra alle differenze tra il periodo attuale e gli anni 1930, che alcune correnti, che apparentemente si richiamano alla classe operaia ed alla stessa rivoluzione, come i trotskisti, possono giustificare la loro partecipazione alla battaglia sul “pericolo del fascismo”. In questo senso, Bilan aveva completamente ragione ad insistere sulla necessità per dei rivoluzionari di saper ricollocare gli avvenimenti, nel loro contesto storico considerando, in particolare, i rapporti di forza tra le classi. Negli anni 1930 Bilan sviluppa i suoi argomenti soprattutto contro quelli della corrente trotskista (i “bolscevichi leninisti”). All’epoca questa corrente apparteneva ancora alla classe operaia, ma il suo opportunismo la conduceva verso il tradimento ed al passaggio nel campo borghese al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale. Ed è proprio nel nome dell’antifascismo che il trotskismo ha partecipato a questa guerra come forza d’appoggio degli imperialismi alleati, mettendosi sotto i piedi uno dei principi fondamentali del movimento operaio, l’internazionalismo. Gli argomenti che sono dati da Bilan per combattere le campagne antifasciste e denunciare i pericoli che esse rappresentavano per la classe operaia restano assolutamente validi oggigiorno: la situazione storica è cambiata ma le menzogne impiegate contro la classe operaia per farle abbandonare il proprio terreno di classe e porla sotto l’ala della democrazia borghese restano fondamentalmente le stesse. Il lettore potrà facilmente riconoscere negli “argomenti” combattuti da Bilan quelli che si sentono attualmente da parte degli antifascisti di tutti i poli ed in particolare quelli che si richiamano alla rivoluzione. Per dare qualche esempio citiamo due passaggi del testo di Bilan:
“…la posizione della controparte che chiede al proletariato di intervenire per scegliere, tra le forme di organizzazione dello Stato capitalista, la meno cattiva non ripropone la stessa posizione difesa da Bernstein che chiamava il proletariato a realizzare la migliore forma dello Stato capitalista?”
“…se realmente il proletariato è in condizione di imporre una soluzione di governo alla borghesia, perché dovrebbe limitarsi ad un tale obbiettivo invece di porre le proprie rivendicazioni centrali per la distruzione dello Stato capitalista? D’altra parte, se la sua forza non gli consente ancora di scatenare la sua insurrezione, orientarlo verso un governo democratico, non significa spingerlo su di una strada che permette la vittoria al nemico?”
Infine, contro coloro che affermano che l’antifascismo è un mezzo per “riunire gli operai”, Bilan risponde che il solo terreno su cui può raccogliersi il proletariato è quello della difesa dei suoi interessi di classe, ciò che è valido qualunque sia il rapporto di forza con il suo nemico: “il proletariato non potendo darsi come scopo immediato la conquista del potere, si unisce su degli obbiettivi più limitati, ma sempre di classe: le lotte parziali”.
“Invece di procedere a modifiche sostanziali delle rivendicazioni della classe operaia, il dovere imperioso dei comunisti consiste nel determinare il raggruppamento della classe operaia intorno a rivendicazioni di classe ed all’interno dei suoi organismi di classe: i sindacati”.
A quest’epoca, contrariamente alla corrente della sinistra comunista tedesco-olandese, la sinistra comunista italiana non aveva ancora chiarito la questione sindacale. I sindacati erano diventati dalla prima guerra mondiale, e senza possibilità di ritorno, organi dello Stato capitalista. Solo alla fine della seconda guerra mondiale settori della sinistra italiana acquisiscono una tale chiarezza. Ma ciò non toglie nulla alla validità della posizione difesa da Bilan e che chiama gli operai a riunirsi intorno alle loro rivendicazioni di classe, posizione che resta perfettamente valida oggi quando dappertutto la borghesia chiama la classe operaia all’interclassismo ed alla difesa della democrazia; sia contro il “fascismo”, sia contro ogni tentativo di fare una nuova rivoluzione che condurrebbe inevitabilmente ad un nuovo ritorno di “totalitarismo” come quello che è sprofondato dieci anni fa nei paesi detti “socialisti”.
C.C.I.
L’antifascismo : formula di confusione
Molto probabilmente la situazione attuale supera, per l’ampiezza della confusione, tutte le situazioni precedenti di riflusso rivoluzionario. Ciò deriva da una parte, dall’evoluzione controrivoluzionaria, nel dopo guerra, di quelle che erano state le maggiori conquiste della lotta proletaria: lo Stato russo, la III Internazionale, e, d’altra parte, dall’incapacità degli operai ad opporre a questa evoluzione un fronte di resistenza ideologico e rivoluzionario. L’intersecarsi di questo fenomeno e dell’offensiva brutale del capitalismo, che si orienta verso la formazione di blocchi in vista della guerra, determina delle reazioni di lotta da parte degli operai e talvolta anche delle battaglie grandiose (Austria) (1). Ma queste non arrivano a sconfiggere la potenza del centrismo (2), sola organizzazione politica di massa ed ormai acquisita alle forze della controrivoluzione mondiale.
La confusione, in un simile momento di sconfitte, è dunque un risultato ottenuto dal capitalismo, che incorpora lo Stato operaio, il centrismo, ai bisogni della sua conservazione orientandoli là dove agiscono, fin dal 1914, le forze insidiose della socialdemocrazia, agente principale della disgregazione della coscienza delle masse e porta parola qualificato delle parole d’ordine delle sconfitte proletarie e delle vittorie capitaliste.
In quest’articolo esamineremo una tipica formula di confusione, quella che viene anche chiamata, negli ambienti operai che si dicono di sinistra: “l’antifascismo”. (…) Per chiarezza d’esposizione ci limitiamo a trattare un solo problema: l’antifascismo ed il fronte di lotte che si pretende di poter realizzare intorno a tale formula.
E’ elementare -o piuttosto lo era fino ad ora- affermare che prima di intraprendere una battaglia è necessario stabilire gli obbiettivi che ci si dà, i mezzi da impiegare, le forze di classe che possono intervenire favorevolmente. Non c’è niente di “teorico” in queste considerazioni, e con ciò intendiamo dire che esse non si espongono alla facile critica di tutti quegli elementi disillusi di “teorie”, la cui regola consiste, al di là di ogni chiarezza teorica, a ingaggiarsi in movimenti con chiunque, sulla base di un programma qualsiasi, a condizione che sussista “l’azione”.
Noi siamo, evidentemente, quelli che pensano che l’azione non deriva da quanto si strilla o dalla buona volontà degli individui, ma dalle situazioni stesse. Inoltre, per l’azione, il lavoro teorico è indispensabile per evitare alla classe operaia nuove sconfitte. E si deve ben capire il significato del disprezzo per il lavoro teorico che ha colpito tanti militanti perché, in realtà, ciò è servito sempre ad introdurre di soppiatto, al posto di posizioni proletarie, le concezioni principali del nemico: della socialdemocrazia all’interno degli ambienti rivoluzionari, proclamando l’azione ad ogni costo in una “gara di velocità” con il fascismo.
Così, per quanto riguarda il problema dell’antifascismo, non è solo il disprezzo per il lavoro teorico che guida i suoi numerosi partigiani, ma la stupida mania di creare e divulgare la confusione indispensabile per costituire un largo fronte di resistenza. Alcun limite pregiudiziale per non perdere nessun alleato, nessuna possibilità di lotta: ecco la parola d’ordine dell’antifascismo. E si vede qui che, per quest’ultimo, la confusione è idealizzata e considerata come un elemento di vittoria. Ricordiamo che oltre mezzo secolo fa Marx diceva a Weitling che l’ignoranza non è mai servita al movimento operaio.
Attualmente, invece di stabilire gli obiettivi della lotta, i mezzi per metterla in atto, i programmi necessari, la quintessenza suprema della strategia marxista (Marx direbbe dell’ignoranza) è rappresentata così: accollarsi degli aggettivi, il più frequente dei quali sarà evidentemente “leninista”, e rievocare in ogni momento, ed a sproposito, la situazione del 1917 in Russia, l’attacco di settembre di Korlinov. C’è stato, ahinoi!, un tempo in cui i militanti proletari avevano ancora la testa sulle spalle ed analizzavano le esperienze storiche. Allora, prima di stabilire delle analogie tra le situazioni della loro epoca e queste esperienze, essi ricercavano innanzitutto se fosse possibile stabilire un parallelo politico tra il passato ed il presente; ma questo tempo sembra ormai passato, soprattutto se ci si attiene alla fraseologia corrente dei gruppi proletari.
Si sente dire che è inutile stabilire un paragone tra il quadro della lotte di classe nel 1917 in Russia, e la situazione attuale nei differenti paesi; come, è inutile vedere se il rapporto di forza tra le classi di allora presenta delle analogie con quelle di oggi. La vittoria d’Ottobre del 1917 è un fatto storico, basta quindi copiare la tattica dei bolscevichi russi e soprattutto farne una pessima copia, che cambierà a secondo degli ambienti politici che interpretano questi avvenimenti sulla base di concezioni di principio opposte.
Ma che in Russia il capitalismo era, nel 1917, alle sue prime esperienze al potere statale, quando al contrario il fascismo nasceva da un capitalismo che deteneva il potere da più decenni, che, d’altra parte, la situazione vulcanica e rivoluzionaria del 1917 in Russia era l’esatto contrario della situazione reazionaria attuale, ciò non preoccupa affatto coloro che attualmente si definiscono “leninisti”. Al contrario, la loro ammirevole serenità non sarà turbata dall’inquietudine di confrontare gli avvenimenti del 1917 con la situazione attuale, basandosi seriamente sull’esperienza italiana e tedesca. Korlinov basta per tutto. E la vittoria di Mussolini e di Hitler sarà unicamente dovuta a pretese deviazioni, effettuate dai partiti comunisti, in rapporto alla tattica classica dei bolscevichi nel 1917, mentre, attraverso un gioco di acrobazie politiche, saranno assimilate le due situazioni opposte: la rivoluzionaria e la reazionaria.
***
Per quanto riguarda l’antifascismo, le considerazioni politiche non entrano in gioco. Il suo obiettivo è raggruppare tutti quelli che sono minacciati dall’attacco del fascismo costituendo un “sindacato dei minacciati”.
La socialdemocrazia dirà ai radicali socialisti di vegliare sulla propria sicurezza e di prendere immediatamente delle misure di difesa contro le minacce del fascismo: Herriot e Deladier potrebbero, essi stessi, essere vittime della vittoria di quest’ultimo. L. Blum andrà anche più lontano: avvertirà solennemente Doumergue che se non prende provvedimenti contro il fascismo, l’attende la stessa sorte di Brüning. Il centrismo, da parte sua, si rivolgerà “alla base socialista” o al contrario la S.F.I.O. si rivolgerà al centrismo, al fine di realizzare il fronte unico: socialisti e comunisti minacciati dall’attacco del fascismo. Restano ancora i bolscevichi-leninisti (3) che, dritti sui loro speroni, proclameranno con magniloquenza di essere pronti a costituire un fronte di lotta al di fuori di ogni considerazione politica, sulla base di una solidarietà permanente tra tutte le formazioni “operaie”(?) contro le minacce fasciste.
La considerazione che anima tutte queste speculazioni è certamente molto semplice -troppo semplice per essere vera-: riunire tutti “i minacciati” animati da un desiderio analogo di sfuggire alla morte, in un fronte comune antifascista. Tuttavia, la più superficiale delle analisi prova che la semplicità idilliaca di questa proposizione nasconde in realtà l'abbandono totale delle posizioni fondamentali del marxismo, la negazione delle esperienze del passato e del significato degli avvenimenti attuali. (…).
Tutte queste considerazioni su ciò che radicali, socialisti, centristi faranno per salvaguardare le loro persone e le loro istituzioni, tutti i sermoni pronunciati “ex cathedra” a tale riguardo, non possono in nessun modo cambiare il corso delle situazioni, perché il problema si riduce a questo: trasformare radicali, socialisti e centristi in dei comunisti, in quanto la lotta contro il fascismo può farsi solo sul fronte della lotta per la rivoluzione proletaria. E malgrado i sermoni la socialdemocrazia belga non rinuncerà a lanciare i suoi piani di salvataggio del capitalismo, non esiterà a silurare ogni conflitto di classe, metterà, senza esitare, i sindacati nelle mani del capitalismo. Doumergue, d’altra parte, non farà che ricalcare Brüning, Blum seguirà le tracce di Bauer e Cachin quelle di Thaelmann.
Ancora una volta, e lo ripetiamo, non vogliamo analizzare, in questo articolo, se il perno della situazione in Belgio, in Francia, può essere paragonato alle circostanze che determinarono l’avanzamento e la vittoria del fascismo in Italia ed in Germania. La nostra analogia porta soprattutto sul fatto che Doumergue ricalca Brüning, dal punto di vista della funzione che essi possono avere in due paesi capitalisti intrinsecamente differenti, funzione che consiste, come per Blum e per Cachin, ad immobilizzare il proletariato, a disgregare la sua coscienza di classe ed a permettere l’adattamento del loro apparato statale alle nuove circostanze della lotta interimperialista. Ci sono buone ragioni per credere che in Francia, in particolare, l’esperienza di Thiers, Clemenceau, Poincaré si ripete sotto la forma di Doumergue, che assisteremo alla concentrazione del capitalismo intorno a formazioni di destra, senza che ciò comporti il soffocamento di formazioni radicali-socialiste e socialiste della borghesia. D’altra parte, è profondamente sbagliato basare la tattica proletaria su posizioni politiche che si fanno derivare da una semplice prospettiva.
Il problema non è affermare: il fascismo è minaccioso, eleviamo un fronte unico di antifascismo e di antifascisti, ma è necessario, al contrario, determinare le posizioni intorno alle quali il proletariato si raggruppa per la sua lotta contro il capitalismo. Porre il problema in tal modo significa escludere dal fronte di lotta contro il capitalismo forze antifasciste ed anche arrivare a questa conclusione (che potrebbe sembrare paradossale) che se si verificasse un orientamento definitivo del capitalismo verso il fascismo, la condizione del successo risiederebbe nell’inalterabilità del programma e delle rivendicazioni di classe degli operai, nel momento in cui la condizione della sconfitta certa consisterebbe nella dissoluzione del proletariato nel marasma antifascista.
***
L’azione degli individui e delle forze sociali non è diretta dalle leggi di conservazione degli individui o delle forze al di fuori delle considerazioni di classi: Brüning o Matteotti non potevano agire in considerazione dei loro interessi personali o delle idee che essi sostenevano, cioè al di fuori del cammino della rivoluzione proletaria che, sola, li avrebbe preservati dallo strangolamento fascista. Individuo e forza agiscono in funzione delle classi da cui essi dipendono. Ciò spiega perché i personaggi attuali della politica francese non fanno che seguire le tracce lasciate dai loro predecessori degli altri paesi, e ciò anche nell’ipotesi di una evoluzione del capitalismo francese verso il fascismo.
La base della formula dell’antifascismo (il sindacato di tutti i minacciati) si rivela dunque di una inconsistenza assoluta. Se, d’altra parte, esaminiamo da dove proviene -almeno nelle sue affermazioni programmatiche- l’idea dell’antifascismo, constateremo che essa deriva da una dissociazione tra fascismo e capitalismo. E’ vero che se si interroga su tale argomento un socialista, un centrista o un boscevico-leninista, tutti affermeranno che effettivamente il fascismo è capitalismo. Ma, il socialista dirà: ”noi abbiamo interesse a difendere la Costituzione e la Repubblica al fine di preparare il socialismo”; il centrismo affermerà che si realizza più facilmente l’unità della lotta della classe operaia intorno all’antifascismo piuttosto che con la lotta al capitalismo; il bolscevico-leninista affermerà che non esiste migliore base per il raggruppamento e per la lotta, della difesa delle istituzioni democratiche che il capitalismo non è più in grado di assicurare alla classe operaia. Si ha, dunque, che l’affermazione generale “il fascismo è il capitalismo” può condurre a delle conclusioni politiche che possono solo risultare dalla dissociazione tra capitalismo e fascismo.
L’esperienza dimostra, e ciò annulla la possibilità di distinzione tra fascismo e capitalismo, che la conversione del capitalismo in fascismo non dipende dalla volontà di alcuni gruppi della classe borghese, ma risponde a delle necessità che si ricollegano a tutto un periodo storico ed alla particolare situazione di certi Stati che si trovano in una condizione di minore resistenza di fronte ai fenomeni della crisi e dell’agonia del regime borghese. La socialdemocrazia, che agisce nello stesso solco delle forze liberali e democratiche, chiama ugualmente il proletariato a porre come rivendicazione centrale il ricorso allo Stato per obbligare le formazioni fasciste a rispettare la legalità per disarmarle o anche per scioglierle. Queste tre correnti politiche agiscono su una linea perfettamente solidale: la loro origine si ritrova nella necessità per il capitalismo di arrivare al trionfo del fascismo, là dove lo Stato capitalista ha per scopo elevare il fascismo fino a farne la forma nuova d’organizzazione della società capitalista.
Poiché il fascismo risponde a delle esigenze fondamentali del capitalismo, è su di un altro fronte, opposto, che noi potremmo trovare una possibilità di lotta reale contro di esso. E’ vero che oggigiorno siamo spesso esposti alla falsificazione di posizioni che i nostri critici non vogliono combattere politicamente. Basta, per esempio, opporsi alla formula dell’antifascismo (che non ha alcuna base politica), perché le esperienze provano che per la vittoria del fascismo le forze antifasciste del capitalismo sono state necessarie tanto quanto le stesse forze fasciste, per sentirsi rispondere: “poco importa analizzare la sostanza programmatica e politica dell’antifascismo, ciò che ci interessa è che Daladier è preferibile a Doumergue, che quest’ultimo è preferibile a Maurras, e quindi noi abbiamo interesse a difendere Daladier contro Doumergue o Doumergue contro Maurras”. O, secondo le circostanze, Daladier o Doumergue, poiché essi rappresentano un ostacolo alla vittoria di Maurras e che il nostro dovere è di “utilizzare la minima incrinatura allo scopo di guadagnare una posizione di vantaggio per il proletariato”. Evidentemente, gli avvenimenti in Germania, dove le “incrinature” che potevano presentare prima il governo di Prussia, poi Hindenburg-von Scleicher, non sono state in definitiva che tante tappe che hanno permesso l’ascesa del fascismo, sono delle semplici bagattelle di cui non bisogna tener conto. E’ chiaro che le nostre obiezioni saranno tacciate di antileninissmo o antimarxismo; ci si dirà che per noi è indifferente che si abbia un governo di destra, di sinistra o fascista. Ma rispetto a quest’ultimo argomento noi vorremmo una volta per tutte porre il seguente problema: tenendo conto delle modifiche sopraggiunte nelle situazioni del dopo guerra, la posizione dei nostri critici che chiedono al proletariato di intervenire per scegliere tra le forme di organizzazione dello Stato capitalista, quella meno cattiva, non produce essa stessa la stessa posizione difesa da Bernstein che chiamava il proletariato a realizzare la migliore forma di Stato capitalista? Forse ci si risponderà che non si chiede al proletariato di sposare la causa del governo che può essere considerata come la migliore forma di dominio… dal punto di vista proletario, ma che si propone semplicemente di rafforzare le posizioni proletarie, a tal punto da imporre al capitalismo una forma di governo democratico. In questo caso non si farà che modificare le frasi ed il contenuto resterebbe lo stesso. In effetti, se realmente il proletariato è nella condizione d’imporre una soluzione di governo alla borghesia, perché dovrebbe limitarsi ad un tale obbiettivo invece di porre le sue rivendicazioni centrali per la distruzione dello Stato capitalista! D’altra parte, se la sua forza non gli permette ancora di scatenare l’insurrezione, orientarlo verso un governo democratico non significa deviarlo su una via che permette la vittoria del nemico?
Il problema non è certamente come pretendono i partigiani della “scelta migliore”: il proletariato ha la sua soluzione del problema dello Stato, ed egli non ha alcun potere, alcuna iniziativa per quanto riguarda le soluzioni che darà il capitalismo al problema del suo potere. E’ evidente sarebbe vantaggioso trovare dei governi borghesi molto deboli che permettono l’evoluzione della lotta rivoluzionaria del proletariato; ma è altrettanto evidente che il capitalismo non costituirà dei governi di sinistra o di estrema sinistra, se non a condizione che questi ultimi rappresentino la migliore forma della sua difesa in una data situazione. Nel 1917-21 la socialdemocrazia che entrò nel governo realizzò la difesa del regime borghese e fu la sola forma che permise lo schiacciamento della rivoluzione proletaria. Considerando che un governo di destra avrebbe potuto direttamente orientare le masse verso l’insurrezione, i marxisti dovevano preconizzare un governo reazionario? Formuliamo una tale ipotesi per dimostrare che non esiste un concetto generale di forma migliore o peggiore di governo per il proletariato. Questi concetti esistono solo per il capitalismo e secondo le circostanze. La classe operaia ha, per contro, il dovere assoluto di raggrupparsi sulle sue posizioni di classe per combattere il capitalismo sotto la forma che riveste concretamente: fascista, democratica o socialdemocratica che sia.
La prima considerazione essenziale da fare rispetto alle attuali situazioni, è dire apertamente che per la classe operaia il problema del potere non si pone all’ordine del giorno in maniera immediata, e che una delle più crudeli manifestazioni di questa caratteristica della situazione è lo scatenamento dell’attacco fascista, o l’evoluzione della democrazia verso i pieni poteri. Si tratta quindi di determinare su quali basi potrà effettuarsi il raggruppamento della classe operaia. E qui una concezione veramente curiosa va a separare i marxisti da tutti gli agenti del nemico e dai confusionisti che agiscono in seno alla classe operaia. Per noi, il raggruppamento degli operai è un problema di quantità: il proletariato non può darsi per scopo immediato la conquista del potere, esso si riunisce per obbiettivi più limitati, ma sempre di classe: le lotte parziali. Gli altri, che ostentano un estremismo di facciata, alterano la sostanza di classe del proletariato e affermano che esso può lottare per il potere in qualsiasi epoca. Non potendo porre questo problema su delle basi di classe, cioè sulla base proletaria, essi lo evirano nella sostanza ponendo il problema del governo antifascista. Aggiungeremo ancora che i partigiani della diluizione del proletariato nel marasma antifascista, sono evidentemente quegli stessi che impediscono la costituzione di un fronte di classe del proletariato per le sue battaglie rivendicative.
Gli ultimi mesi, in Francia, hanno visto un fiorire straordinario di programmi, di piani, di organismi antifascisti, ma ciò non ha impedito affatto a Doumergue di ridurre massicciamente gli stipendi e le pensioni, segnali per le diminuzioni dei salari che il capitalismo francese ha intenzione di generalizzare. Se la centesima parte dell’attività sviluppata intorno all’antifascismo fosse stata diretta verso la costituzione di un solido fronte della classe operaia per lo scatenamento di uno sciopero generale per la difesa delle rivendicazioni immediate, avremmo avuto con assoluta certezza che, da una parte, le minacce repressive non avrebbero avuto il loro corso, dall’altra, il proletariato, una volta raggruppato per i suoi interessi di classe, avrebbe ripreso fiducia in se stesso, operando così una modificazione della situazione da dove sarebbe sorto nuovamente il problema del potere, nella sola forma in cui può essere posto per la classe operaia: la dittatura del proletariato.
Da tutte queste considerazioni elementari deriva che l’antifascismo, per essere giustificato, dovrebbe basarsi sull’esistenza di una classe antifascista: la politica antifascista dovrebbe derivare da un programma inerente a questa classe. Che non sia possibile arrivare a tali conclusioni risulta non solo dalle più semplici formulazioni del marxismo, ma anche da elementi tratti dalla situazione attuale in Francia. In effetti, il problema pone immediatamente dei limiti da assegnare all’antifascismo. A chi dovrebbe limitarsi alla sua destra? A Doumergue che è là per difendere la Repubblica, a Herriot che partecipa alla “tregua” per proteggere la Francia dal fascismo, a Marquet che pretende di rappresentare “l’occhio del socialismo” nell’Unione Nazionale, ai Giovani Turchi del partito radicale, semplicemente ai socialisti, o infine, perché no anche al diavolo, purché l’inferno sia lastricato di antifascismo? Una posizione concreta del problema prova che la formula dell’antifascismo serve solo gli interessi della confusione e prepara la disfatta certa della classe operaia.
Al posto di procedere con delle modifiche sostanziali delle rivendicazioni della classe operaia, il dovere imperioso dei comunisti consiste nel determinare il raggruppamento della classe operaia intorno alle sue rivendicazioni di classe ed all’interno dei suoi organismi di classe: i sindacati. (…) In effetti, noi non ci basiamo sulla nozione formale del sindacato, ma sulla considerazione fondamentale che -come abbiamo già detto- non ponendosi il problema del potere, bisogna scegliere degli obiettivi più limitati, ma sempre di classe per la lotta contro il capitalismo. E l’antifascismo determina delle condizioni in cui la classe operaia non solo va ad essere confusa per quanto riguarda le sue minime rivendicazioni economiche e politiche, ma vedrà compromessa ogni sua possibilità di lotta rivoluzionaria e si troverà esposta a diventare preda del precipizio dei contrasti del capitalismo, cioè della guerra, prima di ritrovare la possibilità di iniziare la battaglia rivoluzionaria per l’instaurazione della società di domani.
Bilan n° 7, maggio 1934.
1. Movimento insurrezionale del febbraio 1934.
2. Bilan designa così i partiti stalinisti. Questo termine proviene dal fatto che nel mezzo degli anni 1920 Stalin aveva adottato una posizione “centrista” tra la sinistra, rappresentata principalmente da Trotsky, e la destra il cui porta-parola era Bukarin e che preconizzava una politica favorevole ai kulaki (contadini ricchi) ed ai piccoli capitalisti.
3. Nome che si danno i trotskysti negli anni 1930.
In quest'articolo faremo una presentazione critica del libro Expectativas fallidas - Espaòa 1934-39 (Aspettative Fallite - Spagna 1934-39), apparso in Spagna nell'autunno '99. Il libro riunisce diverse prese di posizione della corrente comunista dei consigli sulla guerra di Spagna; si tratta di testi di Mattick, Korsch e Wagner, assieme ad un'introduzione di Cajo Brendel, uno dei membri ancora viventi di quella corrente. In questa sede non analizzeremo la storia di questa corrente politica proletaria, che -in continuità con la battaglia negli anni '20 del KAPD, di Pannekoek e di altri, contro la degenerazione ed il passaggio nel campo del capitale dei partiti comunisti- ha proseguito la sua lotta negli anni '30, nel cuore della controrivoluzione, difendendo le posizioni proletarie ed arricchendole in modo considerevole (1).
Per quanto ci riguarda, in quanto militanti della Sinistra Comunista, è con grande interesse che accogliamo la pubblicazione dei documenti di questa corrente. Purtroppo Aspettative fallite presenta una scelta "molto selettiva" dei documenti del comunismo dei consigli sulla guerra del '36. Mette insieme i testi più confusi di questa corrente, quelli che fanno più concessioni alla mistificazione antifascista e più inclini ad adottare idee anarchiche. Mentre esistono dei documenti del comunismo dei consigli che denunciano l'arruolamento ed il massacro del proletariato in un conflitto imperialista che opponeva due frazioni borghesi rivali, i testi pubblicati nel libro trasformano questo massacro imperialista in un "tentativo di rivoluzione proletaria". Mentre ci sono documenti del GIK (2) che denunciano la trappola dell'antifascismo, i testi del libro sono estremamente ambigui rispetto a questa posizione. Mentre esistono prese di posizione del comunismo dei consigli che denunciano chiaramente la CNT come una forza sindacale che ha tradito gli operai, i testi del libro la presentano come un'organizzazione rivoluzionaria.
Uno dei responsabili della redazione, Sergio Rosés, sottolinea che "il consiliarismo, o meglio i consiliaristi, sono, a grandi linee, un insieme eterogeneo di individui e di organizzazioni, situati ai margini e di fronte al leninismo e che si richiamano al marxismo rivoluzionario". Tuttavia, guarda caso, di tutto quello che è stato scritto da questo "insieme eterogeneo", si è scelto di pubblicare, omogeneamente, solo il peggio.
Non ci interessa qui dare un giudizio morale sulle intenzioni dei compilatori della raccolta. Ma è chiaro che un lettore che non conosca già a fondo le posizioni del comunismo dei consigli, attraverso questa raccolta se ne farà un'idea abbastanza ridotta e deformata, immaginandole vicine a quelle della CNT e sostenitrici critiche della sua pretesa "rivoluzione sociale antifascista". Da questo punto di vista, al di là delle intenzioni individuali, questo libro obiettivamente porta il suo piccolo contributo alla campagna di propaganda anticomunista della borghesia. Questa campagna può prendere un aspetto grossolano e brutale (alla "Libro Nero del Comunismo", per intenderci); ma un simile approccio risulta controproducente verso gli elementi proletari che sono alla ricerca delle posizioni rivoluzionarie, per i quali è necessaria una versione più raffinata, un abbellimento dell'anticomunismo con un pò di facciata rivoluzionaria, come, per esempio, l'esaltazione dell'anarchia come alternativa al "fallimento" del marxismo o la contrapposizione del "modello" della "rivoluzione spagnola del '36" al "colpo di stato di bolscevico" dell'Ottobre '17. In questo orientamento politico, le debolezze e simpatie di una parte della corrente consiliarista per l'anarchia vengono proprio a fagiolo, come puntualizza Sergio Rosés: "Infine -ed è una caratteristica che la differenzia dalle altre correnti della sinistra marxista rivoluzionaria- abbiamo una presa in considerazione del fatto che, nel corso di questa rivoluzione, l'anarchismo spagnolo ha dimostrato il suo carattere rivoluzionario, "sforzandosi di convertire le frasi rivoluzionarie in realtà", per usare le sue stesse parole".
Malgrado gli sforzi sistematici di denigrazione del marxismo, gli elementi che cercano una coerenza rivoluzionaria finiscono per trovare insufficiente e confusa l'alternativa anarchica e si sentono attirati dalle posizioni marxiste. E' per questo che uno degli aspetti più insidiosi della campagna anticomunista è quello di presentare il comunismo dei consigli come una specie di "ponte" verso l'anarchia, come "un'accettazione dei punti positivi della dottrina libertaria" e, soprattutto, come un nemico mortale del "leninismo" (3).
Il contenuto di "Aspettative fallite" porta sicuramente acqua a questo mulino. Anche se Cajo Brendel nell'introduzione al libro insiste sulla differenza netta esistente fra comunismo dei consigli ed anarchia, aggiunge tuttavia: "I comunisti dei consigli (...) segnalarono che gli anarchici spagnoli erano il gruppo sociale più radicale, e che avevano ragione nel mantenere la posizione per cui la radicalizzazione della rivoluzione era la condizione per sconfiggere il franchismo, mentre "democratici" e "comunisti" cercavano di ritardare la rivoluzione a dopo che il franchismo fosse stato sconfitto. Questa divergenza politica e sociale ha marcato la differenza fra il punto di vista democratico e quello dei comunisti dei consigli". (4)
Con quest'articolo vogliamo combattere questo tentativo di confondere anarchia e comunismo dei consigli, che costituisce una specie di aggressiva "Offerta Pubblica di Acquisto", una specie di tentativo di scalata -per riprendere il linguaggio degli speculatori di Borsa- nei confronti di una corrente proletaria: si fabbrica una versione deformata ed edulcorata della storia di questa corrente, sfruttando i suoi errori e le sue debolezze per fabbricare un surrogato di marxismo con cui seminare la confusione e l'incertezza fra gli elementi alla ricerca di una coerenza rivoluzionaria. Il nostro obiettivo è la difesa del comunismo dei consigli. Per questo, riguardo alle lezioni della Spagna '36, pur criticando le debolezze che appaiono nei testi pubblicati nel libro, ricorderemo le corrette posizioni che all'epoca i gruppi più chiari di questa corrente hanno saputo difendere.
Una rivoluzione antifeudale?
Per mantenere il proletariato legato mani e piedi alla difesa dell'ordine capitalista, i socialisti e gli stalinisti hanno messo l'accento sul fatto che la Spagna era un paese estremamente arretrato, con forti residui di feudalesimo, e che, per questa ragione, i lavoratori dovevano lasciare da parte ogni aspirazione ad una rivoluzione socialista ed accontentarsi di una "rivoluzione democratica". Una parte della corrente del comunismo dei consigli condivideva questa posizione, anche se ne rigettava le conseguenze politiche. Bisogna dire che questa non era la posizione del GIK che affermava con chiarezza che "l'epoca in cui una rivoluzione borghese era possibile è superata. Nel 1848, si poteva ancora applicare questo schema, ma oggi la situazione è completamente cambiata (...) Noi non siamo di fronte ad una lotta fra la borghesia emergente ed il feudalesimo che predomina ovunque, ma, al contrario, ad una lotta fra il proletariato ed il capitale monopolista". (marzo 1937)
E' comunque certo che la corrente comunista dei consigli provava una grande difficoltà nel chiarire questo problema dato che, nel 1934, lo stesso GIK aveva adottato le famose "Tesi sul bolscevismo" che si erano basate sull'arretratezza della Russia e sul peso enorme del contadiname per giustificare l'identificazione della rivoluzione russa con una rivoluzione borghese e del partito bolscevico come un partito borghese giacobino. Nell'adottare una simile posizione, il comunismo dei consigli si era ispirato a quella espressa da Gorter nel 1920, quando, nella sua "Risposta al compagno Lenin", aveva differenziato due gruppi di paesi: da una parte quelli arretrati, in cui sarebbero valide le tattiche difese da Lenin del parlamentarismo rivoluzionario, della partecipazione nei sindacati, etc., dall'altra quelli a capitalismo pienamente sviluppato, in cui la sola tattica possibile era la lotta diretta per il comunismo (vedi La Sinistra Comunista Olandese). Tuttavia, di fronte agli avvenimenti del '36, il GIK fu capace di rimettere in questione quest'analisi erronea (anche se, purtroppo, solo in maniera implicita), mentre altre correnti consiliariste, e cioè quelle raggruppate nel libro Aspettative fallite, hanno continuato a difenderla.
La Spagna del 1931 aveva certamente reso più facile cadere in quest'errore: la monarchia appena rovesciata si era caratterizzata per una corruzione ed un parassitismo cronico; la situazione contadina era sconvolta; esisteva una concentrazione della proprietà terriera in poche mani, fra cui quelle dei famosi 16 Grandi di Spagna oltre che dei piccoli signori andalusi, mentre in regioni come la Galizia o l'Estremadura sopravvivevano perfino costumi feudali.
Il fatto è che l'analisi in sé della situazione di un paese può portare ad una distorsione della realtà. E' a livello storico e mondiale che è necessario considerarla. La storia ci ha insegnato che il capitalismo è perfettamente capace di allearsi con le frazioni feudali, anche in modo durevole, a seconda delle diverse fasi del suo sviluppo. In paesi simbolo della rivoluzione borghese, come l'Inghilterra, sopravvivono istituzioni feudali come la monarchia, con il suo contorno di titoli nobiliari graziosamente concessi. Lo sviluppo del capitalismo in Germania è avvenuto sotto la sferza di Bismarck, il rappresentante dei proprietari terrieri, gli junkers. In Giappone è stata la monarchia feudale che ha portato all'avvio dello sviluppo capitalistico, con "l'era Meiji", cominciata nel 1869; ancora oggi la società giapponese è condizionata dalle sopravvivenze feudali. Il capitalismo è capacissimo di svilupparsi in presenza di altri modi di produzione; anzi, come ha dimostrato Rosa Luxembourg, questa "coabitazione" gli ha fornito un terreno privilegiato di sviluppo. (6)
Ma la questione essenziale è: a che punto è lo sviluppo del capitalismo a livello mondiale? Questo è stato il criterio decisivo per i marxisti agli inizi del XX secolo, quando ci si è dovuti chiedere se all'ordine del giorno c'era ancora la rivoluzione borghese o la rivoluzione proletaria. E' la posizione che ha ispirato Lenin nelle sue Tesi di Aprile, per caratterizzare la rivoluzione in corso in Russia come proletaria e socialista, di fronte alla posizione menscevica che gli attribuiva un carattere democratico e borghese sulla base dell'arretratezza della Russia, del peso del contadiname e della sopravvivenza dell'apparato feudale zarista. Lenin, senza negare la realtà di queste specificità nazionali, metteva l'accento sulla realtà a livello mondiale, caratterizzata dalla "necessità obiettiva del capitalismo che, sviluppandosi, si è trasformato in imperialismo ed ha dato luogo alla guerra imperialista. Questa guerra ha portato tutta l'umanità ad un passo dalla fine, alla quasi rovina di ogni forma di cultura, all'abbrutimento ed alla morte di milioni e milioni di uomini. Non ci sono altre vie di uscita se non la rivoluzione del proletariato". ("I compiti del proletariato nella nostra rivoluzione")
La rivoluzione del 1917 con tutta l'ondata rivoluzionaria che vi ha fatto seguito, la situazione in Cina nel 1923-27 (7), oltre che la situazione in Spagna nel 1931 mostrano chiaramente che il capitalismo ha cessato di essere un modo di produzione progressivo, che è entrato nella sua fase di decadenza, di contraddizioni irreversibili con lo sviluppo delle forze produttive. In ogni paese, quali che siano l’arretratezza e le vestigia feudali, è la rivoluzione comunista ad essere all'ordine del giorno. Su questo punto c'è un accordo netto fra Bilan ed il GIK. Per contro, la loro posizione si differenzia rispetto alle correnti consilairiste rappresentate in Aspettative fallite.
Le ambiguità di fronte alla mistificazione antifascistaI testi contenuti in questo libro mostrano come i suoi autori si siano lasciati impressionare dall'intensa propaganda borghese dell'epoca, che presentava il fascismo come il male assoluto, il concentrato dell'autoritarismo, della repressione, del totalitarismo, dell'arroganza burocratica (8), di fronte al quale la democrazia, malgrado i suoi "innegabili difetti", costituirebbe non solo una barriera, ma anche "il male minore". Mattick ci dice che "gli operai, da pare loro, sono obbligati dall'istinto di conservazione, a dispetto di tutte le differenze organizzative ed ideologiche, ad un fronte unificato contro il fascismo, in quanto nemico più immediato e diretto (...). Gli operai, senza stare a preoccuparsi se i loro obiettivi sono democratico-borghesi, capitalisti di Stato, anarco-sindacalisti o comunisti, sono obbligati a lottare contro il fascismo se vogliono non solamente evitare l'aggravarsi della loro situazione, ma puramente e semplicemente restare in vita". E' certamente vero che gli operai sentono il bisogno di "restare in vita” ma il "nemico più immediato e diretto" non è in realtà il fascismo, ma lo Stato repubblicano ed i suoi rappresentanti più "radicali": la CNT ed il POUM. Sono loro che gli impediscono di restare in vita, inviandoli al massacro sui fronti militari contro Franco. Sono loro che "puramente e semplicemente" gli impediscono di sopravvivere, facendogli accettare il razionamento e rinunciare ai miglioramenti salariali strappati nelle giornate del Luglio '36.
L'argomento per cui le circostanze non permettono di parlare di rivoluzione né tanto meno di rivendicazioni, ma "puramente e semplicemente di restare in vita" è sviluppato da Helmuth Wagner: "I lavoratori spagnoli non possono lottare sul serio contro le direzioni sindacali perché questo provocherebbe il crollo totale dei fronti militari(!). Debbono lottare contro i fascisti per salvare la pelle, debbono accettare qualsiasi aiuto da dovunque provenga. Non si pongono la questione di sapere se il risultato di tutto questo sarà il capitalismo o il socialismo: sanno solo che debbono lottare fino alla fine". Ironicamente, lo stesso testo che denuncia che "la guerra di Spagna (va acquisendo) il carattere di un conflitto internazionale tra le grandi potenze" si oppone al fatto che i lavoratori provochino il crollo dei fronti militari! La confusione antifascista porta a dimenticare la posizione internazionalista del proletariato, quella che fu difesa da Pannekoek ed altri precursori del comunismo dei consigli, fianco a fianco con Lenin, Rosa Luxembourg, etc. e cioè puntare, attraverso lo sviluppo della lotta di classe, al "crollo dei fronti militari".
Forse che la Repubblica non aveva costituito per i lavoratori spagnoli una minaccia altrettanto evidente di quella fascista? I suoi 5 anni di vita a partire dal 1931 sono scanditi da una serie di massacri: Alto Llobregat nel 1932, Casas Viejas nel 1933, le Asturie nel 1934. Il Fronte Popolare stesso, in seguito alla sua vittoria elettorale nel febbraio1936, si è presto incaricato di riempire le carceri di militanti operai... E' comodo dimenticare tutto questo in nome di un'astrazione intellettuale che presenta il fascismo come "la minaccia assoluta per la vita umana". In nome di questa astrazione H.Wagner critica una parte degli anarchici olandesi che denunciano "ogni azione che comporti un aiuto agli operai spagnoli, come l'invio di armi" pur riconoscendo allo stesso tempo che "le armi moderne inviate dall'estero contribuiscono allo scontro militare e, perciò stesso, il proletariato spagnolo si sottomette agli interessi imperialisti"! Nel modo di ragionare di Wagner "sottomettersi agli interessi imperialisti" sarebbe qualcosa di "politico", "morale", che non ha niente a che vedere con la lotta "materiale", "per la sopravvivenza". Purtroppo è proprio la sottomissione del proletariato agli interessi imperialisti a farne carne di cannone nelle trincee.
Mattick si rifugia in un fatalismo più terra terra: "Non si può fare altro che spingere tutte le forze antifasciste alla lotta contro il fascismo, indipendentemente dal fatto che i loro desideri vadano in tutt'altra direzione. Questa situazione non è stata cercata, ma è inevitabile e ciò corrisponde perfettamente al fatto che la storia è determinata dalla lotta di classe e non da organizzazioni particolari, da interessi specifici, da questo dirigente o da quell'idea". Mattick dimentica solo che il proletariato è una classe storica; e questo significa concretamente che, in situazioni in cui il suo programma non può determinare l'evoluzione a breve o a medio termine degli eventi, non può far altro che mantenere le sue posizioni e continuare ad approfondirle, anche se per tutto un periodo questo si riduce all'attività di una ristretta minoranza. Di conseguenza, ciò che quella situazione rendeva "inevitabile" dal punto di vista degli interessi immediati e storici del proletariato, era la denuncia dell'antifascismo, ed è esattamente quello che fu fatto non solo da Bilan, ma anche dal GIK che denunciava: "La lotta in Spagna riveste il carattere di un conflitto internazionale fra le grandi potenze imperialiste. Le armi moderne inviate dall'estero hanno spostato il conflitto sul piano militare e, di conseguenza, il proletariato spagnolo è stato sottomesso agli interessi imperialisti". (aprile 1937)
Mattick si abbassa al livello dei lacché "operai" della borghesia che ci ripetono che bisogna sbarazzarsi delle "teorie" e degli "ideali" e che bisogna "badare al sodo". Questo "sodo" sarebbe la lotta sul terreno dell'antifascismo, che ci viene presentata come qualcosa di "pratico" e "più immediato". L'esperienza storica ha più volte dimostrato che mettendosi su questa via il proletariato finisce per prendere mazzate sia dai suoi nemici fascisti che dai suoi "amici" antifascisti.
Mattick sostiene che "la lotta contro il fascismo rimanda la lotta decisiva fra borghesia e proletariato e non permette ai due campi che delle mezze misure che consentono lo sviluppo tanto della rivoluzione che delle forze controrivoluzionarie; ed entrambe le cose sono allo stesso tempo un ostacolo per la lotta antifascista". E' tutto, totalmente, falso. La "lotta contro il fascismo" non è una specie di tregua fra borghesia e proletariato, che permetta di concentrarsi "contro il nemico comune", mentre ciascuna classe rafforza le sue posizioni in vista della lotta decisiva. Questa non è altro che politica-spettacolo per ingannare i proletari. Gli anni '30 hanno dimostrato che la sottomissione del proletariato al "fronte antifascista" ha significato che la "lotta decisiva" era stata vinta dalla borghesia, che aveva quindi le mani libere per massacrare gli operai, portarli alla guerra ed imporgli uno sfruttamento feroce. L'orgia antifascista in Spagna, il successo del Fronte Popolare francese nell'opera di inquadramento degli operai dietro la bandiera dell'antifascismo, hanno completato le condizioni politiche ed ideologiche per lo scatenamento della II guerra mondiale.
La sola lotta possibile contro il fascismo è la lotta del proletariato contro tutte le frazioni della borghesia, sia quella fascista che quella antifascista, dato che, come ricorda Bilan"le esperienze provano che per la vittoria del fascismo le forze antifasciste del capitalismo sono altrettanto necessarie delle forze fasciste stesse" (9). Senza voler stabilire paralleli abusivi fra situazioni storicamente molto diverse, gli operai russi si mobilitarono rapidamente contro il golpe di Kornilov nel settembre 1917 e la stessa cosa si è verificata nei primi momenti del colpo di Stato franchista del '36. In entrambi i casi la prima risposta è la lotta sul terreno di classe contro una frazione della borghesia senza fare il gioco della frazione rivale. C'è tuttavia una differenza sostanziale tra la Russia 1917 e la Spagna 1936. Il primo esempio si situa in un corso storico verso la rivoluzione, di cui fu il primo episodio, mentre