Rivista Internazionale n° 28

Annata 2006

1936, Fronti Popolari in Francia ed in Spagna: come la borghesia mobilitò la classe operaia per la guerra

70 anni fa, nel maggio 1936, esplodeva in Francia un'immensa ondata di scioperi operai spontanei contro l'aggravamento dello sfruttamento provocato dalla crisi economica e dallo sviluppo dell'economia di guerra. Nel luglio dello stesso anno, in Spagna, di fronte al sollevamento militare di Franco la classe operaia scendeva immediatamente in sciopero generale e prendeva le armi per rispondere all'attacco. Numerosi rivoluzionari, fino ai più celebri, come Trotsky, credettero di vedere in questi avvenimenti l'inizio di una nuova ondata rivoluzionaria internazionale. In realtà, a causa di un'analisi superficiale delle forze in campo, si lasciarono indurre in errore dall'adesione entusiasta degli operai e dalla "radicalità" di certi discorsi. Sulla base di un'analisi lucida del rapporto di forze a livello internazionale, la Sinistra Comunista d'Italia, nella sua rivista Bilan, comprese che i Fronti popolari, lungi dall'essere espressione di uno sviluppo del movimento rivoluzionario, esprimevano proprio il contrario: un movimento crescente che andava ad intrappolare la classe operaia in un'ideologia nazionalista, democratica e l'abbandono della lotta contro le conseguenze della crisi storica del capitalismo: "Il Fronte popolare si è rivelato essere il processo reale della dissoluzione della coscienza di classe dei proletari, l'arma destinata a mantenere, in tutte le circostanze della loro vita sociale e politica, gli operai sul campo del sostegno della società borghese" (Bilan n°31, maggio-giugno 1936). Infatti, rapidamente, sia in Francia che in Spagna, l'apparato politico della sinistra "socialista" e "comunista" saprà mettersi alla testa di questi movimenti e, chiudendo gli operai nella falsa alternativa fascismo/anti-fascismo, riuscirà a sabotarli dall'interno, ad orientarli verso la difesa dello Stato democratico ed alla fine a reclutare la classe operaia in Francia ed in Spagna per la carneficina inter-imperialista mondiale.

Oggi, in un contesto di lenta ripresa della lotta di classe e di rinascita di nuove generazioni alla ricerca di alternative radicali di fronte al fallimento sempre più evidente del capitalismo, il movimento alter-mondialista, come ATTAC, denuncia il liberismo selvaggio e la "dittatura del mercato" che "ruba il potere politico dalle mani degli Stati, e dunque dei cittadini "e chiama alla "difesa della democrazia contro il diktat finanziario". Questo "altro mondo" proposto dagli alter-mondialisti riconduce spesso a politiche molto attive durante gli anni 1930 o dagli anni 1950 a 70, dove lo Stato aveva, secondo loro, un posto più importante di attore economico diretto. In quest'ottica, la politica dei governi di Fronte popolare, con i loro programmi di controllo dell'economia da parte dello Stato, "d'unità delle forze popolari contro i capitalisti e la minaccia fascista", ed il programma di una "rivoluzione sociale", non può che essere presa ad esempio per dare man forte all'affermazione che un "altro mondo", un'altra politica, sono possibili in seno al capitalismo.

Così rievocare in occasione di questa 70ma ricorrenza il contesto ed il significato degli avvenimenti del 1936 é più che mai indispensabile:

- per ricordare le lezioni tragiche di quest'esperienze, in particolare la trappola fatale che costituisce, per la classe operaia, l'abbandono del campo della difesa intransigente dei suoi interessi specifici per sottoporsi alle necessità della lotta di un campo borghese contro l'altro;

- per denunciare la menzogna venduta dalla "sinistra" secondo cui quest'ultima sarebbe stata durante quegli avvenimenti l'incarnazione degli interessi della classe operaia, e mostrando al contrario come ne fu il becchino.

Gli anni 1930 - segnati dalla sconfitta dell'ondata rivoluzionaria degli anni 1917-23 e dal trionfo della controrivoluzione - si distinguono in maniera fondamentale dall'attuale periodo storico caratterizzato dal riemergere delle lotte e lo sviluppo, sebbene lento, della coscienza. Tuttavia, le nuove generazioni di proletari che cercano di liberarsi dalle ideologie controrivoluzionarie cozzano sempre contro questa stessa "sinistra", le sue trappole e le sue manipolazioni ideologiche, anche se questa porta gli abiti nuovi dell'alter-mondialismo. Ed esse non potranno riuscire a liberarsi se non riappropriandosi delle lezioni, pagate così care, dell'esperienza passata del proletariato.

Il Fronte popolare, un rafforzamento della lotta contro lo sfruttamento capitalista?

I Fronti popolari, che pretendevano di "unificare le forze popolari contro l'arroganza dei capitalisti e l'ascesa del fascismo", innescarono effettivamente una dinamica di rafforzamento della lotta contro lo sfruttamento capitalista? Rappresentarono una tappa sulla via dello sviluppo della rivoluzione? Per rispondere a questa domanda, un approccio marxista non può basarsi solo sulla radicalità dei discorsi e della violenza degli scontri sociali che a quell'epoca scossero vari paesi dell'Europa occidentale, ma su un'analisi del rapporto di forza tra le classi a scala internazionale e su tutta un'epoca storica. In quale contesto generale di forza e di debolezza del proletariato e della sua nemica mortale, la borghesia, si determinarono gli avvenimenti del 1936?

Il prodotto della sconfitta storica del proletariato

Dopo la potente ondata rivoluzionaria che obbligò la borghesia a mettere fine alla guerra, che portò la classe operaia a prendere il potere in Russia e fece vacillare il potere borghese in Germania e nell'insieme dell'Europa centrale, il proletariato subì per tutti gli anni 1920 una serie di sanguinose sconfitte. Lo schiacciamento del proletariato in Germania nel 1919, poi nel 1923, ad opera dei social-democratici del SPD e dei suoi "cani assetati di sangue", aprì la strada per l'arrivo di Hitler al governo. Il tragico isolamento della rivoluzione in Russia firmava la morte dell'Internazionale Comunista, lasciando così campo libero al trionfo della controrivoluzione stalinista che aveva annientato tutta la vecchia guardia dei bolscevichi e le forze vive del proletariato. Infine, gli ultimi soprassalti proletari furono spietatamente soffocati nel 1927 in Cina. Il corso della storia era stato rovesciato. La borghesia aveva ottenuto vittorie decisive sul proletariato internazionale ed il corso verso la rivoluzione mondiale lasciava il posto ad una marcia inesorabile verso la guerra mondiale, che significava il peggiore ritorno alla barbarie capitalista.

Tuttavia, queste schiaccianti sconfitte dei battaglioni d'avanguardia del proletariato mondiale non esclusero sussulti di combattività, talvolta importanti, in seno alla classe, in particolare nei paesi dove essa non aveva subito lo schiacciamento fisico o ideologico diretto nel quadro di scontri rivoluzionari del periodo 1917-1927. Così, durante la forte crisi economica degli anni 1930, nel luglio 1932, esplose in Belgio uno sciopero selvaggio dei minatori che prese velocemente una dimensione insurrezionale. A partire da un movimento contro l'imposizione di riduzioni dei salari nelle miniere del Borinage, il licenziamento degli scioperanti provocò un'estensione della lotta in tutta la provincia e scontri violenti con la gendarmeria. In Spagna, dagli anni 1931 al 1934 la classe operaia spagnola si lanciò, in numerosi movimenti di lotte represse selvaggiamente. Nell'ottobre 1934, è l'insieme delle zone minerarie delle Asturie e la cintura industriale di Oviedo e di Gijon che si lanciò in un'insurrezione suicida che fu schiacciata dal governo repubblicano e dal suo esercito dando adito ad una selvaggia repressione. Infine, in Francia, se la classe operaia era esaurita profondamente dalla politica "gauchiste" del PC la cui propaganda pretendeva, fino al 1934, che la rivoluzione fosse sempre imminente e che fossero necessari " soviet dappertutto ", essa, tuttavia, manifestava sempre una certa combattività. Durante l'estate 1935, confrontandosi con decreti legge che imponevano importanti riduzioni salariali ai lavoratori dello Stato, imponenti manifestazioni e violenti   scontri con la polizia ebbero luogo negli arsenali di Tolone, Tarbes, Lorient e Brest. In questa ultima città, dopo che un operaio era stato colpito a morte dai calci dei militari, i lavoratori esasperati scatenarono violente manifestazioni e sommosse tra il 5 ed il 10 agosto 1935, facendo 3 morti e centinaia di feriti; decine di operai furono incarcerati1.

Queste manifestazioni di residua combattività, contrassegnata spesso dalla rabbia, la disperazione e lo smarrimento politico, costituivano in realtà "dei sussulti di disperazione" che non annullavano un contesto internazionale di sconfitta e di disgregazione delle forze operaie, come ricordava la rivista Bilan a proposito della Spagna : "Se il criterio internazionalista vuole dire qualche cosa, bisogna affermare che, sotto il segno di una crescita della controrivoluzione al livello mondiale, l'orientamento della Spagna, tra il1931 e 1936, poteva andare solamente verso una direzione parallela [al corso controrivoluzionario degli avvenimenti ndlr] e non nel corso inverso di uno sviluppo rivoluzionario. La rivoluzione non può raggiungere il suo pieno sviluppo se non come prodotto di una situazione rivoluzionaria a scala internazionale". (Bilan n°35, gennaio 1937).

Tuttavia, per reclutare gli operai dei paesi che non avevano subito lo schiacciamento di movimenti rivoluzionari, occorreva che le borghesie nazionali utilizzassero una particolare mistificazione. Là dove il proletariato era già stato schiacciato al termine di uno scontro diretto tra le classi, il reclutamento ideologico bellicista - dietro il fascismo o il nazismo, o da parte dello stalinismo, dietro l'ideologia specifica della "difesa della patria del socialismo", ottenuto essenzialmente per mezzo del terrore - apparivano come le forme particolari di sviluppo della controrivoluzione. A questi particolari regimi politici corrispondeva in modo generale, nei restanti paesi "democratici", lo stesso reclutamento guerriero realizzato sotto la bandiera dell'antifascismo. Per raggiungere tale scopo, le borghesie francesi e spagnole (ma anche altre, come per esempio quella belga) si servirono del raggiungimento della sinistra al governo per mobilitare la classe operaia dietro l'antifascismo in difesa dello Stato "democratico" e per mettere in opera l'economia di guerra.

Che le politiche del Fronte popolare non si svilupparono per rafforzare la dinamica delle lotte operaie era già chiaramente messo in evidenza dall'atteggiamento della sinistra verso le lotte proletarie rievocate sopra. Ciò si manifestò anche in Belgio. Durante gli scioperi insurrezionali del 1932 in questo paese, il Partito operaio belga (POB) e la sua commissione sindacale si rifiutarono di sostenere il movimento, ciò che orientò la rabbia dei lavoratori contro la social-democrazia: la Casa del Popolo di Charleroi sarà presa d'assalto dagli insorti mentre le tessere di membro del POB e dei suoi sindacati furono strappate e bruciate. Fu proprio per canalizzare la rabbia e la disperazione operaie che il POB porterà avanti fin dalla fine del 1933 il famoso "Piano del Lavoro", la sua alternativa "popolare" alla crisi del capitalismo.

In Spagna si manifestò in modo chiaro ciò che il proletariato poteva aspettarsi da un governo "repubblicano" e di "sinistra". Fin dai primi mesi della sua esistenza, la Repubblica spagnola mostrerà che in fatti di massacri di operai, non aveva niente da invidiare ai regimi fascisti: un gran numero di lotte degli anni 1930 vennero schiacciate dai governi repubblicani a cui fino al 1933 partecipò anche il PSOE. L'insurrezione suicida delle Asturie dell'ottobre 1934, incitata da un discorso "rivoluzionario" del PSOE in quel momento all'opposizione, venne isolata completamente da questo stesso PSOE e dal suo sindacato, l'UGT, che impedì ogni estensione del movimento. Da questo momento, Bilan pone in termini estremamente chiari la questione del significato dei regimi democratici di "sinistra":

"In effetti, dalla sua fondazione, nell'aprile 1931 e fino a dicembre 1931, la 'marcia a sinistra' della Repubblica spagnola, la formazione del governo Azana-Caballero-Lerroux, l'amputazione nel dicembre 1931 della sua ala destra rappresentata da Lerroux, non determina affatto condizioni favorevoli all'avanzamento delle posizioni di classe del proletariato o alla formazione di organismi capaci di dirigerne la lotta rivoluzionaria. E non si tratta per niente di vedere qui ciò che il governo repubblicano e radicale-socialista avrebbe dovuto fare per la salvezza della… rivoluzione comunista, ma di ricercare se sì o no, questa conversione a sinistra o all'estrema sinistra del capitalismo, questo concerto unanime che andava dai socialisti fino ai sindacalisti per la difesa della Repubblica, ha creato le condizioni dello sviluppo delle conquiste operaie e della marcia rivoluzionaria del proletariato. O, meglio ancora, se questa conversione non era dettata a sinistra dalla necessità, per il capitalismo, di ubriacare gli operai sconvolti [leggere presi al posto di sconvolti ndr] da un profondo slancio rivoluzionario, affinché non si orientassero verso la lotta rivoluzionaria (…)" (Bilan n°12, novembre 1934).

Infine, fu particolarmente significativo che gli scontri violenti di Brest e Tolone dell'estate 1935 esplosero nello stesso momento in si costituiva il Fronte popolare. Poiché queste lotte si erano sviluppate spontaneamente, contro le parole d'ordine dei leader politici e sindacali della "sinistra", questi non esitarono a trattare gli insorti da "provocatori" che turbavano "l'ordine repubblicano": "né il Fronte popolare, né i comunisti che sono nelle prime fila rompono i finestrini, saccheggiano i caffè, strappano le bandiere tricolori" (Editoriale dell'Humanité, 7 agosto 1935).

Dall'inizio dunque, come rilevava Bilan a proposito della Spagna fin dal 1933, le politiche del Fronte popolare ed i governi di sinistra non si trovavano per niente in una dinamica di rafforzamento delle lotte proletarie ma si svilupparono contro, scontrandosi addirittura con i movimenti operai sul terreno di classe allo scopo di soffocare questi ultimi soprassalti di resistenza alla "dissoluzione totale del proletariato all'interno del capitalismo" (Bilan n° 22, agosto-settembre 1935): "In Francia, il Fronte popolare, fedele alla tradizione dei traditori, non mancherà di incitare all'omicidio contro quelli che non si piegheranno davanti al 'disarmo dei francesi' e che, come a Brest ed a Tolone, scateneranno degli scioperi rivendicativi, delle battaglie di classe contro il capitalismo ed all'infuori dell'influenza dei pilastri del Fronte popolare" (Bilan n° 26, dicembre-gennaio 1936).

L'antifascismo lega i lavoratori alla difesa dello Stato borghese

I Fronti popolari non unirono tuttavia "le forze popolari di fronte all'ascesa del fascismo"? Di fronte all'arrivo al potere di Hitler in Germania all'inizio del 1933, la sinistra andò a sfruttare la spinta di frazioni di estrema destra o fascistizzante nei diversi paesi "democratici" per portare avanti la necessità della difesa della democrazia attraverso un largo fronte antifascista.

Questa strategia fu, per la prima volta, messa in pratica fin dall'inizio del 1934 in Francia e trovò il suo punto di partenza in un'enorme manipolazione. Il pretesto fu fornito dalla manifestazione violenta di protesta e di malcontento del 6 febbraio 1934 contro gli effetti della crisi e della corruzione dei governi della Terza Repubblica, manifestazione nella quale si erano infiltrati dei gruppi di estrema destra, ma anche militanti del PC. Alcuni giorni più tardi si assisté, tuttavia ad un brusco capovolgimento dell'atteggiamento del PC, legato ad un cambiamento di strategia emanato da Stalin e dall'Internazionale Comunista. Questi raccomandavano oramai di sostituire alla tattica "classe contro classe" una politica d'avvicinamento ai partiti socialisti. Da allora, il 6 febbraio fu presentato come una "offensiva fascista" ed un "tentativo di colpo di Stato" in Francia.

La sommossa del 6 febbraio 1934 permise alla sinistra di montare l'esistenza di un pericolo fascista in Francia e conformemente lanciare una larga campagna di mobilitazione dei lavoratori in nome dell'antifascismo e per la difesa della "democrazia". Lo sciopero generale lanciato nello stesso tempo dal PC e dallo SFIO fin dal 12 istillava l'antifascismo con la parola d'ordine "Unità! Unità contro il fascismo!" Il PCF assimilò velocemente il nuovo orientamento e la conferenza nazionale di Ivry di giugno '34 ebbe per unica questione all'ordine del giorno "l'organizzazione del Fronte unito di lotta antifascista"2, ciò che determinò velocemente la firma di un patto "di unità d'azione" tra il PC e lo SFIO il 27 luglio 1934.

Identificato il fascismo come "il nemico principale", l'antifascismo diventò allora il tema che permise di raggruppare tutte le forze della borghesia "innamorata di libertà" dietro la bandiera del Fronte popolare e dunque legare gli interessi del proletariato a quelli del capitale nazionale costituendo "l'alleanza della classe operaia con i lavoratori delle classi medie" per evitare alla Francia “la vergogna e le disgrazie della dittatura fascista", come dichiarò Maurice Thorez, segretario generale del PCF. Su tale scia, il PCF sviluppò il tema delle "200 famiglie ed i loro mercenari che saccheggiano la Francia e svendono l'interesse nazionale". Tutti, all'infuori di questi "capitalisti", subivano la crisi ed erano solidali e così si dissolveva la classe operaia ed i suoi interessi di classe nel popolo e la nazione contro "un pugno di parassiti": "Raccoglimento della Francia che fatica, che lavora e che si sbarazzerà dei parassiti che la erodono" (Comitato centrale del PCF, 02/11/1934).

D'altra parte, il fascismo veniva denunciato in modo isterico e quotidianamente come il solo guerrafondaio. Il Fronte popolare mobilitò allora la classe operaia nella difesa della patria contro l'invasore fascista ed il popolo tedesco venne identificato con il nazismo. Gli slogan del PCF esortano ad "acquistare francese!" e inneggiavano alla riconciliazione nazionale: "Noi, comunisti, che abbiamo riconciliato la bandiera tricolore dei nostri padri e la bandiera rossa delle nostre speranze" (M. Thorez, Radio Parigi, 17 aprile 1936). La sinistra trascinò così i proletari dietro il carro dello Stato attraverso il più esasperato nazionalismo, le peggiori espressioni dello sciovinismo e della xenofobia.

Questa campagna intensiva trovò la sua apoteosi nella celebrazione unitaria del 14 luglio 1935, sotto il tema della difesa "delle libertà democratiche conquistate dal popolo francese". L'appello del comitato organizzativo propose il seguente giuramento: "facciamo giuramento di restare uniti per difendere la democrazia, (…), per mettere la nostre libertà fuori dall'attentato del fascismo". Le manifestazioni si aprirono sulla costituzione pubblica del Fronte popolare, il 14 luglio 1935, facendo cantare la "Marsigliese" agli operai sotto i ritratti affiancati di Marx e di Robespierre e facendo loro gridare "Viva la Repubblica francese dei Soviet"! Così, grazie allo sviluppo della campagna elettorale per il "Fronte popolare della pace e del lavoro", i partiti di "sinistra" deviarono le lotte operaie dal campo di classe verso il campo elettorale della democrazia borghese, annegando il proletariato nella massa informe del "popolo della Francia" e lo reclutarono per la difesa degli interessi nazionali. "Era quella una conseguenza delle nuove posizioni del 14 luglio che rappresentavala conclusione logica della politica detta antifascista. La Repubblica non era il capitalismo, ma il regime della libertà, della democrazia che rappresenta, come si sa, la piattaforma stessa dell'antifascismo. Gli operai giuravano solennemente di difendere questa Repubblica contro i faziosi interni ed esterni, mentre Stalin raccomandava loro di approvare gli armamenti dell'imperialismo francese in nome della difesa dell'U.R.S.S" (Bilan n° 22, agosto-settembre 1935).

La stessa strategia di mobilitazione della classe operaia sul campo elettorale in difesa della democrazia, l'integrazione nell'insieme degli strati popolari e la mobilitazione per la difesa degli interessi nazionali, si ritrovava in diversi paesi. In Belgio, la mobilitazione dei lavoratori dietro la campagna intorno al "Piano del Lavoro" fu orchestrata con mezzi di propaganda psicologica che non avevano niente da invidiare a quella nazista o stalinista, e terminerà con l'entrata del POB al governo nel 1935. La propaganda antifascista, portata avantisoprattutto dalla sinistra del POB, trovò il suo culmine nel 1937 in un duello singolare a Bruxelles tra Degrelle, il capo del partito Fascista Rex, ed il primo ministro Van Zeeland che beneficiò dell'appoggio di tutte le forze "democratiche", compreso il PCB. Lo stesso anno, Spaak, uno dei dirigenti dell'ala sinistra del POB, sottolineava il "carattere nazionale" del programma socialista belga e propose di trasformare il partito in partito popolare, poiché difendeva l'interesse comune e non più l'interesse di una sola classe!

Tuttavia, fu nella Spagna che l'esempio francese ispirerà con maggior chiarezza la politica alla sinistra. Dopo i massacri nelle Asturie, anche il PSOE andò ad imperniare la sua propaganda sull'antifascismo, il "fronte unito di tutti i democratici" e sosterrà un programma di Fronte popolare di fronte al pericolo fascista. Nel gennaio 1935, firmerà col sindacato UGT, i partiti repubblicani, il PCE, un'alleanza di "Fronte popolare", con il sostegno critico della CNT3 e del POUM4. Questo "Fronte popolare" pretendeva sostituire apertamente la lotta operaia attraverso la scheda elettorale, con una lotta sul campo della borghesia contro la frazione "fascista" di questa, a favore della sua ala "antifascista" e "democratica". La lotta contro il capitalismo fu affossata a profitto di un illusorio "programma di riforme" del sistema che dovrebbe realizzare una "rivoluzione democratica". Mistificando il proletariato per mezzo di questo fallace fronte antifascista e democratico, la sinistra lo mobilitò sul campo elettorale ed ottenne un trionfo alle elezioni di febbraio 1936 : "Il fatto che nel 1936, dopo quest'esperienza [la coalizione repubblicana-socialista 1931-33 ndlr] molto indicativa sulla funzione della democrazia come mezzo di manovra per il mantenimento del regime capitalista, si è potuto di nuovo, come nel 1931-1933, spingere il proletariato spagnolo ad allinearsi su un piano non di classe ma di difesa della 'Repubblica', del 'Socialismo' e del 'Progresso' contro le forze della Monarchia, Clerico-fasciste e della reazione, dimostra la profondità dello smarrimento degli operai su questo settore spagnolo dove i proletari recentemente hanno dato prove di combattività e di spirito di sacrificio" (Bilan n° 28, febbraio-marzo 1936).

In realtà, la politica antifascista della sinistra e la costituzione di "Fronti popolari", riusciranno effettivamente ad atomizzare i lavoratori, a dissolverli nella popolazione, a mobilitarli per un adattamento democratico del capitalismo, mentre il veleno dello sciovinismo e del nazionalismo veniva istillato loro. Bilan non si ingannava quando commentò così la costituzione ufficiale della Fronte popolare il 14 luglio 1935: "è sotto il segno di imponenti manifestazioni di massa che il proletariato francese si dissolve in seno al regime capitalista. Malgrado migliaia e migliaia di operai che sfilano nelle vie di Parigi, si può affermare che sia in Francia che in Germania non esiste più una classe proletaria che lotta per i suoi obiettivi. A tale proposito, il 14 luglio segna un momento decisivo nel processo di disgregazione del proletariato e nella ricostituzione dell'unità sacrosanta della Nazione capitalista. (…) Gli operai hanno dunque tollerato la bandiera tricolore, cantato la 'Marsigliese' ed applaudito anche i Daladier, Cot ed altri ministri capitalisti che, con Blum, Cachin5, hanno solennemente giurato 'di dare pane ai lavoratori, lavoro alla gioventù e pace al mondo' o, in altri termini, piombo, caserme e guerra imperialista per tutti" (Bilan n° 21, luglio-agosto 1935).

Le misure economiche dei Fronti popolari : Lo Stato al servizio dei lavoratori? 

Ma la sinistra non aveva, almeno attraverso i suoi programmi di rafforzamento del controllo da parte dello Stato sull'economia, limitato i tormenti della libera concorrenza del capitale "monopolistico" e protetto così le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia? Di nuovo, è importante localizzare le misure esaltate dalla sinistra nel quadro generale della situazione del capitalismo.

All'inizio degli anni 1930, l'anarchia della produzione capitalista era totale. La crisi mondiale gettò sul lastrico milioni di proletari. Per la borghesia trionfante, la crisi economica, legata alla decadenza del sistema capitalista, che si manifestò negli anni 30 attraverso una grande depressione dovunque ("crac" borsista del 1929, tasso di inflazione record, caduta della produzione industriale e della crescita, accelerazione vertiginosa della disoccupazione) la spingeva imperiosamente verso la guerra imperialista per la ripartizione di un mercato mondiale soprassaturato. "Esportare o morire" diventava la parola d'ordine di ogni borghesia nazionale, espressa con chiarezza dai dirigenti nazisti.

Marcia verso la guerra e sviluppo dell'economia di guerra

Dopo la Prima Guerra mondiale, con il trattato di Versailles, la Germania si vide privata delle sue magre colonie e con pesanti debiti di guerra. Si trovò incastrata al centro dell'Europa e, da questo momento, si pose il problema che andrà a caratterizzare l'insieme della politica di tutti i paesi dell'Europa durante i due decenni seguenti. Con la ricostruzione della sua economia, la Germania si troverà davanti alla necessità imperiosa di trovare degli sbocchi per le sue merci e la sua espansione non potrà farsi che dentro un ambito europeo. Gli avvenimenti si accelerarono con l'arrivo di Hitler al potere nel 1933. Le necessità economiche che spinsero la Germania verso la guerra troveranno nell'ideologia nazista la loro espressione politica: la rimessa in causa del Trattato di Versailles, l'esigenza di uno "spazio vitale" che può essere solamente l'Europa.

Tutto ciò convinse precipitosamente certe frazioni della borghesia francese che non si sarebbe potuto evitare la guerra e che la Russia sovietica in tal caso sarebbe stata una buona alleata per far fallire le mire del pangermanismo. Tanto più che a livello internazionale, la situazione si chirificava: nello stesso periodo in cui la Germania lasciò la Società delle Nazioni, l'URSS vi entrava. Quest'ultima, in un primo tempo, aveva giocato la carta tedesca per lottare contro il blocco continentale che le democrazie occidentali le imponevano. Ma quando i legami della Germania con gli Stati Uniti si rafforzarono, avendo quest'ultimi investito e, col piano Dawes6, riportato a galla l'economia tedesca sostenendo la ricostruzione economica del "bastione" occidentale contro il comunismo, la Russia stalinista rivide tutta la sua politica estera per tentare di rompere quest'alleanza. In effetti, fino a tardi, importanti frazioni della borghesia dei paesi occidentali credettero possibile evitare la guerra con la Germania facendo alcune concessioni e soprattutto orientando la necessaria espansione della Germania verso l'Est. Monaco nel 1938 tradurrà ancora quest'incomprensione della situazione e della guerra che verrà.

Il viaggio che il ministro francese degli affari esteri, Laval, effettuò a Mosca nel maggio 1935 andò a sottolineare spettacolarmente questa disposizione dell'imperialismo sulla scacchiera europea con l'avvicinamento franco-russo: la firma di Stalin ad un trattato di cooperazione implicava un riconoscimento implicito da parte di quest'ultimo della politica di difesa francese ed un incoraggiamento al PCF a votare i crediti militari. Alcuni mesi più tardi, nell'agosto 35, il 7mo Congresso del PCUS andava a trarre a livello politico le conseguenze dalla possibilità per la Russia di un'alleanza con i paesi occidentali per fare fronte all'imperialismo tedesco. Dimitrov, il Segretario generale dell'Internazionale Comunista, designò il nuovo nemico che occorreva combattere: il fascismo. I socialisti che prima venivano scherniti violentemente diventarono una, tra altre, forza democratica con cui bisognava allearsi per vincere il nemico fascista. I partiti stalinisti, negli altri paesi, seguirono nella sua svolta politica a 180° il loro grande fratello maggiore, il PC russo, divenendo così i migliori difensori degli interessi imperialisti della sedicente "patria del socialismo".

In breve, per tutti i paesi industrializzati, s'impose la necessità di sviluppare potentemente l'economia di guerra, non solamente la produzione massiccia d'armamenti ma anche tutta l'infrastruttura necessaria a questa produzione. Tutte le grandi potenze, sia "democratiche" che "fasciste", sviluppavano in modo simile sotto il controllo dello Stato una politica di "grandi lavori" ed un'industria d'armamenti interamente orientati verso la preparazione di una nuova carneficina mondiale. Intorno ad essa, l'industria si organizzava; impose le nuove organizzazioni del lavoro di cui il "taylorismo" sarà uno dei germogli più belli.

La sinistra e le misure di controllo statale

Una delle caratteristiche centrali delle politiche economiche della "sinistra" è proprio il rafforzamento delle misure d'intervento dello Stato per sostenere l'economia in crisi e il controllo statale su diversi settori dell'economia. Essa giustificava questo tipo di misure affermando che è "dall'economia dirigista, del Socialismo di Stato, [perché ndlr] che maturano le condizioni che devono permettere ai 'socialisti' di conquistare 'pacificamente' e progressivamente gli ingranaggi essenziali dello Stato" (Bilan n° 3, gennaio 1934). Queste misure erano sostenute con entusiasmo dall'insieme della socialdemocrazia europea. Vennero riprese nei programmi economici del Fronte popolare in Francia, conosciuti sotto il nome del piano Jouhaux. In Spagna, il programma della Fronte popolare si appoggiava su una larga politica di crediti agrari ed un vasto piano di lavori pubblici per il riassorbimento della disoccupazione, così come su delle leggi sociali che fissavano, per esempio, un salario minimo. Vediamo quale era il significato reale di tali programmi attraverso l'esame di uno dei loro grandi modelli, il "New Deal", messo in atto negli Stati Uniti dopo la crisi del 1929 dai democratici sotto Roosevelt, e l'analisi di una delle concretizzazioni teoriche più compiute di questo "Socialismo di Stato", il "Piano del Lavoro" del socialista belga Henri De Man.

Il "New Deal", messo in atto negli Stati Uniti a partire dal 1932, fu un piano di ricostruzione economica e di "pace sociale". L'intervento del governo mirava a ristabilire l'equilibrio del sistema bancario ed a rilanciare il mercato finanziario, a mettere in opera grandi lavori (dighe, programmi pubblici), e ad iniziare certi programmi sociali: attuazione di un sistema  pensionistico, di un'assicurazione contro la disoccupazione, ecc.). Una nuova agenzia federale, la National Recovery Administration (NRA), aveva per missione di stabilizzare prezzi e salari cooperando con le imprese ed i sindacati. Creò la Public Works Administration (PWA) che doveva controllare l’attuazione della politica dei grandi lavori pubblici.

Il governo di Roosevelt aprì la via, foss’anche senza esserne consapevole, alla conquista degli ingranaggi essenziali dello Stato da parte del partito dei lavoratori? Per Bilan, è proprio vero il contrario: "L'intensità della crisi economica che imperversa, coniugata con la disoccupazione e la miseria di milioni di uomini, accumula le minacce di conflitti sociali temibili che il capitalismo americano deve dissipare o soffocare con tutti i mezzi in suo potere" (Bilan n° 3, gennaio 1934). Lungi dunque dall'essere misure in favore dei lavoratori, le misure di "pace sociale" furono attacchi diretti contro l'autonomia di classe del proletariato. "Roosevelt si è dato come scopo dirigere la classe operaia non verso un'opposizione di classe, ma verso la sua diluizione all'interno dello stesso regime capitalista, sotto il controllo dello Stato capitalista. Così, dei conflitti sociali non dovrebbero più sorgere dalla lotta reale - e di classe - tra gli operai ed i padronati ed essi si limiterebbero ad un'opposizione della classe operaia e della N.R.A, organismo dello Stato capitalista. Gli operai dovrebbero dunque rinunciare ad ogni iniziativa di lotta e affidare la loro sorte al proprio nemico " (Id).

Si trovano obiettivi simili nel "Piano del Lavoro" di Henri De Man? Quest'architetto principale di tali programmi di controllo Statale, grande ispiratore della maggior parte delle misure adottate tanto dai Fronti popolari che dai regimi fascisti (Mussolini era uno dei suoi grandi ammiratori) era il capo della scuola quadri del POB e, a partire da 1933, vicepresidente e grande divo del partito. Per De Man che aveva studiato profondamente gli sviluppi industriali e sociali negli Stati Uniti ed in Germania, era necessario abbandonare i "vecchi dogmi". Per lui, la base della lotta di classe è il sentimento d'inferiorità sociale dei lavoratori. Piuttosto che orientare il socialismo sulla soddisfazione dei bisogni materiali di una classe (i lavoratori), bisognava orientarlo verso i valori spirituali universali come la giustizia, il rispetto della personalità umana e la preoccupazione de "l'interesse generale". Finite dunque le contraddizioni inevitabili ed inconciliabili tra la classe operaia ed i capitalisti. Peraltro, proprio come la rivoluzione, bisognava rigettare anche il "vecchio riformismo" diventato inoperante in tempo di crisi: non serve più a niente rivendicare una parte più importante di una torta che si riduce sempre più, bisognava realizzare una nuova torta più grande. Ciò era l'obiettivo di quella che chiamava la "rivoluzione costruttiva". In quest'ottica, sviluppò per il "Congresso di Natale" 1933 del POB il suo "Piano del Lavoro" che prevedeva "riforme di struttura" del capitalismo:

- la nazionalizzazione delle banche che continuavano ad esistere ma che vendevano una parte delle loro azioni ad un'istituzione di credito dello Stato e che si sottoporranno agli orientamenti del Piano economico;

- questa stessa istituzione di credito dello Stato ricomprerà una parte delle azioni dei grandi monopoli in alcuni settori industriali di base, come l'energia, così che questi ultimi diverranno delle imprese miste, proprietà congiunte di privati e dello Stato;

- accanto a queste imprese "socie", continuava ad esistere un settore capitalista libero, stimolato e sostenuto dallo Stato;

- i sindacati saranno implicati direttamente in quest'economia mista di concertazione attraverso il "controllo operaio", orientamento che De Man propagò a partire dall'esperienze osservate nelle grandi fabbriche americane.

Queste "riforme di struttura", proposte da De Man, si orienteranno a favore della lotta della classe operaia? Per Bilan, De Man voleva "dimostrare che la lotta operaia deve limitarsi naturalmente agli obiettivi nazionali per forma e contenuto, che socializzazione significa nazionalizzazione progressiva dell'economia capitalista, o economia mista. Sotto la scusa della ‘azione immediata', De Man arriva a predicare l'adattamento nazionale degli operai nella 'nazione una ed indivisibile' e che (...) si offre come rifugio supremo degli operai repressi dalla reazione capitalista". In conclusione, "Le riforme di struttura di H.De Man hanno dunque per scopo riporre la lotta vera dei lavoratori - ed è quella la sua sola funzione - in un campo irreale, dove si esclude ogni lotta per la difesa degli interessi immediati e, attraverso di esso, storica del proletariato, in nome di una riforma di struttura che, nella sua concezione come nei suoi mezzi, può servire solamente alla borghesia per rafforzare il suo Stato di classe riducendo la classe operaia all'impotenza" (Bilan n° 4, febbraio 1934).

Ma Bilan va più lontano e situa l’attuazione del "Piano del Lavoro" rispetto al ruolo che giocava la sinistra nel quadro storico del periodo.

"L'avvento del fascismo in Germania mette fine ad un periodo decisivo della lotta operaia. (...). La socialdemocrazia che fu un elemento essenziale di queste sconfitte, è anche un elemento di ricostituzione organica della vita del capitalismo (...), essa adopera un nuovo linguaggio per continuare la sua funzione, rigetta un internazionalismo verbale non più necessario, per passare francamente alla preparazione ideologica dei proletari per la difesa della ‘ propria nazione'. (…), ed è in ciò che noi troviamo la vera origine del piano De Man. Quest'ultimo rappresenta il tentativo concreto di sancire, attraverso una mobilitazione adeguata, la sconfitta subita dall'internazionalismo rivoluzionario e la preparazione ideologica per l'incorporazione del proletariato alla lotta intorno al capitalismo per la guerra. E' per questo che il suo nazional-socialismo ha la stessa funzione del nazional-socialismo dei fascisti" (Bilan n° 4, febbraio 1934).

L'analisi del New Deal come del Piano De Man illustra con chiarezza che queste misure non miravano affatto a rafforzare la lotta proletaria contro il capitalismo ma a ridurre invece la classe operaia all'impotenza ed a sottometterla alle necessità della difesa della nazione. In questo senso, come notava Bilan, il piano De Man non si distingueva in niente dal programma di controllo dei regimi fascisti e nazisti attraverso lo Stato; o ancora dai piani quinquennali dello stalinismo applicati in URSS dal 1928 e che avevano del resto all'origine ispirato i democratici negli Stati Uniti.

Se tali misure furono generalizzate, fu perché esse corrispondevano ai bisogni del capitalismo decadente. In questo periodo, in realtà, la tendenza generale verso il capitalismo di Stato è una delle caratteristiche dominanti della vita sociale. "Ogni capitale nazionale, privato di ogni base per uno sviluppo potente, condannato ad una concorrenza imperialista acuta, è costretto ad organizzarsi nel modo più efficace per affrontare i suoi rivali, economicamente e militarmente, all'esterno, e, all'interno, fare fronte ad un'esacerbazione crescente delle contraddizioni sociali. La sola forza della società che sia capace di prendere in carico l'adempimento dei compiti che tale situazione impone è lo Stato. Effettivamente, solo lo Stato:

- può prendere in mano l'economia nazionale in modo globale e centralizzato ed attenuare la concorrenza interna che l'indebolisce per rafforzare la sua capacità ad affrontare come un tutto la concorrenza sul mercato mondiale;

- mettere in piedi la potenza militare necessaria alla difesa dei sui interessi di fronte all'esacerbazione degli antagonismi internazionali;

- infine, grazie alle forze di repressione e ad una burocrazia sempre più pesante, rafforzare la coesione interna della società minacciata dalla frammentazione per la decomposizione crescente dei suoi fondamenti economici (…)". (Piattaforma della CCI)

In realtà dunque, tutti questi programmi che miravano ad una nuova organizzazione della produzione nazionale sotto il controllo dello Stato, orientata interamente verso la guerra economica e verso la preparazione di una nuova carneficina mondiale (economia di guerra), corrispondevano e corrispondono perfettamente alle necessità di sopravvivenza degli Stati borghesi all'interno del periodo di decadenza.

Vittorie dei Fronti popolari: la "rivoluzione sociale" in marcia?

Ma gli scioperi massicci di maggio-giugno 1936 in Francia e le misure sociali prese dal governo del Fronte popolare, proprio come la "rivoluzione spagnola" scatenata nel luglio 1936 fanno piazza pulita di queste analisi pessimiste, non confermano al contrario, nella pratica, la giustezza del percorso dei fronti "antifascisti" o "popolari", non rappresentano in fin dei conti l'espressione concreta di questa "rivoluzione sociale" in marcia? Esaminiamo uno dopo l'altro ciascuno dei movimenti citati.

Maggio-giugno 1936 in Francia: i lavoratori sono mobilitati dietro lo Stato democratico

La grande ondata di scioperi che seguirà fin dalla metà maggio la salita al governo del Fronte Popolare dopo la sua vittoria elettorale del 5 maggio 1936, confermavano tutti i limiti del movimento operaio, contrassegnato dall'insuccesso dell'ondata rivoluzionaria e dalla sottomissione alla cappa di piombo della controrivoluzione.

Le "conquiste" del 1936

Fin dal 7 maggio, un'ondata di scioperi prese il via inizialmente nel settore aeronautico e poi nella metallurgia e l'automobile, con occupazioni spontanee di fabbriche. Queste lotte manifestavano soprattutto, malgrado tutta la loro combattività, quanto debole fosse la capacità dei lavoratori a condurre la lotta sul loro campo di classe. Infatti, fin dai primi giorni, la sinistra riuscirà a truccare in "vittoria operaia" la deviazione della combattività operaia sul campo del nazionalismo, dell'interesse nazionale. Se è vero che, per la prima volta, si assistette in Francia alle occupazioni di fabbriche, è anche la prima volta che si vedevano gli operai cantare al tempo stesso l'Internazionale e la Marsigliese, camminare dietro le pieghe della bandiera rossa mischiata a quelli della bandiera tricolore. L'apparato d'inquadramento costituito dal PC e dai sindacati fu padrone della situazione, riuscendo a chiudere nelle fabbriche gli operai che si lasciavano addormentare al suono della fisarmonica, mentre si decideva la loro sorte ai vertici, nei negoziati che termineranno con gli accordi di Matignon. Se c'era unità, non fu certamente quella della classe operaia ma sicuramente quella dell'inquadramento della borghesia sulla classe operaia. Quando alcuni irriducibili non compresero che dopo gli accordi bisognava riprendere il lavoro, l'Humanité s'incaricò di spiegare "che occorre capire quando uno sciopero deve finire ... bisogna sapere scendere anche al compromesso" (M. Thorez, discorso dell'11 giugno 1936) "che non bisogna spaventare i nostri amici radicali".

Durante il processo di Riom, intentato dal regime di Vichy contro i responsabile della "decadenza morale della Francia", lo stesso Blum si ricordò come le occupazioni di fabbrica andavano proprio nel senso della mobilitazione nazionale ricercata: "gli operai erano come i custodi, sorveglianti, ed anche, in un certo senso, come comproprietari. E constatare una comunità di diritti e di doveri nei confronti del patrimonio nazionale, non è questo che conduce ad assicurare ed a preparare la difesa comune, la difesa unanime?(...). È così questa misura che si crea poco a poco per gli operai una comproprietà della patria, che si insegna loro a difendere questa patria".

La sinistra ottenne ciò che voleva: aveva portato la combattività operaia sul campo sterile del nazionalismo, dell'interesse nazionale. "La borghesia è obbligata a ricorrere al Fronte popolare per canalizzare a suo profitto un'esplosione inevitabile della lotta di classe e non può farlo se non nella misura in cui il Fronte popolare appaia come un'emanazione della classe operaia e non come la forza capitalista che discioglie il proletariato per mobilitarlo per la guerra" (Bilan n° 32 Giugno-luglio 1936).

Per mettere fine ad ogni resistenza operaia, gli stalinisti andranno a massacrare a randellate coloro che "si lasciano indurre in un'azione sconsiderata", "quelli che non sanno finire uno sciopero" (M. Thorez, 8 giugno 1936) mentre il governo del Fronte popolare massacrava e mitragliava operai con i suoi gendarmi mobilitati a Clichy nel 1937. Brutalizzando o uccidendo le ultime minoranze di operai recalcitranti, la borghesia vinceva la sua scommessa trascinando l'insieme del proletariato francese alla difesa nazionale.

Fondamentalmente, il programma della Fronte popolare non aveva niente che potesse inquietare la borghesia. Il presidente del Partito radicale, E. Daladier, la rassicurava d'altronde fin dal 16 maggio: "Il programma del Fronte popolare non racchiude alcun articolo che possa turbare gli interessi legittimi di un qualsiasi cittadino, inquietare il risparmio, recare offesa ad alcuna forza sana del lavoro francese. Molti di quelli che l'hanno combattuto con più passione non l'avevano probabilmente letto mai" (L'oeuvre, 16 maggio 1936). Tuttavia, per poter diffondere l'ideologia anti-fascista ed essere completamente credibile nel suo ruolo di difensore della patria e dello Stato capitalista, la sinistra doveva per forza concedere qualche briciola. Gli accordi di Matignon e le pseudo conquiste del 1936 furono elementi determinanti per potere presentare l'arrivo della sinistra al potere come una "grande vittoria operaia", per spingere i proletari a fidarsi del Fronte popolare e farli aderire alla difesa dello Stato borghese fin nelle sue imprese guerriere.

Questo famoso accordo di Matignon, concluso il 7 giugno 1936, celebrato dalla CGT come una "vittoria sulla miseria", che attualmente ancora passa per un modello di "riforma sociale", è dunque la carota che si vende agli operai. Ma che cosa è esattamente?

Sotto l'apparenza di "concessioni" alla classe operaia, come gli aumenti di stipendio, le "40 ore", le "ferie pagate", la borghesia assicurava innanzitutto l'organizzazione della produzione sotto la direzione dello Stato "imparziale", come segnalava il leader della CGT Léon Jouhaux: "(...) l'inizio di un'era nuova, l'era delle relazioni dirette tra le due grandi forze economiche organizzate del paese. (…). Le decisioni sono state prese nella più completa indipendenza, sotto l'egida del governo, compiendo quest'ultimo, se necessario, un ruolo di arbitro che corrisponde alla sua funzione di rappresentante dell'interesse generale" (discorso radiodiffuso dell' 8 giugno 1936). Poi, avrebbe introdotto delle misure essenziali per fare accettare ai lavoratori un'intensificazione senza precedenti dei ritmi di produzione attraverso l'introduzione dei nuovi metodi di organizzazione del lavoro destinato a decuplicare i rendimenti orari tanto necessari per fare girare a pieno regime l'industria d'armamento. Sarà la generalizzazione del taylorismo, della lavorazione a catena e della dittatura del cronometro nella fabbrica.

Fu Léon Blum in persona che strapperà il velo "sociale" posto sulle leggi del 1936 in occasione del processo organizzato dal regime di Vichy a Riom nel 1942 cercando di fare del Fronte Popolare e delle 40 ore i responsabili della pesante sconfitta del 1940 in seguito all'assalto dell'esercito nazista:

"Il rendimento orario, di che cosa è funzione? (...) dipende dal buon coordinamento e dal buon adattamento dei movimenti dell'operaio alla sua macchina; dipende anche dalla condizione morale e fisica dell'operaio". C'é tutta una scuola in America, la scuola Taylor, la scuola degli ingegneri Bedeau, che vedete spostarsi nelle ispezioni che hanno spinto molto avanti lo studio dei metodi di organizzazione materiale che conduce al massimo rendimento orario della macchina, ciò che è precisamente il loro obiettivo. Ma c'é anche la scuola Gilbreth che ha studiato e ricercato i dati più favorevoli nelle condizioni fisiche dell'operaio affinché sia ottenuto questo rendimento. Il dato essenziale è ridurre la stanchezza dell'operaio. La giornata più corta, il tempo libero, il festivo pagato, il sentimento di una dignità, di un'uguaglianza conquistata, tutto ciò era, doveva essere, uno degli elementi che possono portare al massimo il rendimento orario estratto dalla macchina attraverso l'operaio".

Ecco come e perché le misure "sociali" del governo di Fronte popolare furono un passaggio obbligato per fare adattare i proletari ai nuovi metodi infernali di produzione che miravano all'armamento veloce della nazione prima di essere pronunciate le dichiarazioni ufficiali di guerra. Del resto, c'è da notare che le famose ferie pagate, sotto una forma o sotto un'altra, erano state concesse nella stessa epoca nella maggior parte dei paesi evoluti che s'incamminavano verso la guerra imponendo per questo ai loro operai gli stessi ritmi di produzione.

Così, nel giugno 1936, sotto l'ispirazione dei movimenti in Francia, esplose in Belgio uno sciopero degli scaricatori. Dopo avere provato a fermarlo, i sindacati riconobbero il movimento e l'orientarono verso rivendicazioni simili a quelle del Fronte popolare in Francia: aumento degli stipendi, settimana delle "40 ore" ed una settimana di ferie pagate. Il 15 giugno, il movimento si estese verso la Borinage e le regioni di Liège e Limburg, 350.000 operai entrano in sciopero in tutto il paese. Il risultato principale del movimento sarà un modo raffinato del sistema di concertazione sociale, attraverso la costituzione di una conferenza nazionale del lavoro dove padroni e sindacati si concertarono su un piano nazionale per ottimizzare il livello concorrenziale dell'industria belga.

Una volta ottenuti la fine degli scioperi e l'installazione duratura di un rendimento orario massimo dello sfruttamento della forza lavoro, non restava più al governo di Fronte Popolare che passare alla riconquista del terreno concesso. Gli aumenti salariali vennero assottigliati dall'inflazione alcuni mesi più tardi (aumento del 54% dei prezzi dei prodotti alimentari tra 1936 e 1938), le 40 ore saranno rimesse in causa dallo stesso Blum un anno dopo e dimenticate completamente quando il governo radicale di Daladier nel 1938 lanciò a pieno regime la macchina economica per la guerra, sopprimendo le maggiorazioni per le prime 250 ore di lavoro straordinario, annullando disposizioni delle convenzioni collettive che vietavano il lavoro a cottimo ed applicando delle sanzioni per ogni rifiuto di effettuare ore supplementari per la difesa nazionale: "(...) trattandosi delle fabbriche che lavorano per la difesa nazionale, le deroghe alla legge delle 40 h sono sempre state accordate. Inoltre, nel 1938, ho ottenuto dalle organizzazioni operaie un tipo di concordato, che portava a 45 h la durata del lavoro nelle fabbriche che operavano direttamente o non per la difesa nazionale". (Blum al processo di Riom). Infine, le ferie pagate, saranno divorate in un boccone poiché, su proposta del padronato, sostenuto dal governo Blum e dai sindacati, le feste di Natale e del Primo dell'anno saranno da recuperare. Una misura che si applicherà poi a tutte le feste legali e cioè 80 ore di lavoro supplementare che corrispondeva esattamente a 2 settimane di ferie pagate.

In quanto al riconoscimento dei delegati sindacali e delle convenzioni collettive, ciò non rappresentava in realtà che il rafforzamento dell'ascendente dei sindacati sugli operai attraverso il loro più largo insediamento nelle fabbriche. Per fare che cosa? Léon Jouhaux, socialista e dirigente sindacale, lo spiegò in questi termini: "le organizzazioni operaie [sindacati ndr] vogliono la pace sociale. Innanzitutto per non disturbare il governo di Fronte Popolare e, in seguito, per non frenare il riarmo". In effetti, quando la borghesia prepara la guerra, lo Stato si vede costretto a controllare l'insieme della società per orientare tutte le sue energie verso la macabra prospettiva. E, nella fabbrica è proprio il sindacato ad essere il più indicato per permettere allo Stato di sviluppare la sua presenza poliziesca.

Se si assiste ad una vittoria, è in verità quella, sinistra, del capitale che prepara la sola soluzione per risolvere la crisi: la guerra imperialista.

La preparazione alla guerra

In Francia, fin dall'origine del Fronte popolare, dietro il suo slogan "Pace, pane, libertà" ed al di là dell'antifascismo e del pacifismo, la difesa degli interessi imperialisti della borghesia francese sarà mischiata alle illusioni democratiche. In questo quadro, la "sinistra" sfruttò abilmente la preparazione della guerra a livello internazionale per mostrare che il "pericolo fascista era alle porte del paese", organizzando per esempio una pubblicità sull'aggressione italiana in Etiopia. Più nettamente ancora, la SFIO ed il PC si divisero il lavoro rispetto alla guerra civile spagnola: mentre la SFIO rifiutava l'intervento in Spagna in nome del "pacifismo", il PC esaltava quest'intervento in nome della "lotta antifascista".

Da allora, se c'era un compito per il quale il capitale francese doveva essere debitore al governo di Fronte popolare, fu proprio quello di avere preparato la guerra. Ciò in tre maniere:

- innanzitutto, la sinistra potette utilizzare la gigantesca massa degli operai in sciopero come mezzo di pressione sulle forze più retrograde della borghesia, imponendo le misure necessarie alla salvaguardia del capitale nazionale di fronte alla crisi e facendo passare tutto ciò per una vittoria della classe operaia;

- poi, il Fronte popolare lanciò un programma di riarmo che passò dalla nazionalizzazione delle industrie di guerra e su cui Blum dichiarerà all'epoca del processo di Riom: "ho depositato un grande progetto fiscale... che mira a tendere tutte le forze della nazione verso il riarmo e che fa di questo sforzo di riarmo intensivo la condizione stessa, l'elemento stesso di un avviamento industriale ed economico definitivo. Esso esce risolutamente dall'economia liberale, si mette sul piano di un'economia di guerra".

In effetti, la sinistra era cosciente della guerra che stava per scoppiare; fu lei a spingere all'intesa franco-russo denunciando violentemente le tendenze favorevoli all’accordo di Monaco nella borghesia francese. Le "soluzioni" che essa portava alla crisi non erano differenti da quelle della Germania fascista, dell'America del New Deal o della Russia stalinista: sviluppo del settore improduttivo delle industrie d'armamento. Qualunque sia la maschera dietro cui si nascondeva il capitale, le misure economiche adottate erano le stesse. Come fece notare Bilan: "Non è per caso se questi grandi scioperi scoppiano nell'industria metallurgica iniziando nelle fabbriche di aerei […] è che si tratta di settori che lavorano oggi a pieno rendimento, a causa della politica di riarmo perseguita in tutti i paesi. Questo fatto provato dagli operai ha costretto quest'ultimi a dover scatenare il loro movimento per diminuire il ritmo frastornante della catena (…)"

- infine e soprattutto, il Fronte popolare ha portato la classe operaia sul suo peggiore terreno, quello della sua sconfitta e del suo schiacciamento: il nazionalismo.

Con l'isteria patriottarda che sviluppò la sinistra mediante l'anti-fascismo, il proletariato fu portato a difendere una frazione della borghesia contro un'altra, la democratica contro la fascista, uno Stato contro un altro, la Francia contro la Germania. Il PCF dichiarò: "E' giunta  l'ora per realizzare effettivamente l'armamento generale del popolo, di realizzare le riforme profonde che assicureranno una potenza decuplicata dei mezzi militari e tecniche del paese. L'esercito del popolo, l'esercito degli operai e dei contadini ben inquadrati, molto istruiti, ben guidati dagli ufficiali fedeli alla Repubblica". E' in nome di questo "ideale" che i "comunisti" andranno a celebrare Giovanna d'arco "grande liberatrice della Francia", che il PC chiamò ad un Fronte francese e fece propria la parola d'ordine che era quella dell'estrema destra alcuni anni prima: "La Francia ai francesi!". Fu sotto il pretesto di difendere le libertà democratiche minacciate dal fascismo che furono portati i proletari ad accettare i sacrifici necessari per la salvezza del capitale francese ed alla fine ad accettare il sacrificio della loro vita nella carneficina della Seconda Guerra mondiale.

In questo compito di boia, il Fronte popolare trovò degli alleati efficaci presso i suoi critici di sinistra: il Partito Socialista Operaio e Contadino (PSOP) di Marceau Pivert, Trotskysti o Anarchici. Questi andranno a sostenere il ruolo di raccattatori degli elementi più combattivi della classe e si porranno costantemente come "più radicali", ma saranno in effetti più "radicali" nella mistificazione della classe operaia. Le Gioventù Socialiste della Senna, dove i trotskisti come Craipeau e Roux fecero dell'entrismo, furono i primi a raccomandare ed organizzare milizie anti-fasciste, gli amici di Pivert che si raggruppavano in seno al P.S.O.P saranno più virulenti nel criticare la "vigliaccheria di Monaco”. Tutti erano unanimi nel difendere la Repubblica spagnola a fianco degli antifascisti e tutti parteciperanno più tardi alla carneficina inter-imperialista in seno alla resistenza. Tutti diedero il loro obolo alla difesa del capitale nazionale, ben meritandosi la patria!

Luglio 1936 in Spagna: Il proletariato mandato al macello della guerra "civile"

Attraverso la costituzione del Fronte popolare (Frente Popular) e la sua vittoria alle elezioni di febbraio 1936, la borghesia aveva istillato in seno alla classe il veleno della "rivoluzione democratica" ed era riuscita così a legare la classe operaia alla difesa dello Stato "democratico" borghese. In effetti, quando una nuova ondata di scioperi esplose immediatamente dopo le elezioni, essa fu frenata e sabotata dalla sinistra e dagli anarchici perché "faceva il gioco dei padroni e della destra". Ciò si realizzò tragicamente all'epoca del Pronunciamiento militare del 19 luglio 1936. Di fronte al colpo di Stato, gli operai risposero immediatamente con scioperi, occupazioni di caserme ed il disarmo di soldati, contro le direttive del governo che invitava alla calma. Là dove gli appelli del governo vennero rispettati (" Il governo comanda, il Fronte popolare ubbidisce"), i militari prendono il controllo con un bagno di sangue.

"La lotta armata sul fronte imperialista è la tomba del proletariato" (Bilan n°34)

Tuttavia, l'illusione della "rivoluzione spagnola" venne rafforzata dalla pseudo "scomparsa" dello Stato capitalista repubblicano, e dalla non esistenza della borghesia, il tutto nascosto dietro uno pseudo "governo operaio" ed organismi "più a sinistra" come "il Comitato centrale delle Milizie antifasciste" o il "Consiglio centrale dell'economia" che mantenevano l'illusione di un doppio potere. In nome di questo "cambiamento rivoluzionario", osì facilmente raggiunto, la borghesia chiese ed ottenne dagli operai la Sacra Unionr, intorno al solo ed unico obiettivo di battere Franco. Ora, "L'alternativa non sta tra Azaña e Franco, ma tra borghesia e proletariato; che l'uno o l'altro dei due partner sia battuto, ciò non impedisce a quello che sarà realmente vinto, il proletariato, che pagherà le spese della vittoria di Azaña o di Franco" (Bilan n° 33, luglio-agosto 1936).

Molto rapidamente, il governo repubblicano di Fronte popolare, con l'aiuto della CNT e del POUM, deviò così la reazione operaia contro il colpo di Stato franchista verso la lotta antifascista e fece manovre di reclutamento per spostare la lotta di una battaglia sociale, economica e politica contro l'insieme delle forze della borghesia, verso lo scontro militare nelle trincee unicamente contro Franco; l'armamento degli operai fu concesso solamente per mandarli a farsi massacrare sul fronte militare della "guerra civile", al di fuori dal loro campo di classe. "Si potrebbe supporre che l'armamento degli operai contenga delle virtù congenite dal punto di vista politico e che una volta materialmente armati, gli operai potranno sbarazzarsi dei capi traditori per passare alle forme superiori della loro lotta. Niente di tutto ciò. Gli operai che il Fronte Popolare è riuscito ad incorporare alla borghesia, poiché combattono sotto la direzione e per la vittoria di una frazione borghese, non hanno alcuna possibilità di evolvere su alle posizioni di classe" (Bilan n° 33, luglio-agosto 1936).

D'altra parte, questa guerra non aveva niente di "civile" ma diventò velocemente, con l'impegno delle democrazie e della Russia dal lato dei "Repubblicani", e dell'Italia e della Germania dal lato dei "Falangisti", un puro conflitto inter-imperialista ed il preludio alla 2a carneficina mondiale. "Al posto delle  frontiere di classe, le sole che avrebbero potuto demolire i reggimenti di Franco, restituire fiducia ai contadini terrorizzati dalla destra, altre frontiere sono sorte, quelle specificamente capitaliste, e l’Union Sacréee è stata realizzata per la carneficina imperialista, regione contro regione, città contro città in Spagna e, per estensione, Stati contro Stati nei due blocchi democratici e fascista. Il fatto che non ci sia la guerra mondiale non significa che la mobilitazione del proletariato spagnolo ed internazionale non sia attualmente compiuta per il suo coinvolgimento sotto la bandiera imperialista dell'opposizione: fascismo-antifascismo" (Bilan n° 34, agosto-settembre 1936)

Le illusioni di una "rivoluzione sociale"

La guerra di Spagna sviluppò ancora un altro mito, un'altra menzogna. Sostituendo alla guerra di classe del proletariato contro il capitalismo la guerra tra "Democrazia" e" Fascismo", il Fronte popolare snaturava anche il contenuto della rivoluzione: l'obiettivo centrale non era più la distruzione dello Stato borghese e la presa del potere politico da parte del proletariato ma delle pretese misure di socializzazione e di gestione operaia delle fabbriche. Sono soprattutto gli anarchici e certe tendenze che si dicevano consiliariste che esaltarono in modo particolare questo mito, proclamando anche che, in quella Spagna repubblicana, antifascista e stalinista, la conquista delle posizioni socialiste erano ben più avanzate di quelle raggiunte dalla Rivoluzione d'ottobre in Russia.

Senza sviluppare qui questa questione, bisogna sottolineare tuttavia che queste misure, anche se fossero state più radicali di quanto non erano in realtà, non avrebbero potuto per niente cambiare il carattere fondamentalmente controrivoluzionario dello svolgimento degli avvenimenti in Spagna. Per la borghesia come per il proletariato, il punto centrale della rivoluzione può essere solamente quello della distruzione o della conservazione dello Stato capitalista.

Il capitalismo può adattarsi non solo momentaneamente alle misure di autogestione o delle pretese socializzazioni (realizzazioni di cooperative) degli sfruttamenti agricoli aspettando la possibilità di riportarli all'ordine alla prima occasione propizia, ma può anche perfettamente stimolarli come mezzi di mistificazione e di deviazione delle energie del proletariato verso le conquiste illusorie per distoglierlo dall'obiettivo centrale della Rivoluzione: distruzione del potere capitalista, il suo Stato.

L'esaltazione delle pretese misure sociali come il culmine della Rivoluzione è solamente una radicalità a parole che deviò il proletariato dalla sua lotta rivoluzionaria contro lo Stato e camuffò la sua mobilitazione come carne da cannone al servizio della borghesia. Avendo lasciato il suo campo di classe, il proletariato sarà arruolato non solo nelle milizie antifasciste degli anarchici e dei "poumisti" e sarà mandato al massacro come carne da cannone sui fronti, ma conoscerà inoltre un selvaggio supersfruttamento e sempre più sacrifici in nome della produzione per la guerra "di liberazione", dell'economia di guerra antifascista: riduzione degli stipendi, inflazione, razionamenti, militarizzazione del lavoro, allungamento delle giornate di lavoro. E quando il proletariato esasperato si sollevò, a Barcellona in maggio 1937, il Fronte popolare e la Generalidad di Barcellona, dove partecipavano attivamente gli anarchici, repressero apertamente e massacrarono la classe operaia di questa città, mentre i franchisti misero fine alle ostilità per permettere ai boia di sinistra di schiacciare nel sangue il sollevamento operaio.

Dai socialdemocratici agli estremisti, tutti erano daccordo, comprese certe frazioni di destra della borghesia, nel vedere nella salita della sinistra al governo in 1936 in Francia ed in Spagna (ma anche, probabilmente in modo meno spettacolare, in altri paesi come la Svezia o il Belgio) una grande vittoria della classe operaia ed un segno della sua combattività e della sua forza negli anni '30. Di fronte a queste manipolazioni ideologiche, i rivoluzionari d'oggi, come i loro predecessori nel rivista Bilan, hanno il dovere di affermare il carattere mistificatore dei Fronti popolari e delle "rivoluzioni sociali" cui questi pretendevano dare inizio. L'arrivo al potere della sinistra in quell'epoca esprimeva al contrario la profondità della sconfitta del proletariato mondiale, e permise un reclutamento diretto della classe operaia in Francia ed in Spagna nella guerra imperialista che tutta la borghesia stava preparando, per arruolarlo massicciamente dietro la mistificazione dell'ideologia anti-fascista.

" (…) Ed io pensavo soprattutto che era un immenso risultato ed un immenso servizio reso aver riportato queste masse e questa élite operaia all'amore ed al sentimento del dovere verso la patria" (dichiarazioni di Blum al processo di Riom).

Il "1936" segna per la classe operaia uno dei periodi più neri della controrivoluzione, dove le peggiori sconfitte della classe operaia le furono presentate come vittorie; dove, di fronte ad un proletariato che subiva ancora il contraccolpo dello schiacciamento dell'ondata rivoluzionaria iniziata in 1917, la borghesia poté imporre quasi senza colpo ferire la sua "soluzione" alla crisi: la guerra.

Jos

1. Leggere B. Kermoal, "Collera operaia alla vigilia del Fronte popolare", Le Monde diplomatique, giugno 2006, p.28. 

2. Le citazioni riguardanti il Fronte popolare sono tratte generalmente da L. Bodin e J. Touchard, Fronte popolare 1936, Parigi: Armand Colin, 1985. 

3. Confederazione nazionali del Lavoro, centrale anarco-sindacalista.

4. Partito Operaio di unificazione Marxista, piccolo partito concentrato in Catalogna che rappresentava l'estrema sinistra "radicale" della Socialdemocrazia. Faceva parte del "Bureau di Londra" che raggruppava internazionalmente le correnti socialiste di sinistra (SAPD tedesco, PSOP francese, Independent Labour Party britannico, ecc.).

5. Edouard Daladier: dirigente del Partito Radicale, numerose volte ministro a partire dal 1924 (in particolare delle Colonie e della Guerra) capo del governo nel 1933, 1934 e 1938. È a questo titolo che il 30 settembre 1938 firmò gli accordi di Monaco. Pierre Cot: cominciò la sua carriera politica come radicale e la finì come compagno di strada del PCF. Fu nominato ministro dell'Air (Aviazione) nel 1933 da Daladier. Léon Blum: capo storico dello SFIO (partito socialista) dopo la scissione del Congresso di Tours del 1920 da cui si formò il Partito comunista. Marcel Cachin: figura mitica del PCF, direttore de L'Umanité dal 1918 al 1958. I suoi stati di servizio sono eloquenti: fu interventista durante la prima guerra mondiale e, a questo titolo, fu mandato dal governo francese per dare a Mussolini, allora socialista, il denaro che gli doveva permettere di fondare Il popolo di Italia destinato a fare propaganda per l'entrata dell'Italia in guerra. Nel 1917, dopo la rivoluzione di febbraio, fu mandato in Russia per convincere il Governo provvisorio a proseguire la guerra. Nel 1918, si vantò di avere pianto quando la bandiera francese sventolava di nuovo su Strasburgo per la vittoria della Francia sulla Germania. Nel 1920, raggiunse il PCF, costituendo la destra del partito a fianco a Frossard. Tutta la sua vita si è distinta per il suo arrivismo e la sua servilità ciò che gli permise di condividere con talento tutte le svolte del PCF.

6. Piano adottato, su proposta del banchiere americano Charles Dawes, dalla Conferenza di Londra nell'agosto 1924 che raggruppava i vincitori della guerra e la Germania. Questo piano alleggerì questo paese dai "risarcimenti di guerra" che esso doveva pagare ai suoi vincitori (principalmente alla Francia), ciò che gli permise di rilanciare la sua economia e favorire gli investimenti americani…

Guerra in Libano, in Medio Oriente, in Iraq. Esiste un'alternativa alla barbarie capitalista

Di fronte alla guerra che devasta in permanenza il Medio Oriente e recentemente di fronte al conflitto che insanguina il Libano ed Israele, la posizione dei rivoluzionari non deve avere la benché minima ambiguità. Per questo sosteniamo interamente le rare voci internazionaliste e rivoluzionarie che emergono in questa regione, come quella del gruppo Enternasyonalist Komunist Sol in Turchia. Nella sua presa di posizione sulla situazione in Libano ed in Palestina, che abbiamo riprodotto in vari organi della nostra stampa territoriale, questo gruppo respinge fermamente ogni sostegno alle cricche e fazioni borghesi rivali che si affrontano e le cui vittime dirette sono milioni di proletari che siano d'origine palestinese, ebrea, sciita, sunnita, kurda, drusa o altro. Esso ha giustamente affermato che "l’imperialismo è la politica naturale che pratica qualsiasi Stato nazionale o qualsiasi organizzazione che funziona come uno Stato nazionale”. Ha anche denunciato il fatto che "in Turchia, come nel resto del mondo, la maggior parte dei gauchistes ha dato il suo sostegno totale all’OLP ed ad Hamas. Nell'ultimo conflitto, questi si sono espressi unanimemente per dire ‘siamo tutti Hezbollah’. Seguendo questa logica che consiste nel dire ‘il nemico del mio nemico è mio amico’, hanno sostenuto a pieno questa violenta organizzazione che ha spinto la classe operaia in una disastrosa guerra nazionalistica. Questo sostegno dei gauchistes al nazionalismo ci mostra perché questi non hanno molto da dire di diverso da ciò che dice l’MPH (Partito del Movimento Nazionale - i Lupi grigi fascisti) (...) La guerra tra Hezbollah ed Israele e la guerra in Palestina sono entrambe guerre interimperialiste ed i diversi campi in gioco utilizzano tutti il nazionalismo per trascinare la classe operaia della regione nel proprio campo. Più gli operai saranno aspirati nel nazionalismo, più perderanno la loro capacità di agire come classe. È per questo che né Israele, né Hezbollah, né l’OLP, né Hamas devono essere sostenuti, in nessuna circostanza". Ciò dimostra che la prospettiva proletaria vive e si afferma sempre, non solo attraverso lo sviluppo delle lotte della classe operaia ovunque nel mondo: in Europa, negli Stati Uniti, in America latina, in India o nel Bangladesh, ma anche attraverso la comparsa, in vari paesi, di piccoli gruppi e di elementi politicizzati che cercano di difendere le posizioni internazionaliste che sono il segno distintivo della politica proletaria.

La guerra in Libano costituirà una nuova tappa nella messa a ferro e fuoco di tutto il Medio Oriente e nella caduta del pianeta in un caos sempre più incontrollabile, una guerra alla quale tutte le potenze imperialiste avranno contribuito, dalle più grandi alle più piccole, in seno alla pretesa “Comunità internazionale”. 7000 bombardamenti aerei sul solo territorio libanese, senza contare gli innumerevoli lanci di razzi sul Nord di Israele, più di 1200 morti in Libano ed in Israele (di cui più di 300 bambini di meno di 12 anni), circa 5000 feriti, un milione di civili che hanno dovuto fuggire dalle bombe o dalle zone di combattimento. Altri, troppo poveri per fuggire, che si rintanano come possono con la paura in corpo... Interi quartieri, interi villaggi ridotti allo stato di rovine, ospedali straripati e pieni fino a scoppiare: questo il bilancio di un mese di guerra in Libano ed in Israele in seguito all'offensiva di Tsahal per ridurre l'influenza crescente dello Hezbollah, in risposta ad uno dei tanti attacchi omicidi delle milizie islamiche al di là della frontiera israelo-libanese. Le distruzioni sono valutate a 6 miliardi di euro, senza contare il costo militare della guerra stessa.

È una vera e propria politica di terra bruciata quella che lo Stato israeliano persegue con una brutalità, una crudeltà ed un accanimento incredibili contro le popolazioni civili dei villaggi del Libano del Sud, cacciate senza riguardo dalle loro terre, dalle loro case, ridotte a crepare di fame, senza acqua potabile, esposte alle peggiori epidemie. 90 ponti e innumerevoli vie di comunicazione sistematicamente tagliati (strade, autostrade...), 3 centrali elettriche e migliaia di abitazioni distrutte, un inquinamento dilagante, bombardamenti incessanti. Il governo israeliano ed il suo esercito non hanno smesso di proclamare la loro volontà di “risparmiare i civili” e massacri come quelli di Canaa sono stati definiti “incidenti spiacevoli” (come famosi i “danni collaterali” nelle guerre del Golfo e nei Balcani). Ma guarda caso, è tra la popolazione civile che si contano il maggior numero di vittime, e di gran lunga: 90% degli uccisi!

Quanto a l’Hezbollah, benché con mezzi più limitati e dunque meno spettacolari, esso ha praticato esattamente la stessa politica omicida e sanguinaria di bombardamento a tutto spiano, con i suoi missili che si accaniscono contro la popolazione civile e le città del nord di Israele (il 75% dei morti fanno parte delle popolazioni arabe che questo pretendeva di proteggere).

Sono tutti guerrafondai

Il vicolo cieco della situazione in Medio Oriente si era già concretizzato con l'arrivo al potere di Hamas nei territori palestinesi (che l’intransigenza del governo israeliano avrà contribuito a causare, “radicalizzando” una maggioranza della popolazione palestinese) e la lacerazione aperta tra le frazioni della borghesia palestinese, soprattutto tra Fatah ed Hamas, che impedisce ormai ogni soluzione negoziata. Dinanzi a questo vicolo cieco la reazione di Israele è stata quella che, oggi nel mondo, è la favorita di tutti gli stati: la fuga in avanti. Per ribadire la sua autorità Israele ha cambiato versante allo scopo di fermare l'influenza crescente di Hezbollah nel Sud Libano, aiutato, finanziato ed armato dal regime iraniano. Il pretesto invocato da Israele per iniziare la guerra è stato la liberazione di due soldati israeliani fatti prigionieri da Hezbollah: quattro mesi dopo sono sempre prigionieri delle milizie sciite. L'altra ragione invocata era “neutralizzare” e disarmare Hezbollah i cui attacchi ed incursioni sul suolo israeliano nel Sud Libano avrebbero costituito una minaccia permanente per la sicurezza dello Stato ebreo.

Alla fine l'operazione di guerra si chiude con una sconfitta cocente, che mette brutalmente fine al mito della invincibilità, dell'invulnerabilità dell'esercito israeliano. Civili e soldati nell'ambito della borghesia israeliana si rinviano la responsabilità di una guerra mal preparata. Al contrario, Hezbollah esce rafforzato dal conflitto ed ha acquisito una legittimità nuova, attraverso la sua resistenza, agli occhi delle popolazioni arabe. Hezbollah, come Hamas, era in partenza solo una delle tante milizie islamiche che si sono costituite contro lo Stato di Israele. È nato in occasione dell'offensiva israeliana nel Libano del Sud nel 1982. Grazie alla sua componente sciita è prosperato beneficiando del copioso aiuto finanziario del regime degli ayatollah e dei mullah iraniani. Anche la Siria lo ha utilizzato fornendogli un importante sostegno logistico che le ha permesso di farne una base di retroguardia quando è stata costretta nel 2005 a ritirarsi dal Libano. Questa banda di assassini sanguinari ha saputo allo stesso tempo tessere con pazienza una potente rete di sergenti reclutatori attraverso la copertura di un aiuto medico, sanitario e sociale, alimentato dai generosi fondi tratti della manna petrolifera dello Stato iraniano. Questi fondi gli permettono anche di finanziare le riparazioni delle case distrutte o danneggiate dalle bombe ed i razzi, allo scopo di arruolare la popolazione civile nelle sue fila. Abbiamo potuto vedere dai vari reportage che questa “armata dell'ombra” è composta da numerosi bambini tra i 10 ed i 15 anni che servono da carne da cannone in questi sanguinari regolamenti di conto.

La Siria e l'Iran formano momentaneamente il blocco più omogeneo attorno ad Hamas o ad Hezbollah. l'Iran mostra chiaramente le sue ambizioni a diventare la principale potenza imperialista della regione e il possesso dell'arma atomica gli garantirebbe in effetti questo ruolo. Questa è giustamente una delle grandi preoccupazioni della potenza americana poiché, dalla sua fondazione nel 1979, la “Repubblica islamica” ha manifestato un'ostilità permanente agli Stati Uniti.

E’ dunque con il segnale di via libera da parte degli USA che si è iniziata l'offensiva israeliana contro il Libano. Sprofondati fino al collo nel pantano della guerra in Iraq e in Afghanistan, e dopo il fallimento del loro “piano di pace” per regolare la questione palestinese, gli Stati Uniti possono soltanto constatare il fallimento palese della loro strategia che mira ad instaurare la “Pax americana” nel Vicino e Medio Oriente. In particolare, la presenza americana in Iraq da tre anni si è tradotta in un caos sanguinoso, una vera guerra civile terribile tra fazioni rivali, attentati quotidiani che colpiscono ciecamente la popolazione, al ritmo di 80-100 morti al giorno.

In questo contesto era fuori questione per gli Stati Uniti intervenire in prima persona quando il loro obiettivo nella regione è prendersela con questi Stati denunciati come “terroristi” ed incarnazione “dell'asse del male”, che sarebbero appunto la Siria e soprattutto l'Iran di cui Hezbollah ha il sostegno. L'offensiva israeliana che doveva fungere da avvertimento a questi due Stati dimostra la perfetta convergenza di interessi tra la Casa Bianca e la borghesia israeliana. È per questo che il fallimento di Israele segna anche un nuovo arretramento degli Stati Uniti ed un ulteriore indebolimento della leadership americana.

Il cinismo e l’ipocrisia di tutte le grandi potenze

Il colmo del cinismo e dell’ipocrisia è raggiunto dall’ONU che, per tutto il tempo, non ha fatto che proclamare la sua “volontà di pace” pur lamentando la propria “impotenza”(1). Questa è un’odiosa menzogna. Questo "covo di briganti" (secondo il termine usato da Lenin a proposito dell'antenato dell'ONU, la Società delle Nazioni) è la palude dove si trastullano i più mostruosi coccodrilli del pianeta. I cinque Stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono i maggiori predatori della terra:

- Gli Stati Uniti, la cui egemonia si basa sulla più potente armata militare del mondo ed i cui misfatti, dalla proclamazione nel 1990 “di un’era di pace e di prosperità” da parte di Bush Senior, si commentano da soli (le due guerre del Golfo, l’intervento nei Balcani, l’occupazione dell’Iraq, la guerra in Afghanistan...).

- La Russia, responsabile delle peggiori atrocità all’epoca delle sue due guerre in Cecenia, che avendo mal digerito l’implosione dell’URSS e rimuginando un desiderio di rivincita, manifesta oggi nuove pretese imperialiste, approfittando della posizione di debolezza degli Stati Uniti. È per ciò che gioca la carta del sostegno all’Iran e più discretamente a Hezbollah.

- La Cina che, approfittando della sua crescente influenza economica, sogna di accedere alle nuove zone di influenza fuori dall’Asia del Sud-est. E in particolare fa gli occhi dolci all'Iran, partner economico privilegiato che gli dispensa la manna petrolifera ad una tariffa particolarmente vantaggiosa. Ciascuna di queste due potenze, ognuno per proprio conto, non ha fatto che cercare di sabotare le risoluzioni dell'ONU di cui erano parte pregnante.

- La Gran Bretagna che ha accompagnato fino a questo momento le principali spedizioni punitive degli Stati Uniti per la difesa dei propri interessi. Essa intende riconquistare la zona d’influenza di cui disponeva attraverso il suo vecchio protettorato in questa regione (principalmente Iran ed Iraq).

- La borghesia francese è sempre nostalgica dell’epoca in cui si spartiva le zone d'influenza in Medio Oriente con la Gran Bretagna. Per questo si è ricongiunta al piano americano sul Libano, intorno alla famosa risoluzione 1201 dell'ONU, che mette assieme anche il piano di re-impiego del FINUL. Per questo ha accettato di portare il suo impegno nel Libano del Sud da 400 a 2.000 soldati nell'ambito della FINUL.

Anche altre potenze sono in lizza, come l’Italia che, in cambio del più grosso contingente delle forze dell’ONU si vedrà affidare dopo febbraio 2006 il comando supremo del FINUL in Libano. Così, appena qualche mese dopo il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, Prodi dopo avere criticato aspramente l’impegno dell’equipe Berlusconi in Iraq, presenta la stessa minestra in Libano confermando le ambizioni dell’Italia ad avere un suo posto nella corte dei grandi, a rischio di lasciarci le penne. Ciò dimostra che tutte le potenze sguazzano nella guerra.

Il Medio Oriente offre oggi un concentrato del carattere irrazionale della guerra, dove ogni imperialismo vi si infila sempre più per difendere i propri interessi al prezzo di un'estensione sempre più ampia e devastante dei conflitti, i quali implicano un numero di Stati sempre grande.

L'estendersi delle zone di scontro nel mondo è una manifestazione del carattere inevitabile della barbarie di guerra del capitalismo. La guerra ed il militarismo sono realmente diventati il modo di vita permanente del capitalismo decadente in piena decomposizione. Questa è una delle caratteristiche essenziali del tragico vicolo cieco di un sistema che non ha null’altro da offrire all'umanità se non seminare miseria e morte.

La borghesia americana è in un vicolo cieco

Il gendarme garante della conservazione “dell'ordine mondiale” è oggi esso stesso un attivo e potente fattore d'accelerazione del caos.

Come è possibile che il primo esercito del mondo, dotato dei mezzi tecnologici più moderni, dei servizi di informazioni più potenti, di armi sofisticate capaci di individuare e raggiungere con precisione degli obiettivi a migliaia di chilometri di distanza, si ritrovi intrappolato in un tale pantano? Come è possibile che gli Stati Uniti, il paese più potente del mondo, sia diretto da un mezzo imbecille circondato da una banda di attivisti poco conforme all'immagine tradizionale di una “grande democrazia” borghese responsabile? È vero che Bush junior,  qualificato dallo scrittore Norman Mailer “il peggior presidente della storia degli Stati Uniti: ignorante, arrogante e completamente stupido”, si è circondato di una equipe di “teste pensanti” particolarmente “calde” che gli dettano la “sua” politica: dal vicepresidente Dick Cheney al segretario di Stato alla Difesa Donald Rumsfeld, passando per il suo guru-manager Karl Rove e per il “teorico” Paul Wolfowitz. Quest'ultimo fin dall'inizio degli anni 1990 si è fatto il portavoce più conseguente di una “dottrina” che enunciava chiaramente che “la missione politica e militare essenziale dell'America per il dopo-guerra fredda consisterà nel fare in modo che nessuna superpotenza rivale possa emergere in Europa dell'Ovest, in Asia o nei territori dell'ex Unione sovietica”. Questa “dottrina” è stata resa pubblica nel marzo 1992 quando la borghesia americana si illudeva ancora sul successo della sua strategia, all’indomani del crollo dell'URSS e della riunificazione della Germania. Questa gente, qualche anno fa, dichiarava che per mobilitare la nazione, imporre al mondo intero i valori democratici dell'America ed impedire le rivalità imperialiste, “ci vorrebbe un nuovo Pearl Harbor”. Bisogna ricordare che l'attacco alla base delle forze navali americane da parte del Giappone nel dicembre 1941, che fece 4500 morti e feriti da parte americana, permise l'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco degli Alleati facendo oscillare un'opinione pubblica fino ad allora in gran parte reticente all’entrata in guerra, mentre le più alte autorità politiche americane erano al corrente del progetto di attacco e non intervennero. Da quando Cheney e compagni sono arrivati al potere, grazie alla vittoria di Bush junior nel 2000, non hanno fatto altro che attuare la politica prevista: gli attentati dell'11 settembre gli sono serviti da “un nuovo Pearl Harbor” ed è in nome della loro nuova crociata contro il terrorismo che hanno potuto giustificare l'invasione dell'Afghanistan, poi dell’Iraq, varare nuovi programmi militari particolarmente costosi, senza dimenticare un rafforzamento senza precedenti del controllo poliziesco sulla popolazione. Il fatto che gli Stati Uniti si danno tali dirigenti che giocano con le sorti del pianeta come tanti apprendisti stregoni obbedisce alla stessa logica del capitalismo decadente in crisi che ha portato al potere Hitler in Germania in un altro periodo. Non è questo o quell’individuo al vertice dello Stato che fa evolvere il capitalismo in un senso o nell’altro, è al contrario questo sistema in piena deliquescenza che permette a questo o quell'individuo, rappresentativo di questa evoluzione e capace di metterla in atto, di accedere al potere. Ciò esprime chiaramente l’impasse storica nella quale il capitalismo spinge l'umanità.

Il bilancio di questa politica è sconfortante: 3000 soldati morti dall'inizio della guerra in Iraq tre anni fa (di cui più di 2800 per le truppe americane), 655.000 iracheni sono periti tra marzo 2003 e luglio 2006, mentre gli attentati mortali e gli scontri tra frazioni sciite e sunnite si sono intensificati. Sono 160.000 i soldati che occupano il suolo iracheno sotto l'alto comando degli Stati Uniti e che si ritrovano incapaci di “garantire la missione di mantenimento dell'ordine” in un paese sul bordo dell’esplosione e della guerra civile. Al nord, le milizie sciite tentano di imporre la loro legge e moltiplicano le dimostrazioni di forza, al sud gli attivisti sunniti, che rivendicano con orgoglio i loro legami con i talebani ed Al Qaida, hanno appena auto-proclamato una “repubblica islamica” mentre al centro, nella regione di Bagdad, la popolazione è esposta a bande di saccheggiatori, ad autobombe e la minima uscita isolata delle truppe americane si espone ad un’imboscata.

Le guerre in Iraq ed in Afghanistan assorbono somme colossali che aumentano sempre più il deficit di bilancio e precipitano gli Stati Uniti in un indebitamento faraonico. La situazione in Afghanistan non è meno catastrofica. La caccia all’uomo interminabile contro Al Qaïda e la presenza anche qui di un esercito d'occupazione ridanno credito ai talebani cacciati dal potere nel 2002 ma che, riarmati dall'Iran e più discretamente dalla Cina, moltiplicano le imboscate e gli attentati. I “demoni terroristi” che sono Bin Laden o il regime dei talebani sono del resto, l’uno e l'altro, delle “creature” degli Stati Uniti per far fronte all’ex-URSS all'epoca dei blocchi imperialisti, dopo l'invasione delle truppe russe in Afghanistan. Il primo è una ex-spia reclutata dalla CIA nel 1979 che, dopo aver servito ad Istanbul, da intermediario finanziario in un traffico d’armi dell'Arabia Saudita e degli Stati Uniti verso la macchia afgana, è diventato “naturalmente”, fin dall'inizio dell'intervento russo, l'intermediario degli americani per distribuire il finanziamento della resistenza afgana. I secondi sono stati armati e finanziati dagli Stati Uniti ed il loro accesso al potere si è compiuto con la completa benedizione dello Zio Sam.

È anche evidente che la grande crociata contro il terrorismo lungi dal portare alla sua estirpazione ha avuto, al contrario, come solo effetto il proliferare delle azioni terroristiche e degli attentati kamikaze dove il solo obiettivo è di fare maggiori vittime possibili. Oggi, la Casa Bianca resta impotente di fronte agli sberleffi più umilianti che gli infligge lo Stato iraniano. Ciò fa ringalluzzire potenze di quarto o quinto ordine come la Corea del Nord che si è permessa di procedere l'8 ottobre ad una prova nucleare che ne fa l'8° paese detentore dell'arma atomica. Questa enorme sfida mette in pericolo l'equilibrio di tutto il Sud-est asiatico e consolida le aspirazioni di altri Stati a dotarsi dell'arma nucleare. Giustifica inoltre una nuova militarizzazione ed il rapido riarmamento del Giappone che si orienta verso la produzione di armi nucleari per far fronte al suo immediato vicino. Questo è “l'effetto domino” della fuga davanti nel militarismo ed il “ciascuno per sé”.

Bisogna anche ricordare la situazione di caos terribile che imperversa in Medio Oriente ed in particolare nella striscia di Gaza. Dopo la vittoria elettorale di Hamas a fine gennaio, è stato sospeso l'aiuto internazionale diretto ed il governo israeliano ha organizzato il blocco dei trasferimenti di fondi delle entrate fiscali e doganali all'Autorità palestinese. 165.000 funzionari non vengono pagati da 7 mesi, ma la loro rabbia e quella di tutta una popolazione, di cui il 70% vive al di sotto della soglia di povertà con un tasso di disoccupazione del 44%, viene facilmente recuperata negli scontri di strada che ancora una volta contrappongono regolarmente, dal 1 ottobre, le milizie di Hamas a quelle di Fatah. I tentativi di formare un governo di unione nazionale abortiscono l’uno dopo l’altro. Mentre si stava ritirando dal Libano del Sud, Tsahal ha assalito di nuovo le zone di confine con l'Egitto al limite della striscia di Gaza ed ha ripreso a bombardare missili sulla città di Rafah, con la scusa di dare la caccia agli attivisti di Hamas. Per quelli che possono ancora avere lavoro, i controlli sono incessanti. La popolazione vive in un clima di terrore e d'insicurezza permanenti. Dal 25 giugno sono stati registrati 300 morti in questo territorio.

Il fiasco della politica americana è dunque palese. È per questo che si assiste ad un'ampia rimessa in discussione dell'amministrazione Bush, anche nel proprio campo, quello dei repubblicani. Le cerimonie di commemorazione del 5° anniversario dell'11 settembre sono state l'occasione di critiche incendiarie contro Bush, riprese poi dai mass media americani. Cinque anni fa la CCI è stata accusata di avere una visione machiavellica della storia quando cercava di dimostrare l'ipotesi che la Casa-Bianca aveva lasciato con cognizione di causa che si perpetrassero gli attentati per giustificare le avventure militari in preparazione (2). Oggi, un numero incredibile di libri, documentari, articoli su Internet non soltanto rimettono in discussione la versione ufficiale dell'11 settembre, ma in buona parte avanzano teorie molto più “forti” e denunciano un complotto ed una manipolazione concertata dell’equipe di Bush. Nella stessa popolazione, secondo i sondaggi recenti, più di un terzo degli americani e quasi la metà della popolazione di New York pensa che c’è stata una manipolazione degli attentati, che l'11 settembre è stato un "inside job" (un “lavoro dall'interno”).

Inoltre, il 60% della popolazione americana pensa che la guerra in Iraq sia una “cattiva cosa” e tra questa la maggior parte non crede alla tesi della detenzione di potenziale nucleare né ai legami di Saddam con Al Qaida e pensa che questi sono stati solo dei pretesti per giustificare un intervento in Iraq. Una mezza dozzina di libri recenti (di cui quello del giornalista-vedetta Bob Woodward che sollevò lo scandalo del Watergate all'epoca di Nixon) elabora atti d'accusa implacabili per denunciare questa “menzogna” di Stato e richiedere il ritiro delle truppe dall’Iraq. Questo non significa affatto che la politica militariste degli Stati Uniti può essere sabotata, ma è pur vero che il governo è costretto a tener conto ed a mettere in luce le sue contraddizioni per tentare di adattarsi.

La presunta ultima "gaffe" di Bush che ammette il parallelo con la guerra in Vietnam è concomitante con le "fughe"... orchestrate dalle interviste accordate da James Baker stesso. Il piano dell'ex capo di Stato-maggiore dell'era Reagan, poi segretario di Stato all'epoca di Bush padre raccomanda l'apertura del dialogo con la Siria e l'Iran e soprattutto un ritiro parziale delle truppe di Iraq. Questo tentativo di arginare la situazione sottolinea il livello d'indebolimento della borghesia americana per la quale il ritiro puro è semplice dall’Iraq sarebbe l'affronto più scottante della sua storia, cosa che non può permettersi. Il parallelo con il Vietnam è in realtà una sottovalutazione ingannevole. All'epoca, il ritiro delle truppe dal Vietnam permise agli Stati Uniti un riorientamento strategico benefico delle sue alleanze e gli permise di attirare la Cina nel proprio campo contro l’ex-URSS. Oggi il ritiro delle truppe americane dall’Iraq sarebbe una capitolazione pura e semplice senza alcuna contropartita e comporterebbe un discredito completo della potenza americana. Comporterebbe allo stesso tempo l’esplosione del paese che porterebbe ad un aggravamento considerevole del caos in tutta la regione. Queste contraddizioni sono le manifestazioni evidenti della crisi e l'indebolimento della leadership americana e dell’acuirsi del “ciascuno per sé” testimone del caos crescente nelle relazioni internazionali.  Un cambiamento della maggioranza al prossimo Congresso, in occasione delle prossime elezioni di “metà-mandato”, ed anche l’eventuale elezione di un presidente democratico, tra due anni, non potrebbe portare a nessun’altra "scelta" diversa dalla fuga in avanti nelle avventure militari. L’equipe di “eccitati” che governa a Washington ha dato prova di un livello d'incompetenza raramente raggiunto da un'amministrazione americana. Ma indipendentemente dalle equipe che si succederanno, non si potrà cambiare il dato di fondo: di fronte ad un sistema capitalista che sprofonda nella sua crisi mortale, la classe dominante non è capace di dare altra risposta che la fuga davanti nella barbarie guerriera. E la prima borghesia mondiale potrà solo mantenere il suo posto in questo dominio.

La lotta di classe è la sola alternativa alla barbarie capitalista

Negli Stati Uniti, il peso del sciovinismo dispiegato nel periodo successivo all'11 settembre è in gran parte scomparso con l'esperienza del doppio fiasco della lotta antiterrorista e della paralisi della guerra in Iraq. Le campagne di reclutamento dell'esercito penano a trovare candidati pronti ad andare a farsi ammazzare in Iraq, mentre le truppe sono prese dalla demoralizzazione. Nonostante i rischi, migliaia di diserzioni si producono sul campo. Si è constatato che più di un migliaio di disertori si sono rifugiati in Canada.

Questa situazione non riflette soltanto l’impasse della borghesia ma annuncia un'altra alternativa. Il peso sempre più insopportabile della guerra e della barbarie nella società è una dimensione indispensabile della presa di coscienza da parte dei proletari sul fallimento irrimediabile del sistema capitalista. La sola risposta che la classe operaia può opporre alla guerra imperialista, la sola solidarietà che può dare ai suoi fratelli di classe esposti ai peggiori massacri, è mobilitarsi sul suo terreno di classe contro i propri sfruttatori. È battersi e sviluppare le sue lotte sul terreno sociale contro la propria borghesia nazionale. E questo la classe operaia ha iniziato a farlo nello sciopero di solidarietà che hanno fatto i dipendenti dell'aeroporto di Heathrow nell'agosto 2005, in pena campagna antiterrorista dopo gli attentati di Londra, verso gli operai pakistani licenziati dall'impresa di ristorazione Gate Gourmet. Come lo ha fatto con la mobilitazione dei futuri proletari contro il CPE in Francia o degli operai della metallurgia a Vigo in Spagna. Come lo hanno fatto sul suolo americano i 18.000 meccanici della Boeing nel settembre 2005 che si sono opposti alla riduzione dell'importo della loro pensione pur rifiutando la discriminazione di trattamento tra i giovani e vecchi operai. Come lo hanno fatto gli operai della metropolitana e dei trasporti pubblici in uno sciopero a New York la vigilia di Natale lo scorso anno. Di fronte ad un attacco sulle pensioni che riguardava esplicitamente soltanto coloro che sarebbero stati assunti in futuro, hanno affermato la loro presa di coscienza che battersi per il futuro dei propri figli fa parte della propria lotta. Queste lotte sono ancora deboli ed il cammino che porterà ad un scontro decisivo tra il proletariato e la borghesia è ancora lungo e difficile, ma esse testimoniano una ripresa delle lotte di classe su scala internazionale. Costituiscono il solo barlume di speranza possibile di un futuro diverso, di un'alternativa per l'umanità alla barbarie capitalista.

W  (21 ottobre)

1. Questo cinismo e questa ipocrisia sono venute in piena luce sul campo, attraverso un episodio degli ultimi giorni della guerra : un convoglio composto da una parte della popolazione di un villaggio libanese, tra cui molte donne e bambini che cercavano di fuggire dalla zona dei combattimenti, è andato in panne ed è stato preso di mira dalle mitragliatrici di Tsahal. I membri del convoglio hanno allora cercato rifugio presso un campo dell’ONU nelle vicinanze. Gli è stato risposto che per loro era impossibile accoglierli, che loro non avevano nessun mandato per farlo. La maggior parte (58) sono morti sotto le mitragliate dell’esercito israeliano e sotto lo sguardo passivo delle forze della FINUL (secondo la testimonianza ad un telegiornale di una madre di famiglia sopravvissuta).

2. Vedi l’articolo “Pearl Habour 1941, le ‘Torri Gemelle’ 2001, Il machiavellismo della borghesia”, Rivoluzione Internazionale n.124, febbraio-marzo 2002

Il comunismo significa l’eliminazione della legge del valore e del sistema dell’impresa

Caro compagno,

 Abbiamo ricevuto volentieri la tua ultima lettera e salutiamo di nuovo i tuoi contributi sulla legge del valore e sull’autogestione. Essi fanno parte dell’indispensabile discussione tra comunisti per definire con il massimo rigore il programma della rivoluzione proletaria. Ecco come tu abbordi il problema:

 “Nel vostro libro, la decadenza del capitalismo, voi dite che sotto il socialismo la produzione delle merci sarà eliminata. Ma è impossibile liquidare la produzione delle merci senza abolire la legge del valore. Dalla teoria di Marx, sotto il socialismo, i prodotti del lavoro saranno scambiati secondo la quantità dei tempi di lavoro necessari (secondo il lavoro), cioè conformemente alla legge del valore.”

 -“nel vostro opuscolo Piattaforma della CCI, il punto 11 s’intitola: “L’autogestione: autosfruttamento del proletariato” Che cosa vuol dire autosfruttamento? Lo sfruttamento è l’appropriazione dei prodotti del lavoro altrui. Se capisco bene, l’autosfruttamento è l’appropriazione dei prodotti del proprio lavoro. Così Robinson Crosué, si autosfruttava  quando consumava i prodotti del suo proprio lavoro. Robinson Crosué sfruttava se stesso.”

 Cercheremo di rispondere a queste due questioni, mostrando come esse siano legate.

 Il carattere storico e transitorio della legge del valore.

 Nella tua lettera del 26 dicembre 2004 tu citi un passaggio della Critica del programma di Gotha di Marx: “egli [il produttore individuale] riceve dalla società uno scontrino da cui risulta che egli ha prestato tanto lavoro (dopo la detrazione del suo lavoro per i fondi comuni), e con questo scontrino egli ritira dal fondo sociale tanti mezzi di consumo quanto equivale ad un lavoro corrispondente. La stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un’altra.

 Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto è scambio di valori uguali. (1)

 L’idea essenziale difesa da Marx qui, è che dopo la rivoluzione, allorché il proletariato detiene il potere, è ancora necessario per tutto un periodo allineare i “salari” degli operai sul tempo di lavoro e, in conseguenza, di calcolare i tempi di lavoro contenuti nei prodotti, al fine di arrivare ad un “valore di scambio” dei prodotti che può essere espresso in “buoni di lavoro”. La produzione delle merci, la legge del valore, e dunque il mercato, sussistono ancora, e noi siamo d’accordo con lui. Noi comprendiamo dunque la tua sorpresa quando, nel nostro libro La decadenza del capitalismo, tu hai letto che nel socialismo la produzione delle merci sarebbe scomparsa. Nei fatti si tratta di un malinteso sui termini. In effetti nella nostra stampa noi utilizziamo sempre la parola socialismo come un sinonimo di comunismo come scopo finale del proletariato: una società senza classi e senza Stato dove i prodotti del lavoro non saranno più delle merci, dove la legge del valore sarà stata eliminata. Dall’epoca in cui scriveva Miseria della filosofia (1847), Marx era chiaro su questo: nel comunismo non ci sarà più scambio, non ci saranno più merci: “in una società futura, dove l’antagonismo di classe sarà cessato, dove non ci saranno più classi, l’uso non sarà più determinato dal minimo del tempo di produzione; ma il tempo di produzione che si consacrerà ai differenti oggetti sarà determinato dal loro grado di utilizzazione sociale.”(2)   In questo stadio, il valore si scambio sarà stato abolito. La comunità umana riunificata, attraverso i suoi organi amministrativi incaricati della pianificazione centralizzata della produzione, deciderà quale quantità di lavoro dovrà essere consacrata alla produzione di questo o quel prodotto. Ma essa non avrà più bisogno del “passaggio” dello scambio come avviene nel capitalismo perché l’importante è il grado di utilizzazione sociale dei prodotti. Noi saremo allora in una società dell’abbondanza dove non solamente i bisogni più elementari dell’essere umano sono soddisfatti ma dove questi stessi bisogni conoscono un formidabile sviluppo. In questa società lo stesso lavoro avrà completamente cambiato natura: essendo il tempo consacrato alla creazione dei bisogni di sussistenza ridotto al minimo, il lavoro diverrà per la prima volta una attività veramente libera. La distribuzione, come la produzione, cambieranno ugualmente di natura. Poco importa ormai il tempo consacrato dall’individuo alla produzione sociale, regnerà solo il principio: “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!”

 L’identificazione e la difesa di questo scopo finale della lotta proletaria – una società senza classi, senza Stato né frontiere nazionali, senza merci – attraversano tutta l’opera di Marx, Engels e dei rivoluzionari delle generazioni successive. È importante ricordarlo poiché questo scopo determina profondamente il movimento che conduce ad esso e i mezzi necessari a metterlo in opera.

 Dopo l’esperienza della rivoluzione russa, poi della controrivoluzione stalinista, noi pensiamo che è preferibile per la chiarezza di parlare d’un “periodo di transizione dal capitalismo al socialismo” piuttosto che di “socialismo” o di “fase inferiore del comunismo”. È evidente che non si tratta di una semplice questione di terminologia. In effetti, la dittatura del proletariato non può essere concepita come una società stabile, né come un modo di produzione specifico. È una società in piena evoluzione, tesa verso la realizzazione di uno scopo finale, di sconvolgimenti sociali e politici, dove gli antichi rapporti di produzione sono attaccati e declinano mentre appaiono e si rafforzano i nuovi. Nella “Critica del programma di Gotha”, prima del passaggio citato all’inizio di questo articolo Marx precisa che: “quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base, ma viceversa [sottolineato da noi], come emerge dalla società capitalista; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le impronte materne della vecchia società dal cui seno essa è uscita.”(3) Qualche pagine dopo, afferma chiaramente: “tra la società capitalista e la società comunista si situa il periodo di trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. A questo periodo corrisponde ugualmente un periodo di transizione politica dove lo Stato non sarebbe essere altra cosa che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.”

 La nostra lettera precedente aveva permesso, sembra, di eliminare questo malinteso e la tua risposta esprimeva un accordo sul fondo. “dalla mia comprensione del marxismo, questo periodo di transizione si chiama socialismo. Io non parlo del comunismo del mercato, ma del socialismo di mercato. (..) Con l’aumento delle forze produttive, la distribuzione in funzione del lavoro si trasforma in distribuzione secondo i bisogni, il socialismo si trasforma passo a passo in comunismo e il mercato scomparirà nel tempo.”

 Nella tua lettera del 26 dicembre 2004, tu sottolineavi che esistono tre forme di distribuzione dei prodotti basati sui tempi di lavoro socialmente necessari contenuti in essi:

 - attraverso l’intermediario del denaro (D), nel qual caso lo scambio delle merci (M) si effettua sotto la forma M – D – M;

 - attraverso l’intermediario di un buono di lavoro (B) di cui parlava di cui parlava Marx:  M – B – M

 - direttamente sotto la forma del baratto; M – M

 E tu notavi che, nei tre casi, noi avevamo a che fare con uno scambio di merci, quindi con l’esistenza di un mercato, cioè con una società che utilizza un equivalente generale, la moneta, per esprimere il tempo di lavoro, anche se la moneta non è necessaria nel caso arcaico del baratto per determinare l’equivalenza. Come tu dici: “La  moneta e i buoni sono quasi la stessa cosa, perché misurano la stessa cosa – il tempo di lavoro. La differenza tra i due è la stessa che c’è tra un regolo graduato in centimetri e un altro graduato in pollici.” Siamo d’accordo con te per dire che è con questa situazione economica che si confronterà il proletariato dopo la presa del potere e che ignorare ciò significa una regressione in rapporto al marxismo. Tanto più che la guerra civile tra il proletariato e la borghesia a scala mondiale provocherà numerose distruzioni che comporteranno una diminuzione della produzione. Incessantemente i comunisti devono combattere le illusioni su una estinzione rapida e senza problemi della legge del valore. La necessità per il proletariato di portare a termine la soppressione dello scambio e di creare le condizioni del deperimento dello Stato, farà del periodo di transizione un periodo di sconvolgimento rivoluzionario come l’umanità non ha mai conosciuto. Malgrado queste precisazioni, è evidente che un disaccordo sussiste. Tu scrivi, per esempio, nella stessa lettera: “sotto il socialismo i prodotti del lavoro saranno scambiati secondo la quantità di lavoro socialmente necessario. E là dove i prodotti del lavoro sono scambiati secondo la quantità di lavoro, il mercato e la produzione delle merci continuano ad esistere. In conseguenza, per abolire la produzione delle merci occorre abolire la distribuzione basata sulla quantità di lavoro. Dunque, se voi volete abolire la produzione delle merci, voi dovete abolire il socialismo. Se voi vi considerate marxisti, voi dovete riconoscere che il socialismo nella sua essenza è basato sul mercato. Altrimenti  andate dagli anarchici!”

 Da ciò che abbiamo visto prima, noi supponiamo che tu designi per “socialismo” il periodo di transizione dal capitalismo al comunismo. Questo periodo resta, per sua definizione, instabile: o il proletariato è vittorioso, e “l’economia di transizione” è trasformata nel senso del comunismo, cioè verso l’abolizione dell’economia mercantile; o il proletariato perde terreno, le leggi del mercato si riaffermano, e c’è il pericolo che la strada verso la controrivoluzione sia aperta.

L’ignoranza degli anarchici

 Ancora nella stessa lettera, tu scrivi che si trova questa ignoranza presso gli anarchici. In effetti, per loro, l’emancipazione dell’umanità riposa unicamente su uno sforzo di volontà e, in conseguenza il comunismo potrebbe vedere l’alba in qualsiasi epoca storica. Così facendo essi rigettano ogni conoscenza scientifica dello sviluppo sociale e di conseguenza sono incapaci di comprendere quale ruolo possono giocarvi la lotta di classe e la volontà umana. Nella sua Prefazione al Capitale, Marx rispondeva, senza nominarli, agli anarchici che negano l’inevitabilità di un periodo di transizione: “Se pure una società è arrivata a scoprire la legge di natura del proprio movimento – e scopo ultimo di questa opera è rivelare la legge economica del movimento della società moderna – non può né saltare né togliere di mezzo con decreti le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attutire le doglie del parto.”(4)

 Secondo Marx ed Engels, la necessità della dittatura del proletariato, cioè di un  periodo di transizione tra i due modi di produzione “stabili” che costituiscono il capitalismo e il comunismo, riposa su due fondamenti:

 - l’impossibilità di uno sbocciare del comunismo nel seno del capitalismo (contrariamente al capitalismo che si sviluppò nel seno del feudalesimo);

 - il fatto che il formidabile sviluppo delle forza produttive ottenuto dal capitalismo è ancora insufficiente per permettere il pieno soddisfacimento dei bisogni umani che caratterizza il comunismo.

 Gli anarchici non solo sono evidentemente incapaci di comprendere ciò, ma in più la loro “visione del comunismo” non supera in alcun modo lo stretto orizzonte borghese. Lo si può constatare già nell’opera di Proudhon. Per quest'ultimo, l'economia politica è la scienza suprema e si ostina ad individuare in ogni categoria economica capitalista i buoni ed i cattivi lati. La parte buona dello scambio è che mette faccia a faccia due valori uguali. Il lato buono della concorrenza è l'emulazione. E troverà inevitabilmente un qualcosa di buono nella proprietà privata: "Ma è ovvio che se la disuguaglianza è uno degli attributi della proprietà, non è tutta la proprietà; poiché ciò che rende la proprietà deliziosa, come diceva non so più quale filosofo, è la facoltà di disporre a volontà non soltanto del valore del suo bene ma della sua natura specifica, sfruttarlo a proprio piacimento, di rintanarsi e di richiudersi, di farne l’ uso che l'interesse, la passione ed il capriccio vi suggeriscono.” (5)

 Ci annunciavano il regno della libertà, ci buschiamo sogni limitati e meschini del piccolo produttore. Per gli anarchici, la società ideale è soltanto un capitalismo idealizzato dove regneranno da padrone lo scambio e la legge del valore, cioè le condizioni dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo. Al contrario, il marxismo si presenta come una critica radicale del capitalismo che difende la prospettiva di una vera emancipazione del proletariato e, allo stesso tempo, dell'umanità tutta intera. Marx ed Engels hanno sempre combattuto il comunismo grezzo che limitava la rivoluzione alla sfera della distribuzione e che arrivava semplicemente ad una divisione della miseria. Gli opponevano l’esplosione delle forze produttive liberate dagli ostacoli del capitalismo. Non richiedevano soltanto la soddisfazione delle necessità elementari dell'essere umano ma ancora il compimento di quest'ultimo, il superamento della separazione tra l'individuo e la comunità, lo sviluppo di tutte le facoltà dell'individuo attualmente soffocate dalla piovra della divisione del lavoro: “In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e corporale; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo generale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono in tutta la loro pienezza, - solo allora l'angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: ‘da ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”(6)

 Con ciò, il marxismo non cede alle frasi roboanti del radicalismo piccolo borghese e dell'utopia; sa che il solo mezzo per uscire dal capitalismo, sono l'eliminazione del lavoro salariato e dello scambio che riassumono tutte le contraddizioni del capitalismo, che sono la causa ultima delle guerre, delle crisi e della miseria che devastano la società. La politica economica messa in opera dalla dittatura del proletariato è completamente volta verso questo scopo. Secondo questa concezione, non c'è trasmutazione spontanea ma distruzione dei rapporti sociali capitalisti.

 Questo richiamo ci permette di sottolineare l’estrema confusione con la quale gli anarchici pretendono di superare la separazione dell'operaio con i prodotti del suo lavoro. Nella loro visione, diventando proprietari della fabbrica dove lavorano, gli operai diventano inevitabilmente proprietari dei prodotti del loro lavoro. Li dominano infine, ne ottengono anche l'integrità del piacere. Risultato: la proprietà è diventata eterna e sacra. Siamo qui in presenza di un regime di tipo federalista ereditato dai modi di produzione precapitalisti. È lo stesso procedimento di Lassalle. Quest'ultimo ha appreso da Marx che lo sfruttamento si traduce nell'estrazione di plusvalore. Richiediamo di conseguenza per l'operaio il prodotto integrale del lavoro ed il problema è regolato. Così facendo, come dice Engels nell'Anti-Dühring: “si ritira alla società la funzione progressiva più importante della società, l’accumulazione; la si rimette nelle mani e all’arbitrio degli individui.”(7). Dopo i lavori di Marx, queste confusioni sul lavoro, la forza lavoro ed il prodotto del lavoro sono diventate propriamente inammissibili. Questo sproloquio teorico comune a Lassalle ed agli anarchici forma la base delle concezioni sull’autogestione. Qui, non ci si orienta più verso l'abolizione dello scambio ed il comunismo, si moltiplicano gli ostacoli sul proprio cammino. Ecco come Marx, sempre nella Critica del programma di Gotha, conclude la critica aspra di queste concezioni: "mi sono occupato ampiamente del ‘frutto integrale del lavoro’ da una parte, dall’altra parte dell’‘ugual diritto’ della ‘giusta ripartizione’,  per mostrare quanto si vaneggia, allorché da un lato si vogliono nuovamente imporre come dogmi al nostro partito concetti, che in un certo momento avevano un senso, ma ora sono diventati frasi antiquate; e, dall’altro lato, quanto la concezione realistica, così faticosamente fatta acquisire al partito ma che ora si è radicata in esso, viene di nuovo deformata con fandonie ideologiche di carattere giuridico e simili, così comuni tra i democratici e i socialisti francesi.”(8)

 Da questo punto di vista, ci sembra che tu ti fermi nel cammino del tuo ragionamento. Tu sei d’accordo con noi per dire che, durante questo periodo, non ci sarà sfruttamento della classe operaia per il fatto che sarà il proletariato ad esercitare il potere, a causa del processo di collettivizzazione dei mezzi di produzione, perché il pluslavoro non ha più la forma di un plusvalore destinato all'accumulo del capitale ma è destinato (una volta defalcato il fondo di riserva e ciò che è destinato ai membri improduttivi della società) alla soddisfazione crescente dei bisogni sociali. Dici molto giustamente: "La differenza tra il socialismo [periodo di transizione] ed il capitalismo consiste nel fatto che sotto il socialismo la mano d'opera non esiste in quanto merce" (lettera del 23 gennaio 2005). Ma affermi nella lettera successiva: "La legge del valore resterà in vigore completamente, non parzialmente". Ciò che rafforza ancora la tua espressione: "socialismo di mercato”. Vedi bene la necessità di attaccare il salariato ma non quella di attaccare lo scambio commerciale. Ora, i due sono legati profondamente.

 La legge del valore scoperta da Marx non consiste solamente nel delucidare l'origine del valore delle merci, essa risolve l'enigma della riproduzione allargata del capitale. Anche se il proletario riceve dalla vendita della sua forza lavoro uno stipendio che corrisponde al suo valore reale, fornisce tuttavia un valore molto superiore nel processo di produzione. Lo sfruttamento che permette che sia estratto così un tale plusvalore dal lavoro del proletario esisteva già nella produzione commerciale semplice a partire dalla quale il capitalismo è nato e si è sviluppato. Non è dunque possibile sopprimere lo sfruttamento del proletariato senza attaccare lo scambio commerciale. È ciò che ci spiega chiaramente Engels ne L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato: "non appena i produttori non consumarono più direttamente il loro prodotto, ma lo passarono in altre mani nello scambio, perdettero il dominio su di esso. Non sapevano più che cosa ne sarebbe avvenuto; era data la possibilità che il prodotto, un giorno, venisse adoperato contro il produttore per sfruttarlo ed opprimerlo. Perciò nessuna società può mantenere durevolmente il dominio sulla propria produzione e il controllo sugli effetti sociali del suo processo di produzione a meno che non abolisca lo scambio tra individui."(9)

 Se la legge del valore resta "in vigore completamente ", come tu affermi, allora il proletariato resterà una classe sfruttata. Affinché lo sfruttamento cessi durante il periodo di transizione, non basta che la borghesia sia stata espropriata. Occorre ancora che i mezzi di produzione smettano di esistere in quanto capitale. Al principio capitalista del lavoro morto, del lavoro accumulato, cui si sottomette il lavoro vivo in vista della produzione di plusvalore, bisogna sostituire il principio del lavoro vivo che domina il lavoro accumulato in vista di una produzione destinata alla soddisfazione dei bisogni dei membri della società. La dittatura del proletariato dovrà in questo senso combattere il produttivismo assurdo e catastrofico del capitalismo. Come diceva la Sinistra Comunista di Francia, " La parte di pluslavoro che il proletariato potrà prelevare sarà forse in principio grande tanto quanto sotto il capitalismo. Il principio economico socialista non potrebbe dunque essere distinto, nella grandezza immediata, dal rapporto tra il lavoro pagato e non pagato. Solo la tendenza della curva, la tendenza all'avvicinamento del rapporto potrà servire come indicazione dell'evoluzione dell'economia ed essere il barometro che indica la natura di classe della produzione.”(10)

 L’autogestione, una trappola mortale per il proletariato

 La seconda questione in discussione è trattata al punto 11 della nostra piattaforma: "l'autogestione, auto-sfruttamento del proletariato". Tu affermi qui un netto disaccordo con la nostra posizione. Ti sembra inconcepibile che gli operai stessi possano sfruttarsi. "ma non comprendo affatto", scrivi, "come è possibile sfruttarsi, è quasi la stessa cosa di derubarsi." Dalle grandi lotte operaie della fine degli anni 1960, la maggior parte delle nostre sezioni è stata confrontata concretamente alla questione dell'autogestione da parte degli operai della "loro" impres