ICC online - 2007

Che Guevara: mito e realtà. A proposito della corrispondenza di un lettore

Già qualche mese fa, abbiamo ricevuto sul nostro sito Internet due messaggi su Che Guevara da un compagno firmatosi E.K. Pubblichiamo la lettera che gli abbiamo mandato all’inizio d’aprile cogliendo l’occasione per completare ed allargare la nostra risposta alle domande restate allora in sospeso. Rendiamo pubblica questa corrispondenza perché, come lo stesso EK dice, si è "nelle celebrazioni dei 40 anni della sua morte di combattente" e si tratta per noi, CCI, non di aggiungerci alle cerimonie celebrative ma, al contrario, di provare a comprendere se Che Guevara è stato realmente un rivoluzionario e se la classe operaia e le giovani generazioni devono o non rivendicarsi alla sua azione.

Alcuni brani del messaggio di EK

Per il compagno EK, Che Guevara è un autentico combattente per la causa dei popoli oppressi. Infatti, per lui, "l'internazionalismo del Che è fuori discussione. È il modello del combattente internazionale e della solidarietà tra i popoli". Sarebbe così uno dei rari rivoluzionari ad avere osato criticare il regime dell'URSS: "all'epoca del secondo seminario di solidarietà afro-asiatica, il Che critica senza mezzi termini le posizioni conservatrici e sfruttatrici dell'URSS". Infine, EK espone in questa prima lettera la sua visione del proletariato e del ruolo dei rivoluzionario: "in quanto all'agente storico della trasformazione sociale, non c'è, mi sembra, ragione di ridurre il concetto di proletariato ai soli operai, negazione assoluta della condizione umana. (...) Il compito degli intellettuali è di introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione attraverso mezzi eminentemente politici".

In seguito alla nostra risposta, il compagno E.K ci ha mandato velocemente un secondo messaggio in cui tiene a smarcarsi innanzitutto da tutti quelli che trasformano il Che in icona, moltiplicando le T-shirts ed altri poster alla sua effige: "Rendere Che un mito attraverso la duplicazione della sua immagine tende ad occultare la sua vita e la sua opera". Ma soprattutto afferma che "perseguendo obiettivi distinti, il Che è stato portato con forza a sganciarsi logicamente dal modello social-imperialistico dell'URSS. La CIA ed il KGB hanno anche cooperato per sbarazzarsi di lui all'epoca del suo tentativo rivoluzionario in Bolivia". Ed il compagno conclude: "Ernesto Che Guevara ha pagato la probità intellettuale della sua vita. Rendergli omaggio significa leggere i suoi testi; perpetuare la sua memoria, continuare la lotta; rendergli giustizia, sostenere i suoi valori. All'alba delle celebrazioni dei 40 anni della sua morte di combattente, è tempo di restituire più vigore al suo pensiero e vita alle sue idee".

La nostra risposta ad EK

Ti ringraziamo per il tuo messaggio d’inizio aprile. Scusaci per il ritardo di questo supplemento di risposta. Vogliamo fare qui una critica su ciò che ci scrivi. Questa critica non significa per noi una "fine della nostra corrispondenza", ma proprio il contrario. Siamo sempre pronti a rispondere alle tue domande ed ai tuoi punti di vista. Vorremmo rispondere su ciò che dici a proposito di Che Guevara studiando quanto più sinceramente e seriamente possibile ciò che furono realmente, come tu chiedi, "i suoi valori", "le sue idee" e "la sua lotta".

Che Guevara è un esempio per la gioventù rivoluzionaria di oggi?

In questo mese di ottobre, si celebra il 40mo anniversario della morte di Che Guevara, ucciso dall'esercito boliviano, diretto dalla CIA americana.

Dal 1967, "il Che" è diventato il simbolo dell'eterna "gioventù rivoluzionaria romantica" : morto giovane, armi alla mano, lottando contro l'imperialismo americano, grande "difensore delle masse povere dell'America latina". Tutti hanno in testa l’immagine del Che col suo basco stellato, sguardo triste e lontano.

I suoi famosi Appunti di viaggio hanno contribuito notevolmente a divulgare la storia di questo ribelle, proveniente da una buona famiglia argentina, un poco bohémien, che si lancia in un avventuroso viaggio in moto sulle strade del Sud America, utilizzando le sue conoscenze mediche per aiutare i poveri... Vive in Guatemala in un momento (1956) in cui gli Stati Uniti fomentano un ennesimo colpo di Stato contro un governo che non è di loro gradimento. Questo dominio permanente sui paesi dell'America latina da parte degli Stati Uniti nutre tutta la sua vita di un odio implacabile contro questi ultimi. In seguito, raggiunge in Messico il gruppo cubano di Castro, rifugiatosi in questo paese dopo un tentativo abortito di capovolgere il dittatore cubano, Batista, da tempo sostenuto dagli Stati-Uniti[1]. Dopo una serie di avventure, questo gruppo si installa nelle montagne di Cuba fino alla sconfitta di Batista, inizio gennaio 1959. Il nocciolo ideologico di questo gruppo è il nazionalismo, il "marxismo" è solamente una coperta di circostanza ad un’aspra "resistenza" anti-yankee, anche se alcuni elementi tra cui lo stesso Guevara, si considerano "marxisti". Il Partito comunista cubano, che del resto a suo tempo aveva sostenuto Batista, manda uno dei suoi dirigenti, Carlos Rafael Rodríguez, da Castro nel 1958, solamente alcuni mesi prima della vittoria di quest’ultimo.

Questa guerriglia non è affatto l'espressione di una qualsiasi rivolta contadina, ancora meno della classe operaia. È l'espressione militare di una frazione della borghesia cubana che vuole rovesciare un'altra frazione per prendere il suo posto. Non c'è nessuno "sollevamento popolare" nella presa di potere da parte della guerriglia castrista. Questa si presenta, come spesso accade in America latina, sotto forma della sostituzione di una cricca militare attraverso un'altra formazione armata nella quale gli strati sfruttati e miseri della popolazione dell'isola, arruolati o non dai combattenti golpisti della guerriglia, non giocano un ruolo importante, se non quello di acclamare i nuovi padroni del potere. Di fronte alla resistenza piuttosto debole della soldatesca di Batista, Guevara appare come un intrepido guerrigliero la cui determinazione ed il carisma crescente appaiono velocemente suscettibili di fare ombra al suo maestro Fidel. Dopo la vittoria su Batista, Fidel Castro incarica il Che di formare i "tribunali rivoluzionari", una sanguinosa mascherata nella migliore tradizione del regolamento dei conti tra frazioni delle differenti borghesie nazionali, in particolare in America latina. Che Guevara prende veramente il suo ruolo a cuore, per convinzione e con zelo, adottando una giustizia "popolare" dove, a guisa di sfogo collettivo, si giudicano i vecchi torturatori di Batista, ma viene preso "chiunque capiti" su semplice denuncia. Del resto, Guevara rivendicherà più tardi all'ONU, in risposta ai rappresentanti latino-americani, buone anime "democratiche" che si ritengono indignati da questi metodi, dicendo: "abbiamo fucilato, fuciliamo e continueremo a fucilare finché sarà necessario". Queste pratiche non hanno niente a che vedere con la difesa maldestra di una qualsiasi giustizia rivoluzionaria. Lo ripetiamo, sono proprio questi i metodi tipici di una frazione della borghesia che ha preso il sopravvento su un'altra con la forza delle armi.

Possiamo allora identificarci all’ideale de "l’eroe" austero della Sierra Maestra, al "guerrigliero eroico" che morrà alcuni anni più tardi nella montagna boliviana ma che, nel mondo reale, non ha tenuto in effetti che un ruolo di esecutore di basse opere nell’aiutare l’insediamento di un regime che di comunista ha solo il nome?
Che Guevara: un internazionalista?

Tu dici: "l'internazionalismo del Che è fuori discussione" e "all'epoca del secondo seminario di solidarietà afro-asiatica, il Che critica senza mezzi termini le posizioni conservatrici e sfruttatrici dell'URSS" per affermare infine "il Che sarà portato con forza e logicamente a sganciarsi dal modello social-imperialistico dell'URSS".

Il regime nazionalista di Castro si è rivestito rapidamente dell'epiteto "comunista", in altre parole, questo regime si è unito… al campo imperialista retto dall'URSS. Essendo Cuba localizzata ad alcune miglia dalle coste americane, ciò non poteva evidentemente che inquietare il capofila del blocco dell'Ovest. Il processo di stalinizzazione dell'isola, con una presenza importante di personale civile, militare e servizi segreti dei paesi del blocco dell'Est, troverà il suo coronamento nel 1962 al momento della “crisi dei missili”.

In questo processo, Che Guevara, ora ministro dell'industria (1960-61), per saldare la nuova alleanza col "campo socialista", è inviato da Castro nei paesi di questo campo, dove si esibisce in un discorso elogiativo dell'URSS: "Questo paese che ama così profondamente la pace", "dove regna la libertà di pensiero", "la madre della libertà". Egli celebra molto anche "la straordinaria" Corea del Nord o la Cina di Mao dove "tutti sono pieni di entusiasmo, tutti fanno delle ore di straordinario" e così via per l'insieme dei paesi dell'Est: "le realizzazioni dei paesi socialisti sono straordinarie. Non c'è paragone possibile tra i loro sistemi di vita, i loro sistemi di sviluppo e quelli dei paesi capitalisti". Un vero appassionato del modello stalinista! Ritorneremo dopo sul "disamore" di Guevara con l'URSS. Contrariamente a ciò che affermi, il Che non ha emesso mai il benché minimo dubbio di principio sul sistema stalinista. Per lui, l'URSS ed il suo blocco erano il campo "socialista, progressista" e la sua lotta si integrava pienamente in quella del blocco russo contro il blocco occidentale. La parola d’ordine lanciata da Guevara "Creare uno, due, mille Vietnam", non è una parola d’ordine "internazionalista" ma molto nazionalista e favorevole al blocco russo! Il suo criterio reale non è il cambiamento sociale, ma l'odio verso il capofila dell’altro blocco, gli Stati Uniti. In effetti, dopo la Seconda Guerra mondiale, il mondo si è trovato diviso in due blocchi antagonisti, uno sotto la potenza americana, l'altro dell'URSS. La "liberazione nazionale" si rivelò allora una perfetta mistificazione ideologica per giustificare il regolare reclutamento militare delle popolazioni. In queste guerre, né la classe operaia né le altre classi sfruttate avevano niente da guadagnare, servendo da massa di manovra per le differenti frazioni della classe dominante e dei loro padrini imperialisti. La divisione del mondo in due blocchi imperialisti dopo gli accordi di Yalta ha significato che qualsiasi uscita da un blocco significava la caduta nel blocco avverso. E, proprio, non c'è migliore esempio di quello di Cuba: questo paese è passato dalla dittatura corrotta di Batista, sotto il controllo diretto di Washington, dei suoi servizi segreti e di ogni tipo di mafie, al dominio del blocco stalinista. La storia di Cuba è un concentrato della storia tragica delle "lotte di liberazione nazionale" per circa mezzo secolo!

Allora, prima di dire quando e come Guevara si è falsamente più o meno "sganciato" dall'URSS, bisogna essere ben chiari sulla natura dell'URSS e del suo blocco. Dietro la difesa di un Che Guevara rivoluzionario, c'è l'idea che l'URSS, più o meno, che lo si voglia o no, malgrado i suoi difetti… era il "blocco socialista, progressista". E questa è la più grande menzogna del ventesimo secolo. Una rivoluzione proletaria in Russia c'è ben stata, ma è stata sconfitta. La forma stalinista della controrivoluzione si è data una parola d’ordine: la "costruzione del socialismo in un solo paese", parola d’ordine che si trova all'esatto opposto della base naturale e fondamentale del marxismo. Per il marxismo "i proletari non hanno patria"[2]! È questo internazionalismo, molto reale che è servito da bussola all'ondata rivoluzionaria mondiale che si è sviluppata nel 1917 ed a tutti i rivoluzionari dell'epoca, da Lenin e i bolscevichi a Rosa Luxemburg e gli Spartakisti[3]. L'adozione aberrante di questa "teoria" di una "patria socialista" da difendere ha avuto per corollario il ricorso sistematico ad un metodo borghese: il terrore ed il capitalismo di Stato, questo tallone di ferro, l’espressione più totalitaria e più feroce dello sfruttamento capitalista!

Il Che “si è sganciato dal modello social-imperialistico dell'URSS”?

All'origine delle critiche del Che nei confronti dell'URSS, c'è "la crisi dei missili", nel 1962. Per l'URSS, il suo dominio sulla Cuba fu una fortuna. Finalmente, avrebbe potuto eguagliare gli Stati Uniti che minacciavano direttamente l'URSS dai paesi vicini a quest’ultima, come la Turchia. L'URSS cominciò ad installare rampe di lancio di missili a testata nucleare ad alcune miglia dalle coste americane. Gli Stati Uniti risposero mettendo in opera un embargo totale dell'isola, costringendo le navi russe a fare marcia indietro. Krusciov, il padrone del Cremlino dell'epoca, fu obbligato infine a ritirare i suoi missili. Per alcuni giorni dell’ottobre 1962, gli scontri imperialisti tra quelli che si presentavano come "il mondo libero" e quelli che si presentavano come il "mondo socialista progressista" hanno rischiato di mettere tutta l'umanità sul bordo dell'abisso. Krusciov fu considerato allora dai dirigenti castristi come uno "smidollato", uno che non aveva i "coglioni" per attaccare gli Stati Uniti. In un eccesso di isteria patriottica, dove lo slogan castrista "Patria o morte" prende il suo senso più sinistro, essi sono preparati a sacrificare il popolo (diranno che è il popolo che è preparato a sacrificarsi) sull'altare della guerra atomica. In questo delirio perverso, Guevara non può essere che all'avanguardia. Scrive: "hanno ragione [i paesi dell'OEA[4] ad avere paura della “sovversione cubana”], è l'esempio spaventoso di un popolo che è preparato ad immolarsi attraverso le armi atomiche affinché le sue ceneri servano a cementare le nuove società, e che, quando si è concluso un accordo sul ritiro dei razzi atomici senza che lo si sia consultato, non emette un sospiro di sollievo, non accoglie la tregua con riconoscenza. Si getta nell'arena per […] affermare [...] la sua decisione di lottare, anche da solo, contro tutti i pericoli e contro la stessa minaccia atomica dell'imperialismo yankee"[5]. Questo "eroe" ha deciso che il popolo cubano fosse preparato ad immolarsi per la patria. Così, la base della "delusione", della critica nei confronti l'URSS non è la perdita di fede nelle virtù del "comunismo sovietico" (in termini veri capitalismo stalinista) ma al contrario, il fatto che questo sistema non spingeva fino in fondo la sua logica guerriera di scontro, il parossismo del periodo della "guerra fredda". Ed il discorso di Algeri di Che Guevara a cui tu fai riferimento per affermare che il Che "si è sganciato del modello social-imperialistico dell'URSS" non cambia realmente niente a quest’attaccamento di Guevara alle posizioni staliniste. Al contrario! Durante questo famoso discorso, certamente mise in causa il "mercantilismo" nei rapporti tra i paesi del blocco dell'URSS ma li chiamò sempre socialisti e "popoli amici": "I paesi socialisti sono, in una certa misura, i complici dello sfruttamento imperialista […]. [Essi] hanno il dovere morale di liquidare la loro complicità tacita coi paesi sfruttatori dell'Ovest". Al di là della sua apparenza radicale, una tale critica è dunque proprio quella di qualcuno integrato al sistema stalinista. Peggio, essa è espressione di un responsabile che ha partecipato con tutte le sue forze alla realizzazione di un tale sistema di capitalismo di Stato a Cuba! Del resto, Guevara, in seguito, non farà mai più ufficialmente la minima critica all'URSS.

In effetti, Che Guevara, assassinato dalla CIA e dall'esercito boliviano nel 1967, non fu la vittima solo dell'imperialismo americano, ma anche del nuovo orientamento politico del Cremlino detto di "coesistenza pacifica" col blocco occidentale. Non tratteremo qui le ragioni che hanno spinto la direzione dell'URSS ed il suo blocco a prendere questa "svolta". Ma questa "svolta" non ha niente a che vedere con un qualsiasi "tradimento" verso i popoli che volevano "liberarsi" dall'imperialismo, e verso il proletariato. La politica della classe dominante stalinista ha cambiato spesso rotta in funzione dei suoi interessi come classe dominante e, proprio, l'affare dei missili ha mostrato ai dirigenti dell'imperialismo stalinista la loro impotenza a sfidare il capofila dell'altro blocco alle sue porte e che quindi avrebbero dovuto essere prudenti in America latina. È questo che non hanno compreso Guevara ed una frazione dei dirigenti cubani, al punto di diventare non solo imbarazzanti per l'URSS, ma anche per i loro amici cubani. Da quel momento, il destino di Che Guevara era segnato: dopo la disastrosa avventura nel Congo[6], finirà per ritrovarsi solo in Bolivia, con un pugno di commilitoni, abbandonato dal PC boliviano che, alla fine, si ritrovò sulla linea di Mosca. Per le fazioni più "moscovite", i sostenitori della tattica del "fuoco" (fuoco di guerriglia) erano dei piccoli-borghesi in cerca di avventure, "estranei alle masse". Per le fazioni dei PC favorevoli alla lotta armata, con i loro sostegni critici di ogni tipo, i "capi" dei PC erano dei "rivoluzionari da salotto", dei burocrati imborghesiti… anch’essi "estranei alle masse". Per noi che ci rifacciamo alla Sinistra Comunista, consideriamo queste due forme della stessa controrivoluzione, due varianti della stessa grande menzogna del secolo, quella di avere fatto passare la controrivoluzione stalinista per la continuatrice della rivoluzione di ottobre e l'URSS come comunista.

Quale visione aveva Che Guevara della classe operaia?

Per te, il compito degli intellettuali sarebbe "di introdurre nel proletariato la coscienza della sua situazione...". Sembri riprendere la visione di Che Guevara su "l'élite rivoluzionaria". Ma queste posizioni del Che non nascondono in realtà un profondo disprezzo per la classe operaia? Che cosa rivelano realmente i sui voli da poeta lirico su “l'uomo nuovo nella rivoluzione cubana?”

L'unità proletaria rivoluzionaria ha una base pratica molto concreta: la solidarietà di classe. È questa solidarietà spontanea nell'organizzazione della lotta, fatta di reciproco aiuto e di fraternità, a nutrire le qualità di abnegazione del proletariato rivoluzionario. Ma questa "abnegazione" nelle parole di Guevara, suona, nel migliore dei casi, come un appello quasi mistico al martirio supremo (bisogna riconoscergli come sia stato sempre pronto al sacrificio, e probabilmente era preparato a diventare un "martire" della causa imperialista che difendeva con tutto il popolo cubano "volontario" al momento della crisi dei missili)... Al di là del suo comportamento "esemplare", resta la sua visione del "sacrificio" o de "l'eroismo" (della stessa specie dell'idealismo patriottico esaltato e diffuso dagli stalinisti nella "Resistenza" durante la Seconda Guerra mondiale) che dovrebbe essere imposto dall'alto, per i bisogni dello Stato e sotto la ferula di un "lider maximo". Questa visione si basa sul disprezzo dell'intellettuale piccolo-borghese nei confronti della "massa proletaria" guardata dall’alto, il quale pretende "educarla" affinché comprenda i "benefici della rivoluzione". "La massa, ha dichiarato con condiscendenza Guevara, non agisce come un dolce gregge. È vero che segue senza esitare i suoi dirigenti, soprattutto Fidel Castro…". "Se guardiamo le cose superficialmente, potremmo pensare che quelli che parlano di sottomissione dell'individuo allo Stato hanno ragione, ma le masse realizzano, con entusiasmo e disciplina senza uguale, i compiti che il governo stabilisce, che siano economici, culturali, di difesa o sportivi... L'iniziativa viene in generale da Fidel o dall'alto comando della Rivoluzione ed è spiegata al popolo che la fa sua" (Il socialismo e l'uomo a Cuba, 1965).

In effetti, quando dici "che non c'è ragione di ridurre il concetto di proletariato ai soli operai", il tuo ragionamento attinge certamente ed involontariamente le sue radici in questa visione sprezzante della classe operaia[7]. Infatti, una delle caratteristiche comuni dei trasformismi dello stalinismo (dal maoismo al castrismo) sta nella loro diffidenza ed il loro disprezzo nei confronti della classe operaia, facendo di una mitica classe contadina povera “l'agente della rivoluzione” diretta dagli intellettuali che, in quanto tali, possiedono la coscienza e "l'introducono" nei cervelli delle masse. Nel migliore dei casi, la classe operaia era, per questi neo-stalinisti, una massa di manovra che serviva loro da riferimento storico, una comparsa della loro rivoluzione. Non troviamo mai negli scritti di questi pseudo-rivoluzionari il minimo riferimento ad una classe operaia organizzata come tale ed alle organizzazioni del potere di classe, i soviet. Questi cloni dello stalinismo non hanno più bisogno di camuffare la loro ideologia capitalista di Stato e di parlare dei consigli operai o di altre espressioni della vita proletaria nella rivoluzione russa. Non c'è niente di più dello Stato diretto da persone "illuminate" ed in basso la massa, a cui talvolta si lascia dare prova "d’iniziativa", inquadrata nei "comitati di difesa della rivoluzione" ed altri organismi di sorveglianza sociale.

Ed a Cuba, uno dei primi organi di inquadramento e di direzione della classe operaia sono stati ancora una volta e senza sorpresa i sindacati. I sindacati cubani (CTC) erano già dei sindacati alla maniera americana, perfettamente integrati al "capitalismo liberale" ed alla sua corruzione. Vanno così ad essere velocemente trasformati dalla direzione cubana, nel 1960, in sindacati in salsa stalinista, su un modello burocratico e statale. Le prime decisioni del regime castrista incaricheranno questi ultimi ad impegnarsi a livellare verso il basso i salari e a fare rispettare l'interdizione dello sciopero nelle imprese, da buoni sbirri patentati! E quest’attacco contro la classe operaia sarà giustificato ancora una volta, dall'ideologia anti-americana e dalla "difesa del popolo cubano". Durante uno sciopero contro gli abbassamenti dei salari di operai di imprese appartenenti ai capitali americani, i dirigenti castristi stigmatizzarono questo sciopero come uno sciopero di "benestanti" e ne approfittarono per dichiarare "sciopero allo sciopero" per bocca del nuovo dirigente castrista del CTC.

Nelle scorse settimane sono state servite opere in controversia sulla vita e l'opera del Che. Da un lato, nella scia degli apostoli della "morte del comunismo", le frazioni di destra della borghesia hanno riscaldato questo piatto con l'aiuto servile di alcuni storici, sempre pronti a mettere in evidenza il ruolo "anti-democratico" del Che, il suo ruolo di comandante in capo in quanto responsabile dei tribunali "rivoluzionari" dell’inizio dell'era castrista, blaterando gli uni e gli altri per porsi il problema se queste esecuzioni sono state "eccessive", se c'è stato o non "un bagno di sangue", se c’è stata una giustizia "moderata" o "arbitraria". Per noi, come dicevamo sopra, Guevara ha sostenuto semplicemente bene il suo ruolo necessario per la realizzazione di un nuovo regime tanto borghese e repressivo quanto il precedente. Dall’altro lato, hanno prodotto delle menzogne e delle mezze-verità alla sua gloria. Basta vedere come la Ligue Communiste Révolutionnaire che, con la sua volontà di sostituire il Partito Comunista francese e diventare il primo partito "anticapitalista" della Francia, porta oggi alle stelle "Il Che" e sfrutta la sua immagine "giovane e ribelle”[8].

Caro compagno EK, la realtà è questa: in tutti questi giovani che portano un T-shirt con l'effige del Che, c'è certamente un cuore generoso e sincero, che vuole combattere le ingiustizie e gli orrori di questo mondo. Del resto, se si pubblicizza il Che, è proprio per sterilizzare l'entusiasmo che nutre la passione rivoluzionaria. Ma lo stesso Che è solamente una delle figure della lunga coorte dei dirigenti nazionalisti e stalinisti, forse più affabile degli altri, ma rappresentativa di questa versione tropicale della controrivoluzione stalinista qual è il castrismo.

Malgrado tutte le nostre divergenze, compagno EK, la discussione resta evidentemente aperta… ben oltre questo; ti incoraggiamo calorosamente a continuarla.

Corrente Comunista Internazionale

(Da Révolution Internationale, ottobre 2007)



[1] In effetti, l'impresa coronata da successo del capovolgimento di Batista da parte di Castro e Guevara ha beneficiato dell'appoggio degli Stati Uniti e della benevolenza di una parte della destra che denunciava la corruzione del regime. L'embargo sulle armi deciso dal governo americano contro Cuba ha privato in modo decisivo Batista dei mezzi di lottare contro la guerriglia. È solamente alla fine di alcuni mesi di esercizio del nuovo potere che le relazioni con gli Stati Uniti si sono deteriorate ed è di fronte alla minaccia dell’intervento di questi ultimi che Castro si è affidato al blocco russo.

[2] Celebre citazione del Manifesto comunista del 1848, scritto da Marx ed Engels.

[3] Leggere i nostri articoli su "Ottobre 1917", particolarmente: "Le masse operaie prendono il loro destino in mano", Révue Internationale n. 131, e "Lo stalinismo è il becchino della Rivoluzione russa" Révolution Internationale n. 383.

[4] Organizzazione degli Stati americani, istanza continentale al servizio degli interessi dello "zio Sam" per esercitare il suo controllo sugli altri Stati d’America latina, da cui la Cuba castrista è stata esclusa.

[5] Scritti al momento de "la crisi dei missili", sarà pubblicato solamente nel 1968 da una rivista dell'esercito cubano. Riprodotto nella biografia del Che di Pierre Kalfon.

[6] Nel 1965, forse per mettere in pratica lo slogan "Due, tre, mille Vietnam…", alcune decine di cubani puntano all'Est della Repubblica del Congo (ex-Zaire) per organizzare un "fuoco anti-imperialistico", il tutto patrocinato dai servizi segreti cubani in accordo con l'URSS (forse anche per sbarazzarsi del Che…). Dopo l'inizio, un disastro annunciato: Guevara si ritrova sotto gli ordini politici di una banda di dirigenti congolesi (tra cui Kabila, futuro presidente-dittatore sanguinario dello Zaire negli anni 1990), avventurieri che conducono un elevato tenore di vita grazie ai sussidi sovietici e cinesi. In quanto alla popolazione, supposta ricevere i suoi liberatori a braccia aperte, resta piuttosto sconcertata alla vista di queste persone che venivano da non si sa dove. Era un anticipo di ciò che sarebbe accaduto in Bolivia l’anno seguente. Bisogna notare anche che, sempre per conto dell'imperialismo russo, migliaia di cubani hanno continuato a servire "da istruttori militari" in numerose "guerre di liberazione nazionale" sul suolo africano (Guinea-Bissau, Mozambico, Angola.) fino al crollo dell'URSS e del suo blocco all'inizio degli anni 1990.

[7] Non svilupperemo qui ciò che è il proletariato o la classe operaia, per noi due espressioni equivalenti. Diciamo, tuttavia, che la nostra visione della classe operaia non ha niente a che vedere con la sociologia né con le immagini folcloristiche dell'operaio in tuta blu.

[8] Il leader della LCR, Olivier Besancenot, ha affermato che oggi il suo partito si identifica più al Che che a Trotsky, mentre dalla sua nascita, quest’organizzazione legittimava fraudolentemente la sua appartenenza alla classe operaia rifacendosi innanzitutto a questo grande militante bolscevico.

Marx amava sottolineare le ironie della storia. E una delle più pungenti è constatare che questa nuova propaganda della LCR, che, volendo a ogni costo agire in modo giovanile ed essere alla moda per attirarsi le nuove generazioni della classe operaia, sta rivendicandosi ad un erede dichiarato della cricca stalinista e della sua ideologia, questa stessa cricca che assassinò più di sessant'anni fa un rivoluzionario, veramente autentico, un certo … Leon Trotsky!

Nuovi siti in lingua cinese, turca ed ungherese

Dopo l’apertura dei siti in lingua giapponese, coreana, portoghese e filippina, annunciamo ai nostri lettori l’apertura dei nuovi siti in lingua cinese, turca e ungherese.

Invitiamo i nostri lettori in Cina o di lingua cinese a visitare il nuovo sito in questa lingua. Data l’importanza della Cina per il movimento operaio mondiale, l'apertura di questo sito è un momento importante per tutta la CCI, anche se il momento non abbiamo potuto pubblicare che le nostre posizioni di base. Ci auguriamo di poter pubblicare altri testi ulteriormente.

Ringraziamo il compagno responsabile della traduzione per il suo lavoro.

I siti web in lingua turca e ungherese contengono per il momento la nostra Piattaforma e le nostre Posizioni di Base. Noi desideriamo ringraziare i compagni dei gruppi Enternasyonalist Komünist Sol e di Barikád Kollektíva per le traduzioni che ci hanno permesso di rendere più accessibili le posizioni della sinistra comunista ai nostri lettori in queste lingue.

Vogliamo ugualmente ringraziare i compagni del gruppo Internasyonalismo per aver reso disponibile la traduzione in Filippino della brochure della CCI sulla decadenza del capitalismo (Pagbulusok-pababa ng kapitalismo).

Nuovo opuscolo sulla Rivoluzione di Ottobre 1917 in Russia

Cari compagni, in occasione della ricorrenza del 90° anniversario della Rivoluzione russa la CCI ha preso l’iniziativa di tenere una serie di Riunioni Pubbliche su questo tema. Per favorire la riflessione dei compagni e permettere una discussione ricca e densa di risultati, abbiamo promosso la pubblicazione di una brochure sull’Ottobre 1917 che raccoglie una serie di testi della Rivista Internazionale su questo tema. Il suo sommario è il seguente:

Su questa stessa pagina web troverete, nella voce Opuscoli, questa brochure che, tra l'altro, fornisce materiale utile alla preparazione alla prossima riunione pubblica su questo tema che si terrà in Italia. I compagni interessati troveranno copia della presentazione che sarà fatta alla riunione pubblica come allegato alla pubblicità alla Riunione Pubblica.

Scioperi alla General Motors

I sindacati si confermano nemici del proletariato.

A fine settembre, negli Stati Uniti, il sindacato UAW (United Auto Workers) ha chiamato i 73.000 salariati della General Motors allo sciopero. Un tale movimento non si vedeva in Canada ed in Messico 1988, e, dal 1970 a livello nazionale americano. I media, specializzati nel blackout dei conflitti sociali, questa volta si sono presi la briga di sottolineare questa spettacolare iniziativa sindacale, presentandola come uno dei momenti più illuminanti di difesa dei lavoratori. Qual'è invece la realtà?

Un contesto di crisi e d'attacchi anti-operai

Tutto ci mostra che questo sciopero, sfruttando un autentico sentimento di malcontento e di collera, è stato scatenato per essere strumentalizzato dal sindacato UAW e dalla direzione della General Motors, al fine di portare nuovi attacchi contro gli operai. Mentre il precedente accordo salariale era da poco scaduto, si doveva arrivare alla chiusura di un giro di negoziati, iniziato da mesi, per un nuovo accordo valido per tutto il settore automobilistico, che prevedeva di abbassare i costi della forza lavoro: licenziamenti, riduzione delle pensioni di anzianità ed abbassamento drastico dei salari, forte deterioramento della copertura sanitaria... Alcune misure del nuovo accordo fatte passare con molta discrezione, rivelano le vere intenzioni del sindacato e della direzione della General Motors: "Greg Shotwell, un membro dissidente dell'UAW, ha diffuso sul sito Internet Soldiers of Solidarity, dei brani del progetto dell'accordo UAW-GM contro cui si batte. Così si scopre che l'UAW si è accordata per la chiusura di due fabbriche situate ad Indianapolis ed a Livonia, vicino a Detroit[1]".

Questa pugnalata alla schiena degli operai non ha niente di sorprendente e corrisponde proprio alla pratica dei sindacati. Dal 2005, i "big three", cioè le tre più grandi imprese automobilistiche, Generale Motors, Ford e Chrysler, sono in rosso e registrano perdite che attualmente arrivano a 26 miliardi di dollari. Di fronte ad una crisi economica più acuta, all'aggressività ed alla penetrazione nel mercato di concorrenti asiatici, in particolare la giapponese Toyota, diventa più che urgente per il padronato americano abbassare ulteriormente i costi della forza lavoro in nome della sacrosanta competitività. Tanto più che si profila una nuova recessione all'orizzonte avente per corollario un ulteriore indebolimento di tutto l'edificio industriale. Il momento era dunque cruciale per "rimettere le cose a posto", per mettere sul tavolo un dossier particolarmente "spinoso" con la complicità dei sindacati! È questa necessità impellente che spiega perché in questa industria è stata scatenata una manovra di tale ampiezza sotto la copertura sindacale.

Un manovra per imbrogliare gli operai

Lo sciopero scatenato a fine settembre alla General Motors doveva servire da test, da pallone sonda, per far passare misure di austerità nelle altre due grandi industrie: la Ford e la Chrysler. Test riuscito!Tutto è cominciato con una sorte di "ultimatum" dove un comunicato sindacale si è fatto carico di polarizzare l'attenzione su "la sicurezza dell'impiego". L'ultimatum pretendeva di "fare pressione" su questa sola questione per "accelerare il processo dei negoziati", mentre tutto il resto dell'attacco (il finanziamento delle pensioni, la coperta sanitaria ed i salari) veniva messo accuratamente in secondo piano. Da questo momento la direzione sindacale poteva dare le sue direttive per lanciare lo sciopero ed organizzarne le modalità. La "pressione" sindacale è stata tale che la direzione della General Motors ... ha minacciato di chiudere una decina di stabilimenti e di "decentrarli" in Asia!A questo punto, i media, hanno potuto sottolineare la "posizione delicata del sindacato" che consigliava di "non correre il rischio del decentramento". In nome del "male minore", il sindacato ha potuto quindi sostenere comodamente la posizione de "l'accordo accettato" dai lavoratori (le cui modalità erano previste ed organizzate già da tempo).Approfittando del malcontento degli operai, direzione e sindacato hanno puntato sulla questa questione del decentramento per incastrare i salariati costringendoli ad accettare i sacrifici sulle pensioni, sulla sanità ed un abbassamento del salario orario, in "cambio" di un premio e della creazione di un fondo gestito dal sindacato UAW. Fondo destinato ad assicurare una coperta delle spese di malattia e delle pensioni, che si pretende essere "a basso costo". Avete letto bene: d'ora in poi saranno direttamente i sindacati a gestire l'accesso alle cure mediche e le pensioni dei lavoratori! In altre parole, essi avranno la responsabilità diretta di ridurre il costo delle spese per la sanità e quello delle pensioni d'anzianità!Per l'impresa questo inizio di trasferimento di gestione di fondi (chiamati VEBA) al sindacato UAW, mediante il versamento di una somma iniziale, le permette di ridurre i suoi costi annui di 3 miliardi di dollari. Invece, per i salariati, ciò implica da una parte una maggiore incertezza, essendo già fallita altrove l'esperienza dei VEBA[2], dall'altra, un rialzo delle quote di assicurazione contro le malattie. Allo stesso tempo, questa misura ha permesso di accelerare l'allontanamento anticipato dal lavoro e di reclutare dei giovani a costi ancora minori, con il vero obiettivo di un abbassamento effettivo degli stipendi per tutti. La tariffa oraria della forza lavoro passa così da 25 a 6 dollari. Quale esempio di avanzamento! Ecco la realtà di questo nuovo "accordo collettivo!".Forte della clamorosa vittoria e di una così abile manovra, la borghesia americana non poteva fermarsi un volta trovato una strada così propizia. Una volta collaudata all'inizio d'ottobre, l'operazione è stata riprodotta alla Chrysler dove, grazie ad uno "sciopero lampo di 7 ore", è stato possibile "stappare un accordo" dello stesso tipo.In questo affare gli operai hanno perso tutto. Lungi dall'essere una sinecura, la nuova gestione sindacale coi VEBA sarà sottomessa inesorabilmente agli imperativi del capitalismo in crisi. Ciò che hanno guadagnato gli operai col sindacato, è che bisognerà pagare di più per avere meno garanzie! Nei fatti l'accordo ratifica la politica di ristrutturazione iniziata con le soppressioni di posti di lavoro: Chrysler ha già annunciato che sta per sopprimere 1.500 posti in più del previsto. E non è tutto! L'attacco avrà necessariamente delle ripercussioni sull'insieme degli operai, particolarmente su quelli delle imprese in subappalto. Si tratta quindi di un incoraggiamento per tutta la borghesia a portare attacchi sempre più pesanti, pur sapendo che ci sono dei pericoli, in particolare il pericolo che, oltre alla loro rabbia, si sviluppi tra gli operai una riflessione.Il sindacato UAW è stato lo strumento privilegiato per far passare un attacco violento. Ha saputo creare una cortina di fumo sulle vere intenzioni della borghesia e delle aziende automobilistiche, e si è servito del forte e legittimo malcontento dei salariati per renderlo inoffensivo spingendo quest'ultimi nella trappola di un accordo bidone.WH (11 ottobre 2007)


 


[1] Le Figaro

[2] Si è visto quanto valevano questi VEBA con il loro crollo nel 2005 nell'impresa Caterpillar.

XVII Congresso della CCI. Risoluzione sulla situazione internazionale

Decadenza e decomposizione del capitalismo

 

1. Tra gli elementi che determinano la vita della società capitalistica di oggi uno dei più importanti è il fatto che essa è entrata nella sua fase di decomposizione. Dalla fine degli anni ottanta, la CCI ha dimostrato le cause e le caratteristiche di questa fase di decomposizione. In particolare ha messo in evidenza le seguenti questioni:

a) la fase di decomposizione è parte integrante della decadenza del sistema capitalistico, iniziata con la prima Guerra mondiale (come sottolinearono la maggior parte dei rivoluzionari del tempo). Per questo essa conserva le caratteristiche principali della decadenza, con l’aggiunta di nuovi elementi;

b) essa costituisce la fase finale della decadenza, nella quale oltre a trovare accumulati tutti i segni più catastrofici delle fasi precedenti, possiamo vedere rovinare l’intero edificio sociale;

c) in pratica tutti gli aspetti della società sono affetti da decomposizione, in modo particolare quelli decisivi per la sopravvivenza dell’umanità come le guerre imperialiste e la lotta di classe. In questo senso, intendiamo usare la fase di decomposizione come punto di partenza dal quale esaminare gli aspetti più significativi dell’attuale situazione internazionale: le crisi economiche del sistema capitalistico, i conflitti all’interno della classe dominante, specialmente quelli su terreno imperialista, e infine la lotta tra le classi principali della società: borghesia e proletariato.

2. Paradossalmente, l’economia del capitalismo è l’aspetto della società meno affetto da decomposizione. Questo è fondamentale, perché è proprio la situazione economica che, in ultima istanza, determina gli altri aspetti della vita del capitalismo, incluso quelli che concernono la decomposizione. Il modo di produzione capitalistico, proprio come gli altri modi di produzione precedenti, ha avuto una sua fase ascendente giunta al suo massimo alla fine del XIX secolo, dopo di che è entrato nel suo periodo di decadenza all’inizio del XX. All’origine di questa decadenza sta, come per gli altri sistemi economici, il crescente conflitto tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Concretamente, nel caso del capitalismo, il cui sviluppo è stato condizionato dalla conquista dei mercati extra-capitalisti, la prima Guerra mondiale costituì la prima manifestazione significativa della sua decadenza. Con la fine delle conquiste economiche e coloniali nel mondo da parte degli Stati capitalisti, questi ultimi furono portati a confrontarsi in una disputa per accaparrarsi il mercato gli uni a spese degli altri. Da allora, il capitalismo è entrato in un nuovo periodo della sua storia, definito dall’Internazionale Comunista nel 1919 come epoca di guerre e rivoluzioni. Il fallimento dell’ondata rivoluzionaria scoppiata durante la prima guerra mondiale generò le crescenti convulsioni della società capitalistica: la grande depressione degli anni ’30 e le sue conseguenze, una seconda guerra mondiale ancor più sanguinaria e barbara della prima. Il periodo che seguì, descritto da alcuni “esperti” borghesi come i “gloriosi anni trenta”, videro il capitalismo alle prese con l’illusione di sopravvivere alle sue contraddizioni mortali, una illusione ancora cullata da alcune correnti che si dicono a favore della rivoluzione comunista. In realtà, questo periodo di prosperità, permesso dalla congiunzione di elementi circostanziali e dallo sviluppo di misure per dissimulare gli effetti delle crisi economiche, finì ancora una volta nelle crisi aperte del modo di produzione capitalista della fine degli anni ’60, che crebbero vigorosamente a metà dei ’70. Queste crisi aperte del modo di produzione capitalistica aprirono ancora una volta il varco all’alternativa già annunciata dall’Internazionale Comunista: la guerra mondiale, o lo sviluppo delle lotte operaie dirette verso l’abbattimento del capitalismo. La guerra mondiale, contrariamente a quanto possano pensare alcuni gruppi della sinistra comunista, in nessun caso rappresenta una “soluzione” alle crisi del capitalismo, incapace di rigenerarsi e riavviare una crescita dinamica. Questo è il circolo vizioso del sistema: inasprimento delle tensioni tra settori nazionali del capitalismo, che danno vita ad una crescita senza freni del livello militare, che infine sfocia nella guerra mondiale. In effetti, come conseguenza dell’aggravamento delle convulsioni economiche del capitalismo, ci fu un netto acuirsi delle tensioni imperialiste agli inizi degli anni ’70, ma che comunque non era possibile culminassero in una guerra mondiale. Il motivo è la rinascita della lotta di classe dal 1968 in poi, come reazione ai primi effetti della crisi. Allo stesso tempo, la classe operaia, anche se fu capace di bloccare l’unica prospettiva possibile della borghesia (se è possibile chiamarla “prospettiva”), e nonostante un livello di combattività che non si vedeva da decenni, non fu capace di affermare la propria prospettiva, la rivoluzione comunista. Fu proprio questa situazione, in cui nessuna delle due classi decisive nella vita della società era in grado di imporre la propria prospettiva, una situazione in cui la classe dominante si è ridotta a vivere alla giornata, a segnare l’inizio dell’entrata del capitalismo nella sua fase di decomposizione.

3. Una delle manifestazioni maggiori di questa assenza di prospettiva storica è lo sviluppo dell’”ognuno per sé”, che affligge la società a tutti i livelli, dagli individui allo Stato. Comunque, a livello della vita economica del capitalismo, non possiamo riscontrare un cambiamento considerevole con l’ingresso nella fase di decomposizione. Infatti, l’“ognuno per sé” e la “guerra di tutti contro tutti” sono caratteristiche congenite del modo di produzione capitalista. Sin dall’inizio del suo periodo di decadenza, il capitalismo ha dovuto temperare queste sue caratteristiche attraverso il massiccio intervento dello Stato nell’economia, mezzo usato durante la prima Guerra mondiale e riattivato negli anni ’30, in particolare attraverso il fascismo e le politiche keynesiane. L’intervento da parte dello Stato fu completato, nel corso della seconda guerra mondiale, dalla messa a punto di organismi internazionali come il FMI, la Banca Mondiale e l’OCSE, e infine la Comunità Economica Europea (antenata dell’Unione Europea) al fine di prevenire le contraddizioni del sistema economico che lo guidavano verso il disastro generale, come fu col Giovedì Nero del 1929. Oggi, a dispetto di tutti i discorsi sul liberalismo e il libero mercato, gli Stati non hanno rinunciato ad intervenire nelle economie dei rispettivi paesi, o ad usare strutture atte a prolungare per quanto possibile le relazioni tra essi, o a crearne di nuove come il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio). Tuttavia, nessuna di queste politiche, o di questi organismi, pur avendo messo un freno significativo allo scivolare del capitalismo verso le crisi, è riuscita nell’intento di superare le contraddizioni, a dispetto di tutti i sermoni sul livello di crescita “storico” dell’economia mondiale e sulle performance straordinarie dei giganti asiatici, l’India e soprattutto la Cina.

Crisi economica: una lunga scivolata nel debito

4. La base del livello dei tassi di crescita del PIL globale dei recenti anni, che ha provocato l’euforia della borghesia e dei suoi insulsi intellettuali, non è proprio nuova. E’ la stessa che ha permesso di assicurare che la saturazione del mercato, alla radice della crisi aperta alla fine degli anni ’60, non soffocasse l’economia mondiale. Ma i tassi di crescita vanno sommati come debito crescente. Allo stato attuale, la “locomotiva” principale della crescita economica mondiale è costituita dalla massa di debiti dell’economia americana, sia a livello di bilancio statale che a livello commerciale. Proprio in questi giorni la minaccia del boom edilizio negli USA, che è stato propulsivo per l’economia sollevandola dal pericolo di un catastrofico fallimento bancario, ha causato un considerevole allarme tra gli economisti. Questo allarme è stato causato dalla prospettiva di un altro fallimento che ha colpito i cosiddetti "hedge funds" (fondi spazzatura) a seguito del collasso di Amaranth nell’Ottobre 2006. La minaccia è abbastanza seria perché questi organismi, la cui ragione di esistere è trarre grossi profitti a breve termine dalla variazione dei tassi di scambio e del prezzo delle materie prime, sono ormai parte integrante del sistema finanziario internazionale. Infatti, sono le più “serie” istituzioni finanziarie che hanno messo una parte del proprio assetto in questi fondi speculativi. Inoltre, le somme investite in questi organismi sono considerevoli, pari al PIL annuale di un paese come la Francia; e agiscono come una leva per ancor più considerevoli movimenti di capitale (prossimi a 700.000 miliardi di dollari nel 2002, cioè 20 volte superiore alle transazioni dei beni e dei servizi, i prodotti “reali”). E niente di tutto ciò sarà cambiato dalle lamentele degli alter-mondialisti o dai critici della finanziarizzazione dell’economia. Queste correnti politiche vorrebbero vedere un capitalismo più pulito e giusto che rinunci alla speculazione. In realtà, la speculazione non è soltanto il prodotto di un “cattivo” tipo di capitalismo che ha dimenticato le proprie responsabilità di investire in settori realmente produttivi. Come Marx già dimostrava nel XIX secolo, la speculazione è il risultato del fatto che, quando si affaccia una prospettiva di scarsità o insufficienza di sbocchi per gli investimenti produttivi, i detentori di capitale preferiscono cercare profitti a breve termine in una enorme lotteria, un casinò planetario, proprio come quello in cui oggi è stato trasformato il capitalismo. Volere che oggi il capitalismo rinunci alla speculazione è realistico come una tigre vegetariana o un dragone che non sputa fiamme.

5. Gli eccezionali tassi di crescita osservabili in paesi come India e Cina non provano assolutamente la presenza di nuova linfa nell’economia mondiale, anche se hanno contribuito considerevolmente agli alti tassi di crescita dell’ultimo periodo. Alla base dei tassi di crescita eccezionali c’è, paradossalmente, ancora una volta la crisi del capitalismo. La crescita deve la sua dinamica essenzialmente a due fattori: l’esportazione e l’investimento di capitali provenienti da paesi più sviluppati. Se le reti commerciali sono più inclini alla distribuzione dei beni made in China è perché possono venderli a prezzi molto più bassi, cosa che è diventata una assoluta necessità data la crescente saturazione dei mercati e la oltremodo esacerbata competizione commerciale; allo stesso tempo, questo processo abbassa i costi della forza lavoro nei paesi più sviluppati. La stessa logica è riscontrabile nel fenomeno della ”delocalizzazione” (outsourcing), il trasferimento delle attività industriali di grandi imprese verso i paesi del terzo mondo, dove la forza lavoro è incomparabilmente più economica che nei paesi sviluppati. Va ancora notato che l’economia cinese, beneficiaria della delocalizzazione nel proprio territorio, tende a sua volta a fare lo stesso verso i paesi dove i salari sono ancora più bassi, come in Africa.

6. Dietro la “crescita a due cifre” della Cina, specialmente per l’industria, vi è un sfruttamento forsennato della classe operaia che spesso sopravvive in condizioni analoghe a quelle della classe operaia inglese della prima metà del XIX secolo, come Engels ha denunciato nel suo notevole lavoro del 1844. In sé e per sé questo non è un segno della bancarotta del capitalismo perché era sulla base di quel barbaro sfruttamento che questo sistema si lanciava alla conquista del globo. Detto questo, ci sono differenze fondamentali tra lo sviluppo del capitalismo e le condizioni della classe operaia nei primi paesi capitalisti e nella Cina di oggi:

  • innanzitutto, la crescita del numero dei lavoratori dell’industria in un dato paese non corrispose alla riduzione del numero negli altri: i settori industriali di Inghilterra, Francia, Germania o USA si svilupparono parallelamente. Allo stesso tempo, grazie alla resistenza delle lotte del proletariato, le condizioni di vita dei lavoratori subirono un progressivo sviluppo per tutta la seconda metà del diciannovesimo secolo.
  • Nel caso della Cina odierna, la crescita dell’industria (come negli altri paesi del terzo mondo) va a danno di quei settori industriali dei vecchi paesi capitalisti che tendono gradualmente a scomparire. Allo stesso tempo, l’outsourcing è un modo per sferrare un attacco puro e semplice alla classe operaia di questi paesi. Questo tipo di attacco è iniziato prima dell’outsourcing ed è diventato una pratica comune, ma ha consentito che esso si intensificasse maggiormente, attraverso la disoccupazione, la precarietà, l’impoverimento culturale e l’abbassamento delle condizioni di vita. E nelle regioni industriali della Cina, dove si concentrano milioni di lavoratori, l’unica prospettiva futura è il patimento di un feroce sfruttamento della forza lavoro e una crescente pauperizzazione.

Quindi, lungi dal rappresentare un soffio di aria buona per l’economia capitalista, il “miracolo” in Cina e in alcuni paesi del terzo mondo è solo una rappresentazione della decadenza del capitalismo. Inoltre, la totale dipendenza dell’economia cinese verso le esportazioni è fonte di una considerevole vulnerabilità ad ogni calo della domanda degli attuali clienti. Cosa che potrebbe verificarsi duramente dato che l’economia americana è obbligata a fare fronte ai colossali debiti, che attualmente gli permettono di giocare il ruolo di locomotiva per la domanda mondiale. Quindi, proprio come il miracolo delle crescite a due cifre delle tigri e dragoni asiatici del 1997 giunse ad una spiacevole fine, l’attuale miracolo cinese, anche se non ha le stesse origini ed ha margini di gran lunga maggiori a propria disposizione, dovrà presto o tardi confrontarsi con l’impasse storica del modo di produzione capitalistico.

Aggravamento del caos e delle tensioni imperialiste

7. La vita economica della società borghese non trova scampo dalle leggi della decadenza capitalista, e per diverse ragioni: è a questo livello che la decadenza si manifesta prima e soprattutto. Tuttavia, per le stesse ragioni, le maggiori espressioni della decomposizione hanno fino ad ora risparmiato la sfera economica. La stessa cosa non si può dire per la sfera politica della società capitalistica, e in particolare per l’area degli antagonismi tra i settori della classe dominante e soprattutto l’area degli antagonismi imperialisti. Infatti, la prima grande espressione dell’ingresso del capitalismo nella fase di decomposizione concerne precisamente l’area dei conflitti imperialisti: il collasso del blocco imperialista dell’est alla fine degli anni ’80, che portò rapidamente anche alla sparizione del blocco occidentale.

E’ a livello delle relazioni politiche diplomatiche e militari degli Stati che vediamo chiaramente il fenomeno dell’”ognuno per sé”, caratteristica importante della fase di decomposizione. Il sistema dei blocchi portava con sé il pericolo di una terza Guerra mondiale, che senza dubbio avrebbe avuto luogo se il proletariato mondiale non avesse rappresentato un ostacolo sin dalla fine degli anni sessanta. Ciononostante esso rappresentava una certa “organizzazione” delle tensioni imperialiste, principalmente attraverso la disciplina imposta all’interno dei blocchi dalla potenza dominante. La situazione che si impose nel 1989 è leggermente diversa. Certamente, lo spettro di una Guerra mondiale non ha ossessionato ulteriormente il pianeta, ma allo stesso tempo, abbiamo visto il liberarsi degli antagonismi imperialisti e delle guerre locali in cui sono implicate direttamente le grandi potenze, in particolare la più potente, gli USA.

Gli USA, che per decenni sono stati i “gendarmi del mondo”, hanno dovuto tentare di proseguire e rinvigorire questo ruolo a seguito del “nuovo disordine mondiale” che è fuoriuscito dalla fine della Guerra Fredda. Ma nonostante abbiano certamente assunto questo ruolo sulla Terra, essi non l’hanno fatto per puntare a contribuire alla stabilità del pianeta, ma per conservare fondamentalmente la loro leadership mondiale, messa in questione più volte dal fatto che non esisteva più il cemento che manteneva insieme i due blocchi imperialisti – la minaccia del blocco rivale.

Con la definitiva scomparsa della “minaccia Sovietica”, il solo modo con cui la potenza americana poteva imporre la propria disciplina era di contare sulla propria forza, l’enorme superiorità a livello militare. Ma facendo ciò, la politica militare degli USA è diventata uno dei principali fattori dell’instabilità mondiale. Ne abbiamo diversi esempi dagli inizi degli anni ’90: la prima guerra del Golfo, nel 1991, con cui si tentò di riannodare i legami logori che tenevano gli ex alleati del blocco occidentale (e non per obbligare a rispettare le leggi internazionali, ritenute non rispettate dall’invasione dell’Iraq del Kuwait, che fu in effetti un pretesto). Poco tempo dopo, in Iugoslavia, l’unità tra i vecchi alleati del blocco occidentale andava in pezzi: la Germania dà fuoco alla miccia spingendo la Slovenia e la Croazia a dichiarare la loro indipendenza; la Francia e l’Inghilterra ritornavano all’Entente Cordiale degli inizi del XX secolo sostenendo gli interessi imperialisti della Serbia mentre gli stessi Usa si presentavano come guardiani dei musulmani bosniaci.

8. Il fallimento della borghesia Americana, durante gli anni ’90, nell’ imporre la propria autorità in ogni direzione, anche grazie ad una serie di operazioni militari, la condusse a cercare un nuovo nemico del “mondo libero” e della “democrazia”, così da riuscire ancora una volta ad allineare le potenze mondiali e specialmente i vecchi alleati: il terrorismo islamico. Gli attacchi dell’11 settembre, che sembra sempre di più (anche a più di un terzo della popolazione USA e a tà dei cittadini di New York) che fossero voluti se non effettivamente preparati dall’apparato statale americano, sono stati il punto di partenza per questa nuova crociata. Cinque anni dopo questa politica si è dimostrata fallimentare. Se gli attacchi dell’11 settembre permisero agli USA di trascinare nell’intervento in Afghanistan paesi come Francia e Germania, questo non gli riuscì nell’avventura irachena del 2003; provocò addirittura la nascita di una alleanza di circostanza contro l’intervento in Iraq tra questi due paesi e la Russia. Ed infine, alcuni tra i maggiori alleati della “coalizione” intervenuta in Iraq, come Spagna e Italia, hanno abbandonato la nave che affondava. La borghesia americana ha fallito ognuno degli obiettivi preposti per la guerra in Iraq: l’eliminazione delle armi di distruzione di massa, l’instaurazione di una democrazia pacifica; la stabilità e un ritorno alla pace nella regione sotto l’egida dell’America; la sconfitta del terrorismo; l’adesione della popolazione americana agli interventi militari del nuovo governo.

La questione delle armi di distruzione di massa fu subito sistemata: divenne chiaro che le uniche armi del genere in Iraq erano quelle portate dalla coalizione. Questo dimostrò rapidamente le menzogne architettate dalla amministrazione Bush per invadere l’Iraq.

Per quanto riguarda la battaglia contro il terrorismo, è chiaro che con l’invasione dell’ Iraq non si è andati nella giusta direzione ma al contrario si sono ottenuti effetti contrari, sia in Iraq che negli altri paesi, come abbiamo visto a Madrid nel marzo 2004 e a Londra nel luglio 2005.

L’instaurazione di una democrazia pacifica in Iraq prese la forma della nascita di un governo fantoccio che non avrebbe potuto mantenere il minimo controllo su paese senza il massiccio supporto delle truppe americane – un controllo in ogni caso limitato a poche “zone di sicurezza”, lasciando il resto del paese esposto al massacro tra sciiti e sunniti e agli attacchi terroristici che hanno causato decine di migliaia di vittime dalla caduta di Saddam Hussein.

Pace e stabilità nel Medio Oriente non sono mai sembrate così lontane: nei 50 anni di conflitto tra Israele e Palestina, gli ultimi 5 anni hanno visto un continuo aggravamento della situazione, fattasi ancora più drammatica con gli attriti tra Hamas e Fatah e dal discredito crescente del governo israeliano. La perdita di autorità nella regione da parte del gigante USA, a seguito della disastrosa disfatta in Iraq, chiaramente non è estranea a questa caduta e al fallimento del “processo di pace” di cui era il maggior sostenitore.

La perdita di autorità è anche responsabile delle crescenti difficoltà delle forze NATO in Afghanistan e della perdita di controllo del governo Karzai nel paese di fronte ai Talebani.

Inoltre, la crescente sfrontatezza dell’Iran nei suoi preparativi per costruire armi nucleari è una diretta conseguenza dell’impantanamento degli Stati Uniti nelle sabbie mobili dell’Iraq, che per il momento impediscono un simile massiccio uso di truppe altrove.

Infine, l’intento della borghesia americana di seppellire una volta per tutte “la sindrome del Vietnam”, cioè la reticenza della popolazione americana a supportare le proprie truppe inviate sui campi di battaglia, ha avuto l’effetto opposto. Sebbene, in un periodo iniziale l’emozione provocata dagli attacchi dell’11 settembre ha reso possibile un forte sentimento nazionalista all’interno della popolazione, promuovendo il desiderio di unità nazionale e la determinazione a dichiarare la “guerra al terrore”, negli anni recenti si è manifestata con forza la reazione alla guerra e l’opposizione all’invio di truppe USA lontano da casa.

La borghesia statunitense oggi in Iraq si trova di fronte ad un vero vicolo cieco. Da una parte, sia dal punto di vista strettamente militare che da quello economico e politico, non ha i mezzi per reclutare una forza che eventualmente potrebbe permettere di “ristabilire l’ordine”. Dall’altra, non può ritirarsi semplicemente dall’Iraq senza ammettere apertamente il totale fallimento della propria politica, aprendo così le porte alla disgregazione dell’Iraq e alla totale destabilizzazione della regione.

9. Perciò il bilancio del mandato di Bush junior è di certo uno dei più disastrosi della storia USA. L’ascesa dei Neocon alla testa dello Stato rappresenta una vera catastrofe per la borghesia americana. La questione posta è la seguente: come è possibile che la borghesia leader del mondo faccia appello a questa banda di irresponsabili e avventurieri incompetenti per prendere in carico la difesa dei propri interessi? Cosa c’è dietro questa cecità della classe dominante del paese dal capitalismo più avanzato? Nei fatti, l’arrivo del gruppo di Cheney, Rumsfeld e Co. alle redini dello stato non è stato semplicemente il risultato di un monumentale errore nel casting da parte della classe dominante. Mentre ha considerevolmente peggiorato la situazione degli Stati Uniti a livello imperialista, ha anche rappresentato l’espressione dell’impotenza degli Usa rispetto al crescente indebolimento della sua leadership e più in generale di fronte allo sviluppo dell’”ognuno per sé” nelle relazioni internazionali che caratterizza la fase di decomposizione.

La migliore prova di questo fatto è che la borghesia più intelligente e abile del mondo si è fatta trascinare in questa avventura suicida in Iraq. Un altro esempio della inclinazione per scelte imperialiste catastrofiche da parte dei borghesi più efficienti, che fino ad ora erano riusciti ad usare con maestria la propria potenza militare, è visibile a scala minore nell’avventura catastrofica di Israele in Libano nell’estate del 2006, un’offensiva condotta col lasciapassare degli “strateghi” di Washington. Questa mirava ad indebolire Hezbollah ed ha avuto come risultato il suo rafforzamento.

La distruzione accelerata dell’ambiente

10. Il caos militare che si sviluppa nel mondo, che spinge vaste regioni in una malsana desolazione, in modo notevole nel Medio Oriente ma soprattutto in Africa, non è la sola manifestazione del vicolo cieco storico raggiunto dal capitalismo, e neanche la più pericolosa per la specie umana. Oggi appare chiaro che il perdurare del capitalismo porta con sé la minaccia della distruzione dell’ambiente che rende possibile la vita umana. Le continue emissioni di gas serra al livello attuale, col risultato del surriscaldamento del pianeta, annunciano l’arrivo di catastrofi senza precedenti (ondate di caldo, uragani, desertificazione, alluvioni…) con la conseguenza di una sfilza di terrificanti disastri umani (carestie, migrazioni di centinaia di milioni di esseri umani, sovrappopolazione nelle aree meno afflitte dai cambiamenti climatici…). Rispetto ai primi effetti visibili del degrado ambientale, i governi e i circoli dirigenti della borghesia non possono a lungo nascondere alla popolazione mondiale la gravità della situazione e il futuro catastrofico che si annuncia. D’ora in avanti, le borghesie più potenti e tutti i partiti politici si vestono di bianco promettendo di prendere le misure necessarie per salvare l’umanità dal disastro incombente. Ma con la distruzione delle risorse è come col problema della guerra: tutti i settori della borghesia dichiarano di essere contro la guerra, ma da quando il sistema è entrato nella fase di decadenza questa classe è stata incapace di garantire la pace. E questo non ha niente a che vedere con le buone o le cattive intenzioni (anche se si possono trovare i più sordidi interessi dietro quei settori che spingono fortemente per la guerra). Anche i leader borghesi più “pacifisti” non possono sfuggire alla logica oggettiva che metterà a repentaglio tutte le loro pretese “umaniste” e “razionali”. Allo stesso modo, le buone intenzioni frequentemente sventolate dai leader della borghesia che hanno a cuore la protezione dell’ambiente, anche quando non sono soltanto dirette alla vittoria elettorale, contano poco contro le costrizioni dell’economia capitalistica. In effetti affrontare il problema dell’emissione di gas serra richiede un migliore struttura della produzione industriale, della produzione energetica , dei trasporti, della casa, quindi un massiccio e prioritario investimento in questi settori. Ciò significherebbe mettere nella questione maggiori interessi economici, sia a livello della grande impresa che statale. Concretamente, se uno Stato mettesse mano alle misure necessarie a contribuire effettivamente a risolvere il problema, sarebbe immediatamente punito con crudeltà dalla competizione del mercato mondiale. Quando si tratta di decidere come gli Stati dovrebbero combattere il riscaldamento globale, si ha lo stesso problema che ogni borghesia affronta rispetto agli aumenti salariali. Sono tutti per prendere le giuste disposizioni… purché siano gli altri a prenderle. Finchè il modo di produzione capitalista sopravvive, l’umanità è condannata a subire catastrofi crescenti che questo sistema in disgregazione impone, minacciando la sua stessa sopravvivenza.

Perciò, come la CCI mostra da 15 anni, la decomposizione del capitalismo porta con sè serie minacce per l’esistenza umana. L’alternativa annunciata da Engels alla fine del XIX secolo, socialismo o barbarie, è stata una sinistra verità per tutto il XX secolo. Cosa ci offre il XXI secolo come prospettiva è abbastanza semplice: socialismo o distruzione dell’umanità. Questa è la vera posta in gioco cui è confrontata l’unica forza sociale in grado di sovvertire il capitalismo, la classe operaia mondiale.

La continuazione della lotta di classe e la maturazione della coscienza

11. Il proletariato, come abbiamo visto, si è già trovato di fronte a questa posta in gioco per alcuni decenni, sin dalla storica ripresa dopo il 1968 che mise fine alla più profonda contro-rivoluzione delle storia, e che impedì al capitalismo di mettere in atto la propria risposta alla aperta crisi economica: la Guerra mondiale. Per due decenni si susseguirono le lotte dei lavoratori, con alti e bassi, con conquiste e perdite, che permisero ai lavoratori di acquisire una grande esperienza di lotta, in particolare sul ruolo di sabotaggio dei sindacati. Allo stesso tempo, la classe operaia fu soggetta sempre più al peso della decomposizione, come si nota in particolare nella reazione al sindacalismo classico che scade nel corporativismo, come è testimoniato dal peso dello spirito dell’ognuno per sè all’interno delle lotte. Fu infine la decomposizione del capitalismo a dare il colpo di grazia alla prima serie di lotte proletarie con la più spettacolare manifestazione possibile, il collasso del blocco dell’est e del regime stalinista nel 1989. Le assordanti campagne della borghesia sul “fallimento del comunismo”, la “vittoria definitiva del capitalismo liberale e democratico”, la “fine della lotta di classe” e della classe operaia stessa, portò ad un importante arretramento del proletariato, sia a livello della coscienza che della combattività. Questo arretramento fu profondo è durò più di dieci anni segnando un’intera generazione di lavoratori che si trovarono disgregati e demoralizzati. Questo disgregamento fu provocato non solo dagli eventi che avvennero alla fine degli anni ottanta, ma anche da quelli che ne conseguirono, come la guerra del Golfo nel 1991 e la guerra nella ex Jugoslavia. Questi eventi costituirono una stridente refutazione delle parole di George Bush senior, che aveva annunciato che con la fine della Guerra Fredda si entrava in un “nuovo ordine” di pace e prosperità; ma nel contesto generale di disorientamento della classe, quest’ultima non fu in grado di riacquistare la propria coscienza di classe. Al contrario, questi eventi aggravarono il senso profondo di impotenza di cui già soffriva, erodendo ulteriormente la propria fiducia in se stessa e lo spirito di lotta.

Nel corso degli anni novanta la classe operaia non ha rinunciato completamente alla lotta. I continui attacchi capitalisti obbligavano a resistere con lotte salariali, ma queste lotte non avevano né la portata, né la coscienza e neanche la capacità di confronto con i sindacati che avevano segnato le lotte del precedente periodo. Fu così fino al 2003, quando, con grandi mobilitazioni contro gli attacchi alle pensioni in Francia ed Austria, il proletariato cominciò realmente ad uscir fuori dal riflusso iniziato nel 1989. Da allora, questa tendenza al ritorno delle lotte di classe e allo sviluppo della coscienza di classe è stata ulteriormente verificata. Le lotte operaie hanno riguardato molti paesi centrali, inclusi quelli più importanti come gli Usa (Boeing e trasporti di New York nel 2005) la Germania (Daimler e Opel nel 2004, medici ospedalieri nella primavera del 2006, Deutche Telekom nella primavera del 2007), l’Inghilterra (aeroporti di Londra nell’agosto 2005), la Francia (il notevole movimento degli studenti universitari contro il CPE nella primavera 2006), in Bangldesh (i lavoratori tessili nella primavera del 2006) e l’Egitto (tessile, trasporti ed altri settori del lavoro nella primavera del 2007).

12. Engels scrisse che la classe operaia conduce le proprie lotte su tre livelli: economico, politico e teorico. Per comparare le differenze a questi tre livelli tra l’ondata di lotte iniziate nel 1968 e quelle nel 2003 bisogna tracciare la prospettiva posta da queste ultime.

L’ondata di lotte del 1968 ebbe una considerevole importanza politica: in particolare, esse rappresentano la fine del periodo di controrivoluzione. Allo stesso tempo, hanno dato impulso alla riapparizione della corrente della sinistra comunista, di cui la formazione della CCI nel 1975 fu una delle espressioni più importanti. Le lotte del Maggio francese nel 1968, l’”autunno caldo” in Italia nel 1969, per le preoccupazioni politiche espresse, diedero vita all’idea che si andava verso una politicizzazione significativa della lotta operaia internazionale durante le lotte che seguirono. Ma questo potenziale non fu realizzato. L’identità di classe sorta all’interno del proletariato nel corso di quelle lotte fu più una categoria economica che una forza politica all’interno della società. In particolare, il fatto che con le proprie lotte si impedì alla borghesia di avviarsi verso la terza guerra mondiale passò completamente inosservato dalla classe (inclusi la maggior parte dei gruppi rivoluzionari). Allo stesso tempo, l’emergere dello sciopero di massa in Polonia nel 1980, che fino ad ora rappresenta la più alta espressione (dalla fine del periodo rivoluzionario seguito alla prima guerra mondiale) delle capacità organizzative del proletariato, dimostrò una considerevole debolezza politica. L’unica “politicizzazione” che fu possibile realizzare fu l’aderenza ai temi democratici borghesi nonché al nazionalismo.

Queste situazioni trovano le proprie ragioni in una serie di fattori che la CCI ha già analizzato:

  • il lento ritmo della crisi economica che, al contrario della Guerra imperialista che ha scatenato la prima ondata rivoluzionaria, non rivela immediatamente la bancarotta del sistema, perciò rende fertile il terreno per l’illusione della capacità del sistema in grado di garantire standard decenti di vita alla classe operaia;
  • la diffidenza nelle organizzazioni politiche rivoluzionarie, risultato della drammatica esperienza dello Stalinismo (che tra i lavoratori del blocco russo prese la forma di una profonda illusione nei benefici della democrazia borghese “tradizionale”);
  • il peso della rottura organica tra le organizzazioni rivoluzionarie del passato e quelle di oggi, che divide le organizzazioni rivoluzionarie dalla loro classe.

13. La situazione in cui si sviluppa oggi la nuova ondata di lotta di classe è molto differente:

  • quasi quattro decenni di crisi aperte e di attacchi alle condizioni di vita della classe operaia incrementano notevolmente la disoccupazione e il lavoro precario, spazzando via l’illusione che “domani sarà un giorno migliore”: le generazioni più vecchie di lavoratori come quelle nuove hanno molta più coscienza del fatto che “domani sarà sempre peggio”;
  • più in generale, la permanenza dei conflitti militari, che assumono sempre più delle forme barbariche, nonché la minaccia tangibile della distruzione ambientale, sta facendo sorgere il sentimento, ancora confuso e nascosto, che c’è il bisogno di attuare cambiamenti profondi nella società: la riapparizione del movimento “anti-capitalista” e del suo slogan “un altro mondo è possibile” è una sorta di anticorpo segreto della borghesia per deviare questo sentimento;
  • il trauma creato dallo Stalinismo, e le campagne che hanno seguito il collasso due decenni fa, sono svanite col tempo: le nuove generazioni di proletari che si avvicinano oggi alla vita lavorativa e, potenzialmente, alla lotta di classe, erano solo bambini quando fu lanciata l’enorme campagna sulla morte del comunismo.

Queste condizioni comportano una serie di differenze tra la presente ondata di lotte e quelle terminate nel 1989.

Così, anche se rappresentano una risposta agli attacchi economici per molti versi molto più forti e generalizzati di quelli che hanno provocato la spettacolare e massiccia insorgenza della prima ondata, le attuali lotte non hanno raggiunto, almeno nei paesi centrali del capitalismo, lo stesso carattere di massa. Alla base di questo abbiamo essenzialmente due motivi:

  • la ripresa storica del proletariato alla fine degli anni ’60 aveva sorpreso la borghesia, ma oggi non è così, essa sta prendendo una serie di misure per anticipare le mosse della classe e limitarne l’estensione, in particolare attraverso l’uso sistematico di nuovi black-out;
  • l’uso dell’ arma dello sciopero oggi è molto più difficile per il peso della disoccupazione che agisce come base per il ricatto ai lavoratori, e perché questi ultimi sono molto più consapevoli che la borghesia ha rapidamente ridotto i margini di manovra per soddisfare la loro richieste.

Comunque, quest’ultimo aspetto della situazione non è il solo fattore che frena i lavoratori dall’intraprendere lotte massicce. Questo richiede anche la possibilità di un profondo sviluppo della coscienza sulla bancarotta definitiva del capitalismo, che è un presupposto per capire che bisogna abbatterlo. In un certo senso, anche se in modo molto confuso, è la mole dell’obiettivo della lotta di classe, che non è niente di meno che la rivoluzione comunista, che frena la classe operaia a intraprendere le lotte.

Perciò, anche se le lotte economiche della classe sono per il momento meno massicce che durante la prima ondata, contengono implicitamente una dimensione politica molto più importante. E questa dimensione politica ha già assunto una sua forma esplicita, come dimostrato dal fatto che sono pervase molto di più da una dimensione di solidarietà. Questo è di vitale importanza perché costituisce per eccellenza l’antidoto all’”ognuno per sé”, atteggiamento caratteristico della decomposizione sociale, e soprattutto è al cuore della capacità del proletariato mondiale non solo di sviluppare le lotte presenti ma soprattutto di abbattere il capitalismo:

  • gli operai della Daimler di Brema scendono spontaneamente allo sciopero in risposta ai ricatti fatti dai padroni della Daimler ai lavoratori della branca di Stoccarda del gruppo;
  • sciopero di solidarietà da parte degli addetti ai bagagli dell’aeroporto di Londra contro i licenziamenti dei lavoratori della ristorazione, nonostante la natura illegale dello sciopero;
  • sciopero dei lavoratori dei trasporti a New York in solidarietà con le nuove generazioni, ai quali i padroni cercavano di imporre contratti molto meno favorevoli.

14. Questa questione della solidarietà è stata al cuore del movimento contro il CPE in Francia nella primavera del 2006 che, nonostante coinvolse principalmente gli studenti medi e universitari, si pose su un terreno di classe:

  • solidarietà attiva dagli studenti nelle università in prima fila per supportare i loro compagni nelle altre università;
  • solidarietà verso i figli della classe operaia delle banlieues la cui rivolta disperata nell’autunno precedente ha mostrato la terribile condizione da loro sofferta quotidianamente e l’assenza di ogni prospettiva offerta dal capitale;
  • solidarietà tra generazioni, tra coloro che sarebbero diventati disoccupati o precari e chi già conosceva la situazione del lavoro salariato, tra coloro che si affacciano ora alla lotta di classe e chi già ne aveva esperienza.

15. Questo movimento fu anche esemplare per la capacità della classe di prendersi carico delle proprie lotte attraverso assemblee e comitati di lotta responsabili di fronte a queste (capacità già vista nelle lotte dei metallurgici di Vigo in Spagna nella primavera del 2006, quando un alto numero di fabbriche si sono unite in assemblee giornaliere in strada). Questo fu possibile principalmente per il fatto che i sindacati sono molto deboli in ambiente studentesco e non poterono giocare il ruolo tradizionale di sabotare la lotta, ruolo che continueranno a giocare fino alla rivoluzione. Una controprova del ruolo antioperaio che i sindacati continuano a giocare è il fatto che le lotte di massa che abbiamo visto nascere fino ad oggi hanno colpito principalmente i paesi del terzo mondo, dove i sindacati sono molto deboli (come in Bangladesh) o totalmente identificati allo Stato (come in Egitto).

16. Il movimento contro la CPE, che ha luogo nello stesso paese dove si combatterono le prime e più spettacolari lotte della ripresa proletaria, lo sciopero generale del Maggio 1968, ci fornisce un’altra lezione sulle differenze tra la presente ondata di lotte e quella precedente:

  • nel 1968, il movimento degli studenti e dei lavoratori, benchè si affermarono insieme, e benchè avessero simpatie l’uno per l’altro, esprimevano due differenti realtà dell’entrata del capitalismo in aperta crisi: per gli studenti, una rivolta di intellettuali piccolo borghesi contro la prospettiva di un deterioramento del loro stato sociale; per i lavoratori, una lotta economica contro l’inizio della degradazione degli standards di vita. Nel 2006, il movimento degli studenti fu un movimento della classe operaia, che illustra il fatto che la modifica del tipo di lavoro salariale in un paese come la Francia (la crescita del terziario a spese del settore industriale) non mette in questione la capacità del proletariato in questi paesi di ingaggiare una lotta di classe;
  • nel movimento del 1968 la questione della rivoluzione era discussa tutti i giorni, ma questo principalmente tra gli studenti, e l’idea che essi avevano di questa questione proveniva dall’ideologia borghese: il castrismo di Cuba o il maoismo cinese. Nel movimento del 2006 la questione della rivoluzione era difficilmente presente, ma allo stesso tempo c’era una chiara comprensione del fatto che solo la mobilitazione e l’unità dei lavoratori salariati era in grado di frenare gli attacchi della borghesia.

17. Quest’ultima questione ci fa tornare al terzo aspetto della lotta proletaria citato da Engles: la lotta teorica, lo sviluppo della riflessione all’interno della classe sulle prospettive generali della lotta e sullo sviluppo di elementi e organizzazioni come prodotto e fattori attivi di questo sforzo. Oggi, come nel 1968, la ripresa della lotta di classe è accompagnato da una profonda riflessione, e l’apparizione di nuovi elementi che si avvicinano alle posizioni della sinistra comunista è solo la punta dell’iceberg. In questo senso ci sono notevoli differenze tra il presente processo di riflessione e quello sviluppato nel 1968. La riflessione avviata a quel tempo seguiva le massicce e spettacolari lotte, mentre il processo presente non ha aspettato che la classe operaia conducesse lotte di quella portata prima di innescarsi. Questa è una delle conseguenze della differenza delle condizioni poste di fronte al proletariato in confronto a quelle della fine degli anni ’60.

Una delle caratteristiche dell’ondata di lotte del 1968 è che, a causa della sua portata, ricompariva la possibilità della rivoluzione proletaria, possibilità sparita dalle menti a causa della profondità della controrivoluzione e dell’illusione nella “prosperità” del capitalismo seguita alla seconda Guerra mondiale. Oggi non è la possibilità della rivoluzione che è al centro del processo di riflessione ma, in vista della prospettiva catastrofica che il capitalismo ha in serbo per noi, la sua necessità. Nei fatti questo processo, anche se meno rapido e meno visibile che negli anni ’70, è molto più profondo e non sarà intaccato dai momenti di riflusso nella lotta di classe.

Infatti l’entusiasmo espresso per l’idea di rivoluzione nel 1968 e negli anni seguenti, date le basi che lo avevano determinato, favorì il reclutamento della maggior parte degli elementi che aderirono ai gruppi gauchistes. Solo una minoranza molto piccola di questi elementi, quelli meno segnati dalla ideologia piccolo borghese e dall’immediatismo professato dai movimenti studenteschi, si avvicinarono alle posizioni della sinistra comunista e divennero militanti delle organizzazioni proletarie. Le difficoltà a cui andò incontro il movimento della classe operaia, specialmente a seguito alle differenti controffensive della classe dominante e in un contesto in cui era forte il peso delle illusioni in una possibilità per il capitalismo di migliorare la situazione, favorì un ritorno significativo all’ideologia riformista promossa dai gruppi “radicali” a sinistra dello stalinismo ufficiale, sempre più discreditato. Oggi, a seguito del crollo storico dello stalinismo, le correnti gauchistes tendono sempre più a prendere il posto lasciato vacante da quest’ultimo. La tendenza di queste correnti a voler diventare un partecipante ufficiale delle politiche borghesi tende a provocare una reazione tra i più sinceri militanti che iniziano una ricerca di autentiche posizioni di classe. Per questo motivo, lo sforzo di riflessione all’interno della classe operaia è dimostrato non solo dall’emergere di elementi molto giovani che si rivolgono alla sinistra comunista ma anche da elementi più vecchi che hanno avuto un esperienza all’interno delle organizzazioni dell’estrema sinistra della borghesia. Il fenomeno in sé è molto positivo e porta la promessa che le energie rivoluzionarie, che sorgeranno necessariamente man mano che la classe sviluppa le proprie lotte, non saranno risucchiate e sterilizzate facilmente e allo stesso modo in cui avvenne negli anni ’70, e che si uniranno alle organizzazioni della sinistra comunista in quantità modo molto maggiore.

É responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie, e della CCI in particolare, essere parte attiva del processo di riflessione già avviato in seno alla classe, non solo intervenendo attivamente nelle lotte quando queste iniziano a svilupparsi, ma anche stimolando lo sviluppo di gruppi ed elementi che cercano di unirsi alla lotta.

CCI, Maggio 2007

Corrispondenza: Dove porta il movimento del “Vaffa Day” di Beppe Grillo?

Il largo seguito avuto dal “Vaffa Day” promosso da Beppe Grillo è un’espressione significativa del forte malcontento e della sfiducia crescente verso il mondo della politica che esprime una parte significativa della popolazione ed in particolare quella giovanile, la cui prospettiva appare sempre più nera. Riflettere quindi su cosa esprime questo movimento e quali sono i suoi obiettivi è importante per comprendere se la direzione che questo propone ci permette di incamminarci verso una prospettiva diversa da quella che ci impone questa società oppure no.

Qui di seguito pubblichiamo estratti di un testo inviatoci da un nostro lettore - di cui condividiamo l’impostazione di fondo - che cerca di sviluppare due aspetti centrali del problema: la natura di questo movimento ed i suoi obiettivi di lotta.

Segue un nostro testo dove, ritornando su questi aspetti, cercheremo di sviluppare ulteriormente perché il Vaffa Day non può essere una risposta all’indignazione, alla rabbia ed alla necessità di cambiare questo sistema.

Il testo del compagno

I partiti e i (nuovi) arrivati ed arrivisti

(…) Certo, anch’io avverto un moto istintivo e irrefrenabile di avversione, repulsione, rabbia e disprezzo nei confronti di un sistema pseudopolitico sempre più laido, corrotto ed affarista, nel quale i (presunti) furbetti, impostori e ciarlatani, i peggiori carrieristi e gli arrivisti più cinici e spregiudicati la fanno da padroni assoluti e incontrastati. Per non dire cose peggiori... Comprendo (…) l’ondata di rigetto, di protesta e sdegno popolare, che si è manifestata in modo dilagante in occasione del V-Day (…).

In passato, abbiamo già conosciuto altre manifestazioni e movimenti (ben più vasti e potenti) di rigetto antipartitocratico-antiburocratico (…). Abbiamo assistito ad altri “fenomeni” del genere, quali: (…) il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato a Roma nel 1944 dal commediografo, giornalista e (guarda caso) uomo di spettacolo Guglielmo Giannini; successivamente si affacciarono i Radicali liberi(sti) di Marco Pannella ed Emma Bonino, veri cani da guardia dell’ultraliberismo (…) di stampo anglosassone; molti anni dopo (in)sorse la Lega Nord (…) (di) Umberto Bossi, dei vari Castelli (…), dei Maroni (…).

Insomma, l’elenco è ben nutrito. Tutti i suddetti movimenti, (in)sorti con premesse più o meno analoghe, mossi da ispirazioni e motivazioni abbastanza affini, sono infine approdati al medesimo sbocco finale: inserirsi nell’alveo della (…) Casta partitocratica. Infine, rammento che lo stesso Cavaliere (rossonero) Silvio Berlusconi (…) si presentò in illo tempore con le fattezze del “nuovo che avanza”, quale monumento simbolico dell’Antipolitica. Egli seppe interpretare ed incarnare in modo magistrale il diffuso malcontento popolare diretto contro i partiti, cavalcando abilmente l’onda (…) sentimentale dell’Antipolitica, ergendosi ad emblema e paladino dell’Antisistema e della battaglia antipartitocratica, per poi diventare l’esponente negativo per eccellenza del potere (bi)partitico-istituzionale, (…).

Tuttavia, mi chiedo se tali accostamenti storici possano davvero servire ad inquadrare e comprendere fino in fondo un movimento che per certi versi risulta “inedito”, quantomeno perché generatosi attraverso la rete web (…). Un fenomeno storicamente determinato (e su questo non possono esserci dubbi) dalla grave crisi di consensi e credibilità in cui versa da tempo l’apparato del potere politico (ri)costituitosi in Italia dopo la “bufera” politico-giudiziaria di Tangentopoli che investì i partiti della Prima Repubblica durante la prima metà degli anni '90 (…) il parallelismo che mi pare più logico e scontato (…), indubbiamente corretto dal punto di vista storico-politico, è quello con il “leghismo”, di cui il “grillismo” si configura come il più degno erede, ancorché in una versione inedita di “sinistra”, vale a dire come un revival delle istanze forcaiole e leghiste sorte negli anni ‘80 e ‘90, spostate e proiettate a “sinistra” in quanto adottate da una piazza popolare che è orientata prevalentemente a “sinistra”, vale a dire collocata nell’area della “sinistra scontenta e delusa” dal governo in carica. In tal senso, (…) il “grillismo” si rappresenta come una sorta di “leghismo di sinistra”, ovvero un “leghismo di marca girotondista”. Ma qui vorrei soffermarmi per invitarvi a riflettere meglio su un punto.

Il massiccio movimento di protesta che Grillo è riuscito a radunare e catalizzare attorno a sé, benché possa pretendere di aver ragione, accampando una serie di giuste rivendicazioni e motivazioni contro un (a)ceto politico assolutamente inadempiente, inetto, corrotto, inadeguato ed inefficiente (…) non riesce ad occultare e camuffare la sua vera natura moralista-inquisitoria-poliziesca. Mi spiego meglio facendo un esplicito richiamo a quell’ipotesi di riforma che è diventata il principale cavallo di battaglia del movimento “grillista”. Mi riferisco esattamente al disegno di legge popolare articolato in tre punti per un Parlamento Pulito”.

 I tre punti della proposta sono:

- No ai parlamentari condannati. No ai 25 parlamentari condannati in Parlamento -Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado e in attesa di giudizio finale.

- Due legislature. No ai parlamentari di professione da 20 e 30 anni in Parlamento - Nessun cittadino italiano può essere eletto in parlamento per più di due legislature. La regola è valida retroattivamente.

- Elezione diretta. No ai parlamentari scelti dai segretari di partito - I candidati al parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta.

Ebbene, soffermiamoci a ragionare un po’ sulla condizione (sine qua non) che per fare parte delle liste civiche occorre (oltre a non avere tessere di partito) essere “incensurati”. Questo piccolo, all’apparenza insignificante dettaglio è estremamente rivelatore, è una spia che denuncia la reale natura (reazionaria e poliziesca) del movimento "grillista". Questo è senza dubbio un elemento essenziale che conta molto più del folclore, delle manifestazioni di protesta, delle boutade, delle battute ad effetto e dei "vaffanculo" urlati contro la Casta partitocratica. Nel postulare una norma tanto rigida, il progetto "grillista" esprime e denota non solo un eccessivo timore reverenziale, un deferente e servile ossequio nei confronti dell’azione classista e repressiva della magistratura, bensì tradisce un rigoroso e farisaico perbenismo piccolo-borghese, un legalitarismo e un giustizialismo "giacobino-girotondino” a dir poco inquietante.

Nelle società classiste, la Legge, la Giustizia e il Diritto non sono mai imparziali. La Legge non è affatto "uguale per tutti", anzi. In un ordinamento giuridico-politico ed economico-materiale strutturato sulla divisione sociale del lavoro, incentrato sullo sfruttamento delle mansioni produttive ridotte e costrette in un regime salariale, costruito sull'esistenza e sulla tutela della proprietà privata, le leggi dello Stato non sono mai asettiche e neutrali, ma sono viziate e pregiudicate, dunque corrotte e compromesse, schierate ed applicate a beneficio del più forte, del ricco e del potente di turno, sono il prodotto storicamente determinato dai rapporti di forza e di potere insiti in una data formazione sociale in un dato momento storico. Oggi si può incappare facilmente ed ingiustamente nelle maglie della (in)Giustizia repressiva borghese, per cui si può essere "censurati" per molteplici e diverse ragioni, tra cui i "reati d'opinione", i "delitti" contro la proprietà privata e contro l’ordine costituito. La conseguenza immediata e drammaticamente concreta del disegno di legge proposto dal movimento "grillista" è proprio quella di bollare come "colpevoli", "rei" o "delinquenti", tutte le vittime del sistema carcerario e repressivo della (in)Giustizia di classe, negandogli ogni diritto politico, espellendoli e segregandoli dalla "comunità politica", ossia escludendoli dall'alveo della cittadinanza.

(…) Io credo che il tema della corruzione non appartenga solo e semplicemente alla vita politica italiana, non investa solo la classe politica "digerente" (…) del nostro paese, ma costituisce una questione più ampia e complessa (direi globale) della politica così come viene concepita e praticata negli attuali ordinamenti (…)capitalistici. La corruzione è ormai un tratto costituzionale complessivo e distintivo di tutti gli Stati borghesi, un aspetto organico ed insito negli assetti politico-statali contemporanei. Ridotti ormai a veri e propri comitati d’affari. La corruzione non è una prerogativa esclusiva dei partiti politici italiani, ossia del Parlamento italiano pieno zeppo di inquisiti, di gente spregiudicata e senza scrupoli (…).

Del resto, lo stesso Lenin scrisse quasi un secolo fa "Stato e rivoluzione", (…) in cui Lenin si propose di indagare e conoscere la reale natura dello Stato, partendo da un'analisi scientifica delle forme e dei meccanismi che regolano la "democrazia capitalistico-borghese", intesa e definita come "dittatura di classe della borghesia". (…) una critica radicale volta a spezzare ed abbattere la macchina statale della borghesia imperialista, non solo nella veste della "Repubblica democratico-parlamentare", ma dello Stato capitalistico tout-court. Un apparato statale criticato e rifiutato integralmente, nella sua totalità, quindi da capovolgere e rovesciare, se necessario, anche con metodi violenti. Che non sono certo quelli del "grillismo".

L.G.

Il nostro articolo

Di cosa è espressione il V Day?

Nel testo del compagno si ricorda come nei tempi recenti abbiamo assistito allo sviluppo di vari movimenti che hanno cercato di sopperire alle carenze dell’apparato politico istituzionale attraverso un appello ai “cittadini” a farsi essi stessi interpreti della vita politica italiana. Dal movimento referendario di Mario Segni ai girotondini di Nanni Moretti, passando per le varie liste civiche create intorno a nomi di persone stimate sul piano personale piuttosto che per il loro colore politico, questa sequenza di fenomeni è stata la risposta di volta in volta trovata al “fallimento della politica”, al “disgusto crescente nella gente comune per il mondo della politica”. E, come giustamente sottolinea il compagno, non sono mancate le espressioni di destra dello stesso fenomeno (quello di Berlusconi) o addirittura di avventurieri (come Bossi). Il fenomeno Grillo quindi è solo l’ultima espressione, in ordine di tempo, di un processo in cui, alla decomposizione del quadro politico della borghesia subentra una tendenza “spontanea”, “popolare”, a farsi partito, a mostrare che una maniera alternativa di governare il paese c’è. Ma con Grillo le cose sembrano aver toccato dei livelli particolarmente aspri: è riuscito niente di meno ad organizzare un Vaffa Day con un milione di persone in piazza e 300.000 firme, in cui ha mandato a quel paese tutto e tutti, ricevendo un’audience incredibilmente mediatizzata.

Come è potuto succedere? In effetti neanche l’ampiezza che può assumere un tale fenomeno deve sorprenderci, né dobbiamo pensare che si tratti di una peculiarità tutta nostrana. Nel 1981 il comico Coluche in Francia, svolse un ruolo analogo. Con il suo atteggiamento irriverente verso la politica e la sua contrapposizione a tutti i partiti, ottenne una grande popolarità arrivando a concorrere alle elezioni presidenziali francesi (alle quali secondo i sondaggi dell’epoca sarebbe stato votato da 2 francesi su 10), da cui però finì per ritirarsi a causa delle forti tensioni scatenatesi nell’apparato politico francese, nonché delle minacce personali ricevute. Ma forse ancora più importante, per capire la natura del fenomeno, è il confronto con il movimento dell’“uomo qualunque”, che a ragione viene ricordato dal compagno nel suo testo. Il Fronte dell’Uomo Qualunque acquistò un prestigio e una popolarità inattese, il suo giornale in soli sei mesi raggiunse una tiratura di 850.000 copie e nelle votazioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946 ottenne più di 1.200.000 voti, piazzandosi come quinto partito a livello nazionale. La popolarità di questo finì quando il suo fondatore, Giannini, non poté negare, nel 1947, di dare una mano per la costituzione del terzo governo De Gasperi e per estromettere da questo sia i “socialisti” che i “comunisti”.

Qual è dunque la vera natura di questi fenomeni? I movimenti antipartito, di quelli che insorgono contro la politica dei profittatori e dei corrotti, sono tipici delle fasi di crisi politica della borghesia. Non è un caso che in Italia questi fenomeni si siano presentati, sotto spoglie diverse, soprattutto a partire dalla fase di Tangentopoli, ovvero da quando metà del quadro politico della borghesia, quello che aveva dominato per circa mezzo secolo, era stato praticamente azzerato dalle lotte interne alla borghesia. Non è ugualmente un caso che un fenomeno simile si sia presentato all’indomani della II guerra mondiale con l’Uomo Qualunque, quando le distruzioni della guerra, la caduta del fascismo e l’orgia omicida del partigianesimo, con la coscrizione forzata nel sud Italia e le faide incrociate al nord, avevano disseminato una profonda prostrazione nella popolazione ed una sensibile mancanza di fiducia nella classe politica italiana.

Anche oggi esiste un profondo malessere per delle condizioni di vita sempre più difficili su tutti i piani (quello economico, quello sociale, quello ambientale); anche oggi c’è un processo importante di sfiducia nelle istanze istituzionali che sempre più difficilmente riescono a mascherare la loro ipocrisia ed il loro marciume, essendo costrette a colpire duramente la stragrande maggioranza della popolazione per mantenere in piedi il loro sistema economico.

Ma oggi ci sono due elementi nuovi rispetto agli anni precedenti che caratterizzano il quadro internazionale del rapporto di forza tra la classe che detiene il potere e il proletariato che subisce questo potere:

- oggi ci sono meno illusioni. Inizia ad emergere tra i lavoratori, i proletari ed i giovani la consapevolezza che il futuro può essere ancora peggiore. Non è un caso se al Vaffa Day, la maggioranza erano giovani. Erano quelli che Grillo chiama la V Generation, che avverte con sempre maggiore chiarezza che questa società non le offre niente, non le dà alcuna prospettiva;

- questa consapevolezza inizia a tradursi in momenti di reazione aperta in varie parti del mondo: dal movimento degli studenti in Francia contro il CPE, allo sciopero nelle poste in Gran Bretagna, alle lotte in Perù, Cile, Africa del sud, ecc. (1). Ed anche se in Italia fino ad ora non ci sono ancora stati grossi episodi di lotta, la disillusione, il senso di insicurezza per il futuro, la rabbia e la volontà di non restare inerti di fronte ai continui attacchi, si toccano con mano.

Non è un caso se la borghesia italiana (comprese le sue frange più “radicali”, da Rifondazione agli ex-leader del movimento no-global come Caruso), mentre si vede costretta dalla crisi economica a tartassare ulteriormente i lavoratori e a non offrire niente di sostanziale alla massa crescente di precari e futuri precari, da una parte, getta fumo negli occhi con illusori guadagni di 100-150 euro annui per 18.000 famiglie e - di fronte al Vaffa Day - riconosce la necessità di “moralizzare” la politica. Esemplare la presa di posizione del “destro” Fini “Non voglio enfatizzare il fenomeno Grillo, ma il suo successo è lo specchio di un diffuso sentimento di rifiuto verso il sistema”, di fronte al quale bisogna “agire in anticipo: aggredire la cattiva politica dei privilegi e degli sprechi con una risposta netta, senza eccessive prudenze. Dobbiamo incarnare la buona politica” (La Repubblica on line 12/9/07).

In questo contesto è abbastanza facile attirare grandi folle puntando il dito contro le espressioni più sfacciate dei privilegi e dei soprusi di una casta politica. Come ha detto lo stesso Grillo, lui non ha fatto altro che convogliare e dar sfogo al malcontento esistente puntando in una certa direzione.

Ma la questione è proprio questa: in quale direzione?

Dove portano i movimenti come il V Day?

Come chiaramente mostrato nel testo del compagno LG, il disegno di legge popolare promosso da Grillo non solo si inscrive perfettamente nel quadro della legge capitalista (cioè di quello strumento attraverso il quale la classe dominante controlla e giustifica il suo potere sulla società), ma per certi versi ne rivendica addirittura un rafforzamento.

Ma più che entrare nel merito del disegno di legge, cerchiamo di capire che cosa veramente rivendica il movimento del V Day, al di là di Grillo, al di là della spinta sicuramente combattiva e genuina di una parte consistente di chi era in piazza l’8 settembre.

Probabilmente molti tra il milione di persone che hanno aderito al V Day e molti tra quelli che seguono il blog di Grillo non si fanno molte illusioni sul fatto che questo disegno di legge possa cambiare chissà cosa e potranno obiettare: va bene, il V Day non cambia le nostre condizioni economiche, né il degrado di questa società, ma almeno può smascherare il malcostume e l’ipocrisia di chi ci governa e fa leggi che applica solo agli altri, può eliminare parte dei privilegi, può toglierci finalmente dai piedi dei veri e propri farabutti che campano sulle nostre spalle. Come dice Grillo rispetto al suo blog, può permetterci di incontrarci, scambiarci le idee, sentirci parte di un qualcosa che cerca di cambiare le cose. Perché quindi starne fuori? Male non può fare.

In effetti questo “movimento”, come quelli che l’hanno preceduto nel passato, ed il suo blog possono fare e fanno molto di più. Portano avanti una politica ben precisa. Oggettivamente ci ingabbiano nella difesa di questo sistema sociale ed in particolare dello Stato italiano e delle sue istituzioni.

“Il milione di persone che è sceso in piazza, in modo composto, senza bandiere, senza il più piccolo incidente dovrebbe essere ringraziato. E’ la valvola di sfogo di una pentola a pressione che potrebbe scoppiare. Un momento di tregua per riflettere sul futuro di questo Paese. La V-generation è aria pura, condivisione, futuro. Gaber direbbe: ‘la libertà è partecipazione’ ” (Blog di Grillo).

E, l’altro uomo del momento, il giornalista Travaglio, alla trasmissione Primo Piano dopo il V Day alla domanda se questo sia un movimento apolitico o meno, risponde “quello della gente che stava sotto il palco è superpolitico… è un movimento non contro il parlamento, ma a favore del parlamento, per difendere l’onore del parlamento infangato dai pregiudicati e dagli imputati … per assicurare alla politica il ricambio generazionale... per restituire ai cittadini il diritto a scegliere i suoi rappresentanti”.

Ed è estremamente significativo quello che Travaglio dice rispetto al ruolo di Grillo: “Grillo fa il politico senza farlo… il fatto che lui dica sul blog non votate questi qui o votate quello è infinitamente più efficace di Grillo che entra con una pattuglia di due tre grillini in un’aula del parlamento” (video della trasmissione Primo Piano su YouTube)

Beppe Grillo ha pienamente ragione, la borghesia dovrebbe ringraziare il V Day, perché non è altro che un appello a difendere il parlamento dello Stato italiano, quello stesso Stato che sta gettando milioni di proletari nella miseria, che getta milioni di giovani in una esistenza precaria senza via d’uscita, che partecipa pienamente ai massacri della guerra imperialista in Iraq, in Afghanistan, ed altrove, che sta contribuendo a distruggere l’ecosistema del pianeta per le sue esigenze di Stato capitalista.

Un appello rivolto soprattutto alla nuova generazione che invece di sviluppare una comprensione della barbarie di questa società e trovare la via per combatterla, è chiamata a soccorrerla partecipando alla sua gestione, spacciando la partecipazione per libertà. E’ chiamata a difendere la democrazia, cioè l’arma di mistificazione più potente che ha in mano la borghesia, rivendicando la libertà di scegliere i propri rappresentanti alla farsa parlamentare borghese, quando l’unica possibilità per cambiare veramente le cose è la lotta autonoma e gestita in prima persona dai proletari di oggi e di domani.

Certo i vari politici possono essere infastiditi da un Grillo, ma quello che fa veramente paura alla borghesia è, come ha detto Fini, l’emergere “di un diffuso sentimento di rifiuto verso il sistema”. Quello che può far retrocedere i suoi attacchi è un movimento come quello dei giovani in Francia dello scorso anno contro il CPE (2), non certo i vaffanculo gridati da un palco.

Eva, 14-10-07

1. Vedi “I proletari rispondono agli attacchi della crisi” sul sito in italiano e altri articoli sulle lotte nei vari paesi alle pagine in altre lingue.

2. Vedi “Tesi sul movimento degli studenti in Francia”, sul nostro sito.

Un dibattito internazionalista nella Repubblica Dominicana

Recentemente abbiamo tenuto due conferenze sul tema Socialismo e decadenza del capitalismo in due università del paese: Santiago de los Caballeros (seconda città del paese) e Santo Domingo (la capitale). Questi dibattiti sono stati possibili grazie alla volontà ed allo sforzo organizzativo di un nucleo di discussione internazionalista che ringraziamo calorosamente per il lavoro realizzato. Queste riunioni non hanno avuto niente di accademico. Come in occasione di una simile esperienza in una università del Brasile (1), sono state espresse delle inquietudini e delle preoccupazioni sul futuro che ci offre il capitalismo, sul modo di lottare per una nuova società che superi le contraddizioni in cui si trova immerso il sistema attuale, sulle forze sociali capaci di realizzare questo cambiamento...

Questi dibattiti sono un momento dello sforzo di presa di coscienza da parte di minoranze del proletariato. La dimensione internazionale di questo sforzo è indiscutibile. Pubblicare una sintesi delle discussioni condotte nella Repubblica dominicana risponde ad un doppio obiettivo: partecipare allo sviluppo di un dibattito internazionale e contribuire a che i dibattiti e le discussioni che si sviluppano in un paese si inseriscano nel solo quadro che può farlo fruttare: il quadro internazionale ed internazionalista (2).

Dopo la presentazione (3), molte domande sono state poste; alcune delle quali hanno suscitato la discussione nella sala. Nella sintesi che proponiamo qui, le abbiamo organizzate tematicamente e presentate sotto forma di questionario con relative risposte.

Ci sono state molte rivoluzioni nel XX secolo. Tuttavia voi le condannate tutte, tranne la Rivoluzione russa di cui dite che fu un insuccesso. Siete ingiusti verso gli sforzi dei popoli che lottano per la loro liberazione.

Non si tratta di denigrare le lotte delle classi sfruttate ed oppresse, ma di comprendere qual è realmente la rivoluzione all’ordine del giorno a partire dal XX secolo. Da questo punto di vista si è avuto un cambiamento fondamentale con l’esplosione della Prima Guerra mondiale. Questa guerra, che raggiunse dei record incredibili di barbarie, mostrò al mondo che il capitalismo era diventato un sistema sociale decadente e che non poteva offrire più all’umanità che guerre, carestie, distruzioni e miseria. Essa mise fine al periodo delle rivoluzioni borghesi, le rivoluzioni popolari democratiche, riformistiche e nazionali. Da allora, questi movimenti sono diventati semplici restauri di facciata dello Stato. A partire da questa guerra, la sola rivoluzione capace di portare un progresso per l’umanità è la rivoluzione proletaria il cui obiettivo è instaurare il comunismo nel mondo intero. La Rivoluzione russa del 1917 e tutta l’ondata rivoluzionaria che la seguì hanno espresso questo stato di fatto. Del resto, il Primo congresso dell’Internazionale Comunista, nel marzo 1919, affermava: “Un nuovo periodo comincia. Periodo di decomposizione del capitalismo, del suo crollo. Periodo di rivoluzione comunista proletaria (4).

Perché vi ostinate a restare nel dogma di una rivoluzione mondiale e rigettate gli avanzamenti graduali attraverso le rivoluzioni nazionali?

Le rivoluzioni borghesi avevano un carattere nazionale e potevano sopravvivere a lungo all’interno delle loro frontiere. E’ così che la rivoluzione inglese trionfò nel 1640 e poté sopravvivere in un mondo ancora feudale fino alle rivoluzioni borghesi della fine del XVIII secolo. La rivoluzione proletaria, invece, o sarà mondiale o fallirà. Innanzitutto perché la produzione è oggi mondiale. La classe operaia è mondiale. Ma anche perché il capitalismo ha creato un mercato mondiale e le leggi di questo mercato sono uniche in tutto il mondo. I problemi dovuti al capitalismo hanno un carattere mondiale e possono essere risolti solo dalla lotta unificata di tutto il proletariato mondiale.

Quale è la vostra posizione su Trotsky ed il trotskismo?

Trotsky fu per tutta la sua vita un militante rivoluzionario. Ebbe un ruolo molto importante durante la Rivoluzione russa del 1917. Ma lottò anche contro la degenerazione della Rivoluzione russa difendendo posizioni internazionaliste. Fu il principale animatore dell’Opposizione di sinistra, che condusse una lotta eroica di opposizione alla controrivoluzione stalinista sia in Russia che all’interno dei differenti partiti comunisti nel mondo. Tuttavia, Trotsky e l’Opposizione di sinistra non compresero mai la natura dell’URSS, considerandola come uno “Stato operaio con delle deformazioni burocratiche” che di conseguenza occorreva, malgrado tutto, difendere. Le conseguenze di questo errore furono tragiche. Dopo il suo vile assassinio da parte di Ramon Mercader, sicario al soldo di Stalin, quelli che pretendevano essere gli eredi di Trotsky lanciarono un appello a partecipare alla Seconda Guerra mondiale e, da allora, sono diventati una corrente politica che difende, certo in modo “critico” e con un linguaggio “radicale”, gli stessi postulati dei partiti stalinisti e socialdemocratici (5).

Siete ingiusti con Chavez, ma c'è di peggio: non considerate il processo rivoluzionario che Chavez ha innescato e che si sta sviluppando in tutta l'America latina, dando luogo ad una effervescenza rivoluzionaria.

Il dilemma chavismo-antichavismo è una trappola, come hanno dimostrato recentemente le mobilitazioni degli studenti in Venezuela che cercano di liberarsi da questa polarizzazione sterile e distruttiva tra chavismo ed Opposizione (6).

Chavez sostiene sia il rafforzamento dell’intervento dello Stato nell’economia che la concentrazione dei poteri nelle mani di una sola persona (la Riforma costituzionale per favorire la sua rielezione permanente). Lancia dei programmi “sociali” che, se migliorano momentaneamente la situazione di alcuni strati emarginati, si iscrivono in realtà in un programma di rafforzamento dello sfruttamento dei lavoratori e di impoverimento della grande maggioranza della popolazione. Questo tipo di programmi serve solo a fare accettare alla popolazione la miseria più degradante. Si tratta di formule che si sono spesso ripetute per tutto il XX secolo e che si sono rivelate delle cocenti sconfitte. Non hanno cambiato per niente il capitalismo, hanno contribuito semplicemente a mantenerlo in vita e di conseguenza a mantenere le sofferenze dell’immensa maggioranza (7).

Chavez pretende di essere “antimperialista” perché si oppone vigorosamente al “diavolo Bush”. Il sedicente “antimperialismo” di Chavez non è altro che un camuffamento per portare avanti i propri disegni imperialisti. I lavoratori e gli oppressi non possono basare la loro lotta su un sentimento di odio o di rivincita contro un impero onnipotente come gli Stati Uniti, perché questo sentimento è manipolato dalle borghesie latino-americane - sia dalle frazioni al governo che da quelle all’opposizione - per fare in modo che la popolazione si sacrifichi per i loro interessi.

Non c’è sbocco nazionale ad una crisi del capitalismo che è mondiale. La soluzione non può che essere internazionale e si deve basare sulla solidarietà internazionale del proletariato, nello sviluppo delle sue lotte autonome.

Perché parlate solo degli operai e non dei contadini o di altri strati popolari?

Qualunque sia la sua importanza numerica in ogni paese, la classe operaia è l’unica classe mondiale i cui interessi sono mondiali. La sua lotta di classe rappresenta gli interessi e l’avvenire per tutta l’umanità oppressa e sfruttata. La classe operaia cerca di guadagnare i contadini e gli strati emarginati delle grandi città alla sua lotta. Non si tratta per niente di formare un “fronte di movimenti sociali” perché l’interesse profondo, la liberazione autentica degli operai, dei contadini, degli emarginati delle città non è una somma di rivendicazioni corporative ma la distruzione comune del giogo dello sfruttamento salariale e mercantile.

Non pensate di usare ricette e formule superate? La classe operaia non esiste più e qui, in America, non ci sono quasi più fabbriche.

La classe operaia non è mai stata limitata ai lavoratori industriali. Ciò che caratterizza la classe operaia è il rapporto sociale basato sullo sfruttamento del lavoro salariato. La classe operaia non è una categoria sociologica. I lavoratori dell’industria, i lavoratori dei campi, gli impiegati pubblici e molti lavoratori “intellettuali”, fanno parte del proletariato. Bisogna contare anche su tutti i lavoratori che restano senza un posto di lavoro e che, per sopravvivere, sono costretti ad esempio a fare i venditori ambulanti non autorizzati agli incroci stradali.

Non è necessario un cambiamento di mentalità perché le masse operaie facciano la rivoluzione?

Certamente! La rivoluzione proletaria non è il semplice risultato di fattori obiettivi ineluttabili, ma si basa essenzialmente sull’azione cosciente, collettiva e solidale delle grandi masse di lavoratori. Nell’Ideologia Tedesca, Marx ed Engels sostengono che la rivoluzione non è necessaria solamente per distruggere lo Stato che opprime la maggioranza, ma anche perché questa maggioranza si emancipi liberandosi dagli orpelli ideologici del passato che le sono incollati addosso. La rivoluzione proletaria si prepara attraverso una trasformazione gigantesca della mentalità delle masse. Sarà il prodotto dello sforzo autonomo delle masse che passa non solo attraverso le lotte, ma anche dei dibattiti appassionati.

CCI

Presentazione su Socialismo e decadenza del capitalismo

Cari compagni, noi siamo venuti non per imporre le nostre posizioni e per dirvi “ecco la verità, inginocchiatevi”. La nostra intenzione è invece quella di animare un dibattito, che si sviluppi non solo qui ma che prosegua animato da tutti quelli che sono interessati. Come avete potuto vedere dalla convocazione, il soggetto proposto è: socialismo e decadenza del capitalismo. Questa questione è attualmente dibattuta nei circoli di giovani, operai, studenti, elementi interessati, in numerosi paesi. Qui nella Repubblica Dominicana ma anche in altri paesi dell’America latina, nelle Filippine, in Germania, in Corea, …

Perché un tale interesse per questo tema? La sensazione che il futuro che ci prepara la società capitalista è sempre più inquietante si estende ogni giorno di più. Dovunque si guardi, gli elementi che provocano la preoccupazione verso l’avvenire così come l’indignazione contro il sistema sociale si accumulano. I giovani si vedono condannati ad una precarietà senza fine, alla disoccupazione, all’impossibilità di trovare un alloggio; i più grandi tra loro sono condannati alla disoccupazione o a una pensione da fame; masse gigantesche fuggono disperati dalla campagna per raggiungere le bidonville delle grandi città senza trovare alcuna soluzione; le guerre imperialiste come quella in Iraq si radicalizzano, mettendo in evidenza un’ulteriore impasse; è sempre più evidente che un disastro ecologico minaccia il pianeta; i disastri, le catastrofi si moltiplicano dappertutto, mettendo in evidenza la totale incapacità degli Stati; la decomposizione della società e la perdita di ogni etica diventano ogni giorno più evidenti…

Queste condizioni rendono necessario il dibattito, la riflessione su ciò che dovrebbe essere una nuova società, come raggiungerla, quali sono le forze che possono edificarla, sulle lezioni da tirare dalle esperienze storiche delle rivoluzioni o dai tentativi rivoluzionari del passato.

Cos’è il socialismo

Noi proponiamo una risposta storica e dinamica: il socialismo è la società che supera e risolve le contraddizioni che provocano il caos e il disastro all’interno della vecchia società capitalista. Due grandi contraddizioni conducono il capitalismo alla rovina e provocano le sofferenze estreme della gran parte dell’umanità. Da una parte, il capitalismo è un sistema in cui la produzione non è destinata a soddisfare i bisogni umani ma a realizzare del plus-valore che si traduce in danaro sonante. Dall’altra, la produzione sotto il capitalismo raggiunge un carattere sempre più sociale e mondiale mentre l’organizzazione e il sistema di produzione hanno un carattere privato e nazionale. Queste due contraddizioni provocano sia la tendenza inesorabile alla sovrapproduzione (per la prima volta nella storia gli uomini muoiono di fame non a causa della penuria di alimenti ma a causa della loro abbondanza) che la guerra a morte, l’imperialismo, tra i diversi capitali nazionali per la divisione dei mercati, cioè del mondo.

Perché il socialismo risolve queste contraddizioni?

Il socialismo è l’organizzazione della produzione non in funzione del mercato o del lavoro salariato, ma in funzione del pieno e consapevole soddisfacimento dei bisogni umani. Il socialismo non può che essere una società mondiale, una comunità umana mondiale che lavora collettivamente e fraternamente per sé stessa.

E’ possibile il socialismo in un solo paese?

NO! E’ la risposta categorica che ha sempre dato il movimento operaio. Il socialismo o sarà mondiale o non si farà. Questa affermazion