Rivista Internazionale n° 18

Conflitti imperialisti. Tutti contro tutti

L'anarchia ed il caos che caretterizzano oggi i rapporti tra le frazioni della borghesia, in particolare a livello internazionale, non sono solo il risultato del terremoto, costituito dal crollo del blocco dell'Est. Questo disfacimento ancora in corso, come mostrano i recenti eventi nella regione caucasica, non è - esso stesso - che una manifestazione di una realtà più profonda, la stessa realtà che spiega la guerra nella ex-Yugoslavia o i 900.000 ruandesi che marciscono nei campi profughi nello Zaire: la decadenza avanzata del capitalismo, la sua decomposizione come sistema storico.

Quando un sistema sociale entra nella sua fase di decadenza, cioè quando le leggi, i rapporti sociali di produzione che lo caratterizzano sono divenuti obsoleti, inadatti alle possibilità e alle necessità della società, la stessa base dei profitti e dei privilegi della classe dominante si riduce e si indebolisce a sua volta. La coesione della classe dominante tende allora a disgregarsi in una infinità di conflitti di interessi in ogni senso. Come animali selvatici sempre più affamati, che non possono sopravvivere che a spese degli altri, le frazioni sempre più numerose della classe al potere si dilaniano tra loro, distruggendo la civilizzazione che avevano contribuito a costruire. Come le molteplici armate della Roma decadente facevano cadere in rovina con i loro continui conflitti i resti dell'Impero in decomposizione, come i signori feudali del basso Medioevo distruggevano degli interi raccolti con i loro conflitti locali permanenti, così le potenze imperialiste del nostro secolo hanno fatto patire all'umanità le peggiori distruzioni della sua storia. I mezzi e le dimensioni del dramma sono cambiati. Le catapulte fatte di legno e di pelle di animali hanno lasciato il posto ai missili autoguidati e il campo di battaglia ha preso le dimensioni dell'intero pianeta. Ma la natura del fenomeno è la stessa. La società si autodistrugge in un caos indescrivibile, prigioniera di rapporti economici, sociali divenuti troppo stretti. Oggi, tuttavia, è l'esistenza stessa della umanità che è in gioco.

Le forze della disgregazione all'opera

Per misurare la dimensione del caos dominante oggi al livello dei rapporti internazionali, si possono distinguere due aspetti. Vi è da una parte un caos generale, "ordinario", onnipresente ed in piena espansione; dall'altra, all'interno di questo, vi sono degli antagonismi più importanti, espressione della tendenza alla ricostituzione di "blocchi" o di alleanze e che segnano delle linee di forza più determinanti: questo è il caso dell'antagonismo che oppone gli Stati Uniti, vecchio capo del blocco, alla Germania riunificata, che si candida al ruolo di capo di un nuovo blocco.

Il caos ordinario

Più i governi organizzano delle riunioni internazionali, dei summit tra responsabili delle grandi potenze, e più scoppiano in maniera aperta le divisioni. Le organizzazioni internazionali, sia che si tratti dell'ONU, della NATO, della CSCE, della UE, etc. appaiono sempre più come mascherate grottesche e impotenti, in cui solo il cinismo prevale sull'ipocrisia. I massmedia si compiacciono a piagnucolare sulle "incomprensioni" tra i paesi membri, sulle "divergenze di metodo" che paralizzano questi templi del "accordo delle nazioni". Ma la realtà dei rapporti internazionali è quella del regno di "tutti contro tutti". Ogni paese è costantemente combattuto tra la necessità di difendere i suoi interessi contro quelli degli altri e, simultaneamente, la necessità di alleanze per poter sopravvivere in una guerra sempre più irrazionale e spietata. I milioni di vittime che questi antagonismi,ogni anno, provocano ai quattro angoli del pianeta non fermano il gioco al massacro al quale si dedicano i capitali nazionali e, in primo luogo, le grandi potenze.

Gli ultimi mesi del 1994 sono stati ricchi di nuove manifestazioni di questo caos frenetico in cui le alleanze si fanno e si disfano in una instabilità sempre maggiore.

Il segno più tangibile che rivela oggi l'importanza e la profondità di questa instabilità si trova nella evoluzione attuale dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Quello che sembrava un riferimento immutabile nei rapporti internazionali, conosce i suoi momenti più difficli dal 1956, all'epoca della crisi del canale di Suez. The Economist, nel suo supplemento annuale, parla di "una amicizia che sfuma". Un rapporto del Pentagono, nello stesso senso, accusa la Francia di favorire la guerra in Jugoslavia per inasprire i rapporti tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

In un summit ordinario a Chartes, nell'ottobre 1994, la Gran Bretagna e la Francia decidono la realizzazione di un "gruppo di forze aeree combinate" e di una iniziativa comune volte ad incoraggiare la creazione di una forza interafricana di intervento che agirebbe nel quadro del "mantenimento della pace"  nell' Africa, anglofona o francofona. Gli inglesi non considerano più l'Unione Europea come "un sottomarino dei Francesi in seno alla NATO" ed i giornalisti insistono sulla forza che rappresenta l'alleanza delle due sole potenze nucleari d'Europa.

Così, oggi, la Gran Bretagna non fa che allontanarsi dagli Stati Uniti; essa cerca di adottare, per difendere i suoi propri interessi, delle politiche che sono apertamente in contrasto con questi, come si può constatare in Africa e soprattutto nei Balcani.

L'alleanza americano-russa, altro pilastro della costruzione del "nuovo ordine mondiale", è stata messa anch'essa a dura prova. La questione dell'allargamento della NATO verso i paesi che facevano prima parte del blocco dell'URSS (ciò che la Russia chiame il suo "estero vicino"), in particolare la Polonia e la Repubblica ceca, diventa giorno dopo giorno il pomo di discordia maggiore tra le due potenze. "Nessun paese terzo può dettare le condizioni di allargamento della NATO", ha risposto seccamente un funzionario americano alle proteste della Russia.

L'asse franco-tedesco, colonna vertebrale dell'Unione europea, si vede a sua volta messo in discussione : "Noi siamo ad anni luce dalla posizione tedesca", dichiarava un funzionario francese per riassumere  l'opposizione  francese ad ogni "comunitarizzazione" della politica estera e della sicurezza della UE. La Francia teme che l'Europa diventi semplicemente un "super-Stato tedesco". D'altronde la Germania paventa fortemente un'alleanza franco-britannica nel 1995 contro la visione di una Europa federale alla tedesca e che non avrebbe altro obiettivo che controbilanciare le aspirazioni egemoniche di Bonn.

Oggi la coesione dei grandi blocchi della guerra fredda appare come un lontano ricordo di unità e di ordine, tanto il "concerto delle nazioni" è divenuto una cacofonia barbara. Una cacofonia che ha il volto delle 500.000 vittime del genocidio ruandese, dei milioni di cadaveri che, dalla Cambogia all'Angola, dal Messico all'Afghanistan, insanguinano il pianeta.

All'interno di questo processo di disgregazione, l'implosione dell'ex-URSS non è ancora completata. La federazione della Russia, che veniva considerata l'ultima spiaggia contro le forze centrifughe che avevano fatto scoppiare il vecchio impero, si trova confrontato a queste stesse forze al suo interno, nelle piccola repubblica di Abkhazia, nella repubblica del Tataristan ... in totale in più di una dozzina di regioni. L'intervento massiccio dell'esercito russo in Cecenia (1) traduce la volontà di una parte della classe dominante russa di mettere un freno a queste tendenze che continuano a disgregare ciò che era, appena cinque anni fa, la potenza imperialista capace di rivaleggiare con gli Stati Uniti.

Ma il grado raggiunto dalla decomposizione nella ex-URSS è tale che questa operazione di "ristabilimento dell'ordine" è sul punto di trasformarsi in una nuova fonte di caos interno.

Sul posto, la resistenza all'intervento russo è stata più violenta e "popolare" del previsto. E' in una atmosfera di isterismo nazionalista e anti-russo generalizzato nella popolazione che il presidente della Cecenia, Dudaiev, ha potuto esclamare, al momento dell'inizio dell'avanzata dell'esercito russo: "Il suolo deve bruciare sotto i loro piedi! E' una guerra a morte!" . Il presidente della repubblica russa di Ingoucenia, altra repubblica caucasica, vicina alla Cecenia, ha minacciato l' estensione del conflitto proclamando: "La guerra del Caucaso é cominciata!".

Fin dai primi scontri, i russi hanno incontrato una viva resistenza che ha inflitto loro rapidamente delle serie perdite in uomini e materiale.

Ma soprattutto, questa operazione ha provocato una nuova frattura nella classe dirigente russa, già molto divisa. Sul terreno, fin dall'inizio, uno dei generali russi (Ivan Babitchev) rifiuta di avanzare sulla capitale Grozny e fraternizza con la popolazione cecena : "Non è colpa nostra se siamo qui. Questa operazione è in contrasto con la Costituzione. E' vietato utilizzare l'esercito contro il popolo." Nel momento in cui scriviamo, molti altri generali si sarebbero localmente collegati a questo movimento di contestazione.

A Mosca, le divisioni sono altrettanto drammatiche. "Oggi in Russia vi sono due conflitti per la Cecenia, uno nel Caucaso e un altro, più pericoloso, a Mosca.", dichiarava all'inizio dell'operazione Emile Paine, uno dei consiglieri di Boris Eltsin. In effetti, contro l'intervento si proclamano sia dei militari "prestigiosi" che il vecchio primo ministro di Eltsin, Egor Gaidar o  anche Gorbaciov...

Per il presidente Clinton, la crisi in Cecenia è un "problema interno" e per Willy Claes, Segretario Generale della NATO, "un affare interno". "Non è negli interessi (degli Stati Uniti) nè certo in quelli della Russia avere una Russia in disgregazione" ha dichiarato Warren Christopher alla televisione, il 14 dicembre, mostrando l'inquietudine profonda della borghesia americana rispetto ai problemi del suo alleato.

Ma il problema non è così "interno" come lo si vuol far credere. Da una parte perchè la Cecenia gode di una certa simpatia da parte delle forze straniere, in particolare della vicina Turchia e, probabilmente, della Germania. D'altra parte perchè questa situazione non è che una manifestazione spettacolare di un processo mondiale.

Questo imputridimento drammatico della situazione in Russia non è solo, come pretendono i discorsi "liberali", la conseguenza dei danni fatti dallo stalinismo (mistificatoriamente identificato con il comunismo); non è una specificità dell'Europa orientale. La Russia non è che uno dei luoghi in cui la decomposizione generalizzata del capitalismo mondiale è più avanzata.

Le tendenze alla ricostituzione dei blocchi

Un insieme di briganti imperialisti non può esistere senza la tendenza alla costituzione di bande e di capi banda. I numerosi conflitti che oppongono le nazioni capitaliste tendono inevitabilmente a strutturarsi secondo gli antagonismi che oppongono i più potenti. E tra questi antagonismi, quello che oppone i due principali boss influenza tutti gli altri: l'opposizione tra gli Stati Uniti e la Germania riunificata, tra il vecchio capo del blocco occidentale e il solo serio pretendente a costituire la testa di un nuovo blocco. Questo conflitto si manifesta nella vita politica di numerosi paesi.

Il summit dell'Organizzazione della Conferenza Islamica, per esempio, tenuto a Casablanca (dicembre 1994) non ha potuto evitare di diventare un attacco dei paesi islamici alleati degli Stati Uniti contro quelli che si riavvicinano all'Europa. Fin dall'inizio lo schieramento condotto da Hassan II del Marocco (punta di lancia riconosciuta della diplomazia americana) e Moubarak d'Egitto (il paese nel mondo che, dopo Israele, riceve il più grosso aiuto americano), ha polemizzato con "certi Stati islamici" che appoggiano i terroristi, che "hanno venduto la loro anima al demonio", cioè all'Iran e al Sudan, i cui legami con le potenze europee sono noti.

In Messico, nello Stato del Chiapas, dove si trovano gli Zapatisti, vi sono due governatori: uno del PRI, il partito al governo in Messico dal 1929, che ha sempre saputo agire in stretta alleanza con il grande fratello "yankee" pur servendosi di un linguaggio "anti-imperialista"; l'altro, Avendano, il governatore alleato degli Zapatisti, che rifiuta di riconoscere l'elezione del candidato del PRI a causa delle frodi, e controlla un terzo dei comuni della provincia. Quest'ultimo dichiara che solo l'Europa può dargli l'appoggio necessario per trionfare.

Nella stessa Europa, la questione della scelta tra l'opzione americana e l'opzione tedesco-europea lacera le classi dominanti. In Gran Bretagna, in seno al partito al potere, da tempo permane un braccio di ferro che si è recentemente concretizzato nel fatto che gli "euroscettici" hanno messo praticamente Major in minoranza alla camera dei Comuni sulla questione dei contributi da versare all'Unione Europea. Major sta pensando alla possibilità di un referendum sulla questione.

In Italia, paese per molto tempo definito "la portaaerei degli Stati Uniti in Europa", ma anche uno dei pilastri della Unione Europea, la guerra tra i due campi scuote la classe politica, anche se la vera posta in gioco resta per lo più mascherata. Carlo de Benedetti non ha tuttavia avuto timore di attaccare il governo di Berlusconi (pro-americano) in termini espliciti: "l'Italia si allontana dall'Europa ed entra in una spirale distruttiva". E' questa opposizione di fondo che è la prima ragione dell'instabilità governativa in cui è tuffato questo paese.

In Francia, la classe politica, in piena campagna elettorale presidenziale, vive tante profonde divisioni in questo canpo, in particolare tra i partiti della maggioranza governativa. Ed è a colpo di scandali e di arresti di uomini politici che si regolano i contrasti.

Poichè non hanno questo tipo di scelta da fare, solo le borghesie tedesca e americana sembrano un pochino coerenti per quel che riguarda la loro politica internazionale, anche se non senza difficoltà.

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Dopo il crollo dell'URSS, la Germania ha fatto grossi passi in avanti sul piano internazionale: oltre alla sua riunificazione, essa ha sviluppato con sicurezza la sua zona di influenza sui paesi dell'Europa centrale, vecchi membri del blocco dell'Est; ha intensificato i suoi legami con dei paesi molto importanti strategicamente come la Turchia o l'Iran, e la Malesia; essa ha proseguito nella costruzione e l'allargamento della Unione Europea con l'integrazione di nuovi paesi che le sono particolarmente vicini, come l'Austria; nella ex-Yugoslavia, ha imposto il riconosciemnto internazionale della Slovenia e della Croazia, suoi alleati, che le aprono un accesso al Mediterraneo. La nuova Germania riunificata si è così affermata senza equivoci come il solo candidato credibile alla costituzione di un blocco antagonista a quello degli USA.

La politica internazionale americana si caratterizza con una offensiva che ha due dimensioni principali: da una parte, preservare la posizione dominante del capitale americano; dall'altra, distruggere sistematicamente le posizioni dei nuovi rivali europei. Gli Stati Uniti riaffermano la loro posizione di prima potenza facendo ricorso a delle operazioni militari spettacolari, che costringono spesso i vecchi alleati a schierarsi dietro di loro (guerra del Golfo del 1991, intervento in Somalia, invasione di Haiti, nuova operazione nel Golfo nell'ottobre 1994, ecc.); col mantenere in piedi degli organismi internazionali concepiti alla fine della II guerra mondiale, per assicurare il loro controllo sugli alleati, come la NATO, senza d'altronde ingannare i principali interessati ("Più che mai gli Stati Uniti vogliono fare della Nato una succursale del dipartimento di Stato e del Pentagono" - dichiarava recentemente un diplomatico francese (2); con il consolidare e tenere ben strette le proprie zone di influenza più vicine attraverso la creazione di "zone di libero scambio", come il NAFTA che raggruppa gli Stati Uniti, il Canada ed il Messico, o i progetti di nuovi accordi per raggruppare tutta la zona del Pacifico o la totalità del continente americano (durante il mese di dicembre 1994, Clinton ha convocato successivamente, in Malesia poi a Miami, due summit spettacolari di capi di Stato, destinati a promuovere questi progetti).

Parallelamente gli Stati Uniti attaccano metodicamente le zone di influenza dei vecchi "alleati" europei, in particolare quelle delle ex-potenze coloniali e principali forze militari del continente: la Francia, e la Gran Bretagna. Gli Stati Uniti hanno così cacciato la Francia dal Libano, dall'Irak, dal Ruanda. Minacciano fortemente le sue posizioni negli altri paesi dell'Africa nera e magrebina (in particolare l'Algeria, dove appoggiano delle frazioni del movimento islamico). Hanno inoltre reso più debole la posizione della Gran Bretagna in alcune delle sue vecchie riserve di caccia, come l'Africa del sud e il Kuwait.

Se i blocchi costituiti nel fuoco dell'ultima guerra mondiale sono stati per decenni dei fattori di relativa stabilità, perlomeno al loro interno, oggi la lotta per la costituzione di nuovi blocchi si rivela al contrario uno dei principali fattori di instabilità e di caos.

La decomposizione delle relazioni internazionali nel capitalismo decadente della fine del 20° secolo assume le forme del trionfo di "tutti contro tutti" e dell'accentuarsi della legge del più forte.

La guerra nella ex-Yugoslavia costituisce il focolaio degli scontri più significativo del periodo. 250.000 persone uccise, un milione di feriti a poche centinaia di chilometri dai grandi centri industriali dell'Europa; quattordici paesi militarmente presenti dietro le bandiere delle Nazioni Unite (3); cinque grandi potenze (Stati Uniti, Russia, Germania, Francia, Gran Bretagna) che utilizzano le molteplici divisioni della classe dominante locale, acuite dal crollo dell'URSS, per farne un campo di battaglia (in cui la carne da cannone è essenzialmente autoctona) e che, dall'alto del loro "gruppo di contatto", tirano le fila dell'evolversi dei rapporti di forza in campo.

Chi è dietro chi nella ex-Yugoslavia?

"So che l'opera della Forpronu era discutibile. Ma l'idea dell'ONU, organizzazione di pace al di sopra delle nazioni, mi piaceva molto. Io ero piuttosto naif . Ora, ho l'impressione che per cinque mesi ho aiutato i Serbi. Io ho l'intima convinzione che la Francia è dalla parte serba, che la Francia pensa che il casino nei Balcani sarebbe minore con la stabilità serba." (4)

Queste parole di un casco blu francese di 25 anni (5) riassumono bene il contrasto esistente tra le illusioni di coloro che credono ai discorsi dei loro governanti sulla Yugoslavia e la cruda realtà sul terreno.

Dacchè esistono le classi, per imbrigliare gli sfruttati nelle carneficine guerriere, le classi dominanti hanno sempre fatto ricorso alle menzogne e alle mistificazioni. Le religioni ed i loro preti sono così sempre stati il complemento indispensabile dei militari e dei responsabili politici. Nella nostra epoca, è il totalitarismo dei massmedia, l'indottrinamento delle masse, scientificamente organizzato in modo "dittatoriale" o sotto le forme più sofisticate della "democrazia", che gioca questo ruolo di reclutatore di carne da cannone e di giustificatore dei massacri. La guerra nella ex-Yugoslavia non fa eccezione alla regola. Ma raramente una guerra sarà stata coperta da una tale quantità di menzogne e di ipocrisia.

Le potenze implicate dichiarano tutte di volere la pace e la Forpronu si considera una "organizzazione di pace al di sopra delle nazioni". Ma tutte appoggiano, armano una delle parti impegnate sul campo, senza dirlo apertamente, cioè mostrandosi in pubblico ostili alla parte che in segreto esse sostengono. In realtà, dietro i discorsi umanitari e pacifisti, ogni potenza spinge alla guerra, non fosse altro che per intralciare le alleanze e i passi in avanti dei concorrenti. Così, per esempio, il Pentagono ha reso pubblico un rapporto secondo il quale la Francia tenta di far continuare il conflitto nella ex-Yugoslavia per inasprire i contrasti tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, il che è certamente vero; gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno entrambi altrettanto interesse al proseguimento della guerra, al fine di acuire l'opposizione tra Francia e Germania; la Russia vi ritrova il riconoscimento del suo statuto di grande potenza e si permette di giocare utilizzando gli antagonismi che oppongono le potenze occidentali tra loro; quanto alla Germania, che ha messo il fuoco alle polveri con il suo appoggio all'indipendenza della Slovenia e della Croazia, essa non può volere la pace che quando vedrà le posizioni dei suoi alleati sul posto favorevolmente consolidate.

Il velo delle menzogne umanitarie e pacifiste si è un po' più lacerato recentemente in occasione dell'inizio dei grandi scontri per la sacca di Bihac. Questa zona, al nord della Bosnia, occupa un posto strategicamente importante, nel cuore della Krajina, quella parte della Croazia controllata dai serbi. E' importante per i bosniaci e per i serbi, ma essa è soprattutto cruciale per la Croazia (6). L'importanza della posta in gioco ha fatto venire alla luce, ancora più chiaramente del solito, in che modo le potenze internazionali partecipano alla guerra.

Gli Stati Uniti hanno platealmente incoraggiato l'esercito bosniaco a marciare su Bihac, togliendo unilateralmente l'embargo sulla vendita di armi a questo paese. Ciò ha sollevato un coro di proteste da parte delle altre potenze che tuttavia sanno tutte da molto tempo che Washington arma segretamente la Bosnia e le ha anche fornito dei "consiglieri militari". Il ministro francese degli affari esteri riassumeva la reazione generale dei membri della NATO contro le enormi libertà che si prende il primo dei boss : "Noi lamentiamo che un membro permanente del Consiglio di sicurezza abbia potuto unilateralmente esonerarsi dall'applicazione di una risoluzione che aveva votato e di decisioni prese di comune accordo in seno all'Alleanza" (7).

Ma l'atteggiamento dei francesi, come quello dei loro alleati del momento, i britannici, non è più conforme alle decisioni prese nelle conferenze diplomatiche. L'impressione del casco blu francese di avere "aiutato i Serbi", mentre si supponeva dovesse proteggere la popolazione civile contro questi ultimi, non è sbagliata. Due mesi fa, il governo francese aveva ritirato i suoi caschi blu dall'enclave di Bihac (furono rimpiazzati dalle inesperte truppe del Bangladesh) aprendo la porta ai futuri scontri. Per tutto il tempo dell'attacco dei Serbi, le truppe della Forpronu (dirette dai britannici e dai francesi) danno prova di una complice impotenza. Il 5dicembre, Izetbegovic, il presidente bosniaco, denuncia apertamente i Francesi e gli inglesi come "i protettori dei Serbi". Il senatore americano Robert Dole, futuro capo della maggioranza repubblicana al Senato, dichiara che, dall'inizio del conflitto, l'ONU non ha fatto che "aiutare gli agressori Serbi". Il governo croato denuncia Yashushi Akashi, il giapponese, rappresentante speciale del Segretario generale dell'ONU nella ex-Yugoslavia, come "pro-serbo" (8).

Di fronte a queste accuse ancora una volta i governi francese e britannico giocano a fare gli offesi e minacciano di ritirare le loro truppe. Gli Stati Uniti, che hanno sempre ripetuto di non potersi permettere di inviare un solo "ragazzo" nella terra Yugoslava, sembrano approfittare dell'occasione per dichiarare che, in questo caso, sarebbero pronti ad inviare 25.000 uomini  per aiutare il ritiro della Forpronu. "E' a ciò che servono gli alleati", ha dichiarato un funzionario americano (9). E' da notare che la Germania si è affrettata anche essa ad offrire i suoi servigi, cioè i bombardieri Tornado, per contribuire alla partenza dei francesi e degli inglesi.

Gli eventi di Bihac hanno mostrato, ancora una volta, come gli americani appoggiano la Bosnia, ed i Francesi, con i britannici, i Serbi. L'atteggiamento degli Stati Uniti che dichiarano, da quando i Serbi sono entrati nella città di Bihac, : "i Serbi hanno vinto la guerra in Bosnia", mostra, d'altronde, che Washington non dimentica la Croazia ed il suo alleato tedesco. La posizione degli USA è chiara: i Croati devono accettare i rapporti di forza imposti dai Serbi, essi devono fare la pace con i Serbi della Krajina, cioè accettare che l'enclave di Bihac, così come il terzo dei territori croati che i Serbi hanno conquistato nella prima parte della guerra, restino nelle mani dei Serbi. Così, rispetto alla Germania, gli Stati Uniti utilizzano i Serbi. Il recente viaggio "privato" di Carter per discutere direttamente con i serbi di Bosnia ne è una prova.

Non vi è niente di "umanitario" nell'intervento delle grandi potenze nella ex-Yugoslavia. Non si tratta che di una guerra per i più sordidi interessi imperialisti. Una guerra che, contrariamente alle litanie ripetute da più di tre anni, è lungi dall'incamminarsi verso una conclusione pacifica: l'offensiva americana si è scontrata con una grossa resistenza, e ciò non può che essere fonte dell'intensificazione dei conflitti; d'altronde, la Croazia non ha ancora attuato le sue minacce di intervento, ma, se lo farà, la conflagrazione sarà ancora più generale.

Il capitalismo in decomposizione non può vivere senza guerre e le guerre non possono essere eliminate senza il rovesciamento del capitalismo.

E' vitale che il proletariato comprenda la vera natura di questa nuova guerra dei Balcani. Non per dilettarsi ad analizzare le strategie imperialiste in sè, ma per combattere il senso di impotenza che la borghesia cerca di instillare rispetto a questo conflitto. Comprendere il ruolo determinante che giocano le grandi potenze in questa guerra, significa comprendere che il proletariato dei paesi centrali ha la possibilità di fermare una tale follia. Che lui solo può offrire una via di uscita alla barbara situazione di stallo nella quale la decadenza del capitalismo spinge l'umanità e di cui la guerra nella ex-Yugoslavia non è che una delle manifestazioni più spettacolari.

                                       RV, 27 dicembre 1994

1. Questa piccola repubblica della Federazione Russa (un milione e mezzo di abitanti, 13.000 chilometri quadrati) situata tra il Mar Nero ed il Mar Caspio, ricca di petrolio, tra-dizionale luogo di passaggio e di traffici di ogni tipo (armi, droga in particolare), organizzata in gran parte secondo il  sistema di clan familiari con ramificazioni anche nelle gran-di città della Russia sotto forme mafiose, a maggioranza mussulmana, si è autoproclamata indipendente nel 1991. Questa indipendenza non è mai stata riconosciuta nè dalla Russia nè da altri. Dall'estate 1994, la Russia vi ha provocato una guerra civile, armando e sostenendo un movimento di rivolta della minoranza russa contro il regime di Dudaiev.

2. Libération, 1/12/1994.

3. Le forze del Forpronu in Yugoslavia contano 23.000 uomini in Bosnia-Erzegovina, con quasi 8.000 automezzi. Paesi partecipanti: Belgio, Canada, Danimarca, Stati Uniti, Spagna, Granbretagna, Francia, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Turchia, membri della Nato, ai quali bisogna aggiungere il Pakistan, il Bangladesh e l'Ucraina.

4. Libération, 13/12/1994.

5. Si tratta di un giovane che stava facendo il suo regolare servizio militare e che ha accettato di partire "volontario per l'azione estera", cioè contrattando un salario come mercenario. La borghesia delle principali potenze industriali occidentali non può ancora permettersi di inviare dei soldati di leva in una operazione militare perché non troverebbe d’accordo il proletariato.

6. Le autorità croate hanno dichiarato, dall'inizio degli scontri di Bihac, che non potrebbero accettare la caduta dell'enclave: "Noi abbiamo detto che se non vi è soluzione negoziata a Bihac, vista la sua importanza strategica, visto il numero dei rifugiati che rischia di riaggiungere il nostro paese, noi saremmo obbligati ad intervenire... L'occidente ci ha costretto a non intervenire fino ad oggi..." (Dichiarazioni di un alto funzionario croato, Le Monde, 29/11/94). "L'esercito croato è pronto per la guerra, ma ciò avverrà al momento propizio, tanto sul piano interno che internazionale." (Dichiarazione del comandante in capo dell'esercito croato, Liberation, 30/11/94).

7. Le Monde, 16/11/94.

8. Akashi si era già rivelato al momento della presa di Gorazde da parte dei Serbi nell'aprile 1994, con il suo rifiuto di ricorrere ai raid aerei per fermare l'offensiva serba.

9. International Herald Tribune, 9/12/94.

La menzogna dello Stato "democratico". L'esempio degli organismi segreti nello Stato italiano

Ad ascoltare la propaganda della classe dominante, si potrebbe credere che questa non ha che una preoccupazione: il bene dell'umanità. I discorsi ideologici sulla "difesa delle libertà e della democrazia", sui "diritti dell'uomo" o l' "aiuto umanitario" è in completa contraddizione con la realtà. Il clamore con cui vengono accompagnati questi discorsi è pari alla menzogna che essi diffondono. Come già diceva Goebbels, il capo della propaganda nazista: "Più la menzogna è grande, maggiori sono le possibilità che vi si creda". Questa "regola" viene applicata continuamente dalla borghesia mondiale. Lo Stato del capitalismo decadente ha sviluppato tutto un apparato mostruoso di propaganda, riscrivendo la storia, coprendo di un frastuono assordante gli avvenimenti, per mascherare la natura barbara e criminale del capitalismo, che non è più portatore di alcun progresso per l'umanità. Questa propaganda pesa notevolmente sulla coscienza della classe operaia. D'altronde questo è il suo scopo.

L'articolo che segue mostra come dietro i discorsi propagandistici di circostanza, la borghesia del capitalismo decadente è una classe di gangsters, le cui molteplici frazioni sono pronte a tutto per la difesa dei loro interessi nello scontro che le vede confrontarsigareggiare nell'arena capitalista ed imperialista e nel fronte che le unisce di fronte al pericolo proletario.

Per ben combattere il nemico, bisogna conoscerlo. Ciò è particolarmente vero per il proletariato per il quale la coscienza, la chiarezza di cui deve dar prova nella sua lotta, è l'arma principale. La sua capacità di smascherare le menzogne della classe dominante, di vedere dietro lo schermo della propaganda, in particolare quella "democratica", la realtà della barbarie del capitalismo e della classe che lo incarna, è determinante per la sua futura capacità di giocare il proprio ruolo storico: porre fine con la rivoluzione comunista al periodo più cupo che l'umanità abbia mai conosciuto.

Dopo molti anni, gli scandali a ripetizione che hanno smagliato la vita politica della classe dominante in Italia, in particolare le vicissitudini della Loggia P2 (Propaganda 2), della rete Gladio e dei legami con la mafia, hanno permesso di sollevare un angolo del velo pudico con cui si copre lo Stato democratico e di avere sentore della realtà sordida e criminale del suo funzionamento. La pista sanguinosa dei molteplici attentati terroristici e mafiosi, dei "suicidi" sullo sfondo di crolli finanziari trova la sua origine nel cuore stesso dello Stato, nelle sue tortuose manovre per assicurare la propria egemonia. Uno "scandalo" caccia l'altro e la classe dominante sa ben utilizzare l'apparente novità di ogni episodio per far dimenticare i precedenti. Oggi le altre grandi "democrazie" occidentali indicano col dito la borghesia italiana colpevole di tali misfatti, per meglio far credere che si tratta di una situazione particolare e specifica. Machiavelli e la Mafia, così come il Chianti ed il Parmigiano non sono prodotti tipici italiani? Tuttavia, tutta la storia scandalistica della borghesia italiana e le ramificazioni che essa mette a nudo  mostra  esattamente  il contrario. Ciò che è specifico per l'Italia è che le apparenze democratiche qui sono più fragili che nelle altre  democrazie storiche. Quando si guarda un pò più da vicino, gli scandali in Italia mettono in evidenza che ciò che essi svelano non è caratteristico dell'Italia, ma è al contrario l'espressione della tendenza generale del capitalismo decadente al totalitarismo statale e degli antagonismi imperialisti mondiali che hanno segnato il 20° secolo.

La storia dell'Italia dall'inizio del secolo lo mostra ampiamente.

LA MAFIA: al cuore dello Stato e della strategia imperialista

Nella metà degli anni 20 Mussolini dichiarò guerra alla Mafia. "Io la prosciugherò come ho prosciugato le paludi pontine" afferma. Le truppe del prefetto Mori hanno proprio questo incarico in Sicilia. Ma gli anni passano e Cosa Nostra resiste e quando si profila la prospettiva della 2^  guerra mondiale, la Mafia con le sue solide basi nel sud Italia e negli Stati Uniti diventa un elemento strategico importante per i futuri belligeranti. Nel 1937, Mussolini, interessato a rafforzare la sua influenza tra gli italo-americani per tentare di installare così una "quinta colonna" in territorio nemico, accoglie a braccia aperte Vito Genovese, il consigliere di Lucky Luciano, boss della Mafia americana, nei guai con la giustizia. Genovese diventa un protetto del regime fascista, invitato più volte alla tavola del Duce a mangiare gli spaghetti dell'amicizia in compagnia, tra gli altri, di celebrità come il conte Ciano, genero di Mussolini e Ministro degli affari esteri e di Herman Goering. Riceverà nel 1943 la più alta onorificenza del regime fascista; il Duce in persona gli appunterà sul petto l'Ordine di Commendatore. Genovese restituisce il favore al regime fascista, eliminando dei mafiosi che non comprendono le nuove regole del gioco, organizzando l'assassinio a New York di un giornalista italo-americano, Carlo Tresca, responsabile di un influente giornale antifascista, Il Martello. Ma soprattutto il luogotenente di Lucky Luciano mette a profitto la sua situazione di privilegio per mettere sù una struttura di traffico in ogni genere e sviluppare la sua rete di influenza: il prefetto di Napoli, Albini, diventa un suo fedelissimo e Genovese riesce a farlo nominare nel 1943 sottosegretario di Stato agli interni. Ciano, che si dà alla droga, cade anche lui nelle mani di Genovese, da cui dipende per il suo approvvigionamento.

In questo periodo negli Stati Uniti, con l'entrata in guerra nel 1941, viene riconosciuta l'importanza strategica della Mafia. Sul piano interno, si tratta di evitare la creazione di un fronte all'interno degli immigrati italiani, e la Mafia che controlla - tra l'altro - i sindacati dei portuali e dei camionisti, settori vitali per il trasporto delle provviste degli eserciti, diventa in queste condizioni un interlocutore fondamentale dello Stato americano. Per rafforzare la sua posizione, la Mafia organizza nel febbraio 1942 il sabotaggio, nel porto di New York, del piroscafo Normandia, incendiato mentre erano in corso i lavori di trasformazione in battello per il trasporto di truppe. Poco dopo uno sciopero generale dei portuali, fomentato dal sindacato mafioso paralizza l'attività del porto. Alla fine, la Marina americana chiede a Washington l'autorizzazione a negoziare con la Mafia ed il suo capo Lucky Luciano, allora in prigione; autorizzazione che Roosevelt si affretterà a concedere. Benchè questo fatto sia sempre stato smentito dallo Stato americano ed i dettagli dell'operazione Underworld (questo fu il suo nome) sempre classificati come segreti, benchè Lucky Luciano abbia sempre proclamato fino alla morte che tutto ciò non erano che "pazzie e stronzate per dei coglioni" (dal testamento di Lucky Luciano), dopo decenni di silenzio, il fatto che lo Stato americano abbia stipulato un'alleanza con la Mafia è oggi generalmente riconosciuto. Conformemente a quanto promesso, Luciano verrà liberato alla fine della guerra ed "esiliato" in Italia. Per giustificare questa grazia, Thomas Dewey, colui che da procuratore aveva organizzato l'arresto e il processo di Luciano dieci anni prima, e che, grazie a questa pubblicità, era nel frattempo diventato il governatore dello Stato di New York, dichiarò in un'intervista al New York Post: "Una inchiesta esauriente ha stabilito che l'aiuto apportato da Luciano alla Marina durante la guerra è stato considerevole e prezioso."

La Mafia ha effettivamente reso servizi molto importanti allo Stato americano durante la guerra. Dopo aver piazzato le sue carte in entrambi i campi, quando a metà del 1942 il rapporto di forze pende nettamente a favore degli Alleati, la Mafia mette le sue forze a disposizione degli Stati Uniti. Sul piano interno, impegna i suoi sindacati nello sforzo di guerra. Ma è soprattutto in Italia che mostra il suo ruolo. Durante lo sbarco del 1943 in Sicilia le truppe americane beneficiano dell'efficace sostegno della Mafia locale. Sbarcati il 10 luglio, i soldati americani fanno una vera passeggiata, incontrano poca opposizione e dopo solo sette giorni Palermo è sotto il loro controllo. Contemporaneamente, l'8^ armata britannica, che probabilmente non ha beneficiato dello stesso sostegno mafioso, ha dovuto battersi per cinque settimane e subire numerose perdite per raggiungere parzialmente i suoi obiettivi.

 Questa alleanza con la Mafia avrebbe, secondo alcuni storici, salvato la vita a 50.000 soldati americani. Il generale Patton a partire da questo momento chiamerà il padrino siciliano Don Calogero Vizzini, organizzatore di questa sconfitta italo-tedesca, il "Generale Mafia".In cambio, questi, che era stato alcuni anni in prigione, verrà eletto sindaco della sua città, Villalba, sotto l'occhio compiaciuto degli Alleati. Una settimana dopo la caduta di Palermo, il 25 luglio, Mussolini è eliminato dal Gran Consiglio fascista ed un mese dopo l'Italia capitola. In questo processo che segue lo sbarco in Sicilia, il ruolo della rete di influenza costituita da Genovese sarà molto importante. Così, Ciano partecipa a fianco di Badoglio all'eliminazione di Mussolini. La struttura di mercato nero messa in piedi nella zona di Napoli lavorerà in perfetta armonia con le forze Alleate per un reciproco profitto. Vito Genovese diventerà l'uomo di fiducia di Charlie Poletti, governatore militare americano di tutta l'Italia occupata. In seguito Genovese, di ritorno negli Stati Uniti, diventerà là il principale boss mafioso del dopoguerra.

L'alleanza che si è stretta durante la guerra tra lo Stato americano e la Mafia non si scioglie con la fine del conflitto. L'Onorata Società è un partner che si rivelato troppo efficace ed utile per rischiare che vada a servire altri interessi, quando con la fine della seconda guerra mondiale, lo Stato americano vede profilarsi l'emergenza di un nuovo rivale imperialista: l'URSS.

LA RETE "GLADIO": una struttura di manipolazione per gli interessi strategici del blocco

Nell'ottobre 1990, il presidente del consiglio Giulio Andreotti rivela l'esistenza di una organizzazione clandestina, parallela ai servizi segreti ufficiali, finanziata dalla CIA, integrata alla NATO ed incaricata di far fronte ad una eventuale invasione russa e, per estensione, a lottare contro l'influenza comunista: la rete Gladio. Con ciò egli provoca un bel casino, e non solo in Italia, ma a livello internazionale, perchè questo tipo di struttura era stato costituito in tutti i paesi del blocco occidentale sotto il controllo degli Stati Uniti.

"Ufficialmente", la rete Gladio è stata costituita nel 1956, ma la sua origine vera risale alla fine della guerra. Prima ancora che la seconda guerra mondiale fosse finita, quando il destino delle forze dell'Asse era già segnato, il nuovo antagonismo che si sviluppa tra gli Stati Uniti e l'URSS polarizza l'attività degli stati maggiori e dei servizi segreti. I crimini di guerra e le responsabilità sono dimenticate in nome della guerra che comincia contro l'influenza del nuovo avversario russo. In tutta Europa, i servizi Alleati, ed in particolare, americani, operano un reclutamento a tutto campo dei vecchi fascisti e nazisti, di pendagli da forca, di ogni sorta di avventurieri, in nome della sacrosanta lotta contro il "comunismo". I "vinti" trovano in ciò una occasione per rifarsi una verginità a buon mercato.

In Italia, la situazione è particolarmente delicata per gli interessi occidentali. Vi è il Partito stalinista più forte dell'Europa occidentale che esce dalla guerra con un'aureola di gloria per il suo determinate ruolo nella resistenza contro il fascismo. Mentre si preparano le elezioni del 1948, in conformità alla nuova costituzione nata con la Liberazione, aumenta l'inquietudine tra gli strateghi occidentali, perchè nessuno è certo del risultato, ed una vittoria del PCI sarebbe una catastrofe. In effetti mentre la Grecia è preda della guerra civile ed il PC minaccia di prendervi il potere con la forza, e la Jugoslavia è ancora nell'orbita russa, la caduta dell'Italia sotto l'influenza dell'URSS costituirebbe un disastro strategico di primaria importanza per gli interessi occidentali, con il rischio di perdere il controllo del Mediterraneo e dunque l'accesso al Medio Oriente.

Per far fronte a questa minaccia, la borghesia italiana dimentica in fretta le divisioni della guerra. Nel marzo 1946, viene sciolto l'Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, incaricato di epurare lo Stato dagli elementi che si erano troppo invischiati nel sostegno a Mussolini. I partigiani sono smobilitati. Le autorità nominate dai Comitati di liberazione, in particolare a capo della polizia, sono sostituite da responsabili già nominati da Mussolini. Dal 1944 al 1948, si stima che il 90 % del personale dell'apparato statale del regime fascista viene reintegrato nelle sue funzioni.

   La campagna elettorale che dovrebbe santificare la nuova repubblica democratica è al suo culmine. L'apparato finanziario ed industriale, l'esercito, la polizia, che erano stati i principali sostenitori del regime fascista, si mobilitano e, di fronte al pericolo "comunista", abbracciano la causa della difesa della democrazia occidentale, il loro vecchio nemico. Il Vaticano, frazione essenziale della borghesia italiana che, dopo aver sostenuto il regime di Mussolini, aveva fatto il doppio gioco durante la guerra, come d'abitudine, si lancia così nella campagna elettorale ed il Papa davanti ai 300.000 fedeli riuniti in Piazza San Pietro, dichiara che "colui che offrirebbe aiuto ad un partito che non riconosce Dio sarebbe un traditore ed un disertore". La Mafia, nel sud Italia, si impegna attivamente nella campagna elettorale, finanziando la Democrazia Cristiana, dando indicazioni di voto alla sua clientela.

Tutto ciò sotto l'occhio benevolo e con il sostegno attivo degli Stati Uniti, Nei fatti lo stato americano non risparmia i suoi sforzi. Negli USA, viene lanciata una campagna "lettere all'Italia", perchè gli italo-americano inviino alla loro famiglia in Italia delle lettere con la raccomandazione di un "buon" voto. La radio Voce dell'America che durante la guerra, deprecava i misfatti del regime fascista, da ora per tutta la giornata denuncia i pericoli del "comunismo". Due settimane prima delle elezioni, viene approvato il Piano Marshall, ma gli Stati Uniti non avevano atteso questo per inondare di dollari il governo italiano. Alcune settimane prima era stato votato dal Congresso un aiuto di 227 milioni di dollari. I partiti e le organizzazioni ostili al PCI ed al Fronte democratico ad esso federato ricevono un aiuto suonante e traboccante: la stampa americana stima in 20 milioni di dollari le somme spese in queste circostanze.

Ma nel caso in cui tutto questo non fosse sufficiente a sconfiggere il Fronte democratico del PCI, gli Stati Uniti preparano una strategia segreta destinata a far fronte ad un eventuale governo dominato dagli stalinisti. Le diverse frazioni della borghesia italiana contrarie al PCI - responsabili dell'apparato statale, esercito, polizia, grandi industriali e finanzieri, Vaticano, boss mafiosi - sono contattati dai servizi segreti americani che coordinano le loro azioni. Viene creata la struttura di una rete clandestina di resistenza ad una eventuale vittoria "comunista". Il reclutamento avviene tra i "vecchi" fascisti, l'esercito, la polizia, l'ambiente mafioso e, in generale, tra tutti gli "anti-comunisti" convinti. Il risorgere di gruppi fascisti è incoraggiato in nome della difesa delle "libertà". Vengono clandestinamente distribuite delle armi. E' presa in considerazione l'eventualità di un colpo di Stato militare e non è un caso se, pochi giorni prima delle elezioni, 20.000 carabinieri sono impegnati in manovre con mezzi blindati e se il ministro degli Interni, Mario Scelba, dichiara di aver organizzato una struttura capace di far fronte ad una insurrezione armata. In caso di vittoria del PCI è prevista la secessione della Sicilia. Gli Stati Uniti possono contare per ciò su Cosa Nostra che sostiene con questa intenzione la lotta "indipendentista" di Salvatore Giuliano, mentre lo stato maggiore americano considera seriamentte l'ipotesi di una occupazione della Sicilia e della Sardegna da parte delle sue forze armate.

Alla fine, il 16 aprile 1948, con il 48 % dei voti la Democrazia Cristiana la spunta con 40 seggi di maggioranza. Il PCI è mandato all'opposizione. Gli interessi occidentali sono salvi. Ma le prime elezioni della nuova repubblica democratica italiana uscita dalla Liberazione non hanno avuto niente di democratico. Esse sono il prodotto di una gigantesca manipolazione. E in ogni caso, se il risultato fosse stato sfavorevole, le forze "democratiche" dell'Occidente sarebbe state pronte ad organizzare un colpo di Stato, a seminare il disordine, a suscitare una guerra civile per restaurare il loro controllo sull'Italia. E' sotto questi auspici e in queste condizioni "democratiche" che è nata la repubblica italiana. Ne porta i segni ancora oggi.

Per giungere a questo risultato elettorale, al di là del quadro ufficiale del funzionamento "democratico", è stata messa in piedi sotto la lunga mano degli Stati Uniti una struttura clandestina, che raggruppa i settori della borghesia più favorevoli agli interessi occidentali che costituisce la cricca dominante dello Stato italiano. Quella che sarà più tardi chiamata la rete Gladio raggruppa così segretamente un cervello politico: il vertice; un corpo economico: i differenti clan interessati che ne tirano profitto finanziandolo; un braccio armato: la soldataglia, reclutata dai servizi segreti, ed incaricata degli affari sporchi. Questa struttura ha mostrato la sua efficacia e verrà tenuta in piedi. Nei fatti con lo sviluppo degli antagonismi imperialisti del periodo detto della "guerra fredda", con la presenza di un PC molto potente in Italia, quello che era valido dal punto di vista degli interessi strategici occidentali all'indomani della guerra resta attuale.

Tuttavia, manipolare i risultati elettorali, attraverso uno stretto controllo dei partiti politici, dei principali organi dello Stato, dei mass media e del cuore dell'economia, non era sufficiente. Sussisteva il pericolo di un rovesciamento della situazione a favore del PCI. Alla fine della guerra, per fronteggiare la "sovversione comunista", l'organizzazione Gladio (o il suo equivalente, comunque si chiamasse) ha preparato l'eventualità di un colpo di Stato militare per conto del blocco occidentale.

  • Nel 1967, l'Espresso denuncia i preparativi golpisti organizzati tre anni prima dai carabinieri e dai servizi segreti. In seguito, nel loro indagare, i giudici si scontrano col segreto di Stato, la falsificazione delle prove da parte dei servizi segreti, l'ostruzionismo dei ministeri e degli uomini politici influenti ed una serie di morti misteriose tra i protagonisti del fatto.
  • Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, un commando di estrema destra occupa il ministero degli Interni a Roma. Questo complotto fallisce e le poche centinaia di uomini in armi che vanno in giro nella notte romana torneranno all'alba alle loro case. Avventurismo di pochi elementi fascisti? Ma andiamo! L'istruttoria, che durerà sette anni, mostrerà che questo complotto è stato organizzato dal principe Valerio Borghese, che beneficiava di complicità militari ad alto livello, di complicità politiche in seno alla Democrazia Cristiana e del Partito socialdemocratico, e che il responsabile militare dell'ambasciata americana era in stretto legame con gli organizzatori del golpe. Anche in questo caso l'inchiesta sarà poco a poco insabbiata, anche se l'Ammiraglio Miceli, responsabile dei servizi segreti, è destituito nel 1974 a seguito di un mandato di arresto che lo accusa "di aver promosso, costituito ed organizzato con altre persone un’associazione segreta di militari e di civili destinata a provocare un'insurrezione armata".
  • Nel 1973, viene scoperto dalla polizia italiana un altro complotto finalizzato a suscitare un colpo di Stato, organizzato dal vecchio ambasciatore italiano a Rangoon, Edgardo Sogno. Ancora una volta l'istruttoria viene bloccata in nome del "segreto di stato".

Tuttavia, a ben considerare, questi complotti, più che dei veri tentativi di colpo di Stato falliti, sembrano al contrario dei preparativi "nel caso in cui" e delle manovre per mantenere una certa atmosfera politica. Nei fatti, nel 1969, l'Italia è scossa da un'ondata di scioperi, l'"autunno caldo", che segna la ripresa della lotta di classe e risveglia, nella testa degli strateghi della NATO, la paura di una destabilizzazione della situazione sociale italiana. All'indomani del 1969, viene elaborata una strategia destinata a ristabilire l'ordine e a rafforzare lo Stato: la "strategia della tensione".

LA "STRATEGIA DELLA TENSIONE": la provocazione come metodo di governo

Nel 1974, Roberto Caballero, un funzionario del sindacato fascista CISNAL, dichiara in un'intervista a L'Europeo: "Quando dei tumulti scuotono il paese (disordini, tensioni sindacali, violenze), l'Organizzazione si mette in azione per creare le condizioni di un ristabilimento dell'ordine; se i disordini non ci sono, vengono creati dall'organizzazione stessa, per il tramite di tutti quei gruppi di estrema destra (quando non si tratta di gruppi di estrema sinistra) oggi implicati nei processi sulla sovversione nera" e precisa anche che il gruppo dirigente di questa organizzazione "che comprende rappresentanti dei servizi segreti italiani ed americani così come di potenti società multinazionali, ha scelto una strategia di disordine e di tensioni che giustifica il ristabilimento dell'ordine".

Nel 1969 sono 145 gli attentati commessi. Il punto culminante, quell'anno, sarà raggiunto il 12 dicembre con le esplosioni a Roma e Milano, che fanno 16 morti e un centinaio di feriti. L'inchiesta su questi attentati si indirizza per tre anni sulla pista anarchica prrima di orientarsi, malgrado tutti gli ostacoli frapposti, sulla pista nera, quella della estrema destra e dei servizi segreti. Il 1974 è segnato da due esplosioni mortali a Brescia (7 morti, 90 feriti) e su di un treno, l'Italicus (12 morti, 48 feriti). Ancora una volta viene alla luce la pista nera. Tuttavia a partire da quest'anno, il 1974, il terrorismo "nero" dell'estrema destra lascia il posto al terrorismo delle Brigate rosse che raggiunge il suo culmine con il rapimento e l'assassinio del presidente del Consiglio, Aldo Moro. Ma nel 1980 l'estrema destra ricompare violentemente con il sanguinoso attentato della stazione di Bologna (90 morti) che le viene alla fine attribuito. Ancora una volta l'istruttoria tocca i servizi segreti e nuovamente dei generali responsabili di questi servizi andranno sotto processo.

La "strategia della tensione" è stata attuata con cinismo ed efficacia per accentuare un clima di terrore e giustificare così il rafforzamento dei mezzi di repressione e di controllo della società da parte dello Stato. Il legame tra il terrorismo di estrema destra ed i servizi segreti è stato chiaramente sottolineato dalle inchieste condotte, anche se queste nel complesso sono state insabbiate. Invece, per quel che riguarda il terrorismo di estrema sinistra, fatto da gruppi come le Brigate rosse e Prima linea, questi legami non sono stati ancora dimostrati in modo chiaro dalle inchieste di polizia. Tuttavia, anche là, con il passare del tempo, si accumulano gli elementi che tendono a dimostrare che il terrorismo "rosso" è stato incoraggiato, manipolato, utilizzato, se non talvolta direttamente diretto dallo Stato e dai suoi servizi segreti paralleli.

Bisogna notare che gli attentati delle Brigate rosse hanno alla fine lo stesso risultato di quelli dei neofascisti: creare un clima di insicurezza favorevole alle campagne ideologiche dello Stato volte a giustificare il rafforzamento delle sue forze repressive. Nella seconda metà degli anni 1970, essi vengono come il cacio sui maccheroni per far dimenticare ciò che le inchieste cominciavano a mettere in evidenza: cioè che gli attentati, dal 1969 al 1974, non erano opera di anarchici, ma di elementi fascisti utilizzati dai servizi segreti. Accompagnati da una fraseologia rivoluzionaria, questi attentati "rossi" sono il mezzo migliore per seminare la confusione nel processo di chiarificazione della coscienza che era sul punto di operarsi in seno alla classe operaia. Essi consentono di far sentire notevolmente il peso della repressione sugli elementi più avanzati del proletariato e nell'ambiente rivoluzionario, assimilati al terrorismo. In breve, dal punto di vista dello Stato, il terrorismo "rosso" è molto più utile di quello "nero". E' d'altra parte per questo che, in un primo tempo, i massmedia della borghesia al servizio dello Stato attribuiscono i primi attentati realizzati dall'estrema destra a degli anarchici; questo era lo scopo della manovra: una provocazione.

"Può capitare che di fronte alla sovversione comunista i governi dei paesi Alleati diano prova di passività o indecisione. Lo spionaggio militare degli Stati Uniti deve avere i mezzi per lanciare delle operazioni speciali capaci di convincere i governi alleati e l'opinione pubblica della realtà del pericolo d'insurrezione. Lo spionaggio militare degli Stati Uniti dovrebbe cercare di infiltrarsi nei centri di insurrezione tramite agenti in missione speciale incaricati di formare alcuni gruppi di azione in seno ai movimenti più radicali." Questa citazione è estratta da US Intelligence Field Manual, manuale delle spie americane, che i responsabili di Washington dicono falso. Ma esso è stato riconosciuto autentico dal Colonello Oswald Le Winter, vecchio agente della CIA e ufficiale di collegamento in Europa, in un documentario televisivo su Gladio. Il fatto fu confermato da Licio Gelli, capo della Loggia P2 in una intervista per questo stesso documentario televisivo. Le Winter, inoltre, dà un esempio del suo contenuto concreto dichiarando in questa stessa intervista: "Nelle Brigate rosse c'erano infiltrati così come nella Baader-Meinhof e Action Directe. Molte di queste organizzazioni terroriste di sinistra erano infiltrate e sotto controllo", e precisa che "dei rapporti e dei documenti emessi dal nostro ufficio di Roma attestavano che le Brigate rosse erano state infiltrate e che il loro nucleo dirigente riceveva gli ordini da Santovito.". Il generale Santovito era all'epoca il capo dei servizi segreti italiani (SISMI). Fonte più affidabile, Federico Umberto d'Amato, vecchio capo della polizia politica e ministro degli Interni dal 1972  al 1974, racconta con fierezza: "Le Brigate rosse sono state infiltrate. E' stato difficile perchè erano dotate di una struttura molto chiusa e molto efficace. Ciò nonostante, sono state infiltrate in modo sostanziale, con ottimi risultati."

Più di ogni altro attentato commesso dalle Brigate rose, il rapimento di Aldo Moro , l'assassinio della sua scorta, il suo sequestro e la sua esecuzione finale nel 1978, fanno sospettare una manovra di un clan nello Stato e dei servizi segreti. Ci si meraviglia che le Brigate rosse, composte da giovani elementi ribelli, molto motivati e convinti, ma senza una grande esperienza della guerra clandestina, abbiano potuto condurre a buon fine un'operazione di tale portata. L'inchiesta mette in luce molti fatti sconvolgenti: presenza di un membro dei servizi segreti sul luogo del rapimento, i proiettili sparati hanno subito un trattamento speciale utilizzato nei servizi speciali, ecc. Mentre lo scandalo suscitato dalla scoperta del coivolgimento dello Stato negli attentati dal 1969 al 1974, falsamente attribuiti agli anarchici, cominciava ad essere dimenticato, rinasceva il dubbio nell'opinione pubblica italiana sulla presenza dello Stato dietro gli attentati delle Brigate rosse. Nei fatti Aldo Moro è rapito alla vigilia della firma del "Compromesso storico" che doveva sugellare un'alleanza di governo tra la Democrazia cristiana ed il PCI, e di cui Moro era l'artefice. La sua vedova dichiara: "Avevo saputo da mio marito, o da un'altra persona, che intorno al 1975 lo avevano avvertito che i suoi tentativi di portare tutte le forze politiche a governare insieme per il bene del paese non piacevano a certi gruppi e a certe persone. Gli avevano detto che se si ostinava a voler realizzare il suo progetto politico, rischiava di pagare molto cara la sua testardaggine.". Il "Compromesso storico" avrebbe avuto per risultato di aprire le porte del governo al PCI. Moro, che era al corrente, in quanto presidente del Consiglio, dell'esistenza di Gladio, pensava probabilmente che il lavoro di infiltrazione svolto per anni in seno a questo partito, per sottrarlo all'influenza dell'Est, ed il suo allontanamento crescente dalle scelte politiche russe, lo rendevano accettabile agli occhi dei suoi alleati occidentali. Ma il modo in cui lo Stato lo abbandonò durante il suo sequestro mostra che le cose non stavano così. Alla fine il "Compromesso storico" non fu firmato. La morte di Moro corrisponde dunque perfettamente alla logica degli interessi difesi da Gladio. E quando D'Amato parla di "ottimi risultati" ottenuti con l'infiltrazione nelle Brigate rosse, pensa all'assassinio di Moro?

Le varie inchieste urtavano sempre con l'ostruzionismo di certi settori statali, le manovre amministrative dilatorie e il sacrosanto segreto di Stato. Ma con lo smascheramento della Loggia P2 nel 1981, i giudici vedono i loro sospetti confermati per quel che riguardava l'esistenza di una struttura parallela, di un governo occulto che tirava le corde nell'ombra e organizzava la "strategia della tensione".

LA LOGGIA P2: il vero potere occulto dello Stato

Nel 1981 la Guardia di Finanza scopre la lista di 963 "fratelli" membri della Loggia P2. Su questa lista figurano il Gotha della borghesia italiana: 6 ministri in carica, 63 alti funzionari ministeriali, 60 politici tra cui Andreotti e Cossiga, 18 giudici e procuratori, 83 grandi industriali tra cui Agnelli, Pirelli, Falck, Crespi, banchieri quali Calvi e Sindona, membri del Vaticano come il Cardinale Casaroli, grandi nomi del settore delle comunicazioni come Rizzoli, proprietario del Corriere della Sera, o Berlusconi, quasi tutti i responsabili dei servizi segreti degli ultimi anni, tra cui i generali Allavena, capo del SIFAR dal giugno 1965 al giugno 1966, Miceli nominato alla testa dei servizi segreti nel 1970, l'ammiraglio Casardi, suo successore, il generale Santovito, allora capo del SISMI, 14 generali dell'esercito, 9 ammiragli, 9 generali dei carabinieri, 4 generali dell'aereonautica e 4 della guardia di finanza, per non citare che gli ufficiali più alti in grado. Ma vi erano anche universitari, sindacalisti, responsabili di gruppi di estrema destra. Ad esclusione dei radicali, degli estremisti di sinistra e del PCI, tutto il ventaglio politico italiano vi è rappresentato. Questa lista tuttavia non è certamente completa. Al momento dello scandalo furono citati numerosi altri nomi, senza che potesse essere apportata alcuna prova. Sono anche corse voci, non verificabili, sulla partecipazione di influenti membri del PCI alla P2.

Tuttavia, si potrebbe pensare che in questo non vi è niente di strano. Nei fatti, capita spesso di ritrovare nelle fila della franco-massoneria numerosi notabili che praticano i suoi riti e che la utilizzano per coltivare le loro relazioni e riempire le loro agende di indirizzi. La personalità del Gran Maestro, Licio Gelli, è tuttavia inquietante.

A capo di questa loggia, Gelli è sconosciuto al grande pubblico, ma lo sviluppo dedll'inchiesta e le rivelazioni che si succedono mostrano l'influenza determinante che egli ha esercitato sulla politica italiana durante gli anni. Personaggio dalla storia edificante, Gelli ha cominciato la sua carriera come membro del partito fascista. A 18 anni milita nelle "camicie nere" che vanno a combattere in Spagna. Durante la guerra collabora attivamente con i nazisti ai quali consegna dozzine di partigiani e di disertori. A partire dal 1943 sembra che cominci a fare il doppio gioco contattando la Resistenza ed i servizi segreti americani. Dopo la guerra si rifugia in Argentina e ritorna senza problemi in Italia nel 1948. All'inizio degli anni '60 si iscrive alla Franco-massoneria, partecipa alla loggia Propaganda due, di cui diventa rapidamente il Gran Maestro e dove è raggiunto dai principali responsabili dei servizi segreti. La sua potenza allora è confermata da numerose testimonianze. Al matrimonio di uno dei suoi figli, eminenti personalità come il presidente del Consiglio Amintore Fanfani e, sembra, il papa Paolo VI, inviano dei sontuosi regali. Secondo gli inquirenti, in segno di amicizia, Agnelli gli avrebbe offerto un telefono in oro massiccio. All'inizio degli anni '80, Gelli telefona quasi ogni giorno al presidente del Consiglio, al ministro del Commercio e dell'Industria, a quello degli Affari esteri, ai dirigenti dei principali partiti politici della Penisola (democristiano, socialista, socialdemocratico, repubblicano, liberale e neofascista). Nella sua casa vicino Firenze e nei saloni privati del lussuoso albergo Excelsior in cui riceve, sfila il Gotha dello stato maggiore italiano, in particolare Andreotti, che è nei fatti il suo rappresentante politico ufficiale, la sua anima nera.

La conclusione della commissione di inchiesta sulla Loggia P2 non manca di interesse. Essa afferma che Gelli "appartiene ai servizi segreti di cui è il capo; la Loggia P2 e Gelli sono l'espressione di una influenza esercitata dalla massoneria americana e dalla CIA su Palazzo Giustiniani dopo la sua riapertura dopo la guerra; un'influenza che testimonia della dipendenza economica rispetto alla Massoneria americana e al suo capo Frank Gigliotti.". Gigliotti è lui stesso un agente della CIA. Nel 1990, un ex-agente della CIA, Richard Brenneke, in una intervista alla televisione che fa scandalo dichiara: "Il governo degli Stati Uniti finanziava la P2 fino a 10 milioni di dollari per mese.". Ecco è tutto chiaro. La P2 e Gladio sono la stessa cosa. L'atto d'accusa del 14 giugno 1986 testimonia della "esistenza in Italia di una struttura segreta composta da militari e da civili che, essendosi dati per scopo ultimo il condizionamento degli equilibri politici esistenti attraverso il controllo dell'evoluzione democratica del paese, ha tentato di realizzare questo obiettivo servendosi dei mezzi più vari, tra i quali il ricorso diretto agli attentati commessi da organizzazioni neo-fasciste" e parla di "una sorta di governo invisibile nel quale la P2, dei settori deviati dei servizi segreti, il crimine organizzato ed il terrorismo sono strettamente legati."

Ma tuttavia, questa lucida constatazione dei giudici non fa cambiare granché nel funzionamento dello Stato italiano. Sospettato di aver finanziato l'attentato di Bologna, Gelli se ne va all'estero. Arrestato in una banca svizzera il 13 settembre 1982, mentre ritirava 120 milioni di dollari da un conto cifrato, l'anziano personaggio sarà l'autore di una inverosimile evasione dalla prigione ginevrina il 10 agosto 1983, e svanirà nel nulla, fino a che, quattro anni dopo, si consegnerà alle autorità svizzere. Dalla Svizzera Gelli sarà estradato in Italia. Ma mentre, in sua assenza, era stato, nel 1988, condannato a 10 anni di prigione, verrà rigiudicato nel 1990 e alla fine assolto. Lo scandalo della P2 è banalizzato, dimenticato. La Loggia P2 è scomparsa ma, non abbiamo dubbi, un'altra struttura occulta ha dovuto rimpiazzarla, altrettanto efficace. Nel 1990, Cossiga, presidente della Repubblica e ex-membro della P2, potrà dichiarare con soddisfazione a proposito di Gladio che è "fiero del fatto che il segreto abbia potuto essere conservato  per  45 anni". Dimenticate le dozzine di vittime degli attentati, dimenticati i molteplici assassinii. Nuovi scandali vengono a far dimenticare i vecchi.

QUALCHE LEZIONE

Tutti questi avvenimenti, in cui la grande storia dell'Italia confina con il crimine e la rende diversa, hanno avuto poca risonanza al di fuori della penisola. Tutto ciò è apparso come dei "fatti italiani", senza rispondenza con ciò che capitava nelle altre grandi democrazie occidentali. Nella stessa Italia, il ruolo della Mafia è stata presentato soprattutto come un prodotto regionale del Sud d'Italia, la "strategia della tensione" come l'opera di settori deviati dei servizi segreti, e gli scandali politici come un semplice problema di corruzione di alcuni politici. In breve, le vere lezioni sono state evitate e, tra scandali e rivelazioni, tra processi reclamizzati e dimissioni di responsabili statali, è stata mantenuta in piedi l'illusione di una lotta dello Stato contro queste minacce all'ordine democratico. Tuttavia, quello che mette chiaramente in evidenza questa breve storia degli "affari" che hanno scosso la repubblica italiana dagli anni 1930 è tutt'altro.

- Gli "affari" non sono un prodotto specifico italiano, ma il risultato dell'attività internazionale della borghesia, in un contesto di rivalità imperialiste acuite. In queste condizioni questo significa che l'Italia, lungi dall'essere un'eccezione, è al contrario un esempio di ciò che esiste dappertutto.

- Non sono l'espressione di una minoranza deviata della classe dominante, ma traducono il funzionamento totalitario dello Stato del capitalismo decadente, anche se questo si nasconde dietro la maschera della democrazia.

Sia la storia dell'ascesa di Cosa Nostra che le rivelazioni dell'esistenza delle reti Gladio e della Loggia P2, mostrano che non si tratta di affari italiani, bensì di affari internazionali.

Ciò è particolarmente evidente nell'affare Gladio. La rete Gladio era, per definizione, una struttura segreta della NATO, dunque internazionale. Era la cinghia di trasmissione clandestina del controllo degli Stati Uniti sui paesi del loro blocco, destinata ad opporsi alle manovre dell'imperialismo avverso e ai rischi di destabilizzazione sociale con tutti i mezzi, anche i meno leciti. E' per questo che era segreta. Come esisteva e agiva in Italia, essa è esistita ed ha agito negli altri paesi del blocco occidentale. Non vi è ragione perchè sia altrimenti: alle stesse cause, gli stessi effetti.

Con questo chiarimento, si possono meglio comprendere le forze che erano all'opera dietro il colpo di Stato dei colonelli in Grecia nel 1967, quello di Pinochet in Cile nel 1973, o ancora tutti quelli che si sono avuti in America Latina durante gli anni 1970.

 Ancora, non è solo in Italia che, a partire dalla fine degli anni 1960, si sono sviluppate delle ondate di attentati terroristici, che hanno aiutato lo Stato a condurre delle intense campagne ideologiche volte a scombussolare la classe operaia che riprendeva il cammino della lotta e giustificare così il rafforzamento del suo apparato repressivo. In Germania, in Francia, in Gran Bretagna, in Giappone, in Spagna, in Belgio, negli Stati Uniti, alla luce dell'esempio italiano, si può pensare con ragione che dietro le azioni terroristiche di gruppi di estrema destra, di estrema sinistra, nazionalisti, vi è la mano dello Stato e dei suoi servizi segreti, e l'espressione di una strategia internazionale organizzata sotto gli auspici del blocco.

Inoltre, l'esempio edificante in Italia del ruolo della Mafia rivela che non si tratta di un fenomeno molto recente nè di un prodotto specificamente locale. L'integrazione della Mafia nel cuore dello Stato italiano non è un fatto nuovo: essa data da più di cinquanta anni. Non è il prodotto di una semplice e lenta cancrena affarista che colpirebbe solo i politici più corrotti: è il risultato del rovesciamento delle alleanze che si è operato durante la seconda guerra mondiale. La Mafia, per conto degli Alleati, ha giocato un ruolo determinante nella caduta del regime di Mussolini e, come ricompensa dei suoi servigi, ha guadagnato un posto centrale nello Stato. L'alleanza creatasi con la guerra, non si scioglie con la fine di questa. La Mafia resterà, come cricca della borghesia italiana, il principale punto d'appoggio degli Stati Uniti. Il peso ed il ruolo importante della Mafia in seno allo Stato italiano è dunque, prima di tutto, il risultato della strategia imperialista americana.

Alleanza contro natura tra il campione americano della difesa della democrazia e il simbolo del crimine in nome degli imperativi strategici mondiali? Alleanza sì, contro natura certamente no. La realtà italiana non fa che mettere in evidenza un fenomeno mondiale del capitalismo decadente: nel nome dei sacrosanti imperativi della ragion di Stato e degli interessi imperialisti, le grandi potenze che tutti i giorni, sui mezzi di informazione, declamano le loro convinzioni democratiche, stringono, nel retroscena, delle alleanze che mostrano la falsità di tutti i loro discorsi ufficiali. E' una banalità constatare che tutti i dittatori che imperversano alla periferia sottosviluppata del capitalismo restano in piedi grazie al patrocinio interessato di una potenza o di un'altra. Vale lo stesso per i clans mafiosi nel mondo: la loro attività può svilupparsi impunemente perchè essi sanno rendere anche dei servizi preziosi ai diversi imperialismi dominanti che si dividono il paese.

Sono sempre più spesso parte integrante delle frazioni dominanti della borghesia dei paesi in cui operano. Questo è evidente per tutta una serie di paesi la cui produzione ed esportazione di droga costituisce l'attività economica principale, favorendo in seno alla classe dominante l'ascesa delle bande che controllano questo settore dell'economia capitalista che assume sempre più importanza. Ma questa realtà non è appannaggio dei paesi sottosviluppati e l'esempio viene dall'alto della gerarchia del capitalismo mondiale. Così l'alleanza tra lo Stato americano e la Mafia italiana, durante la seconda guerra mondiale, trova la sua corrispondenza a livello interno negli Stati Uniti dove, nella stessa occasione, la branca americana di Cosa Nostra è nei fatti invitata a partecipare con i suoi mezzi agli affari di Stato. Ancora in Giappone la situazione non fa che ricordare quella dell'Italia e i recenti scandali scoppiativi mettono in luce l'onnipresenza dei legami tra i politici e la Mafia locale. L'esempio italiano è dunque altrettanto valido per le prime due potenze economiche mondiali dove ciò che si chiama Mafia ha conquistato un posto privilegiato in seno allo Stato. Ciò non è tuttavia solamente dovuto al peso economico considerevole a seguito del dominio di settori economici estremamente redditizi - droga, gioco, prostituzione, racket, ecc -, ma anche ai servizi "specializzati" che queste bande di gangsters possono fornire e che rispondono perfettamente ai bisogni dello Stato del capitalismo decadente.

E' vero che la borghesia, anche la più "rispettabile", ha sempre  saputo, quando ciò era necessario, utilizzare i servizi di agenti speciali, o quelli delle sue frazioni meno frequentabili per delle attività "non ufficiali", cioè illegali anche secondo le sue leggi. Nel 19° secolo, gli esempi non mancano: lo spionaggio certamente, ma anche l'utilizzo di picchiatori per spezzare degli scioperi o l'utilizzazione di Mafie locali per favorire la penetrazione coloniale. Ma in questa epoca questo aspetto della vita del capitalismo era limitato e circostanziale. Dopo la sua entrata nella fase di decadenza all'inizio del secolo, il capitalismo è in una situazione di crisi permanente. Non può più, per assicurare il suo dominio, basarsi sulla tangibilità del progresso che apporta, perchè questo non c'è più. Per perpetuare il suo potere, sempre più, deve ricorrere alla menzogna e alla manipolazione. Inoltre, nel corso del 20° secolo, segnato da due guerre mondiali, l'acuirsi delle tensioni imperialiste è divenuto un fattore determinante della vita del capitalismo. In quel campo di battaglia che è diventato il pianeta, tutti i colpi, anche i più sordidi, sono consentiti per assicurarne la sopravvivenza. Per rispondere a queste necessità, il funzionamento dello Stato ha dovuto adattarsi. Nella misura in cui la manipolazione e la menzogna, vuoi per i bisogni della difesa imperialista vuoi per il controllo sociale, sono divenuti degli aspetti essenziali della sua sopravvivenza, il segreto e la sua conservazione sono diventati un aspetto centrale della vita dello Stato capitalista; il funzionamento democratico classico della borghesia e del suo Stato, come era nel 19° secolo, non è più possibile. Esso non è mantenuto che come illusione destinata a mascherare la realtà di un funzionamento statale totalitario, che non ha niente più di democratico. Non solo il potere effettivo si è concentrato nelle mani dell'esecutivo, a spese del legislativo, la cui rappresentazione, il parlamento, è divenuto un semplice paravento destinato ad alimentare le campagne propagandistiche, ma di più, in seno stesso a questo esecutivo, il potere è concentrato nelle mani degli specialisti del segreto e delle manipolazioni di tutti i tipi. In queste condizioni non solo lo Stato ha dovuto reclutare un'abbondante mano d'opera specializzata, creando una moltitudine di servizi speciali, gli uni più segreti degli altri, ma al suo interno è stata conseguentemente favorita l'ascesa delle fazioni della borghesia più esperta nel segreto e nell'attività "illegale". In questo processo lo Stato totalitario ha esteso la sua presa sull'insieme della società, compresi i suoi bassifondi, giungendo ad una simbiosi straordinaria in cui diventa difficile distinguere un rappresentante politico da un uomo d'affari, da un agente  segreto o da un gangster, e viceversa.

Questa è la ragione di fondo del ruolo crescente dei settori mafiosi nella vita del capitale. Ma la Mafia non è il solo esempio. L'affare della Loggia P2 mostra che la Massoneria è uno strumento ideale, per il suo funzionamento occulto e le sue ramificazioni internazionali, per essere utilizzato come rete di influenza da parte dei servizi segreti per i bisogni della politica imperialista. E' d'altra parte da molto tempo che le diverse sette massoniche nel mondo sono state coinvolte dal potere statale e messe al servizio delle potenze imperialiste occidentali che le utilizzano secondo i loro piani. Questo è d'altra parte probabilmente il caso della maggior parte delle società segrete di una certa importanza.

Ma la Loggia P2 non era solo uno strumento della politica imperialista americana. Essa era innanzitutto una parte del capitale italiano e mostrava, al di là del linguaggio democratico, la realtà del funzionamento dello Stato e del suo totalitarismo. Essa raggruppava al suo interno dei clan della borghesia che dominano in modo occulto lo Stato da anni. Ciò non vuol dire che raggruppava tutta la borghesia italiana. Già a priori il PCI ne era escluso, rappresentando un'altra fazione dall'orientamento in politica estera rivolto a Est. E' ugualmente probabile che in seno al capitale italiano esistano altre cricche, il che potrebbe spiegare perchè è scoppiato lo scandalo. All'interno della Loggia P2 coabitavano d'altronde vari clan accomunati da interessi convergenti sotto la protezione americana di fronte al comune pericolo rappresentato dall'imperialismo russo e dalla sovversione "comunista". La lista trovata nella villa di Gelli permette di individuare alcuni di questi gruppi: i grandi industriali del nord, il Vaticano, un settore molto importante dell'apparato statale, in particolare gli stati maggiori dell'esercito e dei servizi segreti, e in maniera più discreta, la Mafia. Il legame di questa ultima con la Loggia P2 si rivelava con la presenza dei banchieri Sindona e Calvi, il primo morto avvelenato in prigione e il secondo stranamente impiccato sotto un ponte di Londra, entrambi implicati in scandali finanziari quando gestivano contemporaneamente i fondi del Vaticano e quelli della Mafia. Strane alleanze, perfettamente significative del capitalismo contemporaneo. La Loggia P2 ci presenta un cocktail sulfureo che mostra ancora una volta che spesso la realtà supera la finzione più sfrenata: società segrete, Vaticano, partiti politici, ambienti industriali, affaristici e finanziari, Mafia, giornalisti, sindacalisti, universitari, ecc..

Nei fatti con la Loggia P2 è venuto alla luce il vero centro di decisione occulto che ha governato i destini del capitalismo italiano dopo la guerra. Gelli si definiva lui stesso, con un umorismo cinico, il "grande burattinaio", quello che, dietro le quinte tirava le corde e le cui "marionette" erano gli uomini politici. Il grande gioco democratico dello Stato italiano non era dunque che un'abile messinscena. Le decisioni più importanti erano prese in tutt'altri posti rispetto alle strutture ufficiali (assemblee nazionali, ministeri, presidenza del Consiglio, ecc.) dello Stato italiano. Questa struttura segreta di potere si è mantenuta in piedi indipendentemente dai risultati delle molteplici consultazioni elettorali che si sono svolte durante tutti questi anni. D'altronde, la Loggia P2 aveva tutti gli assi nella manica per manipolare le elezioni, come nel 1948, e mantenere il PCI in disparte. Quasi tutti i leaders dei partiti democristiani, repubblicani, socialisti, erano suoi devotissimi e il gioco "democratico" della "alternanza" non era che un imbroglio. La realtà del potere, quella, non cambiava. Dietro le quinte, Gelli e la sua Loggia P2 continuavano a controllare lo Stato.

Anche in questo, non vi è alcun motivo per parlare di una specificità italiana, anche se altrove il centro occulto di decisione non prende necessariamente l'aspetto un po' folcloristico di una loggia massonica. Da qualche anno l'aggravarsi brutale della crisi e lo sconvolgimento degli schieramenti imperialisti, dovuto alla scomparsa del blocco dell'Est, hanno messo sottosopra le alleanze tra i gruppi che esistono in seno a ciascun capitale nazionale. Lungi dall'essere espressione di una repentina volontà di restaurare un funzionamento democratico, le campagne che si sviluppano oggi in numerosi paesi, in nome della pulizia dello Stato dai suoi elementi più putridi, non sono che l'espressione del regolamento di conti tra le diverse cricche per il controllo centrale dello Stato. La manipolazione dei massmedia, l'uso a ragion veduta dei dossier compromettenti, sono le armi di questa lotta che può anche prendere altre forme più sanguinose.

Nei fatti, tutto ciò mostra, a ben vedere, che lungi dall'essere un'eccezione, l'Italia, che da anni è teatro di scandali politici era l'esempio edificante e premonitore di ciò che si è oggi generalizzato.

                                                           JJ

Polemica con "Il Comunista". Rifiutare la nozione di decadenza porta alla smobilitazione del proletariato di fronte alla guerra

Nei numeri 90, 91, 92 della rivista Programme Communiste (Rivista teorica, in francese, del Partito Comunista Internazionale, che in italiano pubblica il giornale Il Comunista) (1) si trova un lungo studio su "La guerra imperialista nel ciclo borghese e nell'analisi marxista", che fa il punto delle concezioni di questa organizzazione su una questione di primaria importanza per il movimento operaio. Le posizioni politiche fondamentali che vi sono affermate costituiscono una chiara difesa dei principi proletari di fronte a tutte le menzogne portate avanti dai vari agenti della classe dominante. Certi sviluppi teorici, però, sui quali sono fondati questi principi e le previsioni che ne vengono fuori, non sono sempre all'altezza delle affermazioni di principio e rischiano di indebolirle anziché di rafforzarle. Questo articolo si propone di sottomettere a critica queste concezioni teoriche errate al fine di sviluppare su basi più solide possibili la difesa dell'internazionalismo proletario.

La CCI, contrariamente ad altre organizzazioni che si richiamano anch'esse alla Sinistra Comunista (soprattutto i vari Partiti Comunisti Internazionali appartenente alla corrente 'bordighista'), ha sempre stabilito un chiara distinzione fra le formazioni che si trovano nel campo proletario da quelle che si trovano in quello borghese (come i differenti rappresentanti della corrente trotskista, per esempio). Con queste ultime non potrebbe esserci nessun dibattito politico: la responsabilità dei rivoluzionari è quella di denunciarli come strumenti della classe dominante destinati, grazie al loro linguaggio "operaio" o "rivoluzionario", a deviare il proletariato dal suo terreno di classe per sottometterlo, mani e piedi legati, agli interessi del capitale. Per contro, fra le organizzazioni del campo proletario, il dibattito politico è non solo una possibilità, ma un dovere. Questo dibattito non ha niente a che vedere con uno scambio di idee quale può ritrovarsi nei seminari universitari, è una lotta per la difesa e la chiarezza delle posizioni comuniste. In questo senso può prendere la forma di una viva polemica, proprio perché le questioni in gioco sono di primaria importanza per il movimento di classe  e perché ogni comunista sa bene che un piccolo errore teorico o politico può avere delle conseguenze drammatiche per il proletariato. Però, anche nella polemica occorre sapere riconoscere ciò che è corretto nelle posizioni dell'organizzazione che si critica.

Una ferma difesa delle posizioni di classe

Il PCInternazionale ("Il Comunista") si richiama alle posizioni della sinistra comunista italiana, cioè una delle correnti internazionali che ha mantenuto delle posizioni di classe durante la degenerazione dell'Internazionale Comunista nel corso degli anni '20. Nell'articolo pubblicato da Programme Communiste (PC) si può constatare  che su tutta una serie di questioni essenziali questa organizzazione non ha perso di vista le posizioni di questa corrente. In particolare questo articolo contiene una riaffermazione chiara delle posizioni comuniste di fronte alla guerra imperialista. La denuncia di questa non ha niente a vedere con quella dei pacifisti o degli anarchici:

"Il marxismo è completamente estraneo alle formule vuote ed astratte che fanno dell'"antibellicismo" un principio astorico e che vedono in maniera metafisica nelle guerre il Male assoluto. Il nostro atteggiamento si fonda su un'analisi storica e dialettica delle crisi belliche in legame con la nascita, lo sviluppo e la morte delle forme sociali.

Distinguiamo dunque:

a) le guerre di progresso (o di sviluppo) borghese nell'area europea dal 1792 al 1871

b) le guerre imperialiste caratterizzate dall'urto reciproco fra nazioni nel capitalismo ipersviluppato

c) le guerre rivoluzionarie proletarie". (PC, n° 90, p. 19)

"L'orientamento fondamentale è quello di prendere posizione per le guerre che spingono in avanti lo sviluppo generale della società e contro le guerre che lo ostacolano o lo ritardano. In conseguenza, siamo per il sabotaggio delle guerre imperialiste, non perché queste siano più crudeli o più spaventose delle precedenti, ma perché si oppongono al divenire storico dell'umanità; perché la borghesia imperialista e il capitale mondiale non giocano più alcun ruolo 'progressista', ma, al contrario, sono divenuti un ostacolo allo sviluppo generale della società..." (PC, n° 90, p.22).

La CCI potrebbe sottoscrivere pienamente queste frasi che sono le stesse che abbiamo scritto a parecchie riprese nella nostra stampa territoriale e in questa stessa rivista. (2)

Ugualmente, la denuncia del pacifismo del PCInt. è particolarmente chiara e penetrante:

"...il capitalismo non è 'vittima' della guerra provocata da questo o quell'energumeno, o da "spiriti maligni" resti di epoche barbare contro i quali occorrerebbe, periodicamente, difendersi. (...) il pacifismo borghese deve necessariamente sfociare nel bellicismo. Il sogno idilliaco di un capitalismo pacifico nei fatti non è innocente. E' un sogno grondante sangue. Se si ammette che capitalismo e pace possono coesistere in maniera non contingente e momentanea, ma in maniera permanente, quando crescono i venti di guerra si è obbligati a riconoscere che qualcosa di estraneo minaccia lo sviluppo pacifico, umanitario del capitalismo e che questo, dunque, va difeso, anche con le armi se gli altri mezzi non bastano raggruppando attorno ad esso gli uomini di buona volontà e gli "amanti della pace". Il pacifismo compie allora la sua giravolta finale e si tramuta in bellicismo, in fattore attivo e agente diretto della mobilitazione bellica. Si tratta dunque di un processo obbligato che deriva dalla dina-mica interna del pacifismo. Questo tende a trasformarsi naturalmente in bellicismo..." (PC n° 90, pag. 22).

Da questa analisi del pacifismo il PCInt. fa uscire fuori un orientamento corretto rispetto ai pretesi movimenti contro la guerra che vediamo fiorire periodicamente nella nostra epoca. Con il PCInt., noi consideriamo che può esistere evidentemente un antimilitarismo di classe (come quello che si è manifestato nel corso della I guerra mondiale e che ha portato alla rivoluzione in Russia e in Germania). Ma questo antimilitarismo non può svilupparsi partendo dalle mobilitazioni orchestrate dalle anime candide della borghesia:

"Rispetto agli attuali "movimenti per la pace", la nostra consegna "positiva" è quella di un intervento dall'esterno a carattere propagandistico e di proselitismo verso gli elementi proletari catturati dal pacifismo e inglobati nelle mobilitazioni piccolo borghesi al fine di strapparli da questo genere di inquadramento e di azione politica. Diciamo in particolare a questi elementi che non è nelle parate pacifiste di oggi che si prepara l'antimilitarismo di domani, ma nella lotta intransigente di difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, rompendo con gli interessi dell'impresa e dell'economia nazionale. Come le disciplina del lavoro e la difesa dell'economia nazionale preparano la disciplina delle trincee e la difesa della patria, il rifiuto di difendere e di rispettare oggi  gli interessi dell'impresa e dell'economia nazionale preparano l'antimilitarismo e il disfattismo di domani." (PC n° 92, p.61). Come vedremo più avanti il disfattismo non è più una parola d'ordine adatta alla situazione presente o a venire; nonostante ciò teniamo a sottolineare tutta la validità di questo atteggiamento.

Infine l'articolo di PC è ugualmente molto chiaro per quanto riguarda il ruolo della democrazia borghese nella preparazione e nello svolgersi della guerra imperialista:

"...Nei 'nostri' stati civili, il capitalismo regna grazie alla democrazia (...) quando il capitalismo spinge sulla scena cannoni e generali, lo fa appoggiandosi sulla democrazia, i suoi meccanismi e riti ipnotici" (PC n° 91, p. 38).

 "L'esistenza di un regime democratico permette allo Stato una maggiore efficacia militare perché permette di potenziare al massimo tanto la preparazione alla guerra quanto la capacità di resistenza del paese in guerra." (ibid.)

"... il fascismo in pratica può fare appello solo al sentimento nazionale, spinto fino all'isteria razzista, per cementare 'l'unità nazionale', mentre la democrazia possiede una risorsa ancora più potente per saldare l'insieme della popolazione alla guerra imperialista: il fatto che la guerra emana direttamente dalla volontà popolare liberamente espressa nelle elezioni, e appare così, grazie alla mistificazione delle consultazioni elettorali, come una guerra di difesa degli interessi e delle speranze delle masse popolari e in particolare delle masse lavoratrici". (PC n° 91, p.41)

Abbiamo riprodotto queste lunghe citazioni da 'Programme Communiste' (e avremmo potuto darne altre, in particolare concernenti le illustrazioni storiche delle tesi presentate) perché esse rappresentano esattamente la nostra posizione sulle questioni viste sopra. Piuttosto che riaffermare con parole nostre i nostri principi riguardanti la guerra imperialista, ci è parso utile mettere in evidenza la profonda unità di vedute che esiste su questa questione in seno alla Sinistra Comunista, unità di vedute che costituisce il nostro patrimonio comune.

Tuttavia, come è importante sottolineare questa unità di principi, è altrettanto dovere dei rivoluzionari mettere in evidenza le inconseguenze e le incoerenze teoriche dalla corrente 'bordighista' che indeboliscono considerevolmente la sua capacità di dare una bussola efficace al proletariato. E la prima di queste inconseguenze risiede nel rifiuto di questa corrente di riconoscere la decadenza del modo di produzione capitalistico.

La "non-decadenza" alla maniera bordighista

Il riconoscimento che dall'inizio del secolo e particolarmente dalla I guerra mondiale la società capitalista è entrata nella fase di decadenza costituisce una delle pietre angolari della prospettiva del movimento comunista. Nel corso del primo olocausto imperialista, rivoluzionari come Lenin, per appoggiare la necessità da parte del proletariato di rifiutare ogni partecipazione a questo, di "trasformare la guerra imperialista in guerra civile", si basano su un'analisi simile (vedi in particolare 'L'imperialismo, fase suprema del capitalismo'). Analogamente l'entrata del capitalismo nel periodo di decadenza è al centro delle posizioni politiche dell'Internazionale Comunista al momento della sua fondazione nel 1919. E' proprio perché il capitalismo è diventato un sistema decadente che non c'è più lo spazio per lottare al suo interno per ottenere delle riforme, come era preconizzato dai partiti operai della II Internazionale, ma che il solo compito che possa darsi il proletariato è quello di realizzare la rivoluzione mondiale. E' in particolare su questa base di granito che, in seguito, la Sinistra Comunista internazionale e, soprattutto, la sua frazione italiana ha potuto elaborare l'insieme delle sue posizioni politiche (3).

Tuttavia, è l'originalità di Bordiga e della corrente di cui è stato l'ispiratore  quella di negare che il capitalismo sia entrato nel periodo di decadenza (4). Tuttavia il PCInt. (Il Comunista) è obbligato a riconoscere che dall'inizio del secolo qualcosa è cambiato, sia nella natura delle crisi economiche che in quella della guerra.

Sulla natura della guerra, le citazioni del PCInt. che abbiamo riprodotto sopra parlano da sole: esiste effettivamente una differenza fondamentale fra le guerre che potevano essere condotte dagli stati capitalisti nel secolo scorso. Ad esempio, 6 decenni separano le guerre napoleoniche contro la Prussia dalla guerra franco-prussiana del 1870, mentre quest'ultima è lontana solo 4 decenni da quella del 1914. Ma la guerra del 1914 tra la Francia e la Germania è fondamentalmente differente da tutte le precedenti fra queste due nazioni: è per questo che Marx poteva chiamare gli operai tedeschi a partecipare alla guerra del 1870 (vedere il primo Indirizzo del Consiglio Generale dell'AIT sulla guerra franco-tedesca) sempre situandosi perfettamente sul terreno della classe proletaria, mentre  i socialdemocratici tedeschi che chiamavano gli operai alla "difesa nazionale" nel 1914 si ponevano decisamente sul terreno borghese. E' esattamente ciò che i rivoluzionari come Lenin o Rosa Luxemburg hanno difeso con le unghie e con i denti a quell'epoca contro i socialsciovinisti che pretendevano di ispirarsi alle posizioni di Marx nel 1870: questa posizione non era più valida perché la guerra aveva cambiato natura, e questo cambiamento risultava esso stesso da un cambiamento fondamentale nella vita dell'insieme del modo di produzione capitalistico.

Programme Communiste, d'altronde, non dice cose diverse quando afferma (come abbiamo visto sopra) che le guerre imperialiste "si mettono contro il divenire storico dell'umanità; perché la borghesia imperialista e il capitalismo mondiale non giocano più alcun ruolo 'progressista', ma , al contrario, sono diventate un ostacolo allo sviluppo generale della società". Ugualmente, riprendendo una citazione di Bordiga, considera che "Le guerre imperialiste mostrano che la crisi di disgregazione del capitalismo è inevitabile in ragione dell'apertura del periodo in cui la sua espansione non esalta più l'aumento delle forze produttive, ma ne fa dipendere l'accumulazione da un distruzione ancora più grande" (PC n° 90, p.25). Nonostante ciò, chiuso nei vecchi dogmi bordighisti, il PCInt. è incapace di trarne la conseguenza logica da un punto di vista del materialismo storico: il fatto che il capitalismo mondiale sia divenuto un ostacolo allo sviluppo generale della società significa semplicemente che questo modo di produzione è è entrato nel periodo di decadenza. Quando Lenin o la Luxemburg, nel 1914, facevano questa constatazione, non tiravano fuori un coniglio dal cilindro: non facevano che applicare scrupolosamente la teoria marxista alla comprensione dei fatti storici dell'epoca. Il PCInt. (Il Comunista) come l'insieme degli altri "PCInt." appartenenti alla corrente 'bordighista', si richiamano al marxismo. E' un'ottima cosa: oggi solo delle organizzazioni che basano le loro posizioni programmatiche sugli insegnamenti del marxismo possono pretendere di difendere la prospettiva rivoluzionaria del proletariato. Sfortunatamente il PCInt. ci dà la prova della difficoltà che incontra nella comprensione di questo metodo. In particolare ama impiegare abbondantemente il termine "dialettica", ma, come l'ignorante che per nascondersi usa parole difficili, non sa di che cosa parla.

Per esempio, per quanto riguarda la natura delle crisi, ecco che cosa possiamo leggere in PC:

"Le crisi decennali del giovane capitalismo avevano un'incidenza piuttosto piccola; avevano più il carattere di crisi commerciali internazionali che della macchina industriale. Esse non incidevano sulle potenzialità della struttura industriale (...) Erano crisi di disoccupazione, cioè di chiusura delle industrie. Le crisi moderne sono crisi di disgregamento di tutto il sistema che, in seguito, deve, penosamente, ricostruire le diverse strutture." (PC n° 90, p.28).

 Segue tutta una serie di statistiche che dimostrano l'ampiezza considerevole delle crisi del XX secolo, senza paragone con quelle del secolo scorso. Qui, non percependo  che la differenza di ampiezza fra questi due tipi di crisi è rivelatrice non solo di una differenza fondamentale fra esse, ma anche del modo di vita del sistema che colpiscono, il PCInt. dimentica uno degli elementi di base della dialettica: la trasformazione della quantità in qualità. In effetti per il PCInt. la differenza fra i due tipi di crisi resta nell'ambito del quantitativo e non ne riguarda i meccanismi fondamentali. Ed è ciò che rivela scrivendo:

"Nel secolo scorso si registrarono otto crisi mondiali: 1836, 1848, 1856, 1883, 1886 e 1894. La durata media dei cicli secondo i lavori di Marx era di 10 anni. A questo ritmo "giovanile" segue, nel periodo che va dall'inizio del secolo al 2° conflitto mondiale, una successione più rapida delle crisi: 1901, 1908, 1914, 1920, 1929. A un capitalismo smisuratamente cresciuto corrisponde un aumento della composizione organica (...) cosa che porta a una crescita del tasso dell'accumulazione: la durata media  del ciclo si riduce così a 7 anni." (PC n° 90, p.27).

Questa aritmetica sulla durata dei cicli dimostra che il PCInt. mette sullo stesso piano le convulsioni economiche del secolo scorso con quelle di questo secolo, senza comprendere che la natura stessa della nozione di ciclo è fondamentalmente cambiata. Accecato dalla parola divina di Bordiga, il PCInt. non vede che, secondo le parole di Trotsky, le crisi del XIX secolo erano i battiti del cuore del capitalismo, mentre quelle del XX secolo sono i rantoli della sua agonia.

E' la stessa cecità manifestata dal PCInt. quando tenta di mettere in evidenza il legame fra crisi e guerra. In maniera molto argomentata e sistematica, mancando di essere rigorosa (lo vedremo oltre), PC tenta di stabilire che, nel periodo attuale, la crisi capitalista sbocca necessariamente nella guerra mondiale. E' una preoccupazione del tutto meritevole perché ha il merito di rifiutare il discorso illusorio e criminale del pacifismo. Non viene, però, in mente al PCInt. di chiedersi se il fatto che le crisi del XIX secolo non conducevano alla guerra mondiale, o almeno a guerre localizzate, non derivi da una differenza di fondo rispetto a quelle del XX secolo. Ancora una volta il PCInt. dà prova di un "marxismo" ben misero: non di tratta nemmeno di una incomprensione di ciò che significa la parola dialettica, si tratta di un rifiuto o almeno di incapacità di esaminare in profondità - al di là di una fissazione su apparenti analogie che potrebbero esistere fra i cicli del passato e quelli di oggi - i fenomeni principali, quelli determinanti, della vita del modo di produzione capitalistico.

Così il PCInt. si mostra incapace, a proposito di una questione così importante come quella della guerra imperialista, di applicare in maniera soddisfacente la teoria marxista, comprendendo la differenza fondamentale che esiste fra la fase ascendente del capitalismo e quella di decadenza. La confessione palese di questa incapacità risiede nel fatto che il PCInt. tenta di attribuire alle guerre del periodo attuale una razionalità economica simile a quella che potevano avere le guerre del secolo scorso.

Razionalità e irrazionalità della guerra

La nostra stampa ha già pubblicato numerosi articoli sulla questione dell'irrazionalità della guerra nel periodo di decadenza del capitalismo (5). La nostra posizione non ha niente a che vedere con una "scoperta originale" della nostra organizzazione; essa è basata sulle acquisizioni fondamentali del marxismo dall'inizio del XX secolo, espresse soprattutto da Lenin e Rosa Luxemburg. Queste acquisizioni sono state formulate con molta chiarezza nel 1945 dalla Sinistra Comunista di Francia contro la teoria revisionista sviluppata da Vercesi alla vigilia della seconda guerra mondiale, teoria che aveva condotto la sua organizzazione, la Frazione Italiana della Sinistra Comunista, ad una paralisi totale al momento dello scoppio del conflitto imperialista:

"All'epoca del capitalismo ascendente, le guerre (...) esprimevano la marcia ascendente di maturazione, di allargamento e di espansione del sistema economico capitalista. (...) Ogni guerra si giustificava e portava i suoi frutti aprendo un nuovo campo di un maggiore espansione, assicurando lo sviluppo di una produzione capitalistica maggiore (...) La guerra fu il mezzo indispensabile al capitalismo per aprirsi possibilità di ulteriore sviluppo, in un'epoca in cui queste possibilità potevano essere aperte solo per mezzo della violenza. In seguito, il crollo del mondo capitalista, che ha storicamente esaurito tutte le possibilità di sviluppo, mostra nella guerra moderna, la guerra imperia­lista, l'espressione di questo crollo, che senza aprire nessuna possibilità di sviluppo ulteriore per la produzione non fa che affondare nell'abisso le forze produttive e accumulare a un ritmo accelerato rovine su rovine." (Rapporto sulla situazione internazionale alla Conferenza della Sinistra Comunista di Francia del luglio 1945, ripubblicata sulla nostra Révue Internationale n° 59)

Abbiamo visto che anche il PCInt. fa  questa distinzione, però non ne trae le giuste conclusioni e, dopo avere fatto un passo in una giusta direzione, ne fa due in senso inverso cercando una razionalità economica alle guerre imperialiste del XX secolo.

Questa razionalità, "la dimostrazione delle ragioni economiche fondamentali che spingono tutti gli stati  alla guerra" (PC n° 92, p.54) il PCInt. cerca di trovarla nella citazione di Marx: "Una distruzione periodica di capitale è diventata una condizione  necessaria all'esistenza di un qualsiasi tasso di interesse corrente (...) Considerato da questo punto di vista, queste terribili calamità che siamo abituati ad attendere con tanta paura e apprensione (...) non sono probabilmente che il correttivo naturale e necessario di una opulenza eccessiva ed esagerata, la 'vis medicatrix' grazie alla quale il nostro sistema sociale quale è attualmente configurato ha la possibilità di liberarsi di tanto in tanto di un sovrappiù sempre rinascente che ne minaccia l'esistenza e di tornare a uno stato sano e solido" (Grundrisse). In realtà, la distruzione di capitale, evocata qui da Marx, è quella provocata dalle crisi cicliche della sua epoca (e non dalla guerra) in un momento in cui le crisi costituiscono i battiti del cuore del sistema capitalistico (anche se esse pongono già in prospettiva i limiti storici di questo sistema). In numerosi passi della sua opera, Marx dimostra che il modo con cui il capitalismo supera le crisi risiede non solo in una distruzione (o piuttosto una devalorizzazione) di capitale momentaneamente eccedente ma anche, e soprattutto, nella conquista di nuovi mercati, particolarmente all'esterno della sfera dei rapporti di produzione capitalistici (6). E poiché il mercato mondiale non si estende indefinitamente, poiché i settori extra-capitalisti non possono che restringersi fino a scomparire completamente man mano che il capitale sottomette il pianeta alle sue leggi, il capitalismo è condannato a convulsioni sempre più catastrofiche.

E' un'idea che sarà sviluppata in maniera più sistematica da Rosa Luxemburg nell'Accumulazione del capitale ma che essa non ha per niente inventato, come certi ignoranti pretendono. Una simile idea appare d'altronde in filigrana in certi passaggi del testo di PC ma, quando questo fa riferimento a Rosa Luxemburg, non è per appoggiarsi sui suoi notevoli sviluppi teorici che spiegano con grande chiarezza il meccanismo delle crisi del capitalismo e in particolare perché le leggi di questo sistema lo condannano storicamente, ma è per riprendere per proprio conto la sola idea veramente contestabile che si possa trovare  nell'Accumulazione del capitale, la tesi secondo la quale il militarismo potrebbe costituire un 'campo d'accumulazione' che dà parziale sollievo al capitalismo di fronte alle sue contraddizioni economiche (vedi PC n° 91, pp. da 31 a 33). Sfortunatamente proprio in una simile idea si era smarrito Vercesi alla fine degli anni '30, cosa che l'ha condotto a pensare che il formidabile sviluppo della produzione di armamenti a partire dal 1933, permettendo un rilancio della produzione capitalista, allontanava di gran lunga la prospettiva di una guerra mondiale. Per contro, quando PC vuole dare una spiegazione sistematica  del meccanismo della crisi, al fine di mettere in evidenza il legame che esiste fra questa e la guerra imperialista, adotta una visione unilaterale basata in maniera preponderante sulla tesi della caduta tendenziale del tasso di profitto.

"Da quando il modo di produzione capitalista è divenuto dominante, la guerra è legata in maniera determinista alla legge stabilita da Marx della caduta tendenziale del tasso del profitto medio che è la chiave della tendenza del capitalismo verso la  catastrofe finale" (PC n° 90, p.23).

Segue un riassunto, che PC prende a prestito da Bordiga, (Dialogato con Stalin), della tesi di Marx secondo la quale l'aumento continuo nel valore delle merci (per il progresso costante delle tecniche produttive) di ciò che è dovuto alle macchine e alle materie prime in rapporto a ciò che è dovuto al lavoro dei salariati, conduce a una tendenza storica alla caduta del saggio del profitto, nella misura in cui solo il lavoro degli operai è in grado di produrre un profitto (di produrre più valore di quanto costi).

Occorre segnalare che nella sua analisi, PC (e Bordiga, citato abbondantemente) non ignora la questione dei mercati e il fatto che la guerra imperialista sia la conseguenza della concorrenza tra Stati imperialisti:

"La progressione geometrica della produzione impone a ciascun capitalismo nazionale di esportare, di conquistare sui mercati esterni degli sbocchi adeguati per la produzione. E siccome ciascun polo nazionale d'accumulazione è sottoposto alla stessa regola, la guerra fra gli stati imperialisti è inevitabile. Dalla guerra economica e commerciale, dai conflitti finanziari, dalle dispute per le materie prime, dagli scontri politici e diplomatici che ne vengono fuori, si arriva finalmente alla guerra aperta. Il conflitto latente fra stati scoppia all'inizio sotto forma di conflitti militari limitati a certe zone geografiche, di guerre localizzate in cui le grandi potenze non si affrontano diretta­mente, ma per interposte persone; ma esso scoppia infine in una guerra generalizzata, caratterizzata dall'urto diretto dei grandi mostri statali dell'imperialismo, lanciati gli uni contro gli altri dalla violenza delle loro contraddizioni interne. Tutti gli stati minori sono presi nel conflitto il cui teatro si estende necessariamente a tutto il pianeta. Accumulazione-crisi-guerre locali-guerra mondiale." (PC n°90, p.24)

Non si può che sottoscrivere questa analisi che ritaglia ciò che i marxisti hanno messo in avanti a partire dalla prima guerra mondiale. Però, là dove casca l'asino è che la ricerca dei mercati esterni è vista da PC solo come la conseguenza della caduta tendenziale del tasso del profitto, mentre, al di là di questo aspetto specifico, il capitalismo come un tutto ha un bisogno permanente di mercati al di fuori della propria sfera di dominio, come l'ha magistralmente dimostrato Rosa Luxemburg, per potere realizzare la parte di plusvalore destinata a essere reinvestita dal capitale in un ciclo ulteriore in vista della sua accumulazione. A partire da questa visione unilaterale, PC attribuisce alla guerra imperialista una funzione economica precisa, conferendole una vera razionalità nel funzionamento del capitalismo:

"La crisi trae la sua origine dall'impossibilità di prose­guire l'accumulazione, impossibilità che si manifesta quando l'accrescimento della massa della produzione non riesce più a compensare la caduto del saggio del profitto. La massa di   pluslavoro totale non è più in grado di assicurare profitto al capitale anticipato, di riprodurre le condizioni di redditività degli investimenti. Distruggendo capitale costante (lavoro morto) su grande scala, la guerra gioca un ruolo economico fondamentale: grazie alle spaventose distruzioni dell'apparato produttivo, permette, nei fatti, una futura gigantesca espansione della produzione per rimpiazzare ciò che è stato distrutto, dunque una espansione parallele del profitto, del plusvalore, cioè del pluslavoro di cui si ciba il capitale. Le condizioni di ripresa  del processo di accumulazione sono ristabilite. Il ciclo economico riparte. (...) Il sistema capitalistico mondiale entra vecchio in guerra ma vi trova un bagno di ringiovanimento nel bagno di sangue che gli dà nuova gioventù e ne esce con la vitalità di un robusto neonato" (PC n° 90, p.24).

La tesi di PC non è nuova. Essa è stata messa in avanti e sistematizzata da Grossmann negli anni '20 e ripresa, dopo di lui, da Mattick, uno dei teorici del movimento  consiliarista. Essa può riassumersi in modo molto semplice nei termini seguenti: distruggendo capitale costante, la guerra fa abbassare la composizione organica  del capitale e permette, perciò, un innalzamento del saggio del profitto. Il fatto è che non è mai stato provato che al momento delle riprese che hanno seguito le guerre mondiali, la composizione organica del capitale sia stata inferiore a quanto lo fosse stata alla vigilia. E' successo proprio il contrario. Se si prende il caso della II guerra mondiale, ad esempio, è chiaro che nei paesi colpiti dalle distruzioni della guerra la produttività media del lavoro e dunque il rapporto fra capitale costante e capitale variabile ha rapidamente raggiunto, all'inizio degli anni '50, quello che era nel 1939. Nei fatti, il potenziale produttivo ricostruito è considerevolmente più moderno di quello che era stato distrutto. E', d'altronde, ciò che PC constata esso stesso per farne giustamente una delle cause del boom del dopo-guerra (!): "L'economia di guerra trasmette inoltre al capitalismo tanto i progressi tecnologici e scientifici realizzati dalle industrie militari che gli impianti industriali creati per la produzione di armamenti. Questi, in effetti, non furono distrutti tutti dai bombardamenti, né - nel caso tedesco - dallo smantellamento realizzato dagli alleati. (...) La distru­zione su larga scala di infrastrutture, di fabbriche, di cantie­ri,, di mezzi di trasporto ecc., e l'allestimento di mezzi di produzione ad alta composizione tecnologica provenienti dall'industria di guerra ... tutto ciò ha creato il miracolo." (PC n°92, p.38).

Quanto agli Stati Uniti, in assenza di distruzioni in casa propria, la composizione organica del loro capitale, nel 1945, era ben superiore a quella di sei anni prima. Tuttavia il periodo di "prosperità" che accompagna la ricostruzione si prolunga ben al di là (fino a metà degli anni '60) del momento in cui il potenziale produttivo dell'anteguerra è stato ricostituito facendo ritornare la composizione organica al suo valore precedente (7).

Avendo già dedicato numerosi testi alla critica delle concezioni di Grossmann-Mattick alle quali PC, sulla scia di Bordiga, si richiama, non la riprenderemo qui. Per contro è importante segnalare le aberrazioni teoriche (e aberrazioni tout-court) alle quali le concezioni di Bordiga, riprese dal PCInt., conducono.

Le aberrazioni della visione del PCInternazionale

La preoccupazione centrale del PCInt è completamente corretta: dimostrare il carattere ineluttabile della guerra. In particolare si vuole rifiutare fermamente la visione del "superimperialismo" sviluppata soprattutto da Kautsky all'epoca della I guerra mondiale e destinata a "dimostrare" che le grandi potenze avrebbero potuto mettersi d'accordo tra loro al fine  di stabilire un dominio in comune e pacifico del mondo. Una simile concezione, evidentemente, era uno dei ferri di lancia delle menzogne pacifiste che volevano far credere agli operai che si sarebbe potuto mettere fine alle guerre senza avere bisogno di distruggere il capitalismo.  Per rispondere a una simile visione, PC fornisce il seguente argomento:

"Un superimperialismo è impossibile; se per ipotesi l'imperialismo riuscisse a sopprimere i conflitti fra gli stati, le sue contraddizioni interne lo costringerebbero a dividersi nuovamente in poli nazionali concorrenti e dunque in blocchi statali in conflitto. La necessità di distruggere enormi masse di lavoro morto non può essere soddisfatta dalle sole catastrofi naturali" (PC n°90, pag. 26).

Insomma, la funzione fondamentale dei blocchi imperialisti, o della tendenza verso la loro costituzione, è quella di creare le condizioni in grado di permettere distruzioni su larga scala. Con una simile visione, non si vede perché gli stati capitalisti non potrebbero intendersi fra loro al fine di provocare, quando necessario, simili distruzioni permettendo un rilancio del tasso di profitto e della produzione. Essi dispongono di mezzi sufficienti per operare simili distruzioni mantenendo un controllo su di esse al fine di preservare al meglio i rispettivi interessi. Ciò che PC rifiuta di prendere in considerazione è che la divi­sione in blocchi imperialisti è il logico risultato della concor­renza a morte in cui i differenti settori del capitale si lanciano, una concorrenza che fa parte dell'essenza stessa di questo sistema e che si inasprisce quando la crisi lo colpisce con tutta la sua violenza. In questo senso, la costituzione di blocchi imperialistici non risulta per niente da una sorta di tendenza, ancora incompleta, verso l'unificazione degli stati capitalistici ma, al contrario, dalla necessità in cui si trovano di formare alleanze militari nella misura in cui nessuno di essi potrebbe fare la guerra a tutti gli altri. Il fatto più importante nell'esistenza dei blocchi non è la convergenza di interessi che può esistere fra gli stati alleati (convergenza che può essere rimessa in causa come  dimostrano tutte le giravolte di alleanze che  abbiamo visto nel corso del 20° secolo), ma l'antagonismo fondamentale fra i blocchi, espressione al massimo livello delle rivalità insormontabili che esistono fra tutti i settori nazionali del capitale. E' per questo che l'idea di un "superimperialismo" è un controsenso nei termini.

Con l'utilizzo di argomenti deboli o contestabili, il rifiuto del PCInt. dell'idea del "superimperialismo" perde considerevolmente la sua forza, cosa che non è il migliore mezzo per combattere le menzogne della borghesia. E' particolarmente evidente quando, dopo il passaggio citato prima, prosegue:

"Sono delle volontà umane, delle masse umane che devono fare le cose, delle masse umane alzate le une contro le altre, delle energie e delle intelligenze tese a distruggere ciò che altre energie e altre intelligenze difendono".

Qui si constata tutta la debolezza della tesi del PCInt.: francamente con i mezzi di cui dispongono oggi gli stati capitalisti e in particolare l'arma nucleare, in che le "volontà umane" e soprattutto le "masse umane" sono indispensabili per provocare un grado sufficiente  distruzioni, se tale è la funzione della guerra secondo il PCInt?

In fin dei conti, la corrente "bordighista" non poteva che pagare che con gravi oscillazioni teoriche e politiche la debolezza delle analisi sulle quali fonda la sua posizione sulla guerra e i blocchi imperialisti. E' così che dopo avere espulso dalla porta la nozione di un superimperialismo, la lascia entrare dalla finestra con la nozione di un "condominio russo-americano" sul mondo:

"La II guerra mondiale ha dato origine ad un equilibrio correttamente descritto dalla formula di un "condominio russo-americano" (...) se la pace ha regnato finora nelle metropoli imperialiste, è proprio a causa di questo dominio degli USA e dell'URSS..." (PC n°91, p.47).

"in realtà la "guerra fredda" degli anni '50 esprime l'inso­lente sicurezza dei vincitori del conflitto e la stabilità degli equilibri mondiali sanzionata a Yalta; essa rispondeva in questo caso a esigenze di mobilitazione ideologica  e a imbrigliare le tensioni sociali esistenti all'interno dei blocchi. La nuova "guerra fredda" che prende il posto della distensione nella seconda metà degli anni '70 risponde all'esigenza di imbrigliare antagonismi non più (o non ancora) fra le classi, ma fra stati che sopportano sempre meno il vecchio sistema di alleanze. La risposta russa e americana alle pressioni sempre più grandi consiste nel cercare di orientare l'aggressività  dei loro alleati in direzione del campo opposto" (PC n° 92, p.47)

Insomma, la prima guerra fredda non aveva altra motivazione ideologica  che quella di "imbrigliare gli antagonismi fra le classi". E' veramente il modo alla rovescia: se all'indomani della prima guerra mondiale, abbiamo assistito a un reale rinculo degli antagonismi imperialisti e a un parallelo rinculo dell'economia di guerra, è perché la borghesia aveva come principale preoccupazione quella di opporsi all'ondata rivoluzionaria iniziata nel '17 in Russia, di stabilire un fronte comune contro la minaccia del comune nemico mortale di tutti i settori della borghesia: il proletariato mondiale. Se la II guerra mondiale è immediatamente sfociata  sullo sviluppo degli antagonismi imperialisti fra i  principali vincitori, con il mantenimento di un grado molto elevato di economia di guerra, è proprio perché la minaccia che poteva rappresentare un proletariato già profondamente colpito dalla controrivoluzione, era stata completamente sradicata nel corso stesso della guerra e immediatamente dopo da una borghesia istruita dalla propria esperienza storica (vedi in particolare "Le lotte operaie in Italia nel '43", su Rivista Internazionale n° 17). Nei fatti, la guerra di Corea, la guerra di Indocina e più tardi quella del Vietnam, senza contare tutte quelle del Medio Oriente che vedevano lo Stato di Israele, sostenuto fermamente dagli USA, opporsi ai paesi arabi sostenuti dall'URSS (per non parlare delle diecine di altre guerre fino a quella dell'Afghanistan che si è prolungata fino alla fine degli anni '80) non avevano niente a che vedere con un antagonismo fondamentale fra i due grandi mostri imperialisti ma ad una sorta di bluff corrispondente sia a semplici campagne ideologiche contro il proletariato, sia alla necessità, per ciascuna delle superpotenze, di mantenere l'ordine nel proprio giardino.

D'altronde quest'ultima idea è contraddetta da PC stesso che attribuisce alla distensione fra i due blocchi, fra la fine degli anni '50 e la metà degli anni '70, la stessa funzione della guerra fredda: "In realtà la distensione non fu che la risposta delle due superpotenze alle linee di frattura che apparivano sempre più nettamente nelle loro rispettive sfere di influenza. Ciò che essa significava, era una accresciuta pressione di Mosca e di Washington sui loro alleati per contenerne le spinte centrifughe". (PC n° 92, pag. 43)

E' vero che i comunisti non devono mai prendere per oro colato ciò che dicono la borghesia, i suoi giornalisti e i suoi storici; ma pretendere che dietro la maggior parte delle guerre (più di un centinaio) che hanno devastato il mondo dal 1945 fino alla fine degli anni '80, non c'era la mano delle grandi potenze, significa voltare le spalle a una realtà osservabile da chiunque; è anche rimettere in causa quello PC afferma giustamente lui stesso: "Il conflitto latente fra gli stati scoppia all'inizio sotto forma di conflitti militari limitati a certe zone geografiche, di guerre localizzate in cui le grandi potenze non si affrontano direttamente, ma per interposte persone" (vedi sopra).

Nei fatti, il PCInt. può sempre spiegare con la "dialettica" la contraddizione fra ciò che dice e la realtà, o fra le sue diverse argomentazioni: ci dà soprattutto la prova che il rigore non è il suo forte e che gli succede di raccontare qualsiasi cosa, fatto che non serve per combattere efficacemente le menzogne borghesi e rafforzare la coscienza del proletariato.

E' proprio questo che è in questione, fino alla caricatura, quando, per combattere le menzogne del pacifismo, si appoggia su un articolo di Bordiga del 1950 che fa dell'evoluzione della produzione dell'acciaio l'indice più importante, se non il più importante, dell'evoluzione del capitalismo stesso: "La guerra nell'epoca capitalista, cioè il più feroce tipo di guerra, è la crisi prodotta inevitabilmente dalla necessità di consumare  l'acciaio prodotto e di lottare per il diritto di monopolio della  produzione supplementare di acciaio" (Sua maestà l'acciaio, in Battaglia Comunista n° 18/1950).

Sempre preoccupato dalla volontà di attribuire una "razionalità" alla guerra, PC è portato a lasciare intendere che la guerra imperialista non solo è cosa buona per il capitalismo, ma anche per l'insieme dell'umanità e dunque per il proletariato, quando afferma che: "...il prolungamento della pace borghese al di là dei limiti definiti da un ciclo economico che reclama la guerra, anche se essa fosse possibile, non potrebbe sboccare  che in una situazione ancora peggiore  di quella della guerra". Segue allora una citazione dell'articolo di Bordiga:

"Fermiamoci a supporre...che invece delle due guerre <mondiali>... avessimo avuto la pace borghese, la pace industriale. In circa 35 anni la produzione sarebbe aumentata di 20 volte; sarebbe diventata ancora 20 volte più grande de