Rivista Internazionale - n° 26

Contro le mistificazioni del Forum Sociale Europeo.Un solo altro mondo è possibile: il comunismo!

Dal 12 al 15 novembre si è svolto a Parigi il “Forum Sociale Europeo”, una specie di succursale europea del Forum Sociale Mondiale che si tiene da diversi anni a Porto Alegre in Brasile. L’avvenimento ha avuto una certa consistenza: circa 40.000 partecipanti venuti da tutta l’Europa; un programma di circa 600 seminari e mostre sparse in diverse località intorno Parigi; e in conclusione una manifestazione da 60-100mila persone per le strade di Parigi, con gli stalinisti di Rifondazione Comunista davanti e gli anarchici della CNT in coda.

Anche se meno pubblicizzati, nello stesso periodo ci sono stati altri due “forum europei”: uno di deputati, l’altro per i sindacalisti europei. E come se non bastasse, gli anarchici hanno organizzato un “forum sociale libertario”nella periferia parigina, in simultanea con l’FSE  e “in alternativa” a questo.

“Un altro mondo è possibile”, questo uno degli slogan del FSE. E’ indubbio che per un gran numero dei manifestanti del 15 novembre, e in particolare per i giovani che cominciano a politicizzarsi, esiste un reale e pressante bisogno di lottare contro il capitalismo e per un mondo diverso da quello in cui viviamo, con la sua miseria senza fine e le sue guerre tanto orribili quanto interminabili. Il problema è sapere non solo che “un altro mondo è possibile” – e necessario – ma anche e soprattutto di quale mondo si tratta, e di come lo si può costruire.

E’ difficile pensare come poteva essere l’FSE a dare una risposta a questa domanda. Visto il numero e la varietà delle organizzazioni partecipanti (i sindacati dei quadri e dei “giovani dirigenti”, le organizzazioni cristiane, i trotskysti di Lutte Ouvrière e del Socialist Workers Party, gli stalinisti del PCF, fino agli anarchici di Alternativa libertaria), si immagina a fatica come poteva venirne fuori una risposta coerente, o semplicemente una qualche risposta. Tutti avevano qualcosa da dire, per cui c’era una massa di volantini, dibattiti, slogan. Ma quando si guarda più da vicino le idee uscite dal FSE, si constata che queste non hanno niente di nuovo, e soprattutto esse non hanno niente di “anticapitalista”.

La forte mobilitazione intorno a questa manifestazione ha spinto la CCI a fare un intervento al FSE commisurato alle sue forze, ma determinato. Sapendo che i presunti “dibattiti” del FSE erano chiaramente preclusi in partenza (cosa che ci è stata confermata da molti partecipanti), i nostri militanti venuti da diversi paesi d’Europa hanno privilegiato la vendita della stampa (nella maggior parte delle lingue europee), la partecipazione a discussioni informali tenutesi durante il FSE, e alla manifestazione finale. L’obiettivo di questa nostra partecipazione è stato quella di mettere avanti, nelle discussioni, la prospettiva comunista contro quella dell’anarchismo.

Un mondo liberato dai traffici e dal commercio?

“Il mondo non è in vendita”, questo è uno slogan di moda, recitato in diverse versioni, quando si vuole concretizzare: “la cultura non è in vendita”, per gli artisti e i precari dello spettacolo, “la salute non è in vendita” nel caso degli infermieri e dei lavoratori della Sanità pubblica, o anche “la scuola non è in vendita”, quando si tratta degli insegnanti.

Chi non si sentirebbe coinvolto in simili parole d’ordine? Chi sarebbe disponibile a vendere la sua salute, o l’educazione dei propri figli?

Tuttavia, quando si cerca di osservare cosa si trova dietro questi slogan, si comincia a sentire puzza di bruciato. Per esempio, la proposta non è di mettere fine alla vendita del mondo, ma solamente di “limitarla”: “sottrarre i servizi sociali alla logica del mercato”, che significa? Tutti sappiamo che finchè esisterà il capitalismo, tutto deve essere pagato, anche i servizi come la sanità e la scuola. Questi aspetti della vita sociale che gli altermondialisti vorrebbero “sottrarre alla logica del mercato” sono nei fatti una parte del salario globale dei lavoratori, gestita in generale dallo Stato. Lungi dall’essere “sottratto alla logica del mercato”, il livello del salario operaio, la proporzione della produzione che viene restituita al lavoratore, è al centro stesso del problema del mercato e dello sfruttamento capitalista. Il capitale paga sempre la sua mano d’opera il meno possibile: cioè paga quello che è necessario per la riproduzione della forza lavoro e della prossima generazione di operai. Oggi, mentre il mondo affonda in una crisi sempre più profonda, ogni capitale nazionale ha bisogno di sempre meno braccia, e le braccia di cui ha bisogno deve pagarle sempre meno per non farsi eliminare dai suoi concorrenti sul mercato mondiale. In questa situazione la classe operaia mondiale non può resistere, se non con la propria lotta, alle diminuzioni di salario – compreso quello “sociale” e non certo facendo appello allo Stato capitalista chiedendogli di “sottrarre” i salari alle leggi del mercato, cosa che esso non potrebbe assolutamente fare anche se ne avesse voglia.

Nella società capitalista il proletariato può, nella migliore delle ipotesi, imporre con la forza della sua lotta una ripartizione più favorevole del prodotto sociale: ridurre il plusvalore estorto dalla classe capitalista a favore del capitale variabile - il salario. Ma fare questo nel contesto attuale esige innanzitutto un livello elevato delle lotte (come si è potuto constatare con la sconfitta delle lotte di maggio 2003 in Francia con gli attacchi che piovevano sul salario sociale) e, in secondo luogo, questi guadagni non potrebbero essere che temporanei (come si è visto dopo il movimento del 1968 in Francia).

No, questa idea che “il mondo” non sarebbe in vendita è una miserabile truffa. La caratteristica del capitale è proprio che tutto è in vendita, e questo il movimento operaio lo sa dal 1848: “(la borghesia) ha fatto della dignità personale un semplice valore di scambio; e in luogo delle numerose franchigie faticosamente acquisite e patentate, ha posto la sola libertà di commercio senza scrupoli (...) La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte quelle attività che per l’innanzi erano considerate degne di venerazione e di rispetto. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.

E’ così che Marx ed Engels si esprimevano nel Manifesto Comunista: si vede a qual punto le loro analisi di allora restano attuali ancora oggi!

Un commercio equo?

“Commercio equo, non libero mercato!”” ecco un altro grande tema del FSE, a supporto dei piccoli contadini francesi e dei loro prodotti “biologici”. E, in effetti, chi non potrebbe essere toccato da questa speranza di vedere i contadini e i piccoli artigiani del terzo Mondo vivere decentemente del frutto del loro lavoro? Chi non vorrebbe arrestare il rullo compressore delle fattorie industrializzate che caccia i contadini dalle loro terre per intasarli a milioni nelle bidonville da Città del Messico a Calcutta?

Ma anche qui, come per la questione del mercato, i buoni sentimenti sono una cattiva guida.

Innanzitutto il movimento per un “commercio equo” non è nuovo. Le imprese delle opere cosiddette caritatevoli (come l’inglese Oxfam, ovviamente anch’essa presente al FSE) praticano il “commercio equo”dell’artigianato venduto nei loro magazzini di beneficenza da più di quaranta anni, il che non ha per niente impedito a milioni e milioni di esseri umani di sprofondare nella miseria in Africa, Asia, America Latina...

In più questa parola d’ordine sulla bocca degli altermondialisti costituisce una doppia ipocrisia. Così José Bové, presidente della Confederazione Contadina francese, ha voglia di pestare contro il business agricolo e il cattivo McDonald’s: questo non impedisce ai militanti della Confederazione Agricola di manifestare per chiedere il mantenimento delle sovvenzioni della PAC europea (1). Quest’ultima, abbassando artificialmente i prezzi dei prodotti francesi provoca proprio il mantenimento della iniquità del commercio a favore degli uni e detrimento degli altri. Analogamente, per i sindacalisti della siderurgia americana che nel 1998 manifestarono a Seattle durante il vertice dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (OMC) con grande clamore, il “commercio equo” significa imporre tariffe sull’’acciaio “straniero” prodotto a prezzi più bassi da operai di altri paesi. Alla fine dei conti quando si comincia a fare del commercio equo, si finisce sempre nella guerra commerciale.

Nel capitalismo la nozione di “equità” è, comunque, una bestemmia. Come diceva già Engels nel 1881 (2), in un articolo in cui criticava la nozione di “salario equo”: “l’equità dell’economia politica, del fatto che è l’economia politica che detta le leggi che reggono l’attuale società, questa equità si trova sempre dallo stesso lato: quello del capitale”.

Il colmo della soperchieria in questa storia del “commercio equo” è l’idea che la presenza dei manifestanti “altermondialisti” a Seattle o a Cancun al momento del vertice dell’OMC avrebbe dato coraggio ai negoziatori dei paesi del Terzo Mondo per farli resistere alle esigenze del “paesi ricchi”. Non possiamo dilungarci qui sul fatto che il vertice di Cancun si è concluso con un bruciante scacco per i paesi deboli, dal momento che i paesi europei non smantelleranno il loro PAC, e gli americani continueranno a sovvenzionare la loro agricoltura contro la penetrazione nei loro mercati dei prodotti meno cari dei paesi poveri. No, quello che è veramente incredibile è far credere che i dirigenti e i burocrati senza vergogna dei paesi del Terzo Mondo sarebbero presenti in questi negoziati per difendere i contadini e i poveri. Per non fare che un solo esempio, quando un Lula brasiliano denuncia le tariffe imposte dagli Stati Uniti per proteggere l’industria americana del succo d’arancia, non è ai contadini poveri che pensa, ma alle enormi piantagioni di aranci del Brasile, dove ci sono operai che soffrono esattamente come in Florida.

No al sostegno allo Stato borghese!

Il filo comune che unisce tutte queste teorie è questo: contro i “neo-liberisiti” delle grandi imprese “transnazionali” (le cattive “multinazionali” che venivano denunciate negli anni ‘70), ci viene proposto di affidarsi allo Stato, meglio ancora di rafforzare lo Stato.

Se le imprese hanno “confiscato”il potere di uno Stato “democratico” al fine di imporre la loro legge di mercato al mondo intero, il fine della resistenza dei “cittadini” deve essere quello di recuperare il potere dello Stato e dei “servizi pubblici”.

Che sequenza di mistificazioni! Lo Stato non è mai stato così presente come oggi nell’economia, perfino negli USA. E’ lui che regolamenta gli scambi mondiali fissando i tassi di interesse, le barriere doganali e via di seguito. Ed è anche l’attore principale nella economia nazionale, con una spesa pubblica che oscilla tra il 30 e il 50% a seconda dei paesi, e con i suoi deficit di bilancio sempre più importanti. Ed ancora, quando gli operai si mettono in testa di difendere le loro condizioni di vita contro gli attacchi capitalisti, chi trovano in prima fila sulla loro strada, se non le forze di repressione dello Stato? Chiedere, come fanno gli altermondialisti il rafforzamento dello Stato per proteggerci dai capitalisti è veramente una mistificazione colossale: lo Stato borghese esiste per difendere la borghesia contro gli operai e non l’inverso (3).

Non è un caso che dal FSE venga questo appello allo Stato, e in particolare alle sue frazioni di sinistra, presentate come i migliori difensori della “società civile”, contro il “neoliberismo”. Come dice una espressione inglese. “he who pays the piper calls the tune” (chi paga il musicista decide la musica). In effetti è molto istruttivo andare a vedere chi ha finanziato il FSE con ben 3,7 milioni di euro:

-               innanzitutto, i Consigli generali del Dipartimento de Seine-Saint Denis, della Val de Marne e dell’Essonne hanno contribuito per più di 600.000 euro, mentre il comune di Saint Denis da solo ha versato 570.000 euro (4). E’ il Partito “Comunista” Francese, questo ammasso di vecchi arnesi stalinisti, che tenta di rifarsi una verginità politica  dopo essere stato complice dei peggiori crimini commessi dallo Stato stalinista in Russia, nonché il sabotatore delle lotte operaie per decenni.

-               E il partito socialista francese, che si è largamente discreditato con i suoi attacchi antioperai al momento del suo ultimo passaggio al governo, avrebbe dovuto essere visto di cattivo occhio al FSE- Per niente! Il comune di Parigi, controllato dal PS, ha contribuito con 1 milione di euro alle spese del FSE!

-               E il governo ? Un governo di destra, neo liberale, denunciato con abbondanza di manifesti e articoli da tutte le sinistre unite, dagli anarchici agli stalinisti, si è forse turbato nel vedere che questo Forum attirava tanta gente? Al contrario: è su ordine personale del presidente, Jaques Chirac, che il Ministero degli esteri ha sborsato 500.000 euro per finanziare il Forum.

E’ chi paga che ne trae profitto! E’ tutta la borghesia francese, di destra come di sinistra, che ha finanziato liberalmente il FSE e che ha fornito i locali. Ed è tutta la borghesia che vuole tirare vantaggi dal successo del FSE, in particolare su due piani:

-     in primo luogo il FSE serve alla sinistra dell’apparato politico per rifarsi la faccia (dopo essere stata discreditata dagli anni passati al governo a portare attacchi alle condizioni di vita della classe operaia e ad assumersi la responsabilità della politica imperialista del capitalismo francese). Dal momento che i partiti politici non sono più di moda, vista la grande diffidenza che provocano, essi s truccano da “associazioni”, per darsi un’aria più “vicina” ai cittadini, più “democratica”, più “aperta”. E bisogna dire che non è solo la sinistra che ha interesse a far dimenticare i suoi misfatti di ieri, ma è tutta la borghesia che ha interesse a che il fronte sociale non sia sguarnito, a che le lotte operaie, o anche più in generale il disgusto e i dubbi ispirati dalla società capitalista, siano deviate verso le vecchie ricette riformiste, sbarrando loro il cammino verso la presa di coscienza della necessità di rovesciare l’ordine capitalista e mettere fine ai suoi disastri.

-               In secondo luogo, la borghesia francese nel suo insieme ha interesse all’espandersi e al rafforzamento dell’atmosfera nettamente antiamericana del FSE. Le enormi distruzioni delle due guerre mondiali, le terribili perdite di vite umane e poi , soprattutto, la ripresa delle lotte operai alla fine del periodo di controrivoluzione dopo il 1968, hanno contribuito a discreditare il nazionalismo che la borghesia ha utilizzato per lanciare le popolazioni nelle due carneficine mondiali. Per cui, anche se non esiste un “blocco europeo” e ancor meno una “nazione europea”, a cui legare un patriottismo “europeo” guerriero, le borghesie dei differenti paesi europei e in particolare le borghesie francese e tedesca hanno tutto l’interesse a incoraggiare la crescita di un sentimento antiamericano e più vagamente “filoeuropeo”, allo scopo di presentare la difesa dei loro propri interessi imperialisti contro l’imperialismo americano come la difesa di una visione del mondo “diversa”, “altermondialista”.

Analogamente, il sostegno altermondialista al divieto di importazione degli OGM americani, presentato come misura “ecologica” e di “difesa della salute pubblica”, non è nei fatti che un episodio della guerra economica, destinata a lasciare il tempo alla ricerca francese di recuperare il ritardo rispetto agli Stati Uniti in questo campo (5).

Gli esperti del marketing moderno non cercano più di venderci direttamente i prodotti, essi utilizzano un metodo più sottile e più efficace: vendono una “visone” del mondo a cui accostano i prodotti che si presume la incarnino. Gli organizzatori del FSE procedono alla stessa maniera: ci propongono una “visione del mondo” irreale, dove il capitalismo non è più capitalista,, dove le nazioni non sono più imperialiste e dove si può fare un “altro mondo” senza fare una rivoluzione internazionale comunista. E in nome di questa ”visione” propongono di affidarci alla zuppa decotta dei partiti di sinistra, sedicenti “socialisti” e “comunisti”, mascherati per l’occasione in “associazioni di cittadini”.

Dal momento che in questa occasione è stata la borghesia francese che si è data da fare, è normale che siano i suoi partiti politici che profittino in prima istanza del FSE. Non bisogna tuttavia credere che l’operazione sia frutto della sola borghesia francese. Nei fatti questo sforzo di ricredibilizzazione della sua ala sinistra, portato avanti nei “forum sociali” mondiali ed europei, torna utile per tutta la classe borghese mondiale.

Un altro mondo libertario?

In contemporanea al più ufficiale Forum Sociale Europeo si è tenuto sempre a Parigi un “Forum Sociale Libertario”, come alternativo al primo appoggiato dai grandi partiti borghesi. Ci si chiede giustamente fino a che punto l’opposizione tra i due fosse reale: almeno uno dei gruppi organizzatori del FSL ha preso parte attiva anche nel FSE, e la manifestazione organizzata dal FSL ha raggiunto, dopo un piccolo percorso “indipendente”, quella del FSE.

Non è obiettivo di questo articolo occuparsi estesamente di quello che si è detto nel FSE. Vogliamo soffermarci solo su alcuni dei suoi temi principali.

Prendiamo innanzitutto il “dibattito” sugli spazi “autogestiti” (occupanti di case, comuni, reti di scambio di servizi, caffè”alternativi”, ecc.). Se usiamo “dibattito” tra virgolette è perché gli animatori hanno fatto di tutto per limitarlo a dei resoconti descrittivi dei loro “spazi”, evitando ogni valutazione critica anche dall’interno dello stesso campo anarchico. Ci si è presto resi conto che la “autogestione” è molto relativa: un intervento, relativo ad una esperienza inglese, spiegava che essi avevano dovuto acquistare il loro spazio da autogestire per la “misera” somma di 350.000 sterline (circa 500.000 euro); un altro raccontava della creazione di uno “spazio” su internet, creato, come si sa, dal DARPA americano (6).

Ma più rivelatore ancora è il programma di azione dei diversi “spazi” descritti: farmacia gratuita ed “alternativa” (erboristeria), servizi di consulenza giuridica, caffè, scambi di servizi. In altri termini, il piccolo commercio associato ai servizi sociali lasciati andare da uno Stato che taglia le spese. Insomma il massimo della radicalità anarchica consiste nel supplire lo Stato, facendo il suo lavoro gratis.

Un altro dibattito sulla gratuità dei servizi pubblici mostra la vuotezza dell’anarchismo ufficiale. La pretesa è che i servizi pubblici possano essere una opposizione alla società mercantile in quanto rispondono gratuitamente ai bisogni della popolazione (in maniera “autogestita”, ovviamente, con tanto di comitati di consumatori, di collettività locali e di collettività di produttori). Qualcosa di estremamente simile ai comitati di quartiere creati di recente dallo Stato francese per gli abitanti della periferia parigina. In pratica si avanza l’idea che si possa introdurre una opposizione istituzionale alla società capitalista, all’interno della società capitalista stessa.

Un’altra caratteristica dell’anarchismo apparsa fortemente in tutti i dibattiti del FSL è la sua visione profondamente elitaria e educazionista. L’anarchismo non pensa affatto ad un “altro mondo” che potrebbe sorgere dal cuore stesso delle contraddizioni del mondo attuale. Il passaggio dal mondo attuale al mondo futuro e “diverso” non potrebbe farsi quindi che sulla base dell’”esempio” dato dagli spazi “autogestiti”, attraverso una azione educatrice sui misfatti del “produttivismo” moderno. Ma, come diceva già Marx un secolo e mezzo fa, se una nuova società deve apparire grazie all’educazione del popolo, chi educherà gli educatori? Perché quegli stessi che vogliono educare sono a loro volta formati dalla società in cui viviamo, e le loro idee di un “altro mondo” restano in realtà solidamente legate al mondo attuale.

In effetti i due forum “sociali” non ci hanno proposto, sotto forma di idee nuove e rivoluzionarie, niente altro che vecchie idee che hanno rivelato già da lungo tempo la loro inadeguatezza, se non la loro natura controrivoluzionaria.

Per esempio gli spazi “autogestiti” ricordano le imprese cooperative del 19° secolo, o anche le cosiddette “collettività operaie” più recenti, tipo la LIP in Francia o la Triumph in Gran Bretagna, che o sono fallite, o sono restate delle semplici imprese capitaliste, non foss’altro perchè esse dovevano produrre e vendere  all’interno dell’economia mercantile capitalista. O anche tutte le imprese comunitarie degli anni ’70 (squatters, comitati di quartieri, scuole “libere”), che si sono perfettamente integrate nello Stato borghese come servizi sociali o educativi.

Tutte le idee di una trasformazione radicale introdotta attraverso una “gratuità” dei servizi pubblici ricordano il riformismo gradualista che era già una mistificazione nel  movimento operaio del 1900 e che ha fatto definitivamente bancarotta al momento della carneficina del 1914 piazzandosi al fianco del proprio Stato per difendere le loro “conquiste” contro l’imperialismo “invasore”. Queste idee ricordano lo Stato “Provvidenza”, messo in piedi dalla borghesia dopo la seconda guerra mondiale al fine di razionalizzare la gestione della forza lavoro e per mistificare questa stessa forza lavoro (in particolare volendo intendere che i milioni di morti della guerra erano serviti a qualche cosa).

La nostra risposta: un mondo nuovo dalle fondamenta

E’ assolutamente inevitabile che in una società divisa in classe le idee dominanti siano quelle della classe dominante. Se nonostante questo è possibile comprendere la necessità, e la possibilità materiale, di una rivoluzione comunista, è solo perché esiste nella società capitalista una classe sociale che incarna questo divenire rivoluzionario, la classe operaia. Viceversa, se noi cerchiamo semplicemente di “immaginare” quale potrebbe essere una società “migliore”, basandoci sui nostri desideri e sulla nostra immaginazione, che sono influenzati dalla società capitalista,  noi non possiamo che cercare di “reinventare” il mondo capitalista attuale, cadendo o nel sogno reazionario del piccolo produttore che non vede più lontano del suo piccolo spazio “autogestito”, o nel delirio mostruoso di uno Stato mondiale e benefattore  espresso da un altro guru dell’altermondialismo, George Monbiot. (7)

Per il marxismo, invece, si tratta di scoprire in seno stesso al mondo capitalista di oggi le premesse di un mondo nuovo che la rivoluzione comunista deve far sorgere, se non vogliamo che l’umanità vada alla rovina. Come Marx diceva nel Manifesto del 1848: “le idee dei comunisti non poggiano per niente su delle idee, su dei principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse non sono altro che l’espressione generale di una lotta di classe esistente, di un movimento storico che si opera sotto i nostri occhi.” (8)

Si possono distinguere tre elementi maggiori, strettamente legati, di “questo movimento storico che si opera sotto i nostri occhi”.

Il primo è la trasformazione già operata dal capitalismo del processo produttivo di tutta la specie umana. Il più piccolo oggetto di uso quotidiano è l’opera non più di un piccolo artigiano autosufficiente, o di una piccola produzione locale, ma del lavoro comune di migliaia, se non di decine di migliaia di uomini e donne che fanno parte di una rete che ricopre l’insieme del pianeta. Liberata dagli intralci che le sono imposti dai rapporti mercantili di produzione e dall’appropriazione privata dei suoi frutti, questa distruzione di ogni particolarismo locale, regionale o nazionale sarà la base per la costituzione di una sola comunità umana su scala planetaria. Man mano che la trasformazione sociale e l’affermazione di tutti gli aspetti della vita sociale di questa comunità umana avanzeranno, scompariranno anche le distinzioni oggi sapientemente mantenute dalla borghesia come mezzo di divisione della classe operaia, come tra etnie, popoli, nazioni. Si può immaginare che le popolazioni e le lingue saranno mescolati fino a che non esisteranno più europei, africani, asiatici (e ancor meno bretoni, baschi o…padani), ma una sola specie umana la cui produzione intellettuale ed artistica si esprimerà in una sola lingua comprensibile da tutti e infinitamente più ricca, più precisa e più armoniosa di tutte le lingue nelle quali si esprime la cultura limitata e sempre più decadente di oggi (9).

Il secondo elemento fondamentale, indissociabile dal primo, è l’esistenza, all’interno stesso della società capitalista, di una classe che incarna e che esprime al suo punto più alto questa realtà del processo produttivo unificato e internazionale, il proletariato internazionale. Che l’operaio sia un siderurgico americano, un  disoccupato inglese, un bancario francese, un meccanico tedesco, un programmatore indiano, o un metalmeccanico italiano, tutti questi hanno in comune il fatto di essere sfruttati sempre più duramente dalla classe capitalista mondiale, e di non potersi liberare di questo sfruttamento se non rovesciando l’ordine capitalista stesso.

Due aspetti della natura stessa della classe operaia meritano di essere sottolineati:

-    innanzitutto, contrariamente ai contadini e ai piccoli artigiani, il proletariato è creato dal capitalismo che non può disfarsi di lui. Il capitalismo distrugge il contadino e l’artigiano, riducendoli a lavoratori salariati, se non a disoccupati. Ma il capitalismo non può esistere senza proletariato. Finchè esiste il capitalismo esisterà il proletariato. E finchè il proletariato esisterà porterà in sé il progetto rivoluzionario comunista del rovesciamento dell’ordine capitalista e della costruzione di un altro mondo.

-    Un’altra caratteristica fondamentale della classe operaia risiede nel mescolamento e nel movimento delle popolazioni per rispondere ai bisogni della produzione capitalista. “Gli operai non hanno patria”, come diceva il Manifesto, non solo perché essi non possiedono la proprietà, ma perché essi sono sempre alla mercè del capitale e della sua necessità di mano d’opera. La classe operaia è per sua natura una classe di immigrati. Per convincersene basta guardare la popolazione di una qualunque metropoli dei paesi industrializzati, si vedranno uomini e donne provenienti dal mondo intero. Ma è così anche nei paesi sottosviluppati: in Costa d’Avorio molti operai agricoli sono del Burkina Faso; nell’Africa del Sud i minatori vengono dallo Zimbabwe o dal Botswana; nel Golfo Persico gli operai sono palestinesi,, indiani, pakistani, filippini; in Indonesia ci sono milioni di operai stranieri nelle fabbriche. Questa esistenza reale della classe operaia, che prefigura l’unificazione della popolazione planetaria che abbiamo evocato prima, mostra anche tutta la vuotezza dell’ideale caro agli anarchici e ai democratici della difesa di una “comunità” locale o regionale. Per fare un esempio: il nazionalismo scozzese può offrire una prospettive alla classe operaia di Scozia, fatta in buona parte di immigrati asiatici? E’ evidente che no. La sola comunità reale che possono sperare di trovare gli operai che sono stati o saranno strappati dalle loro radici, è quella planetaria che essi potranno costruire dopo la rivoluzione.

Il terzo elemento fondamentale che vogliamo sollevare viene da una statistica: in tutte le società di classe che hanno preceduto il capitalismo il 95% della popolazione (grosso modo) lavorava la terra, e il surplus che essa produceva serviva a far vivere il restante 5 % (signori e religiosi, ma anche artigiani, mercanti, ecc.) Oggi questa proporzione è rovesciata, e nei paesi più sviluppati è una parte sempre più piccola della popolazione che è direttamente implicata nella produzione di beni materiali. Il che vuol dire che potenzialmente, a livello della capacità fisica del processo produttivo, l’umanità è arrivata a uno stato di abbondanza quasi senza limiti.

Già nel capitalismo, le capacità produttive della specie umana hanno creato una situazione qualitativamente nuova rispetto a tutta la storia precedente: mentre prima la penuria assediava la maggior parte della popolazione, e gli stessi periodi di carestia erano il frutto dei limiti naturali della produzione (basso livello di produttività dei suoli, cattivi raccolti, e così via), sotto il capitalismo il solo ed unico motivo della penuria sono i rapporti di produzione capitalisti stessi. La crisi che butta gli operai in mezzo a una strada non ha per causa una insufficienza della produzione, ma al contrario essa è il risultato diretto del fatto che questa produzione non può essere venduta (10). E, più ancora, nei paesi cosiddetti avanzati una parte sempre più grande della attività economica non ha in senso stretto alcuna utilità al di fuori del sistema capitalista stesso: la speculazione finanziaria e borsistica, le astronomiche spese militari, gli oggetti di moda, i prodotti ad “obsolescenza incorporata” al semplice scopo di obbligare il loro riacquisto, la pubblicità, ecc. Se si guarda ancora più lontano è evidente che l’utilizzazione delle risorse della terra è sempre più dominato da un funzionamento irrazionale – salvo che per la redditività capitalista - dell’economia: viaggi di ore per milioni di esseri umani per andare al lavoro, trasporti privilegiati per terra invece che per strade ferrate, collettivi e più veloci. Insomma si ha un rovesciamento totale del rapporto tra la quantità di tempo occorrente a produrre lo stretto necessario (per mangiare, per vestirsi, per alloggiare) e il tempo passato al “di là del necessario”, per così dire (11).

Nascita di una comunità planetaria

Nel nostro intervento, alle manifestazioni, sui luoghi di lavoro, siamo spesso confrontati alla questione “allora, voi dite che il comunismo non è ancora esistito?” Al che, per cercare di dare una definizione al tempo stesso complessiva e rapida, noi rispondiamo “il comunismo è un mondo senza classi, senza nazione e senza denaro”. Anche se molto sommaria (non foss’altro che per l’uso del negativo, “senza”), questa definizione ingloba le caratteristiche fondamentali della società comunista:

-    essa sarà senza classi, perché il proletariato non potrà liberarsi diventando a sua volta una classe sfruttatrice; la riapparizione di una classe sfruttatrice dopo la rivoluzione significherebbe in realtà la sconfitta della rivoluzione e il mantenimento dello sfruttamento (12). La sparizione delle classi deriva naturalmente dall’interesse della classe operaia vittoriosa ad emancipare se stessa. Uno dei suoi primi obiettivi sarà quello di ridurre il tempo di lavoro, integrando nel processo produttivo i disoccupati, le masse senza lavoro del Terzo Mondo, ma anche la piccola borghesia e i contadini, oltre che i membri della borghesia sconfitta.

-    Essa sarà senza nazioni, perché il processo produttivo ha già largamente superato il quadro nazionale, e dunque ha reso obsoleta la nazione come quadro organizzativo della società umana. Il capitalismo, creando la prima società umana su scala planetaria, ha già superato il quadro nazionale in cui esso stesso è nato. Come la rivoluzione borghese ha distrutto tutti i particolarismi e frontiere feudali, così la rivoluzione proletaria metterà fine all’ultima divisione della società umana in nazioni

-    Essa sarà senza denaro, perché il concetto di scambio (e quindi di un equivalente universale per facilitare questo scambio) non ha più senso nel comunismo in quanto l’abbondanza permette che i bisogni di tutti i membri della società siano soddisfatti. Se il capitalismo ha creato la prima società umana in cui lo scambio di merci è diventato del tutto generalizzato ad ogni produzione (contrariamente alle società precedenti, in cui lo scambio era limitato ad alcuni prodotti di lusso, o a quegli articoli che non potevano essere prodotti sul posto, come il sale, per esempio), esso è oggi strangolato dal fatto che è impossibile vendere sul mercato tutto quello che esso è capace di produrre. Il fatto stesso di dover acquistare e vendere è diventato un ostacolo alla produzione. Lo scambio dunque sparirà, e con lui scomparirà il concetto stesso di merce, ivi compresa la prima merce fra tutte: la forza lavoro salariata.

Questi tre principi si scontrano direttamente con tutti i luoghi comuni sparsi dall’ideologia borghese, secondo cui ci sarebbe una “natura umana” avida e violenta che determinerebbe per sempre la divisione tra sfruttatori e sfruttati, o tra nazioni. Una tale idea di “natura umana” conviene alla perfezione alla classe dominante, perché essa dà una giustificazione al suo dominio di classe ed impedisce alla classe operaia di identificare con chiarezza il vero responsabile della miseria e dei massacri che affliggono oggi l’umanità. Essa non ha però niente a che vedere con la realtà: contrariamente alle altre specie animali, la cui “natura” (cioè il comportamento) è determinato dal loro ambiente naturale (e quindi dai suoi limiti), la “natura umana” è sempre più determinata, man mano che avanza il suo dominio sulla natura, non dal suo ambiente naturale ma dal sua ambiente sociale.

I rapporti trasformati tra l’uomo e la natura

I tre punti menzionati prima, non costituiscono che uno schizzo sommario. Ciononostante essi hanno profonde implicazioni riguardo ciò che sarà la società comunista del futuro.

I marxisti hanno sempre resistito alla tentazione di elaborare delle “ricette per il futuro”, in primo luogo perché sarà l’azione delle grandi masse che determinerà il futuro, in secondo luogo perché noi non possiamo immaginare quello che sarà una società comunista, esattamente come un contadino dell’11° secolo non avrebbe potuto immaginare il mondo capitalista. Ciò non ci impedisce tuttavia di tracciare qualche linea di quanto deriva da quello che abbiamo appena detto.

Il cambiamento più radicale verrà probabilmente dalla scomparsa della contraddizione tra l’essere umano e il lavoro. La società capitalista ha elevato al più alto grado la contraddizione – sempre esistita nelle società divise in classi – tra il lavoro, cioè l’attività che si intraprende solo se si è costretti e forzati, e il tempo libero, cioè quello in cui si è liberi di scegliere il tipo di attività da svolgere. La costrizione viene da una parte dalla penuria imposta dai limiti della produttività del lavoro e, d’altra parte, dal fatto che una parte del frutto del proprio lavoro è arraffata dalla classe sfruttatrice. Nel comunismo, queste costrizioni non esisteranno più: per la prima volta nella storia l’essere umano potrà produrre in tutta libertà, e la produzione sarà tutta finalizzata al soddisfacimento dei bisogni umani. Si può anche immaginare che i termini “lavoro” e “tempo libero” spariranno del tutto dal linguaggio, perché nessuna attività sarà svolta per costrizione. La decisione di produrre o di non produrre dipenderà non solamente dall’utilità della cosa in se stessa, ma anche dal grado di piacere o di interesse che la sua produzione porta in sé.

L’idea stessa di “soddisfazione dei bisogni” cambierà di natura. I bisogni di base (nutrirsi, vestirsi, avere un tetto) occuperanno una parte progressivamente meno importante, mentre si affermeranno sempre più i bisogni determinati dall’evoluzione sociale della specie. Così si metterà fine alla distinzione tra lavoro artistico e quello che non lo è, che il capitalismo ha esacerbato al massimo. L’immensa maggioranza degli artisti della storia è rimasta anonima, e non è che con l’avvento del capitalismo che l’artista comincia a firmare il suo lavoro, che l’arte comincia ad essere una attività specifica separata dalla produzione quotidiana. Oggi questa tendenza è al parossismo, con una separazione quasi totale tra le “belle arti” da un lato (incomprensibile per la grande maggioranza della popolazione e riservata a una piccola minoranza di intellettuali) e la produzione artistica industrializzata nella pubblicità e nella “cultura pop”. Tutto ciò non è che il risultato della contraddizione nel capitalismo tra l’essere umano e il suo lavoro. Con la sparizione di questa contraddizione sparirà anche la contrapposizione tra produzione “utile” e produzione “artistica”. La bellezza, la soddisfazione dei sensi e dello spirito, saranno dei bisogni altrettanto fondamentali per l’essere umano che il processo produttivo dovrà soddisfare (13).

Anche l’educazione cambierà completamente la sua natura. In ogni società il fine dell’educazione dei giovani è quello di permettere loro di prendere il loro posto nella società adulta. Nel capitalismo “prendere il proprio posto nella società adulta” vuol dire prendere posto in un sistema di sfruttamento brutale, dove quello che non rende non ha, giustamente, alcun posto. Il fine dell’educazione è dunque soprattutto quello di fornire alle nuove generazioni delle capacità che possono essere vendute sul mercato, e più in generale, in questa epoca di capitalismo di Stato, di fare in modo che la nuova generazione sia capace di rafforzare il capitale nazionale di fronte ai suoi concorrenti sul mercato mondiale. E’ quindi evidente che il capitale non ha alcun interesse a promuovere uno spirito critico verso la sua organizzazione sociale. L’educazione insomma, non ha altro fine che di uccidere i giovani spiriti e di buttarli nel brodo della società capitalista e dei suoi bisogni produttivi; nessuna meraviglia dunque se le scuole somigliano sempre più a delle fabbriche e i professori a degli operai alla catena di montaggio.

Nel comunismo, al contrario, integrare un giovane nel mondo adulto non potrà farsi  senza un risveglio ampio di tutti i sensi, fisici e intellettuali. In un sistema sociale completamente liberato dalle esigenze della redditività il mondo adulto si aprirà al fanciullo man mano che egli svilupperà le sue capacità, e il giovane adulto non sarà più esposto all’angoscia dell’abbando-no della scuola e l’immersione nella concorrenza sfrenata del mercato del lavoro. Come non ci sarà più contraddizione tra “lavoro” e “tempo libero”, tra “produzione” ed “arte”, così non ci sarà più contrapposizione tra scuola e “mondo del lavoro”. Le parole scuola, fabbrica, ufficio, galleria d’arte, museo (14), spariranno o cambieranno completamente di senso, perché tutta l’attività umana si fonderà in uno sforzo armonioso di soddisfazione e di sviluppo dei bisogni e delle capacità fisiche, intellettuali e sensoriali della specie.

La responsabilità del proletariato

I comunisti non sono degli utopisti. Noi abbiamo cercato di fare uno schizzo molto breve e necessariamente limitato di quello che dovrà essere la nuova società umana che nascerà dalla società capitalista attuale; in questo senso lo slogan dei no-global “un altro mondo è possibile” (ovvero “altri mondi sono possibili”) non è che un mistificazione.. Non c’è che un solo altro mondo possibile: il comunismo.

Ma la nascita di un nuovo mondo non ha niente di inevitabile, In questo il capitalismo non è diverso dalle società che lo hanno preceduto, in cui “uomo libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo, in una parola, oppressori ed oppressi, in opposizione costante, hanno condotto una guerra ininterrotta, a volte aperta, altre nascosta, una guerra che finiva sempre o con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società, o con la distruzione delle due classi in lotta” (Manifesto)

Questo vuol dire che la rivoluzione comunista, per quanto sia necessaria, non ha niente di inevitabile. Il passaggio dal capitalismo al mondo nuovo non potrà risparmiarsi la violenza della rivoluzione proletaria per potersi realizzare (15). Ma l’alternativa, nella situazione attuale di decomposizione del capitalismo in cui viviamo non è più distruzione delle due classi in lotta, ma dell’intera umanità. Da qui deriva l’immensa responsabilità che pesa sulle spalle della classe rivoluzionaria mondiale.

Vista oggi, la capacità rivoluzionaria del proletariato può sembrare un sogno talmente lontano che grande è la tentazione di fare qualcosa ora, anche a costo di trovarsi a fianco dei vecchi politicanti socialisti e stalinisti, cioè dell’ala sinistra dell’apparato statale della borghesia. Ma per le minoranze rivoluzionarie il riformismo non è il male minore, è il compromesso mortale con il nemico di classe. Il cammino verso la rivoluzione che potrà creare un “altro mondo” sarà lungo e difficile, ma è il solo cammino che esiste.

             Jens

1. Politica Agricola Comune (PAC) un enorme e costoso sistema per il mantenimento dei prezzi pagati ai produttori agricoli europei, a danno dei loro concorrenti negli altri paesi esportatori.

2. Vedere il sito:

http://www.marxists.org/archive/marx/works/1881/05/07.htm, articolo scritto nel Labour Standard

3. E’ particolarmente interessante leggere nelle pagine di Alternative Libertaire, un gruppo anarchico francese, “che noi vogliamo la manifestazione più importante possibile per far capire loro ancora una volta che noi non vogliamo una Europa capitalista e poliziesca” (Alternative Libertaire n. 123, novembre 2003), mentre tutto il FSE è finanziato dallo Stato e gira intorno alla mistificazione del rafforzamento degli Stati europei per la presunta difesa dei “cittadini” contro la grande industria. Insomma, non c’è nessuna incompatibilità nei fatti tra l’anarchismo e la difesa dello Stato!

4. Molte tra le città coinvolte sono governate dal Partito Comunista Francese.

5. Come diceva Bismark : “Io ho sempre incontrato la parola Europa nella bocca di quei politici che esigevano qualcosa dalle altre potenze senza osare chiederle apertamente

6. Defence Advanced Research Projects Agency

7. Grande esponente del movimento altermondialista, autore di un Manifeste for a new world.

8. Non si riuscirà mai a sottolineare abbastanza la straordinaria forza e capacità di previsione del Manifesto Comunista che ha gettato le fondamenta per la comprensione scientifica del movimento verso il comunismo. Il Manifesto stesso fa parte dello sforzo del movimento operaio fin dai suoi inizi, continuato dopo il Manifesto, per percepire in maniera più profonda la natura della rivoluzione verso cui esso tendeva con tutte le sue forze. La cronaca di questo sforzo è stata fatta da noi nella serie di articoli “Il comunismo non è un bel ideale, ma una necessità materiale”, pubblicata nella Révue Internationale.

9.In luogo dell’antico isolamento locale e nazionale, per cui ogni paese bastava a se stesso, subentra un traffico universale, una universale dipendenza delle nazioni l’una dall’altra. E come nella produzione materiale, così in quella spirituale. I prodotti spirituali delle singole nazioni diventano patrimonio comune. L’unilateralità e la ristrettezza nazionale diventano sempre più impossibili, e dalle molte letterature nazionali e locali esce una letteratura mondiale.” (Manifesto)

10. Nella crisi scoppia una epidemia sociale che in ogni altra epoca sarebbe apparsa un controsenso: l’epidemia della sovrappodruzione. La società si trova improvvisamente ricacciata in uno stato di momentanea barbarie; una carestia, una guerra generale di sterminio sembrano averle tolto tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano annientati, e perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive di cui essa dispone non giovano più a favorire lo sviluppo della civiltà borghese e dei rapporti della proprietà borghese, al contrario, esse sono diventate troppo potenti per tali rapporti, sicchè ne vengono inceppate.” (idem)

11. Non possiamo entrare nei dettagli qui, ma segnaliamo solo che questa è una nozione da utilizzare con precauzione, perché anche i bisogni di base sono determinati “socialmente”: i bisogni di alloggiamento o di nutrimento non sono gli stessi per l’uomo del Cro Magnon e l’uomo moderno, per esempio, e nemmeno vengono soddisfatti alla stessa maniera o con gli stessi strumenti.

12. E’ quello che è successo con la sconfitta della rivoluzione russa dell’Ottobre 1917: il fatto che molti dirigenti dell’URSS (Breznev, per esempio) fossero stato operai o figli di operai ha potuto accreditare l’idea che una rivoluzione comunista che portasse la classe operaia al potere non farebbe che creare una nuova classe dirigente, “proletaria”. Questa è una idea trattenuta ad arte da tutte le frazioni della borghesia, di destra come di sinistra, far credere che l’URSS fosse comunista e che i suoi capi non fossero altro che l’espressione di questa nuova classe dirigente. Ma la realtà è che la controrivoluzione staliniana ha messo di nuovo al potere una classe borghese; il fatto che una buona parte dei membri di questa classe provenisse dal proletariato o dal contadiname, non cambia assolutamente la loro natura, esattamente come accade quando un figlio di operaio diventa proprietario di una fabbrica.

13. Al FSL un anarchico ha voluto, in maniera dotta, farci una lezione sulla differenza tra i marxisti che privilegerebbero l’ homo “faber” (l’uomo che fabbrica) e gli anarchici che privilegerebbero l’homo “ludens” (l’uomo che gioca). Ma non è perché viene espressa in latino che una asineria si trasforma in qualcosa di meno.

14. E, necessariamente, “prigione”, “galera”, “bagno penale” o “campo di concentramento”

15. Per una visione molto più sviluppata, vedi la nostra serie sul comunismo citata prima, e in particolare la parte pubblicata sulla Révue Internazionale n. 70

Corrispondenza con l’Unione Comunista Internazionalista (Russia): comprendere la decadenza del capitalismo

Pubblichiamo una lettera ricevuta dal gruppo russo UCI (Unione Comunista Internazionalista) (1). Questa lettera è essa stessa una risposta ad una lettera che avevamo mandato precedentemente a questo gruppo; essa contiene infatti numerose citazioni della nostra lettera che appaiono in corsivo.

Cari compagni,

ci scusiamo di non avere potuto rispondere prima. Siamo un piccolo gruppo ed abbiamo moltissimo lavoro, in particolare molta corrispondenza, ed inoltre gli stranieri non ci scrivono in russo.

“Riguardo alla piattaforma, sembra che vi siano molti punti di accordo su delle posizioni chiavi:  la prospettiva socialismo o barbarie, la natura capitalista dei regimi stalinisti, il riconoscimento del carattere proletario della Rivoluzione russa del 1917”.

Non è tutto così semplice. In Russia, nel 1917, erano in atto due crisi intrecciate tra di loro: una crisi interna, che poteva condurre ad una rivoluzione democratico-borghese, ed una crisi a livello internazionale che aveva messo all’ordine del giorno un tentativo di rivoluzione socialista mondiale. Secondo Lenin, il compito del proletariato russo era di prendere l’iniziativa in queste due rivoluzioni: prendere la testa della rivoluzione borghese in Russia e, simultaneamente, appoggiandosi su questa rivoluzione, estendere la rivoluzione socialista all’Europa e agli altri paesi. E’ per tale motivo che consideriamo non corretto porre la questione della natura della rivoluzione russa senza specificare di quale delle due si parla: se di quella interna o di quella internazionale. Ma è certo che in Russia, il proletariato era alla testa di entrambe.

“Ciò di cui siamo meno sicuri è se siete d’accordo con la CCI sul quadro storico che dà sostanza e coerenza a molte di queste posizioni: il concetto di decadenza e di declino del capitalismo come sistema sociale dal 1914”.

E’ certo che su questo punto non siamo d’accordo. La transizione di un sistema economico verso un altro di più alto livello è il risultato di uno sviluppo del primo e non della sua distruzione. Se il vecchio sistema ha esaurito le sue risorse, si trascina in una crisi costante dovuta alle forze sociali che aspirano ad un nuovo sistema. E non è stato così. Inoltre, da decenni, il capitalismo è in una situazione relativamente stabile, di sviluppo, cosa che non ha determinato lo sviluppo di forze rivoluzionarie, ma al contrario il loro collasso. Il capitalismo si sviluppa ad un punto tale che non si contenta più di creare qualitativamente nuove forze produttive, ma anche nuove forme di capitalismo. Lo studio di questo sviluppo e di queste nuove forme permette di determinare quando sopraggiungerà una nuova crisi, come quella del 1914-1945, e sotto quale forma si effettuerà la transizione verso il socialismo. La teoria della decadenza nega lo sviluppo del capitalismo e rende dunque impossibile il suo studio, lasciandoci come dei sognatori obnubilati dall’avvenire radioso dell’umanità.

Quanto alle distruzioni, alla guerra e alla violenza, queste non sono solo parti integranti del capitalismo, ma una necessità della sua esistenza, sia all’epoca di Marx che nel ventesimo secolo.

“Per dare un’illustrazione precisa del problema che vogliamo porre: nella vostra dichiarazione, prendete posizione contro i “fronti comuni” con la borghesia, sulla base del fatto che tutte le frazioni della borghesia sono reazionarie. Cosa su cui siamo d'accordo. Ma questa posizione non è stata sempre valida per i marxisti. Se oggi il capitalismo è un sistema decadente, vale a dire che i rapporti sociali sono diventati un ostacolo allo sviluppo delle forze produttive e dunque al progresso dell’umanità, esso ha conosciuto, come gli altri sistemi di sfruttamento di classi, una fase ascendente, in cui rappresentava un progresso rispetto al modo di produzione precedente. E’ per questo che Marx sosteneva certe frazioni della borghesia, come i capitalisti del Nord contro gli schiavisti del Sud durante la Guerra di Secessione o il movimento del Risorgimento in Italia, per l’unità nazionale contro le vecchie classi feudali, ecc. Questo sostegno era basato sulla comprensione che il capitalismo non aveva compiuto ancora la sua missione storica e che le condizioni per la rivoluzione comunista mondiale non erano ancora sufficientemente mature”.

Storicamente parlando, rispetto alla lotta tra proletariato e borghesia, il partito proletario ha considerato tutte le frazioni della borghesia come reazionarie. Ma non è solo quando il capitalismo aveva ancora possibilità di sviluppo che era possibile parlare del carattere progressivo di questa o quella frazione della borghesia. Occorreva ancora che essa fosse capace di compiere il suo compito storico. E’ per tale motivo, per esempio, che la borghesia russa, incapace di condurre la rivoluzione borghese, può essere considerata come reazionaria nel 1917, sebbene le trasformazioni democratico-borghesi della rivoluzione russa fossero senz’altro progressiste. Oggi confermiamo che nessuna frazione della borghesia è capace di effettuare la necessaria modernizzazione borghese senza una guerra mondiale che coinvolgerebbe l’umanità intera. Per questa ragione, sostenere una tale frazione non ha nessuno senso. Ma ciò non significa che la borghesia non ha più nessun compito da compiere. La soppressione delle frontiere e la creazione di un mercato mondiale sono dei compiti borghesi, ma non possiamo fare affidamento sulla borghesia perché li realizzi. Toccherà al proletariato realizzarli, utilizzando la crisi futura e servendosene per costruire il socialismo. Per essere chiari, una questione è sapere se il capitalismo può ancora compiere dei compiti storici e un’altra è capire se le frazioni della borghesia sono reazionarie. E’ per questo che il proletariato dovrebbe sempre prendere l’iniziativa rivoluzionaria. E se si tratta di compiti borghesi, esso può, attraverso un’estensione del movimento (rivoluzionario), trasformarli in compiti socialisti. Noi consideriamo questo un approccio marxista.

“Secondo voi, le lotte nazionali sono state una fonte considerevole di progresso, e la richiesta di autodeterminazione è sempre valida, almeno per gli operai dei paesi capitalisti più potenti, rispetto ai paesi oppressi dal proprio imperialismo. Sembra allora che per voi le lotte nazionali abbiano perduto il loro carattere progressista dall’avvenuta “globalizzazione”. Queste affermazioni richiedono un certo numero di commenti da parte nostra.

La nozione di decadenza, che è la nostra posizione, non è stata inventata da noi. Basata sui fondamenti del metodo materialista storico (in particolare quando Marx parla “delle epoche di rivoluzione sociale” nella sua “Prefazione alla Critica dell’economia politica”), essa si è concretizzata, per la maggioranza dei rivoluzionari marxisti, attraverso lo scoppio della I guerra mondiale che ha mostrato che il capitalismo era già “globalizzato”, al punto che non poteva più superare le sue contraddizioni interne se non con la guerra imperialista e l’auto-cannibalismo. Questa fu la posizione dell'Internazionale Comunista al suo congresso di fondazione, sebbene questa non sia stata capace di trarne tutte le conseguenze, per ciò che riguardava la questione nazionale: le tesi del secondo congresso conferivano sempre un ruolo rivoluzionario a certe borghesie di paesi sottomessi ad un regime coloniale. Ma le frazioni di sinistra dell’IC, più tardi, sono state capaci di trarre le conclusioni da questa analisi, in particolare dopo i risultati disastrosi della politica dell’IC durante l’ondata rivoluzionaria 1917-1927. Per la Sinistra Italiana negli anni ‘30, per esempio, l’esperienza della Cina del 1927 è stata decisiva. Essa ha mostrato che tutte le frazioni della borghesia, anche quando si proclamavano antimperialiste, sono state condotte a massacrare il proletariato quando questo combatteva per i suoi interessi, come all’epoca del sollevamento di Shanghai nel 1927. Per la Sinistra Italiana, questa esperienza ha provato che le tesi del secondo congresso dovevano essere rigettate. Di più, questa fu una conferma del giusto punto di vista di Rosa Luxemburg sulla questione nazionale rispetto a quello di Lenin: per la Luxemburg era diventato chiaro, durante la I guerra mondiale, che tutti gli Stati facessero ormai inevitabilmente parte del sistema imperialista mondiale”.

È tutto un insieme di questioni differenti che qui sono mescolate. Innanzitutto, la politica del Komintern di Stalin e di Bukharin durante la rivoluzione cinese del 1925-27 è completamente differente da quella di Lenin e dei Bolscevichi, che è stata determinante durante i primi anni del Kominterm. Per voi, se ci sono compiti borghesi da compiere, si è portati a sostenere questa o quella frazione. E’ così che parlavano Stalin ed i Menscevichi. Il metodo di Marx e di Lenin non consiste nel rifiutare questi compiti del momento, quando tutte le frazioni della borghesia sono reazionarie, ma di compierli per mezzo della rivoluzione proletaria, cercando di realizzare al massimo questi compiti borghesi e di continuare con i compiti socialisti.

La rivoluzione cinese ha provato che questo era l’approccio corretto, e non quello della Sinistra comunista.

La rivoluzione borghese ha trionfato in Cina, facendo innumerevoli vittime. Questa rivoluzione ha permesso di creare il proletariato più numeroso al mondo e di sviluppare velocemente delle potenti forze produttive. Questo stesso risultato è stato raggiunto dalle decine di altre rivoluzioni nei paesi d’Oriente. Non ha alcun senso negare il loro ruolo storicamente progressivo: in questo modo la nostra rivoluzione ha potuto disporre di basi solide in numerosi paesi del mondo che, nel 1914, erano ancora essenzialmente agricoli.

Che cosa é cambiato dall’epoca di questo inizio di “globalizzazione”? Le rivoluzioni nazionali non sono più all’ordine del giorno. Secondo voi, è da molto tempo che il capitalismo ha un carattere globale. Sì, possiamo dire che ha un tale carattere dalle sue origini, dall’epoca delle grandi scoperte. Ma il livello di questa “globalizzazione” era qualitativamente differente. Fino all’incirca gli anni ‘80, le rivoluzioni nazionali potevano assicurare una crescita delle forze produttive, ed è per questo che bisognava sostenerle e provare, per quanto possibile, di trasferire la loro direzione nelle mani del proletariato rivoluzionario. Ciò perché esisteva una possibilità obiettiva di sviluppo sotto l’impulso dello Stato nazionale. Adesso, questo stadio di sviluppo nazionale è superato... E questo è valido per tutti gli Stati, anche per i più avanzati. E’ per tale motivo che le riforme intraprese da Reagan o la Thatcher, che negli anni ‘50-60 avrebbero potuto condurre a terribili crisi, hanno dato, relativamente e temporaneamente, dei risultati positivi. Perché queste riforme hanno condotto l’economia del loro paese verso più di “globalizzazione” (nel senso moderno del termine).

Adesso, la lotta nazionale ha perso il suo carattere progressivo perché ha esaurito il suo compito storico: lo Stato nazionale, anche se la rivoluzione trionfa sotto la direzione del proletariato, non offre più un quadro ad uno sviluppo futuro. Ciò non significa tuttavia che sono spariti i compiti borghesi dappertutto. Vi sono ancora dei paesi con regimi feudali, vi sono ancora nazioni oppresse. Ma non è una rivoluzione nazionale che può mettervi fine. Per il proletariato dei paesi arretrati, il capitolo delle rivoluzioni nazionali è chiuso, esse non possono dare risultati se non conducono, direttamente o indirettamente, alla rivoluzione internazionale proletaria. È per questa ragione che diciamo che con l’inizio della globalizzazione, le rivoluzioni nazionali hanno perduto ogni significato progressivo.

Allo stesso modo, il sostegno ad un movimento di liberazione nazionale non ha senso, sia ieri che oggi, se non si strappa la lotta contro l’oppressione nazionale dalle mani della borghesia e trasferendola al proletariato. Vale a dire trasformando un movimento di indipendenza nazionale in un momento della rivoluzione socialista mondiale. Questo non può farsi se non si riconosce il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, non riconoscendo dunque la necessità di condurre al loro termine i compiti storici dalla borghesia. Se no, noi lasceremo il proletariato sotto il dominio della sua borghesia nazionale.

L’approccio leninista di questo problema ha determinato un vasto interesse per il marxismo tra un gran numero di abitanti dei paesi arretrati, per il modo corretto con cui la questione nazionale è stata posta. E non è per errore dei Bolscevichi se la burocrazia stalinista si è impossessata della direzione del Komintern. Solo la rivoluzione nei paesi occidentali avrebbe potuto impedire ciò, ma essa non ha avuto luogo perché il capitalismo non aveva esaurito le sue possibilità storiche. Le due guerre mondiali gli hanno permesso di soffocare le sue contraddizioni.

Adesso che le sue contraddizioni sono cresciute, per comprendere bene come esse conducano a nuove crisi, è necessario studiare lo sviluppo del capitalismo piuttosto che contentarsi di ripetere che esso è in declino ed in decomposizione. In Russia, questa tesi scatena brutti sarcasmi, dopo decenni durante i quali la burocrazia stalinista ci ha riempito le orecchie col capitalismo “che marcisce”.

“Sostenere una nazione contro un’altra ha sempre significato sostenere un blocco imperialista contro un altro, e tutte le guerre di liberazione nazionale del XX secolo l’hanno provato. Ciò che la Sinistra italiana ha chiaramente espresso, è che questo si applicava anche alle borghesie coloniali, alle frazioni capitaliste che cercavano di creare un nuovo stato “indipendente”: queste non potevano sperare di raggiungere il loro scopo se non subordinandosi ad una delle potenze imperialiste che si erano già divise il pianeta. Come dite nella vostra piattaforma, il XX secolo è stato solamente un susseguirsi incessante di guerre imperialiste per il dominio del pianeta: per noi, ciò costituisce al tempo stesso la conferma più sicura che il capitalismo è un sistema mondiale senile e reazionario, ed anche che tutte le forme di lotte “nazionali” sono integrate interamente nel gioco imperialista globale”.

Qui ancora: l) “le guerre continue” hanno accompagnato il capitalismo in tutti gli stadi del suo sviluppo e non sono una prova del suo progresso o del suo declino; 2) la crescita delle forze produttive e del numero di proletari nei paesi del Terzo Mondo ha mostrato senza equivoci il carattere progressista delle rivoluzioni nazionali borghesi fin verso la metà degli anni ‘70; 3) lo scopo del sostegno a questi movimenti non era di “sostenere una nazione contro un’altra” ma di attirare verso il partito della rivoluzione gli operai ed in primo luogo, di favorire lo sviluppo del proletariato in questi paesi.

Rosa Luxemburg ha fatto una critica senza concessioni della parola d’ordine sull’“autodeterminazione nazionale” anche prima della I guerra mondiale, avanzando come argomento che essa era un’illusione della democrazia borghese: in ogni Stato capitalista, non è né il “popolo” che “si autodetermina”, né la “nazione”, ma solamente la classe capitalista. Per Marx ed Engels non era un segreto il fatto che, quando chiamavano all’indipendenza nazionale, era per sostenere solamente lo sviluppo del modo di produzione capitalista in un periodo in cui il capitalismo aveva ancora un ruolo progressista da giocare.

Come Marx, noi non nascondiamo il fatto che le rivoluzioni nazionali hanno un carattere progressista solo dal punto di vista dello sviluppo del capitalismo.

Congratulazioni fraterne

ICU

 La nostra risposta

In una serie di articoli che abbiamo scritto alla fine degli anni ‘80 ed inizio ‘90 per difendere l’idea che il capitalismo è un sistema sociale in declino, notavamo che “più il capitalismo affonda nella decadenza, più mostra la sua decomposizione avanzata, più la borghesia ha bisogno di negare la realtà e di promettere al mondo un futuro brillante sotto il sole del capitale. E’ l’essenza delle campagne attuali in risposta al crollo ben visibile dello stalinismo: la sola speranza, il solo futuro, è il capitalismo”. (“Il dominio reale del capitale e le confusioni reali del campo politico proletario”, Rivista Internazionale - edizione in lingua inglese, francese o spagnola - n° 60, inverno 90).

Non c’é niente di sorprendente che la borghesia neghi il fallimento inevitabile del suo sistema sociale; più vicina è la sua morte, più essa si allontana evidentemente dalla verità e si ripiega su dei fantasmi. Dopo tutto, è una classe sfruttatrice e nessuna altra classe sfruttatrice nella storia è stata capace di confrontarsi con il fatto di essere tale, ancor meno quando i suoi giorni sono storicamente contati. Se qualcuno dei suoi rappresentanti finisse per ammettere la sua prossima fine, non riuscirebbe a concepire un mondo successivo al dominio del capitale senza cadere nelle visioni di un passato mitico o di un futuro messianico.

Certamente, ci si aspetta qualcosa di più da coloro che dicono di parlare in nome del proletariato sfruttato e di aspettare una rivoluzione comunista. Tuttavia, non dobbiamo mai sottovalutare il potere ideologico del sistema dominante, la sua capacità di deviare e sabotare ogni sforzo teso verso una comprensione chiara e lucida della situazione reale e delle prospettive per il sistema mondiale attuale. Ci sono veramente troppi esempi di quelli che hanno perso di vista le premesse teoriche fondamentali del movimento comunista come Marx ed Engels le hanno per la prima volte messe in un quadro in termini scientifici, di quelli che hanno perso fiducia nell’affermazione che il capitalismo, come gli altri sistemi che l’hanno preceduto, è solamente una fase transitoria nell’evoluzione storica dell’umanità, destinata a sparire a causa delle sue proprie contraddizioni intrinseche. È un fenomeno che abbiamo osservato negli anni ‘80 e - come l’abbiamo sottolineato nella prima parte di questo articolo nella Revue Internationale n° 111 - vediamo ancora più esplicitamente oggi. Più il capitalismo marcisce, più passa dal semplice declino ad una disintegrazione completa, più vediamo delle voci che, all’interno o ai margini del movimento rivoluzionario, vanno in tutti i sensi, cercando disperatamente qualche “nuova” scoperta che nasconderebbe l’orribile verità. Il capitalismo in decomposizione? No, no, si ristruttura! Il capitalismo in un vicolo cieco? Ma allora Internet, la globalizzazione, i dragoni dell’Asia...?

Questa è l’atmosfera generale di confusione nella quale nascono le nuove correnti proletarie in Russia e nell’ex-URSS. Come abbiamo sottolineato nell’articolo precedente, malgrado le loro differenze, tutte queste correnti sembrano avere una difficoltà ad accettare la conclusione sulla quale era stata fondata l’Internazionale Comunista e che costituiva il solco di lavoro della sinistra comunista, la conclusione secondo la quale il capitalismo mondiale è entrato in declino storico o in decadenza dalla prima guerra mondiale.

Come abbiamo detto nell’ultimo articolo, in questa discussione andiamo a considerare gli argomenti dei compagni dell’Unione Comunista Internazionale. Ecco come essi presentano i loro argomenti contro la nozione di decadenza:

“La transizione verso una forma economica superiore è il risultato dello sviluppo della forma anteriore, non della sua distruzione. Se la vecchia formazione fosse esaurita, verrebbero fuori costantemente crisi sociali e forze sociali che aspirerebbero a mettere in atto la nuova forma. Ciò non si verifica. Inoltre, per parecchi decenni, il capitalismo ha conosciuto una stabilità relativa del suo sviluppo durante la quale le forze rivoluzionarie non solo non sono cresciute, ma al contrario, si sono sbriciolate. (...) E (il capitalismo) si sviluppa realmente, non solo creando qualitativamente delle nuove forze produttrici, ma anche delle nuove forme di capitalismo. Lo studio di questo sviluppo può dare la risposta su quando verrà una nuova crisi, come la crisi di 1914-45, e attraverso di essa, quale potrebbero essere le forme di transizione al socialismo. La teoria della decadenza nega lo sviluppo del capitalismo e rende impossibile il suo studio, lasciandoci come semplici sognatori con una fede nel brillante futuro dell’umanità” (Lettera alla CCI, 20/2/02).

I compagni sicuramente si rifanno agli argomenti di Marx nella sua famosa Prefazione alla critica dell’economia politica nella quale tratta delle condizioni materiali della transizione di un modo di produzione ad un altro, dicendo che “una formazione sociale non scompare mai finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa è capace di creare, così come non si arriva mai a nuovi e più evoluti rapporti di produzione prima che le loro condizioni materiali di esistenza si siano schiuse nel grembo stesso della vecchia società”.

Naturalmente siamo qui d’accordo con gli argomenti di Marx, ma non pensiamo che egli volesse dire che una nuova società non potesse sorgere dalla vecchia finché le ultime innovazioni tecniche o economiche non sarebbero state sviluppate. Una tale visione potrebbe sembrare compatibile con i modi di produzione precedenti in cui le scoperte tecniche avvenivano con un ritmo molto lento; ciò sarebbe difficilmente possibile nel capitalismo che non può vivere senza sviluppare costantemente, se non quotidianamente, la sua infrastruttura tecnologica. Il problema che qui si pone è che l'UCI sembra riferirsi a questo passaggio senza avere assimilato la parte precedente del testo nella quale Marx sottolinea le pre-condizioni dell’apertura di un periodo di rivoluzione sociale, che è la chiave della nostra comprensione della decadenza del capitalismo, della sua epoca di guerra e di rivoluzione, come è stato formulato dall’I.C. Ci riferiamo al passaggio in cui Marx dice che “ad un certo grado del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti o, per usare un termine giuridico, con i rapporti di proprietà nel cui ambito si erano mosse fino a quel momento. Da che erano forme di sviluppo delle forze produttive questi rapporti si tramutano in vincoli che frenano tali forze. Si arriva quindi ad un’epoca di rivoluzione sociale”.

Le forme di sviluppo diventano degli ostacoli; nella visione dinamica che è propria del marxismo, ciò non significa che la società arriva ad un arresto completo ma che il proseguimento del suo sviluppo diventa sempre più irrazionale e catastrofico per l’umanità. Abbiamo del resto rigettato in numerose occasioni la visione secondo cui la decadenza rappresenterebbe un arresto totale dello sviluppo delle forze produttive. La prima volta è stata nel nostro opuscolo La decadenza del capitalismo, scritto all’inizio degli anni ’70, di cui un intero capitolo è dedicato precisamente a questa questione. Confutando l’affermazione di Trotski degli anni ‘30 secondo la quale “le forze produttive avevano smesso di crescere”, affermavamo che: “Nella visione marxiana il periodo di decadenza di una società non può essere dunque caratterizzato dall’arresto totale e permanente della crescita delle forze produttive, ma dal RALLENTAMENTO DEFINITIVO DI QUESTA CRESCITA.

Gli arresti assoluti della crescita delle forze produttive appaiono nel corso delle fasi di decadenza. Ma, - nel sistema capitalista, la vita economica non può esistere senza accumulazione crescente e permanente del capitale – essi non sorgono che momentaneamente. Essi sono le convulsioni violente che regolarmente segnano lo svolgersi della decadenza. ...

... Ciò che caratterizza la decadenza di una forma sociale data dal punto di vista economico è dunque:

Ø      Un rallentamento effettivo della crescita delle forze produttive tenuto conto del ritmo che sarebbe stato tecnicamente ed oggettivamente possibile nell’assenza del freno esercitato dalla permanenza degli antichi rapporti di produzione. Questo freno deve avere un carattere inevitabile, irreversibile. Deve essere provocato specificamente dal perpetuarsi dei rapporti di produzione che sostengono la società. Lo scarto di velocità che ne consegue al livello dello sviluppo delle forze produttive può solo aumentare e dunque manifestarsi sempre più alle classi sociali.

Ø      L'apparizione di crisi sempre più importanti per profondità ed estensione. Queste crisi, questi blocchi momentanei forniscono d’altronde le condizioni soggettive necessarie al compiersi di un tentativo di rivolgimento sociale. E’ nel corso di queste crisi, che il potere della classe dominante subisce i più profondi indebolimenti e che, attraverso l’intensificazione oggettiva della necessità del proprio intervento, la classe rivoluzionaria trova i primi fondamenti della sua unità e della sua forza”.

Altrove, (“Lo studio del capitale e dei fondamenti del comunismo”, Revue Internationale n°75) abbiamo sottolineato che la nostra concezione non era differente da quella di Marx nei Grundrisse, quando scrive: “Da un punto di vista ideale, la dissoluzione di una forma di coscienza data basterebbe ad uccidere un’epoca intera. Da un punto di vista reale, questo limite della coscienza corrisponde ad un grado determinato di sviluppo delle forze produttive materiali e dunque della ricchezza. A dire il vero, lo sviluppo non si è prodotto sulla vecchia base ma è questa base stessa che si è sviluppata. Lo sviluppo di questa stessa base (la fioritura in cui essa si trasforma; ma è sempre questa base, questa stessa pianta in quanto fiorisce; è per questo che appassisce dopo la fioritura ed in seguito alla fioritura) è il punto in cui essa stessa è stata elaborata fino a prendere la forma nella quale è compatibile con lo sviluppo massimo delle forze produttive e dunque anche con lo sviluppo più ricco degli individui. Appena questo punto è raggiunto, il seguito dello sviluppo appare come un declino ed il nuovo sviluppo comincia su una nuova base”.

Più di qualunque altro sistema sociale precedente, il capitalismo è sinonimo di “crescita economica”, ma contrariamente a ciò che raccontano i ciarlatani della borghesia, crescita e progresso non sono la stessa cosa: la crescita del capitalismo nel suo periodo di decadenza è più simile a quella di un tumore maligno che a quella di un corpo sano che passa progressivamente dall’infanzia all'età adulta.

Le condizioni materiali di uno sviluppo “sano” del capitalismo sono sparite all’inizio del ventesimo secolo quando il capitalismo ha effettivamente stabilito un’economia mondiale e posto così le fondamenta della transizione al comunismo. Ciò non significa che il capitalismo si sia sbarazzato di tutti i resti dei modi di produzione e delle classi precapitaliste e che abbia esaurito l’ultimo mercato precapitalista, né che abbia effettuato la transizione finale dal dominio formale al dominio reale della forza lavoro in ogni angolo del pianeta. Il vero significato di ciò è che, a partire da questo momento, il capitalismo globale poteva invadere sempre meno ciò che Marx chiamava “i domini periferici” di espansione, ed era obbligato a crescere mediante un auto-cannibalismo crescente e barando con le sue proprie leggi. Abbiamo già dedicato uno spazio considerevole a queste forme di “sviluppo in fase di decadenza” e le riassumeremo semplicemente qui di seguito:

Ø      L’organizzazione di “trust capitalisti di Stato” giganteschi a livello nazionale, ed anche a livello internazionale attraverso la formazione di blocchi imperialistici, aventi per funzione quella di regolare e di controllare il mercato, e dunque di impedire che le operazioni “normali” della concorrenza capitalista non raggiungano il loro livello reale e non esplodano nelle gigantesche crisi aperte di sovrapproduzione come quella del ‘29;

Ø      Il ricorso (in grande parte attraverso l’intervento dei grandi capitalismi di Stato) al credito ed alle spese deficitarie, che non agiscono più come uno stimolo per lo sviluppo dei nuovi mercati ma sempre più come una sostituzione del mercato reale; di qui, una crescita economica su una base sempre più speculativa ed artificiale che apre la via a degli “adeguamenti” devastanti come il crollo delle tigri e dei dragoni asiatici, o d’altra parte ciò che accade ora negli USA dopo la crescita “delirante” ma drogata degli anni ‘90;

Ø      Il militarismo e la guerra come stile di vita per il sistema - non solamente come nuovo mercato artificiale che diventa un fardello opprimente per l'economia mondiale - ma come solo mezzo per gli Stati di difendere la loro economia nazionale a spese dei loro rivali. I compagni dell’UCI potranno rispondere che il capitalismo è sempre stato un sistema guerriero, ma come abbiamo spiegato anche in un articolo della nostra serie “comprendere la decadenza del capitalismo” (vedere in particolare la parte V nella Revue Internationale n°54), c’è una differenza qualitativa tra le guerre dell’ascendenza del capitalismo - che erano generalmente di corta durata, a scala locale, che coinvolgevano soprattutto degli eserciti di professionisti aprendo naturalmente delle nuove possibilità d’espansione - e le guerre del suo declino, che hanno assunto un carattere quasi permanente, si sono orientate in modo crescente verso il massacro senza discriminazione di milioni di richiamati e di civili, e che hanno gettato la ricchezza prodotta da secoli di lavoro in un abisso senza fondo. Le guerre del capitalismo hanno un tempo fornito la base per stabilire un’economia mondiale e dunque per la transizione al comunismo; ma a partire da là, lungi dal porre le basi del progresso sociale futuro, hanno minacciato sempre di più la stessa sopravvivenza dell’umanità;

Ø      Lo spreco gigantesco di forza lavoro umana rappresentato dalla guerra e dalla produzione di guerra illustra anche un altro aspetto del capitalismo nella sua fase di senilità: il peso enorme delle spese e delle attività non produttive, non solamente nella sfera militare, ma anche per la necessità di mantenere in piedi i grande apparati della burocrazia, del marketing ed altro ancora. Nel libro ufficiale dei record del capitalismo, tutte le sfere sono definite come espressioni di “crescita”, ma in realtà, esse manifestano a che livello è giunto il capitalismo in quanto ostacolo allo sviluppo qualitativo delle forze di produzione umana, sviluppo che diventa al tempo stesso necessario e possibile in questa epoca;

Ø      Un’altra dimensione di “sviluppo nel senso di un declino” che non poteva essere intravista ai tempi di Marx, è costituita dalla minaccia ecologica che la corsa cieca all’accumulazione fa pesare sul sistema, minando la base stessa della vita del pianeta. Sebbene questo problema sia diventato sempre più evidente in questi ultimi dieci anni, esso resta legato intimamente al problema della decadenza. È il restringimento storico del mercato mondiale che ha sempre più costretto ogni Stato a saccheggiare o ad ipotecare le sue risorse naturali; questo processo si è svolto per tutto il XX secolo, anche se solo oggi raggiunge il suo culmine; all’epoca, una rivoluzione proletaria trionfante nel 1917-23 non avrebbe dovuto fare fronte ad un problema tanto immenso come quello posto oggi dai danni all’ambiente naturale provocati dalla crescita malsana del capitalismo. A questo livello, è immediatamente evidente che è il capitalismo il cancro del pianeta.

Quando si è conclusa l'epoca delle rivoluzioni borghesi?

In accordo con gli scritti di Marx sulla Comune di Parigi, Lenin considerava che il 1871 segnava la fine del periodo delle rivoluzioni borghesi nei principali centri del capitalismo mondiale. Datava in questa stessa epoca l’inizio della fase di espansione imperialistica a partire da questi centri.

Durante l’ultimo terzo del XIX secolo, il movimento marxista considerava che le rivoluzioni borghesi fossero ancora all’ordine del giorno nelle regioni dominate dalle potenze coloniali. Era una visione perfettamente valida all’epoca; tuttavia, alla fine del secolo, diventava sempre più chiaro che la dinamica stessa dell’espansione imperialistica, che prevedeva uno sviluppo delle colonie solo a livello di mercati passivi e di fonti di materie prime, inibiva l’apparizione di nuovi capitalismi nazionali indipendenti, e dunque di una borghesia rivoluzionaria. Questa questione era l’argomento di dibattiti particolarmente ardui in seno al movimento rivoluzionario in Russia; nei suoi scritti sulle comuni contadine russe, Marx aveva già espresso la speranza che una rivoluzione mondiale trionfante potesse risparmiare alla Russia la necessità di passare attraverso il purgatorio dello sviluppo capitalista. Più tardi, quando divenne evidente che il capitale imperialistico non era intenzionato ad abbandonare la Russia al suo proprio destino, il centro della questione si spostò sul problema delle debolezze riguardanti la nascente borghesia russa. I menscevichi, interpretando il metodo marxista in un modo molto rigido e molto meccanicistico, affermavano che il proletariato doveva prepararsi a sostenere l’inevitabile rivoluzione borghese in Russia; i bolscevichi, d’altra parte, riconoscevano che alla borghesia russa mancavano forti ali per condurre la sua rivoluzione e concludevano che questo compito doveva essere preso in carico dal proletariato e dalla classe contadina (la formula della “dittatura democratica”). Nei fatti, la posizione più legata alla realtà fu quella di Trotsky, perché essa non era posta immediatamente in termini “russi” ma in un quadro globale e storico, e perché aveva come punto di partenza il riconoscimento che il capitalismo come sistema stava entrando nell’epoca della rivoluzione socialista mondiale. La classe operaia al potere non avrebbe potuto limitarsi ai compiti borghesi della rivoluzione ma sarebbe stata obbligata a fare “la rivoluzione permanente”, estendere cioè la rivoluzione sulla scena mondiale dove non avrebbe potuto che prendere un carattere socialista.

Nelle Tesi di aprile del 1917, Lenin raggiunge effettivamente questa posizione, spazzando via le obiezioni dei bolscevichi conservatori (che in effetti avevano flirtato col menscevismo e la borghesia) secondo le quali egli abbandonava la prospettiva della “dittatura democratica”. Nel 1919, l’Internazionale Comunista si è formata sulla base del fatto che il capitalismo era proprio entrato nel suo periodo di declino, nell’epoca della rivoluzione proletaria mondiale. Tuttavia, mentre proclamava che l’emancipazione delle masse colonizzate dipendeva ora dal successo della rivoluzione mondiale, l’IC non era stata capace di spingere questa questione fino alla sua logica conclusione: cioè che l’epoca delle lotte di liberazione nazionale era finita - benché Rosa Luxemburg ed altri l’avessero già formulato. Furono soprattutto i tentativi disastrosi dei bolscevichi di stringere delle alleanze con borghesie sedicenti “antimperialiste” di regioni come la Turchia, il vecchio impero zarista, e soprattutto la Cina, che condussero la sinistra comunista, (la Frazione italiana in particolare), a rimettere in questione le tesi dell’IC sulla questione nazionale, che contenevano la possibilità di alleanze temporanee tra la classe operaia e le borghesia coloniale. Le frazioni di sinistra avevano visto bene che ciascuna di queste “alleanze” si concludeva con un massacro della classe operaia e dei comunisti perpetrata dalla borghesia coloniale che, nel farlo, non esitava a mettersi al servizio di questa o quella gang imperialista.

L’UCI, nella sua piattaforma, afferma che la sua esistenza trae origine dal lavoro delle frazioni di sinistra comunista che hanno rotto con l’IC in degenerazione (vedi World Revolution n° 254). Tuttavia, su questa questione, l’UCI mantiene la visione “ufficiale” dell’IC contro quella della sinistra: “La politica del Komintern di Stalin e di Bukharin durante la rivoluzione cinese del 1925-27 differisce completamente da quella di Lenin e dei Bolscevichi che prevaleva durante i primi anni del Komintern. Voi argomentate ancora che se esistono dei compiti borghesi, dovremmo sostenere questa o quella frazione borghese. I Menscevichi e gli stalinisti dicevano la stessa cosa. ... Il metodo di Marx e di Lenin non consiste nel rifiutare i compiti dell’ora quando tutte le frazioni della borghesia sono ugualmente reazionarie, ma nel compiere questi compiti col metodo della rivoluzione proletaria, cercando di eseguire i compiti borghesi con la maggiore profondità e di portare a termine i compiti socialisti. La rivoluzione cinese ha mostrato la correttezza di questo approccio contrariamente a quello della sinistra. In ogni modo la rivoluzione in Cina ha vinto, sebbene abbia lasciato un numero enorme di vittime. Questa rivoluzione ha reso possibile la creazione del proletariato più numeroso del mondo e potente, che ha velocemente sviluppato le forze produttive. Lo stesso risultato è stato raggiunto da decine di altre rivoluzioni nei paesi dell’Est. Non vediamo la ragione per negare il loro ruolo storicamente progressivo: grazie ad esse, la nostra rivoluzione ha una solida base di classe in molti paesi del mondo che nel 1914 erano ancora completamente agricoli”.

Siamo naturalmente d’accordo sul fatto che la posizione di Lenin, posizione che si trova nelle “Tesi sulla questione nazionale e coloniale” del II Congresso dell’IC del 1920, non era in nessuno modo la stessa di quella di Stalin nel 1927. In particolare, le Tesi del 1920 insistevano sulla necessità per il proletariato di rimanere rigorosamente indipendente anche dalle forze “nazionaliste rivoluzionarie”; Stalin invece ha chiamato gli operai insorti di Shanghai a rendere le loro armi ai macellai del Kuomintang. Ma come abbiamo mostrato nella nostra serie di articoli sulle origini del Maoismo, (Rivista Internazionale - edizione in lingua inglese, francese o spagnola - n° 81, 84, 94), questa esperienza non confermava solamente che la cricca di Stalin aveva abbandonato la rivoluzione proletaria a profitto degli interessi dello Stato nazionale russo, ma aveva anche annientato ogni speranza di trovare un settore della borghesia coloniale che non si gettasse ai piedi dell’imperialismo e che non massacrasse il proletariato alla prima opportunità. I settori “nazionalisti rivoluzionari” o “antimperialisti” della borghesia coloniale semplicemente non esistevano. Non potrebbe essere diversamente in un’epoca storica - la decadenza del mondo capitalista - nella quale non c’é più la minima coincidenza tra gli interessi delle due principali classi.

L’UCI e la “rivoluzione borghese” in Cina

La posizione dell’UCI sulla Cina ci sembra contenere una profonda ambiguità. Da un lato, l’UCI dice che in Russia nel 1917, la borghesia era già reazionaria, ciò che costituisce il motivo per cui il proletariato doveva prendere in carico i compiti della rivoluzione borghese; dall’altro lato, secondo la loro visione, in Cina e in “decine di altri” paesi dell’Est non specificati, sembra che la rivoluzione borghese si sia potuta svolgere. Ciò significa forse che la borghesia di questi paesi era ancora progressista dopo il 1917? O ciò vuole dire - nel caso della Cina in particolare - che la frazione che ha compiuto la “rivoluzione borghese” - il Maoismo - aveva qualche cosa di proletario, come dicono i Trotskisti? L’UCI ha bisogno di fare una netta chiarezza su questo punto.

In ogni caso, prendiamo in considerazione se ciò che accadde in Cina corrisponde alla comprensione marxista di una rivoluzione borghese. Dal punto di vista marxista, le rivoluzioni borghesi erano un fattore di progresso storico perché eliminavano i resti del vecchio modo di produzione feudale e gettavano le basi della futura rivoluzione del proletariato. Questo processo aveva due dimensioni fondamentali:

Ø      a livello più materiale, la rivoluzione borghese ha gettato giù le barriere feudali che bloccavano lo sviluppo delle forze produttive e l’espansione del mercato mondiale. La formazione di nuovi Stati nazionali era un’espressione del progresso in questo senso: vale a dire che ha fatto esplodere i limiti del localismo feudale e ha creato le fondamenta di un’economia mondiale;

Ø      lo sviluppo delle forze produttive è anche, naturalmente, lo sviluppo materiale del proletariato, ma un’altra chiave di lettura della rivoluzione borghese è che essa ha creato il quadro politico per lo sviluppo “ideologico” della classe operaia, la sua capacità di identificarsi ed organizzarsi in quanto classe distinta in seno alla società capitalista e alla fine contro di essa.

La sedicente rivoluzione cinese del 1949 non corrisponde a nessuno di questi aspetti. Per cominciare, essa non era un prodotto di un’economia mondiale in espansione ma quello di un’economia che era arrivata ad un impasse storico. Ciò si può vedere chiaramente quando si comprende che era nata non da una lotta contro il feudalismo o il dispotismo asiatico, ma da una lotta sanguinosa tra gang della borghesia, tutte legate all’una o all’altra delle grandi potenze imperialiste che dominavano il mondo. La “rivoluzione cinese” è stata il frutto di conflitti imperialisti che hanno devastato la Cina negli anni ‘30 e soprattutto del loro punto culminante - la seconda guerra imperialista mondiale. Ciò non viene messo in discussione dal fatto che, a differenti momenti, le fazioni cinesi in lotta abbiano avuto differenti sostegni imperialistici (per esempio il maoismo era sostenuto dagli USA durante la seconda guerra mondiale e poi dalla Russia all’inizio della “guerra fredda”). D’altra parte il fatto che la Cina abbia preso un orientamento imperialistico “indipendente” durante un breve periodo negli anni ‘60 non prova affatto l’esistenza di “giovani” borghesie che potrebbero sfuggire alla presa dell’imperialismo in questa epoca. È piuttosto il contrario: il fatto che anche la Cina, con i suoi immensi territori e le sue risorse, sia stata capace di fare un percorso indipendente per un periodo così breve, conferma ampiamente le argomentazioni di Rosa Luxemburg nell’Opuscolo di Junius secondo cui nell’epoca aperta dalla prima guerra mondiale, nessuna nazione “può tenersi al riparo” dall’imperialismo perché viviamo in un periodo nel quale il dominio dell’imperialismo sull’intero pianeta può essere superato solamente dalla rivoluzione comunista mondiale.

Lo sviluppo economico della Cina comprende anche tutte le caratteristiche dello “sviluppo in fase di decadenza”: non si manifesta dunque come parte di un mercato mondiale in espansione, ma come un tentativo di sviluppo autarchico in un’economia mondiale che ha già raggiunto i suoi limiti fondamentali nella sua capacità ad estendersi. Da ciò, come nella Russia stalinista, l’enorme preponderanza del settore militare, dell’industria pesante a spese della produzione di beni di consumo, di una burocrazia statale orrendamente gonfiata. Da ciò anche le convulsioni periodiche come “il grande balzo in avanti” e la “rivoluzione culturale” nelle quali la classe dominante mirava a mobilitare la popolazione dietro delle campagne per intensificare il suo sfruttamento e la sua sottomissione ideologica allo Stato. Queste campagne erano una risposta disperata alla stagnazione ed all’arretramento cronico dell’economia: ne è testimone l’esigenza dello Stato durante il “grande balzo in avanti” di installare un altoforno in ogni villaggio per utilizzare ogni pezzo di metallo fosse capitata tra le mani.

Naturalmente, la classe operaia cinese è più numerosa oggi che nel 1914. Ma per giudicare se ciò è in sé un fattore di progresso per l’umanità, dobbiamo considerare la situazione del proletariato a livello mondiale e non nazionale. Ciò che vediamo a questo livello, è che il capitalismo si è rivelato incapace di integrare la maggioranza della popolazione del mondo nella classe operaia. In percentuale della popolazione mondiale, la classe operaia resta una minoranza.

Il progresso per il proletariato cinese nel secolo passato sarebbe stato il successo della rivoluzione mondiale 1917-27, ciò che avrebbe permesso uno sviluppo equilibrato ed armonioso dell’industria e dell’agricoltura a scala mondiale, e non queste lotte frenetiche e non necessarie storicamente di ogni economia nazionale per sopravvivere in un mercato mondiale saturo. Al posto di ciò, la classe operaia cinese ha trascorso la maggior parte del secolo sotto lo stivale odioso dello stalinismo. Lungi dall’essere il prodotto di una rivoluzione borghese tardiva, lo stalinismo è l’espressione classica della controrivoluzione borghese, l’orribile rivincita del capitale dopo che il proletariato aveva provato e mancato di rovesciare il suo dominio. Il fatto che esso sia fondato su una menzogna completa - la sua pretesa di rappresentare la rivoluzione comunista - è in sé un’espressione tipica di un modo di produzione decadente: nella sua ascendenza, nella sua fase di fiducia in sé, il capitalismo non aveva alcun bisogno di vestire i panni del suo nemico mortale. Di più, questa menzogna ha avuto l’effetto più negativo sulla capacità della classe operaia - a livello mondiale ed in particolare nei paesi dominati dallo stalinismo - di comprendere la reale prospettiva comunista. Quando consideriamo il prezzo terribile di repressione e di massacro che lo stalinismo ha fatto pagare alla classe operaia - il numero di morti nelle prigioni maoiste e nei campi di concentramento è ancora sconosciuto, ma si aggira probabilmente sui milioni - diventa evidente che la sedicente “rivoluzione borghese” in Cina è fallita completamente nel compiere ciò che le autentiche rivoluzioni borghesi erano riuscite a produrre nel XVIII e nel XIX secolo: un quadro politico che permetteva al proletariato di sviluppare la fiducia in sé e la coscienza di essere una classe. Lo stalinismo è stato invece un disastro completo per il proletariato mondiale ed anche dopo la sua morte continua ad avvelenare la coscienza proletaria grazie alle campagne della borghesia che identifica il fallimento dello stalinismo con la fine del comunismo. Come tutte le sedicenti “rivoluzioni nazionali” del XX secolo, è la testimonianza del fatto che il capitalismo non pone più oramai le fondamenta per il comunismo ma le sabota sempre più.

I Comunisti e la questione nazionale: non c’è posto per l'ambiguità

Secondo l’UCI, i comunisti potevano in un certo senso sostenere le rivoluzioni nazionali fino agli anni ‘80; adesso con l'avvento della globalizzazione, non sarebbe più possibile:

“Che cosa é cambiato a partire dall’inizio della “globalizzazione?” La possibilità di avere una rivoluzione nazionale è sparita. Fino agli anni ‘80, le rivoluzioni nazionali potevano garantire ancora la crescita delle forze produttive, dovevano dunque ancora essere sostenute, tentando se possibile di trasferire la loro gestione nelle mani del proletariato rivoluzionario... Adesso, questa tappa storica per lo sviluppo nazionale è arrivata al suo termine”.

La prima questione da porre su questa posizione è che se la Sinistra comunista avesse difeso le “rivoluzioni nazionali” fino agli anni ‘80, oggi non ci sarebbe più una sinistra comunista. Fino alla morte dell’Internazionale Comunista alla fine degli anni ‘20, la Sinistra Comunista è stata la sola corrente politica che si è opposta in modo coerente alla mobilitazione del proletariato nella guerra imperialistica, soprattutto quando queste guerre erano fatte in nome di una qualsiasi rivoluzione borghese tardiva o della “lotta contro l’imperialismo”. A partire dalla Spagna e dalla Cina negli anni ‘30, passando per la seconda guerra mondiale, ed in tutti i conflitti locali che hanno caratterizzato la guerra fredda (Corea, Vietnam, Medio Oriente, ecc.), la Sinistra comunista, da sola, ha sostenuto l’internazionalismo proletario, rigettando ogni sostegno ad un qualsiasi Stato o frazione nazionale, chiamando la classe operaia a difendere i propri interessi di classe contro gli appelli a sciogliersi nei fronti guerrieri del capitale. La conseguenza terribile di scostarsi da questa via è stata illustrata in modo molto vivente dall’implosione della corrente bordighista all’inizio degli anni ‘80: le sue ambiguità sulla questione nazionale hanno aperto la porta alla penetrazione di frazioni nazionaliste che hanno cercato di trascinare la principale organizzazione bordighista verso il sostegno dell’OLP e di Stati come la Siria nella guerra in Medio Oriente. Ci sono state delle resistenze da parte di elementi proletari nell’organizzazione, ma essa ha pagato un prezzo terribile con la perdita di energie militanti e lo scoppio conseguente di tutta l’intera corrente. Se i nazionalisti fossero riusciti nell’impresa, avrebbero finito per annettere questa corrente storica della sinistra italiana all’ala sinistra del capitale a fianco dei trotskisti e degli stalinisti. Se gli antenati politici di altri gruppi come la CCI ed il BIPR avessero seguito una politica di sostegno alle sedicenti “rivoluzioni nazionali”, questi gruppi avrebbero subito una sorte analoga e non ci sarebbero più correnti della sinistra comunista con cui i nuovi gruppi che nascono in Russia possano mettersi in contatto.

In secondo luogo ci sembra che, nonostante la conclusione dell’UCI secondo cui questo sarebbe il momento per una posizione proletaria veramente indipendente sui movimenti nazionali, i compagni restino attaccati a formulazioni che, nel migliore dei casi, si possono considerare ambigue, ma che possono anche condurre ad un tradimento aperto dei principi di classe. Ad esempio, essi parlano ancora della possibilità di trasferire la lotta nazionale della borghesia al proletariato, aderiscono ancora alla parola d'ordine della “autodeterminazione nazionale”:

in ciò che riguarda il sostegno ai movimenti di indipendenza nazionale, il solo orientamento da seguire, sia ieri che oggi, è quello di strappare la lotta all’oppressione nazionale dalle mani della borghesia e di rimetterla nelle mani del proletariato. Ciò non può essere fatto se non si riconosce il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, e cioè se non si riconosce la necessità di condurre fino alla fine i compiti storici della borghesia. Diversamente, lasceremo il proletariato nazionale sotto la direzione della borghesia nazionale”.

Ma la classe operaia non può prendere in carico la lotta nazionale; anche per difendere i suoi interessi di classe, si trova in opposizione con la borghesia nazionale e tutte le sue ambizioni. La guerra di classe e la guerra nazionale sono opposte diametralmente tanto nella loro forma quanto nel loro contenuto. In ciò che riguarda l’autodeterminazione, gli stessi compagni riconoscono che essa è impossibile nelle condizioni attuali del capitalismo, anche se considerano ciò a partire dagli anni 80. Essi argomentano dunque in favore della parola d’ordine con termini simili a quelli di Lenin - come un mezzo di evitare di “creare degli antagonismi” o di offendere i proletari dei paesi arretrati e di sottrarli all'influenza borghese. Compagni, il comunismo non può trattenersi dall’essere offensivo rispetto ai sentimenti nazionalisti mal posti che esistono in seno alla classe operaia. A questo proposito, i comunisti dovrebbero evitare di criticare la religione perché molti operai sono influenzati dall’ideologia religiosa. Certamente, non provochiamo o non insultiamo gli operai perché hanno delle idee confuse. Ma come è detto nel Manifesto Comunista, i comunisti si rifiutano di nascondere le loro idee. Se la liberazione nazionale e l’autodeterminazione nazionale sono impossibili, allora dobbiamo dirlo nei termini più chiari possibili.

L’apparizione di gruppi come l’UCI è un apporto importante per il proletariato mondiale. Ma le sue ambiguità sulla questione nazionale sono molto gravi e mettono in discussione la sua capacità di sopravvivenza in quanto espressione del proletariato. La storia ha mostrato che, poiché si ricollegano al profondo antagonismo tra il proletariato e le guerre imperialistiche, le ambiguità sulla questione nazionale possono soprattutto portare facilmente a tradire gli interessi internazionalisti della classe operaia. Noi spingiamo dunque i compagni a riflettere in profondità su tutti i testi e tutti i contributi che la sinistra comunista ha prodotto su questa questione vitale.

CDW

1. Per la presentazione di questo gruppo, rinviamo i nostri lettori alla Rivista Internazionale (edizione in lingua inglese, francese o spagnola) n° 111, “Presentazione dell’edizione russa dell’opuscolo sulla decadenza: la decadenza, un concetto fondamentale del marxismo”.

2. I compagni di un altro gruppo russo, il Gruppo dei Collettivisti Proletari Rivoluzionari, sembrano avere la stessa posizione quando dicono che la rivoluzione comunista è diventata possibile solamente da quando il capitalismo ha sviluppato i microprocessori. Ritorneremo più tardi su questo argomento.

3. Abbiamo sviluppato questo punto dopo nella serie di articoli “Comprendere la decadenza del capitalismo”; vedere in particolare la Rivista Internazionale (edizione in lingua inglese, francese o spagnola) n° 55 e 56.

L'evoluzione della lotta di classe nel contesto degli attacchi generalizzati e della decomposizione avanzata del capitalismo

 Pubblichiamo qui di seguito il rapporto sulla lotta di classe presentato e ratificato durante la riunione, nell'autunno 2003, dell'organo centrale della CCI (1). Confermando le analisi dell'organizzazione sulla persistenza del corso agli scontri di classe (aperto dalla ripresa internazionale della lotta di classe nel 1968) malgrado la gravità del riflusso subito dal proletariato a livello della sua coscienza dal crollo del blocco dell'Est, questo rapporto aveva come compito particolare di valutare l'impatto attuale ed a lungo termine dell'aggravamento della crisi economica e degli attacchi capitalisti sulla classe operaia. L’analisi è che "Le mobilitazioni a grande scala della primavera 2003 in Francia ed in Austria rappresentano una svolta nella lotta di classe dal 1989. Esse sono un primo passo significativo nel recupero della combattività operaia dopo il periodo più lungo di riflusso avuto dal 1968".

Siamo ancora lontano dal doverci confrontare ad un'ondata internazionale di lotte massicce poiché, a scala internazionale, la combattività è ancora allo stato embrionale e molto eterogenea. Tuttavia, va sottolineato che l'aggravamento considerevole della situazione insito in maniera evidente nelle prospettive di evoluzione del capitalismo, sia per quanto riguarda lo smantellamento dello Stato assistenziale sia per l'accentuazione dello sfruttamento sotto tutte le sue forme o lo sviluppo della disoccupazione, costituisce una leva certa della presa di coscienza in seno alla classe operaia. Il rapporto insiste in particolare sulla profondità ma anche la lentezza di questo processo di ripresa della lotta di classe.

L'evoluzione della situazione successiva ha confermato le caratteristiche, messe in evidenza dal rapporto, del cambiamento di dinamica intervenuto all'interno della classe operaia. Questa ha anche illustrato una tendenza, già segnalata dal rapporto, di alcune manifestazioni ancora isolate della lotta di classe ad oltrepassare il quadro fissato dai sindacati. La stampa territoriale della CCI ha reso conto di tali lotte che hanno avuto luogo alla fine dell'anno 2003, in Italia nei trasporti ed in Gran Bretagna nelle Poste, costringendo il sindacalismo di base ad entrare in azione per sabotare le mobilitazioni operaie. Allo stesso tempo, permane la tendenza, già messa in evidenza dalla CCI prima di questo rapporto, alla proliferazione di minoranze alla ricerca di coerenza rivoluzionaria.

La strada che la classe operaia dovrà percorrere è molto lunga. Tuttavia le lotte che dovrà fare saranno il crogiolo di una riflessione che, stimolata dall'aggravamento della crisi e fecondata dall'intervento dei rivoluzionari, serve a permetterle di riappropriarsi della sua identità di classe e della fiducia in sé stessa, di riallacciarsi alla sua esperienza storica e sviluppare la sua solidarietà di classe.

 Il rapporto sulla lotta di classe del 15° Congresso della CCI (2) sottolineava il carattere quasi inevitabile di una risposta della classe operaia allo sviluppo qualitativo della crisi ed agli attacchi che colpiscono una nuova generazione non sconfitta di proletari, con al fondo un lento ma significativo recupero della combattività. Identificava un allargamento ed un approfondimento, ancora embrionale ma percettibile, della maturazione sotterranea della sua coscienza. Insisteva sull'importanza della tendenza a lotte più massicce per il recupero da parte della classe operaia della propria identità di classe e della fiducia in sé stessa,. Metteva in esergo il fatto che con l'evoluzione obiettiva delle contraddizioni del sistema, la cristallizzazione di una coscienza di classe sufficiente - in particolare, per ciò che riguarda la riconquista della prospettiva comunista - diventa la questione sempre più decisiva per l'avvenire dell'umanità. Metteva l'accento sull'importanza storica dell'emergere di una nuova generazione di rivoluzionari, riaffermando che un tale processo è già in marcia dal 1989, a dispetto del riflusso della combattività e della coscienza della classe nel suo insieme. Il rapporto mostrava quindi i limiti di questo riflusso, affermando che il corso storico agli scontri di classe massicci si era mantenuto e che la classe operaia era capace di superare il riflusso che aveva subito. Allo stesso tempo, esso affrontava la capacità della classe dominante a cogliere tutte le implicazioni di questa evoluzione della situazione ed a farvi fronte; e ricollocava questa evoluzione nel contesto degli effetti negativi dell'aggravamento della decomposizione del capitalismo. Infine concludeva sull'enorme responsabilità delle organizzazioni rivoluzionarie di fronte agli sforzi della classe operaia per andare avanti, di fronte ad una nuova generazione di lavoratori in lotta e di rivoluzionari che si producevano in questa situazione.

Quasi subito dopo il 15° Congresso e nel periodo successivo alla guerra in Iraq, la mobilitazione degli operai in Francia (tra le più importanti in questo paese dalla Seconda Guerra mondiale) ha rapidamente confermato queste prospettive. Traendo un primo bilancio di questo movimento, la Revue internationale n°114 fa notare che queste lotte hanno smentito categoricamente la tesi della pretesa scomparsa della classe operaia. L'articolo afferma che gli attacchi attuali "costituiscono il fermento di una lenta maturazione delle condizioni per lo sviluppo di lotte massicce che sono necessarie alla riconquista dell'identità della classe proletaria e per fare cadere a poco a poco le illusioni, particolarmente sulla possibilità di riformare il sistema. Sono le stesse azioni di massa che permetteranno il riemergere della coscienza di essere una classe sfruttata portatrice di un'altra prospettiva storica per la società. Perciò, la crisi è l'alleata del proletariato. Tuttavia, la strada che deve aprirsi la classe operaia per affermare la propria prospettiva rivoluzionaria non è affatto lineare, essa sarà terribilmente lunga, tortuosa, difficile, seminata di insidie, di trappole che il suo nemico non mancherà di ergerle contro". Le prospettive tracciate dal rapporto sulla lotta di classe del 15° Congresso della CCI si sono così trovate confermate, non solo per lo sviluppo a scala internazionale di una nuova generazione di elementi in ricerca, ma anche per le lotte operaie.

Perciò, il presente rapporto sulla lotta di classe si limita ad un aggiornamento ed ad un esame più preciso del significato a lungo termine di certi aspetti delle ultime lotte proletarie.

 Le mobilitazioni a grande scala della primavera 2003 in Francia ed in Austria rappresentano una svolta nelle lotte di classe dal 1989. Esse sono un primo passo significativo nel recupero della combattività operaia dopo il periodo più lungo di riflusso dal 1968. Già negli anni ‘90 si erano viste delle manifestazioni sporadiche ma importanti di questa combattività. Tuttavia la simultaneità dei movimenti in Francia ed in Austria ed il fatto che, subito dopo, i sindacati tedeschi abbiano organizzato la sconfitta degli operai metallurgici all'Est (3) per contrastare in modo preventivo la resistenza proletaria, mostrano l'evoluzione della situazione dell'inizio del nuovo millenario. In realtà questi avvenimenti hanno messo in evidenza che la classe operaia è sempre più costretta a lottare di fronte all'aggravamento drammatico della crisi ed al carattere sempre più massiccio e generalizzato degli attacchi, e ciò a dispetto della persistente mancanza di fiducia in sé stessa.

Questo cambiamento tocca non solo la combattività della classe operaia ma anche il suo stato d'animo, la prospettiva nella quale si iscrive la sua attività. Esistono attualmente dei segni di una perdita di illusioni che riguardano non solo le mistificazioni tipiche degli anni '90 ("la rivoluzione delle nuove tecnologie", "l'arricchimento individuale attraverso la Borsa", ecc.), ma anche di quelle che la ricostruzione del dopo guerra (Seconda Guerra mondiale) aveva suscitato, e cioè la speranza di una vita migliore per la nuova generazione e di una pensione decente per quelli che riusciranno a sopravvivere alla prigione del lavoro salariato.

Come ricorda l'articolo della Révue Internationale n°114, il ritorno massiccio del proletariato sullo scenario storico nel 1968 ed il riemergere di un prospettiva rivoluzionaria costituivano non solo una risposta agli attacchi su di un piano immediato, ma soprattutto una risposta al crollo delle illusioni in un avvenire migliore che il capitalismo del dopo guerra sembrava offrire. Contrariamente a quello che una deformazione volgare e meccanicista del materialismo storico potrebbe farci credere, tali svolte nella lotta di classe, anche se scatenate da un aggravamento immediato delle condizioni materiali, sono sempre il risultato di cambiamenti soggiacenti nella visione dell'avvenire. La rivoluzione borghese in Francia non è esplosa con l'apparizione della crisi del feudalesimo (che era già ben avanzata), ma quando è diventato chiaro che il sistema del potere assoluto non poteva più far fronte a questa crisi. Allo stesso modo, il movimento che doveva sfociare nella prima ondata rivoluzionaria mondiale non è cominciato nell'agosto 1914, ma quando si sono dissipate le illusioni su di una soluzione militare rapida alla guerra mondiale. Pertanto il compito principale che le lotte recenti ci impongono è la comprensione del loro significato storico, a lungo termine.

 Ogni svolta nella lotta di classe non ha lo stesso significato e la stessa portata del 1917 o del 1968. Queste date rappresentano dei cambiamenti del corso storico; il 2003 segna semplicemente l'inizio della fine di un fase di riflusso all’interno di un corso generale a degli scontri di classe massicci. Dal 1968, e prima del 1989, il corso della lotta di classe era già stato segnato da uno certo numero di riflussi e di riprese. In particolare, la dinamica iniziata alla fine degli anni ‘70 culminò rapidamente negli scioperi di massa dell'estate 1980 in Polonia. L'importanza del cambiamento della situazione costrinse allora la borghesia a cambiare rapidamente il orientamento politico ed a mandare la sinistra all'opposizione per poter meglio sabotare le lotte dall'interno (4). Inoltre è necessario distinguere tra il cambiamento attuale nel recupero sul piano della combattività da parte della classe operaia e le riprese negli anni 1970 e '80.

Più in generale, è necessario saper distinguere tra quelle situazioni in cui, per così dire, il mondo si sveglia una mattina e non è più lo stesso mondo, e dei cambiamenti che avvengono in modo quasi impercettibile attraverso il mondo, come il cambiamento quasi invisibile che si produce tra l’alta e la bassa marea. L'evoluzione attuale è sicuramente del secondo tipo. In tal senso, le mobilitazioni recenti contro gli attacchi sulle pensioni non significano affatto un cambiamento immediato e spettacolare della situazione tale da richiedere uno spiegamento rapido e importante delle forze politiche della borghesia.

Siamo ancora lontani dal doverci confrontare con un'ondata internazionale di lotte massicce. In Francia il carattere massiccio della mobilitazione nella primavera 2003 è restato circoscritto essenzialmente ad un settore, quello dell'educazione. In Austria la mobilitazione è stata più larga, ma fondamentalmente limitata nel tempo ad alcune giornate di azione, principalmente nel settore pubblico. Lo sciopero degli operai metallurgici in Germania dell'Est non è stato affatto espressione di una combattività operaia immediata, ma una trappola tesa ad una delle parti meno combattive della classe (ancora traumatizzata dalla disoccupazione massiccia apparsa quasi dall'oggi al domani dopo la "riunificazione" della Germania) per far passare l’idea che la lotta non paga. In più, le notizie sui movimenti in Francia ed in Austria hanno subito parzialmente un blackout in Germania, eccetto alla fine del movimento, quando sono state utilizzate per veicolare un messaggio che scoraggiava alla lotta. In altri paesi centrali per la lotta di classe come l'Italia, la Gran Bretagna, la Spagna o i paesi del Benelux, non ci sono state recentemente mobilitazioni massicce. Espressioni di combattività, che possono sfuggire al controllo delle grandi centrali sindacali, come lo sciopero selvaggio del personale di British Airways a Heathrow, di Alcatel a Tolosa o a Puertollano in Spagna l'estate scorsa (cf.Révolution internationale n°339) restano circoscritte ed isolate.

Nella stessa Francia lo sviluppo insufficiente e soprattutto l'assenza di una combattività più diffusa hanno fatto sì che l'estensione del movimento al di là del settore dell'educazione non fosse immediatamente all'ordine del giorno.

Tanto a scala internazionale che in ciascun paese, la combattività è dunque ancora allo stato embrionale e molto eterogenea. La sua attuale manifestazione più importante, la lotta degli insegnanti in Francia della scorsa primavera, è in prima istanza il risultato di una provocazione della borghesia consistente nell'attaccare più pesantemente questo settore in modo che la risposta contro la riforma delle pensioni, che riguardava tutta la classe operaia, si polarizzasse solo su questo settore (5).

Di fronte alle manovre su grande scala della borghesia, bisogna notare la grande ingenuità, addirittura la cecità della classe operaia nel suo insieme, includendovi gruppi in ricerca, parti del campo politico proletario (fondamentalmente i gruppi della Sinistra comunista) ed anche molti nostri simpatizzanti. La classe dominante, per il momento, è non solo capace di contenere ed isolare le prime manifestazioni dell'agitazione operaia, ma può, con più o meno successo (più in Germania che in Francia), rivolgere questa volontà di lotta, ancora relativamente debole, contro lo sviluppo della combattività generale a lungo termine.

Ancora più significativo di tutto ciò che precede è il fatto che la borghesia non sia ancora obbligata a ricorrere alla strategia della sinistra all'opposizione. In Germania, il paese in cui la borghesia ha ampia libertà di scelta tra un'amministrazione di sinistra ed un'amministrazione di destra, in occasione dell'offensiva "agenda 2010" contro gli operai, il 95% dei delegati, tanto del SPD che dei verdi, si sono pronunciati in favore di un mantenimento della sinistra al governo. La Gran Bretagna che, con la Germania, negli anni ‘70 ed '80 è stata "all’avanguardia" della borghesia mondiale nell'applicazione di politiche di sinistra nell'opposizione tra le più adattate a fare fronte alla lotta di classe, è anch’essa capace di gestire il fronte sociale con un governo di sinistra.

A differenza della situazione che prevaleva alla fine degli anni ‘90, oggi non possiamo più parlare della messa in campo di governi di sinistra come orientamento dominante della borghesia europea. Mentre cinque anni fa l'ondata di vittorie elettorali della sinistra era legata ancora alle illusioni sulla situazione economica, di fronte alla gravità attuale della crisi, la borghesia deve preoccuparsi di mantenere una certa alternanza governativa e giocarsi così la carta della democrazia elettorale (6). Dobbiamo ricordare, in questo contesto che già l'anno scorso la borghesia tedesca, pur salutando la rielezione di Schroeder, ha mostrato che si sarebbe anche soddisfatta di un governo conservatore con Stoiber.

Il fatto che le prime scaramucce della lotta di classe, in un processo lungo e difficile verso lotte più massicce, abbiano avuto luogo in Francia ed in Austria non è forse tanto fortuito come potrebbe sembrare. Se il proletariato francese è conosciuto per il suo carattere esplosivo, il che spiega in parte come nel 1968 si sia trovato alla testa della ripresa internazionale delle lotte di classe, si può dire difficilmente altrettanto della classe operaia austriaca del dopoguerra. Ciò che questi due paesi hanno in comune, tuttavia, è il fatto che gli attacchi massicci riguardavano in modo centrale il problema delle pensioni. È anche da notare come il governo tedesco, che attualmente è quello che nell’Europa occidentale sta scatenando l'attacco più generale, proceda ancora in modo estremamente prudente sul problema delle pensioni. Mentre la Francia e l'Austria sono tra i paesi dove, in grande parte a causa della debolezza politica della borghesia, della destra in particolare, le pensioni sono state fino ad ora attaccate meno che altrove. Per questo qui l'aumento del numero di anni lavorativi necessari per andare in pensione e la diminuzione dalle pensioni sono stati avvertiti con maggior amarezza.

Il peggioramento della crisi costringe la borghesia, con l’aumento dell’età pensionabile, a sacrificare un ammortizzatore sociale che gli permetteva di fare accettare alla classe operaia i livelli insopportabili di sfruttamento imposti negli ultimi decenni e di mascherare la reale entità della disoccupazione.

Di fronte al ritorno massiccio di questo flagello a partire dagli anni 1970, la borghesia aveva risposto con misure di capitalismo di Stato assistenziale, misure che sono un non senso dal punto di vista economico e che oggi costituiscono una delle principali cause dell'incommensurabile debito pubblico. Lo smantellamento del Welfare State attualmente in opera porta a porsi degli interrogativi di fondo sulle reali prospettive che il capitalismo offre per il futuro della società.

I diversi attacchi capitalisti non suscitano identiche reazioni di difesa da parte della classe operaia. In genere è più facile scendere in lotta contro le diminuzioni di salario o l'allungamento della giornata di lavoro che contro la diminuzione del salario relativo, il quale è il risultato dell'incremento della produttività del lavoro, a causa dello sviluppo della tecnologia, e dunque dello stesso processo di accumulazione del capitale. Questa realtà veniva descritta da Rosa Luxemburg in questi termini: "Una diminuzione di salario, che comporti una compressione del tenore di vita reale degli operai, è un attentato visibile dei capitalisti contro i lavoratori, e di regola […] ne riceve una immediata risposta, nei casi più favorevoli è anche respinta. Per contro, la diminuzione del salario relativo si effettua ostentatamente senza la minima responsabilità personale del capitalista, e contro di essa, gli operai,all’interno del sistema salariale, cioè sul terreno della produzione mercantile. non hanno alcuna possibilità di lotta e di difesa ".

L'aumento della disoccupazione pone lo stesso tipo di difficoltà alla classe operaia dell'intensificazione dello sfruttamento (attacco sullo stipendio relativo). In effetti, l'attacco capitalista costituito dalla disoccupazione, quando colpisce i giovani che non hanno lavorato ancora, non comporta la dimensione esplosiva dei licenziamenti, per il fatto che non è necessario licenziare nessuno. L'esistenza di una disoccupazione massiccia costituisce anche un fattore di inibizione delle lotte immediate della classe operaia, perché rappresenta una minaccia permanente per un numero crescente di operai al lavoro, ma anche perché questo fenomeno sociale pone delle domande la cui risposta non può evitare di affrontare la necessità del cambiamento di società. Sempre per quanto riguarda la lotta contro l'abbassamento del salario relativo, Rosa Luxemburg aggiunge: "La lotta contro la caduta del salario relativo significa perciò anche lotta contro il carattere di merce della forza di lavoro, cioè contro la produzione capitalista nel suo complesso. La lotta contro la caduta del salario relativo non è dunque più una lotta sul terreno dell'economia mercantile, bensì un assalto rivoluzionario, sovvertitore, contro il sussistere di questa economia, è il movimento socialista del proletariato".

Gli anni 1930 rivelano come, con la disoccupazione di massa, esplode il depauperamento assoluto. Senza la sconfitta che fu precedentemente inflitta al proletariato, la legge "generale, assoluta dell'accumulazione del capitale" rischiava di trasformarsi nel suo contrario, la legge della rivoluzione. La classe operaia ha una memoria storica e, con l'approfondirsi della crisi, questa memoria comincia lentamente ad attivarsi. Attualmente la disoccupazione massiccia ed i tagli ai salari fanno sorgere il ricordo degli anni '30, e visioni di insicurezza e di depauperamento generalizzate. Lo smantellamento del Welfare State confermerà le previsioni marxiste.

Quando Rosa Luxemburg scrive che gli operai, sul terreno della produzione dei beni di consumo, non hanno la minima possibilità di resistere all'abbassamento del salario relativo, ciò non è né rassegnazione fatalista, né pseudo-radicalismo dell'ultima tendenza di Essen del KAPD, "la rivoluzione o niente", ma la consapevolezza che la loro lotta non può restare nei limiti delle lotte di difesa immediata e deve essere intrapresa con la più larga visione politica possibile. Negli anni ‘80, le questioni della disoccupazione e dell'intensificazione dello sfruttamento erano già poste, ma spesso in modo ristretto e locale, ristrette per esempio alla salvaguardia dei propri posti di lavoro dai minatori inglesi. Oggi l'avanzata qualitativa della crisi può permettere che problemi come la disoccupazione, la povertà, lo sfruttamento siano posti in modo più globale e politico, come quelli delle pensioni, della salute, del mantenimento dei disoccupati, delle condizioni di vita, della lunghezza della vita lavorativa, dell'avvenire delle generazioni future. Sotto una forma molto embrionale, è questo il potenziale che è stato rivelato negli ultimi movimenti in risposta agli attacchi contro le pensioni. Questa lezione di lungo termine è di gran lunga la più importante. È di una portata ben più grande di quella del ritmo con cui la combattività immediata della classe va a ripristinarsi. In effetti, come Rosa Luxemburg spiega, essere direttamente confrontati agli effetti devastanti dei meccanismi obiettivi del capitalismo (disoccupazione massiccia, intensificazione dello sfruttamento relativo), rende sempre più difficile entrare in lotta. E' per tale motivo che, anche se ne risulta un ritmo rallentato ed un avanzamento più tortuoso delle lotte, quest’ultime diventano tanto più significative sul piano della politicizzazione.

 A causa dell'approfondirsi della crisi, il capitale non può più basarsi sulla sua capacità di fare delle concessioni materiali importanti in modo da ridare credito all'immagine dei sindacati, come è stato fatto nel 1995 in Francia (8). A dispetto delle attuali illusioni degli operai, esistono dei limiti sulla capacità della borghesia ad utilizzare la combattività nascente attraverso manovre su vasta scala. Questi limiti sono rivelati dal fatto che i sindacati sono obbligati a ritornare gradualmente al ruolo di sabotatori delle lotte: "si adotta oggi uno schema molto più classico nella storia della lotta di classi: il governo attacca, i sindacati in un primo tempo si oppongono ed esaltano l'unione sindacale per reclutare massicciamente gli operai dietro essi e sotto il loro controllo. Poi il governo apre dei negoziati ed i sindacati si disuniscono per meglio dividere e disorientare le file operaie. Questo metodo che gioca sulla divisione sindacale di fronte all'avanzamento della lotta di classe, è quello più sperimentato dalla borghesia per preservare globalmente l'inquadramento sindacale, concentrando per quanto possibile il discredito e la perdita di alcune penne su uno o l'altro apparato designato in anticipo. Questo significa anche che i sindacati sono di nuovo sottomessi alla prova del fuoco e che lo sviluppo inevitabile delle lotte a venire porrà alla classe operaia di nuovo il problema dello scontro con i suoi nemici per potere affermare i propri interessi di classe ed i bisogni della sua lotta". (9)

Se a fino ad ora la borghesia non si è posta tanti problemi nel mettere in atto le sue manovre contro la classe operaia, il deterioramento della situazione economica tenderà a provocare con mag